mercoledì 29 febbraio 2012

L'amore che voglio impararti


C'è un'altra cosa di cui ho l'obbligo di parlarti e che è parente stretta della solitudine. E' l'amore, quello che ti imparano gli esseri viventi: uomini, animali e piante. Bada bene che, tranne in quest'unica occasione, non è corretto dire "ti imparano", perché si dice "ti insegnano". Ma per un argomento come l'amore le cose cambiano e questa espressione non è una facile licenza poetica, ma l'eccezione a una regola che con la grammatica ha ben poco da spartire, mentre ha molto a che vedere con la libertà e, a volte, addirittura con ciò che può apparire indifferenza. 
Come ti spiegherò fra poco, i confini fra un'accezione e l'altra sono labili, spesso perfino confusi fra loro. Ma prima chiariamo il concetto da cui siamo partiti: non ci sarà mai alcun maestro che, dall'alto di una cattedra, ti insegnerà a riconoscere l'amore, dopo avertene illustrato la morfologia assieme ai suoi aspetti più intrinseci. Né tu, dal piano di sotto, potrai prendere diligentemente appunti, come se volessi prepararti ad affrontare un esame. L'amore non te lo insegna nessuno, ma sei tu che lo impari guardando e ascoltando gli altri. Ed è allo stesso modo che il mondo palpitante verso il quale ti sei appena aperto, così improvvisamente vicino ai tuoi occhi, non te lo insegna ma te lo impara: quando la distanza fra te e gli altri esseri viventi è azzerata.
Non è vero che l'amore semplicemente si senta, così come non è vero che la sua sede sia nel cuore o, per alcuni, nel fegato. L'amore è nella testa e in tutto il corpo, se proprio vogliamo trovargli una casa, e anche questo sentimento è qualcosa che riconosciamo dopo averlo appreso. 
Ma l'amore che voglio impararti io, lo stesso che mi hanno imparato altri, è senza fissa dimora e accarezza ogni essere vivente su cui posa lo sguardo.
L'amore che voglio impararti non fa banalmente rima con cuore, ma con libertà, anche se può stonare la vicinanza di quest'ultimo termine. Come stona, soprattutto, la confusione che la parola libertà e l'atteggiamento, di chi per amore lascia libero, spesso generano, quando sfociano in ciò che può sembrare indifferenza: è, questo, l'effetto collaterale che produce il voler lasciare libere le persone che ami, il concedergli - di questo infondo si tratta - di scomparire, se lo desiderano. 
L'amore che voglio impararti è fatto di gesti piccoli e grandi, di azioni concrete, di fatti, di doni disinteressati. Ma ti renderà solo, incompreso, abbandonato e difficilmente potrà essere ricambiato, dal momento che chi da te vuole sentirsi amato non intende veramente sentirsi libero. Mentre è vero che pretende dei vincoli, delle catene che gli facciano dimenticare l'indifferenza, la solitudine nella quale è nato.
L'amore che voglio impararti lo riconoscerai un giorno, quando sarai più grande, quando la libertà con la quale avrai amato sarà confusa, da un mondo poco attento, con l'indifferenza.
Ma tu non dovrai fare caso a tutto questo, ma chiudere gli occhi e dare una voce al silenzio che ti avrà circondato. E decifrare ogni parola che riuscirai a leggervi.
Così facendo, forse, riuscirai a non sentirti irrimediabilmente solo.

martedì 28 febbraio 2012

La parola solitudine


C'è una cosa antica, che ti sta accanto fin dal primo giorno in cui sei venuto al mondo, e che conosci bene anche se ancora non ne sai il nome. Si chiama solitudine, pensa che contraddizione avere lei come compagna di viaggio di una vita.
Ti ci sei imbattuto col primo vagito, quando per la prima volta hai avvertito improvvisamente freddo e, senza saperne il motivo, hai urlato, cieco di dolore. Finché è arrivato un abbraccio a consolarti, ad accontentarti lo stesso, se per caso non proprio di questo avvertivi il bisogno. Ti sei calmato, e ciò è stato sufficiente a tranquillizzare sia te che chi ti stava di fronte, con buona pace di tutti.
C'è questa cosa antica che si chiama solitudine e che è la tua condizione di sempre, la tua parte nella tua storia di uomo, il tuo piccolo momento nella storia senza tempo dell'umanità. Ti avverto subito: solitudine non è altro che assenza di comunicazione, che non vuol dire semplicemente che uno parla e l'altro non ascolta, ma che uno parla e non viene capito.
Mettetevi ancora una volta nei panni di un bambino: non vi accorgete di quanto siano soffocate le sue grida e quanto poco siamo in grado di comprenderle, noi adulti? A volte, quando urlare diventa inutile, ci chiudiamo in un mutismo che non ha differenze con la sordità degli altri. Quel silenzio improvviso non è altro che l'ultimo, disperato grido, l'urlo diventato gelo. Esistono silenzi che sono grida di dolore e urla assordanti che nessuno ode: entrambi fanno parte integrante della solitudine con la quale ci presentiamo all'indifferenza di questo mondo.
Esiste un'espressione che usiamo spesso ed è "solo come un cane". Ebbene, adesso ho capito perché la citiamo tanto spesso: per due motivi, che hanno a che fare sia con il cane che con l'uomo. Il cane ci parla e in cambio ottiene parole che non corrispondono alle sue. Risposte a domande mai fatte o indicazioni che non ha mai avuto bisogno di ricevere. Soluzioni per altri problemi, non certo i suoi. Questa è la solitudine canina: un dialogo impari, a senso unico. Un continuo offrire agli altri e, a volte, neanche una carezza in cambio.
L'uomo che è solo come un cane, invece, è quello che, proprio come il suo migliore amico - è tanto vero che lo è, quanto non è vero il contrario, dato che manca assolutamente di reciprocità questo rapporto di amicizia - ha smesso di parlare perché non trova corrispondenze nel mondo. Questo uomo non è più capace di dialogare neanche con se stesso, non ha potuto scegliere la propria solitudine: altri, prima di lui, hanno pensato di farlo al suo posto, rivolgendo altrove lo sguardo ogni qual volta egli girava gli occhi verso di loro.
Non è altro che una questione di dialoghi mancanti, o mancanti, a seconda delle situazioni, la solitudine. Così come di orizzonti perduti - che assurdità sottolineare anche quest'ultimo aspetto, ché la linea in fondo al nostro sguardo, che fonde cielo e mare in un unico abbraccio e che da noi si allontana ogni volta che cerchiamo di raggiungerla, mai l'abbiamo stretta fra le mani. Sia essa un paesaggio, un uomo oppure, per il bambino, un genitore, gridare o restarsene muti non ci avvicina in alcun modo agli altri.
Sono discorsi antichi, vecchi quanto l'uomo, che risalgono a tempi nei quali forse anche i cani parlavano, prima che rinunciassero del tutto a farlo.

Una nota sulla foto di sopra: è Fernando Pessoa. Pensando a un'immagine che potesse illustrare la solitudine non mi è venuto in mente altro che l'autore del Libro dell'Inquietudine, in particolare il suo eteronimo Bernardo Soares, il suo sguardo pieno di tristezza che si affacciava dalla finestra della sua casa di Lisbona da cui osservava il mondo che, passando di fretta per la strada di sotto, non lo ricambiava nemmeno con uno sguardo.
"Penso che a volte non uscirò mai da questa Rua dos Douradores. E se lo scrivo, mi sembra l'eternità".
"Dal mio quarto piano sull'infinito, nella plausibile intimità della sera che sopraggiunge, a una finestra che dà sull'inizio delle stelle, i miei sogni si muovono con l'accordo di un ritmo, con una distanza rivolta verso viaggi e paesi ignoti, o ipotetici, o semplicemente impossibili".
Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine, Feltrinelli 2005, p. 25.

lunedì 27 febbraio 2012

Quattro spicchi di pomodoro


Quattro spicchi di pomodoro sono il ricordo più bello che conservo di mio nonno. Il frutto era tagliato in un piatto bianco, su una tovaglia dai fiori sbiaditi e distesa soltanto a metà: tutto ciò che restava, accanto a una fetta di pane, di una cena solitaria. Era condito con un pizzico di sale, un poco di olio di oliva, un pezzetto di aglio e una spolverata di origano, di quello che soltanto al sud si trova ancora in mazzetti e dal profumo talmente intenso che, ogni volta che lo usavamo, mia nonna ci avvertiva: "poco, ch'ammarìa" ("mettetene poco, altrimenti il cibo diventa amaro"). 
Mia nonna mescolava con le mani l'insalata di pomodori, appena prima di mettere l'olio, e quel semplice piatto non era soltanto un contorno ovvero qualcosa che si può fare anche a meno di mangiare: ogni ingrediente aggiunto era un'attesa, significava un'intenzione, rappresentava una cura con la quale accudire e far stare bene gli altri.
Sono certo che fosse l'estate del 1981: una sera tornai a casa dopo una passeggiata nel paese dove trascorrevo le vacanze e trovai sulla tavola i quattro spicchi di pomodoro lasciati da mio nonno. Non avevo ancora undici anni e non riuscii a resistere, prima di andare a dormire, alla tentazione di mangiarli, di immergere il pane nel loro succo saporito. Le fette erano carnose, il rosso tendeva al bordeaux e il sapore era acre e zuccherino allo stesso tempo, il sale sulla buccia bruciava la lingua ma il sugo stemperava in un fluido dolce questa sensazione iniziale. 
Quel pomodoro abbandonato in un piatto trent'anni fa divenne il termine di paragone con tutti gli altri pomodori che avrei mangiato in futuro. Ed è diventato anche il pretesto ricorrente per pensare a mio nonno, per ricordarne gli aspetti più belli, per farli prevalere sugli altri, quelli più negativi, che non possono scomparire semplicemente quando lo vogliamo, soltanto perché così ci fa piacere. Siamo tutti fatti di zucchero e di sale, di bene e di male. Sta a noi evidenziare una parte piuttosto che l'altra, ricordare una qualità buona invece di una cattiva. Avere, in definitiva, una sensazione positiva delle persone che abbiamo conosciuto.
Mio nonno aveva gli occhi colore del ghiaccio quando riflette il cielo, ma il suo animo era tutt'altro che trasparente e forse era addirittura nero come il fondo di un pozzo. Non so se uno specchio possa riflettere il buio: oltre l'azzurro dello sguardo mio nonno celava una tristezza senza pari, invisibile attraverso qualsiasi trasparenza. Aveva perso l'avambraccio destro in guerra, spesso si ubriacava e diventava violento, picchiava la moglie e i figli, quando erano ragazzi, con una predilezione particolare per mio padre, il più ribelle della famiglia. Era, questo, il modo con cui dimostrava a se stesso di amarli, non avendo probabilmente altri mezzi per farlo: si portava dietro un fardello di frustrazioni, forse si sentiva inutile senza quella mano tagliata via dalla fame, da una mina che aveva l'aspetto innocuo di una scatoletta di tonno.
Aveva fatto sei figli con mia nonna, qualcuno di questi fra una licenza dalla guerra e l'altra. Una volta scese da un treno in corsa per raggiungere la famiglia di cui sentiva nostalgia. Un'altra inseguì mio padre per casa con una spada, deciso a fargli la pelle, ma lui si salvò perché ebbe la prontezza e il coraggio di lanciarsi da un balcone che dava, prima ancora che sulla strada, su un muretto abbastanza alto e che costeggiava una scalinata. Cose che di mio nonno mi hanno raccontato. Contraddizioni, amore e furia cieca.
A questa triste scena invece ho assistito di persona: una sera, non so per quale futile motivo, ce l'aveva con mia nonna e con una mia zia e già le aveva colpite con qualche schiaffo dopo il primo crescendo di insulti, quando vidi il mio cugino più grande prendere senza preavviso la rincorsa e atterrarlo con una spallata. Mio nonno restò steso sul pavimento, a pronunciare parole sconnesse, mentre mia nonna, sua figlia, tre miei cugini, io e mio fratello uscimmo di casa per andare a passare, come degli sfollati, la notte da una nostra parente. Il giorno dopo tornammo da mio nonno come se tutto quel che era capitato appena dodici ore prima fosse già un lontano ricordo o, addirittura, non fosse mai accaduto. Gli sorrisi pieno di imbarazzo, quando lo vidi, appena mi accorsi, ancora una volta, di certe contraddizioni. Quando assaporai il dolce assieme al salato.
Mio nonno raccontava barzellette volgari, che da bambino non potevo capire ma che mi facevano ridere lo stesso, soltanto perché lui, con i suoi baffi bianchi ingialliti dalla nicotina delle Nazionali, mi stava simpatico. Sapeva trovare la rima con tutte le parole, vinceva sempre con chi si cimentava con lui nelle sfide di questo tipo. "Soltanto alla parola 'fegato' - diceva - non è possibile trovare la rima".

venerdì 24 febbraio 2012

A piccoli sorsi


Adesso che stai male devo parlarti e darti da bere. 
A piccoli sorsi - mi raccomando - altrimenti potresti vomitare ancora. 
La notte non termina mai e tu ti svegli cento volte per la sete. Dici un verso (non lo fai, lo dici, perché è già parola quella con cui ti esprimi) che io ascolto. Sempre identico, sempre lo stesso verso. 
Significa: voglio un po' d'acqua. 
E io mi affretto a risponderti: ecco l'acqua.
Allora tu bevi, non hai ancora finito, ma io devo già toglierti di bocca il biberon.
Ti dico: basta adesso, un poco per volta.
Ti sistemo sul cuscino, ti riaddormenti subito, ma presto ti sveglierai, ancora per la sete. 
Ti accarezzo i capelli, le guance accaldate. Respiro per un attimo il tuo stesso respiro che non ha sapore ed è come lo scirocco, quando soffia al di sopra del mare, l'umidità che sfiora soltanto l'acqua, incapace di fare di più.
Ti parlo e ti do da bere per tutta la notte, al buio, a piccoli sorsi. Pronuncio termini che non significano nulla, perché le parole contano e non il loro significato. Il suono importa, non il racconto. Solamente il tuo verso è indispensabile.
Ti parlo e ti do da bere, ma a piccoli sorsi. Così non ti disseterai mai, lo so io e lo sai anche tu che è una tortura. Un po' d'acqua non spegne la sete, l'alimenta. 
Non so fare altro: le mie brevi parole cadono sul silenzio come pioggia su di un selciato che resta asciutto. 
Inghiottite in bolle di polvere, sono gocce che scompaiono nella terra arida.

giovedì 23 febbraio 2012

Il gesto del pane


Sono cresciuto in una famiglia nella quale i gesti avevano un valore maggiore delle parole. Mia nonna era un esempio vivente di comportamento. Era andata a scuola fino alla terza elementare, alla sua epoca l'obbligo di istruzione si fermava lì, giusto il tempo di imparare a leggere e a scrivere, grossomodo. Il suo lessico si componeva di poche frasi, ma erano i fatti il valore aggiunto alle parole povere. Sapeva arricchirle con il tono della voce, così come poteva dare loro un peso addirittura maggiore restandosene in silenzio: le bastava muoversi, compiere un gesto. Non sapeva mostrare, ma dimostrare sì, e lo faceva in continuazione.
Il valore del pane me lo ha insegnato mia nonna. Lo teneva fermo contro il petto quando lo affettava per farcelo mangiare, questo era il suo gesto. Il vestito nero le si macchiava con una nuvola di farina bruna. Distribuiva le fette tagliate prima a noi bambini, poi agli altri, infine a se stessa, se qualcosa rimaneva, e comunque mangiava in disparte, quando noi avevamo già finito. Ricevevamo a piene mani, con gratitudine e senza sprecare nulla, ciò che mia nonna ci offriva. E a casa non compravamo mai altro pane se prima non avevamo finito quello che già avevamo. 
Non era per la solita storia che si racconta sempre ai bambini, che ci sono persone che muoiono di fame e che quindi il cibo non va buttato. No: il pane, che non costava nulla, aveva un valore maggiore sia del cibo in generale che di molte altre cose. Era considerato più importante di una bistecca, più prezioso di un gioiello e di un vestito. Tutto mia nonna poteva perdonarci, ma buttare il pane era un peccato mortale. E in questo io e mio fratello, che non eravamo dei santi e combinavamo sempre qualche guaio, la rispettavamo profondamente.
Il pane per mia nonna era un essere vivente, con le sue gioie e i suoi dolori, era sacrificio, risparmio e sudore. Per tutta la sua vita non aveva fatto altro che racimolare le molliche di cui si privava e con le quali formava il pane da regalare ogni volta a chi ne aveva bisogno. Il pane era prima di tutto un corpo a cui volere bene. Un corpo che non doveva soffrire né la fame né la sete. Il gesto di offrire il pane rappresentava il passaggio dalla fame alla sazietà, dalla mancanza alla pienezza, dalla morte alla vita. Non era il corpo di Cristo, quello che mia nonna ci offriva, ma il proprio: era la sua vita, il suo esempio, il giusto valore da attribuire alle cose, anche alle più piccole. 
Era questo che mia nonna ci dava ogni qualvolta ci tagliava il pane: mentre ci nutriva ci regalava una parte viva di se stessa.

mercoledì 22 febbraio 2012

P(i)anificare


La scrivo come se si trattasse di una ricetta culinaria, ma voi - lo so - potreste considerarla come un consiglio per essere felici. In ogni caso sbagliereste, perché qui si tratta semplicemente di panificazione o al massimo di pianificazione - attività, lo ammetto, che implica una certa dose di fiducia nel futuro - se proprio volete leggerci un metodo per stare meglio.
E' da qualche tempo che non compro più il pane e che lo faccio in casa quasi tutti i giorni, perché l'alimento che io stesso sforno è più buono e salutare, non ci sono altre ragioni.
Compro una miscela di farine biologiche, senza pesticidi e muffe, poco raffinate e con indice glicemico accettabile, di tipo 0, macinate a pietra con aggiunta di crusca e germe di grano, specifiche per pane. La sera, attorno alle 20, la impasto con acqua tiepida nella proporzione di 10 : 6 e vi aggiungo una parte di pasta acida, fatta con lievito madre, sottratta nella misura di un terzo all'impasto della volta precedente e conservata in frigorifero. Non aggiungo sale perché uccide i lieviti e perché presumo che gli alimenti che accompagneranno il pane saranno sapidi. Formo una palla e la metto a lievitare in una pentola coperta, in un posto caldo. 
Verso le due o le tre del mattino - mi sveglio a prescindere dal pane, altrimenti sarei un folle - procedo a un secondo impasto con l'aggiunta di un po' di farina e, dopo aver fatto alla palla la cosiddetta doppia piega, a una seconda lievitatura. Richiudo l'impasto nella pentola e metto al caldo fino alle 6,30, ora attorno alla quale di solito mi sveglio.
Accendo il forno, prelevo un terzo di pasta che ripongo in frigorifero e che mi servirà la volta successiva, ridò la forma di palla all'impasto dopo averlo spolverato ancora una volta di farina, con un coltello molto affilato disegno una croce profonda che permetterà al pane di dilatarsi durante la cottura. Cuocio per quaranta minuti alla massima temperatura, sforno, tolgo la pagnotta dalla teglia e la metto a raffreddare appoggiandola su due assi, in modo da far disperdere uniformemente sia calore che umidità.
Quando si è raffreddato, infilo il pane in un sacchetto di carta, nell'attesa di essere consumato, a partire dalla stessa sera, in uno o al massimo due giorni.
L'ho scritta appositamente in modo dettagliato questa ricetta, voi ne avete compresa la parte che riguarda la pianificazione? 
In ogni singolo gesto che ha a che vedere con il fare il pane è insito, passo dopo passo, un'aspettativa, l'attesa di un futuro prossimo e remoto, una continuità che procede dall'oggi al domani. L'istante al quale segue un altro istante, il momento che muore nel momento successivo, mentre gli dà la vita. 
E' necessario possedere un grande ottimismo quando si fa il pane e credere fiduciosamente nel passo imminente, quello che nasce quasi spontaneamente, soltanto perché noi abbiamo dato l'avvio a un processo, con una piccola spinta, non è altro che questo quel che produciamo facendo il pane: mettiamo in azione un motore, lo alimentiamo, e poi cerchiamo di raggiungere una qualche destinazione, ancora una volta con una grande dose di fiducia, nel tempo e nelle condizioni stradali.
E poi, c'è la parte che non ho raccontato, ed è quella che riguarda il regalare il pane, l'offrirlo e il mangiarlo: anche questa fase fa parte del pianificare, del fare le cose con ottimismo, del consumare la crosta assieme alla mollica, dell'affrontare la vita senza pensare alle sue interruzioni, che ci colpiscono quando meno ce lo aspettiamo. 
E infatti non mi aspetto e non attendo sorprese del genere: vivo nella continuità, ho intrapreso un viaggio che non ho ancora concluso e che non so bene dove mi condurrà. 
Per ora mi fabbrico il pane.

martedì 21 febbraio 2012

Ingranaggi rotti


Una cosa stupida e apparentemente senza significato. Ancora una lettura o un film che ne danno la puntuale, tempestiva spiegazione. Un orologio da due soldi, ma che funzionava ancora, consegnato all'orologiaio semplicemente per sostituivi la batteria e restituitomi, senza alcun imbarazzo, guasto, inutilizzabile, da gettare. E una storia che parla di ingranaggi che si rompono e che si riparano, di cose e di uomini che non funzionano più, di pezzi di vita inservibili, ma poi, improvvisamente, recuperati. 
L'orologio non valeva niente e quindi non lo farò aggiustare, mi serviva soltanto perché aveva un tasto  che accendeva una lucetta che mi permetteva di sapere che ora fosse tutte le volte che di notte mi svegliavo. Evidentemente, quell'orologio che non è più in grado di segnarlo, ha fatto il suo tempo. E adesso si trova in un cassetto, ad attendere non so cosa prima di sparire nella pattumiera. In qualche modo, mi sembra che un po' di tempo glie ne resti ancora e che lo usi aspettando in silenzio la sua ultima fine. 
La storia in questione, invece, è Hugo Cabret e, senza raccontarne la trama, voglio soffermarmi su questa faccenda degli ingranaggi. Non di quelli con cui sono fatti gli orologi e i giocattoli che si vedono nel film, ma di quelli, più o meno nascosti, che compongono l'uomo e il suo tempo. Proprio come in un ingranaggio, le ruote dentate che oggi muovono i nostri corpi e i nostri pensieri sono spinte da altre ruote, via via sempre più lontane nel percorso a ritroso verso il nostro passato. A volte qualcuna di queste si inceppa, perde aderenza con quella che la segue, magari si svita oppure non scorre più tanto bene perché si è formata un po' di ruggine. In questi casi basta dell'olio lubrificante e una stretta con il cacciavite. Altre volte, però, una semplice manutenzione è insufficiente e la rotella va sostituita perché le si è rotto qualche dente e non fa più presa. Allora è necessario trovare un pezzo di ricambio e anche qualcuno che sappia come sostituire il vecchio con il nuovo.
Esistono pezzi di noi che appartengono al nostro passato, che si sono rotti e che poi abbiamo riparato. E ci sono parti di noi stessi che giacciono ancora lì, piene di polvere, abbandonate in un cassetto, proprio come un orologio inutile. Cose dimenticate e apparentemente rimosse, ma che qualche volta si ripresentano quando qualcosa nel nostro presente non funziona più. E sono le delusioni ricevute, le opportunità mancate, le persone perdute. La storia che non è andata nel verso giusto, che non ha eseguito il movimento che avevamo previsto. Situazioni messe in un angolo senza essere state prima risolte. Liquidate senza aver dato loro nemmeno un significato, neppure un'interpretazione sbagliata, ma addirittura una totale assenza di senso. Ecco perché questo tipo di fantasmi prima o poi ricompare, se non altro per chiederci una spiegazione plausibile. La nostra vita, nella sua diramazione temporale, funziona esattamente come un ingranaggio e, quando un pezzo salta, non serve a niente ed è stupido far finta di non vedere, bisogna tornare indietro per ripararlo o sostituirlo.
Una nota che non dovrebbe trovarsi a margine: sono andato a vedere questo film con mio figlio. Non si tratta di una storia molto adatta ai bambini, perché in alcune parti è tutt'altro che divertente. Però a Dodokko è piaciuta, soprattutto perché all'ingresso del cinema ci hanno dato gli occhiali per vedere lo spettacolo in tre dimensioni e lui, immobile e serissimo sulla poltrona, con quelle lenti sul viso, sembrava un critico cinematografico più che un semplice spettatore. Gli effetti speciali che procurano quegli occhialetti sono fenomenali e sembrava che la neve del film ci piovesse addosso, proprio come ci è successo qualche giorno fa a Roma.

lunedì 20 febbraio 2012

Allattamento, istinto o teorie?


Dev'essere perché siamo in grado soltanto di riconoscere, anziché conoscere immediatamente. Funziona più o meno come per le allergie - chi non ne ha almeno una? - il modo che abbiamo per apprendere. Non si può essere allergici a una sostanza se prima non si è entrati, almeno una volta, anche per un attimo, in contatto con essa. Giusto il tempo per inquadrarla, per compiere una prima valutazione rigorosamente soggettiva. Questa classificazione, giusta o sbagliata che sia, suddivide le cose in due gruppi: quelle accettabili e quelle cattive, quelle che possono passare e quelle che sono dannose per l'organismo. 
Ad essere cruciale è la seconda volta che incontriamo la stessa sostanza: se si trova nella lista dei cattivi, il sistema immunitario si ribella e le salta addosso, mentre il corpo si gonfia per prepararsi alla lotta. Riconosciamo, dunque, più che conoscere. E siamo a nostra volta riconosciuti dalle cose. Perché mai, altrimenti, esisterebbero detti come 'non c'è due senza tre' oppure 'al peggio non c'è fine' o anche 'i mali non vengono mai soli'. Quando abbiamo un problema o lo abbiamo avuto ce lo ritroviamo scritto in faccia, tipo 'lavori in corso' o 'vernice fresca' o 'traffico congestionato', come accade per i cartelli in giro per la città.
Insomma, tutto questo soltanto per dire che, invece di sapere subito le cose, le riconosciamo dopo averne avuto almeno una piccola esperienza precedente, è sufficiente soltanto un approccio minimo. E per sottolineare anche che molte situazioni vanno in cerca di chi le ha già vissute. 'Ripetita iuvant', tanto per dire un altro proverbio che qui non c'entra nulla, e infatti serve soltanto per sottolineare il contrario di quello che significa ossia che non proprio tutte le ripetizioni fanno bene.
Parliamo ancora una volta di allattamento naturale, tema scottante che, nell'epoca moderna, suddivide i mammiferi umani, i cosiddetti animali culturali, in due categorie distinte: quelli pro e quelli contro, non è vero che esista una posizione intermedia. Ieri mi chiama la mia amica P., madre di una bambina di un mese, per chiedermi una 'consulenza', neanche fossi un socio della Leche League, e mi spiega che i diversi pediatri che ha consultato sostengono ciascuno una teoria diversa e che quindi non sa a chi dare retta. E' il solito vecchio ritornello, che mi è andato a noia ormai, ma che ogni tanto ritorna e mi ritrova, e innanzi al quale malvolentieri rispondo: c'è chi ritiene l'allattamento esclusivo al seno indispensabile fino ai sei mesi finiti, come raccomanda l'Oms, e chi dice che bastano soltanto i primi giorni, quelli nei quali il neonato riceve tutto ciò che gli è indispensabile per formare determinati anticorpi; esiste il medico che afferma testualmente che "le formule artificiali sono ormai equivalenti al latte umano, se non addirittura preferibili in certi casi" ed esiste invece il dottore per il quale il nutrimento della mamma è insostituibile; ci sono specialisti che si dicono contrari perfino all'uso del ciuccio, della soluzione glucosata, degli infusi di  camomilla e di finocchio e della stessa acqua perché li considerano 'fuorvianti' rispetto all'unico alimento previsto in natura per il lattante, il quale per colpa di questi diversivi inizierebbe ad avere nuovi interessi che lo distrarrebbero da ciò che invece dovrebbe preferire; e ci sono scuole di pensiero dove tutte queste cose, diverse dal latte, sono ammesse, ché non è vero che costituiscano una distrazione per il neonato; infine, ma di sicuro avrò dimenticato di citare qualche altro esempio, ci sono pediatri che raccomandano alle mamme di allattare, in modo ovviamente non più esclusivo, fino al compimento del primo anno dei figli; e altri ancora che, al primo arrossamento o prurito della cute, imputano al latte ogni responsabilità e laddove non sia già ipotizzata un'allergia, di sicuro vi trovano un'intolleranza: "Eviti di allattare per qualche tempo e vediamo se la situazione migliora", questa la raccomandazione più ricorrente, ma è già scritto che quell'interruzione non è temporanea ma definitiva.
Per sintetizzare tutto quanto in una riga, ci sono le idee della filosofa Elisabeth Badinter, che vede nell'allattamento un danno e una limitazione per la donna, e ci sono le cosiddette 'talebane dell'allattamento', che considerano la madre quasi come un marsupiale, con il piccolo costantemente attaccato al capezzolo. Insomma, ce n'è per tutti i gusti di raccomandazioni e teorie, ma tutte quante non sono altro che varianti sull'unico tema: allattamento sì, allattamento no. Un argomento cervellotico e innaturale, per quanto mi riguarda, il porsi il problema di scegliere i sostituti del latte materno anche in assenza di motivazioni che riguardano la salute: è chiaro che abbiamo un'alternativa rispetto a ciò di cui la natura ci ha forniti e ben venga la possibilità della scelta artificiale quando è necessaria per salvare un figlio che diversamente non può essere alimentato. Ma porsi il problema, considerandolo alla stregua dell'acquisto di un paio di scarpe in saldo, tipo meglio quelle rosse o quelle nere, mi rende di cattivo umore, proprio perché non mi piace l'idea di problematizzare una relazione affettiva, oltre che spontanea e naturale, come quella che vede insieme madre e neonato nei momenti nei quali la prima dà da mangiare, e non fa soltanto questo, al secondo. Mi piace invece vedere tale rapporto come uno degli ultimi baluardi di istintività, prima che intervengano, molto presto, tutte le convenzioni sociali e culturali che allontano dal mondo della natura gli uomini. E mi piace pensare che la prima ricerca di nutrimento, così come di calore, di conforto e di affetto, non faccia parte del riconoscimento in generale ma, ancora, di un tipo di conoscenza innata con cui veniamo al mondo e che non va tradita per causa di una futile, moderna opportunità.

mercoledì 15 febbraio 2012

Soltanto il presente, l'istante e la sua eternità contano


I due ragazzi poco più che bambini si sono baciati, ieri, sul treno, nel giorno di San Valentino. Una rosellina sbiadita e che sembra sporca è sistemata in terra, accanto a uno zaino, fra i piedi di lei. I suoi occhi ogni tanto si guardano attorno, un vezzo, una puerile vanità, in cerca di qualche passeggero che la stia spiando. La luce è diffusa, non c'è spazio per le ombre nello scompartimento e il tempo scorre come sempre: un viaggio, una continuità dal passato al presente che è già un tuffo nel domani.
Mi tornano in mente tutt'altre parole sulle tele del Caravaggio, i giochi di ombra e di luce, il cronometro che si ferma dove è presente il fascio luminoso e tutt'intorno il silenzio, il buio, il vuoto che è assenza di tempo. Penso a situazioni diametralmente opposte, nelle quali l'istante corrisponde alla bellezza 'immortalata', nel senso più stretto del termine, da un raggio di luce. Il resto del mondo reso inutile, superfluo, addirittura inesistente. Più nero della notte. Il passato dissolto e il futuro che cosa è mai, chi desidera conoscerlo in questo preciso momento?
Penso a un treno finalmente fermo. Soltanto il presente, l'istante e la sua eternità contano. L'infinità di un momento che non torna ma che a volte è capace di rifarsi vivo quando meno te lo aspetti. Come in un ricordo improvviso che si affaccia nel breve tempo di un viaggio e che nasce con il pretesto di un'occhiata casuale. 
E poi, sono già arrivato. Una voce alle mie spalle, un telefono che squilla, un colpo di tosse, qualcuno che si avvicina, un altro che se ne va. I due ragazzini che scendono anche loro, confusi, persi nella folla.  

martedì 14 febbraio 2012

Essere piccoli, sentirsi minuscoli


"Tutti i bambini crescono, tranne uno. Presto vengono a sapere che diventeranno grandi e Wendy lo venne a sapere in questo modo: un giorno, quando aveva due anni e giocava in giardino, colse un fiore e lo portò di corsa alla mamma. La bambina appariva così deliziosa, che la signora Darling si portò una mano al cuore e disse: - Oh, perchė non puoi restare così per sempre! -. L'argomento fu esaurito con queste parole, ma da quel momento Wendy seppe che sarebbe cresciuta. Dopo i due anni, tutti lo vengono a sapere. I due anni sono l'inizio della fine".
J. Matthew Barrie, Peter Pan, Rusconi Libri, 2010, p. 69.

Non c'è alcun problema nell'essere piccoli. Quando si hanno ancora pochi anni si accetta con disinteresse questa condizione. Non pesa il fatto di essere circondati da adulti: è la normalità a cui ci si è abituati ormai, una consuetudine iniziata fin dal primo giorno di vita. Non esistono confronti e i termini di paragone non sono mai sbilanciati, in favore degli altri. Non si pensa alla relatività della misura, ciò che è piccolo resta tale e così rimane quel che è grande. Termini inavvicinabili, la grandezza e la piccolezza, tanto sono fissi nella rigidità del loro rapporto. E tutto ciò non ha importanza, anche perché impariamo  molto presto che dovremo crescere.
I problemi sopraggiungono un giorno più in là, quando chi è ormai grande si sente ancora piccolo oppure inaspettatamente, nuovamente minuscolo. Uno gnomo, questa volta, di fronte alla normalità, nei confronti della quale l'abitudine si è perduta. Non c'è nulla di peggio che sentirsi impotenti, una volta divenuti adulti. 
Ecco perché crescere non significa diventare improvvisamente grandi, ma perdere giorno dopo giorno, anno dopo anno, quasi senza accorgercene, un pezzo di piccolezza, abbandonandola nel passato senza tuttavia dimenticarla. Diventare adulti, gradualmente, che termine orribile per chi a un certo punto della vita non sa più aspettare e vuole saltare, anziché procedere quasi a forza di inerzia, pazientemente verso il futuro che lo attende come un ladro nascosto nell'oscurità.
Ogni tanto, puntualmente, come in un gioco sadico del destino, ci si guarda alle spalle e si scopre che quel fosso saltato non c'è, e che invece è ancora davanti a noi, in agguato e ci aspetta, come una trappola nemmeno troppo celata, alla quale abbiamo perfino fatto l'abitudine. 
E si vorrebbe ridere, non certo per la contentezza, ma perché non possiamo fare a meno di riconoscere, in tutto ciò, quasi una strana, pazzesca ironia della sorte. 

lunedì 13 febbraio 2012

Ancora sulle parole: dette o solamente immaginate


"Se mai dovessimo incontrarci": ascoltate bene queste parole e soffermatevi più che potete sulla congiunzione 'se'. Avvertite il peso, il carico di mistero e di connotazioni che questa monosillaba comporta? Cosa significa una frase come "se mai dovessimo incontrarci"? Se un incontro non è affidato al cielo, e davvero non voglio sia così, dov'è il mio intervento, la mia azione, il mio ruolo attivo? 
Il vero problema dell'ipotesi di incontrarsi non è un intervento, un'azione e un ruolo attivo, bensì almeno due volontà in ciascuna di queste condizioni. A e B si incontrano in un punto C e, se vogliono incontrarsi, è necessario che sia A che B facciano la propria parte, ossia che si muovano, incomincino un percorso che inizi con lo sganciarsi da un punto di partenza. Poco importa che la strada sia suddivisa in modo equo e a volte può bastare addirittura soltanto l'intenzione, ammetto che fare le cose in concreto è molto più difficoltoso che il pensarle solamente. Riconosco anche che alcuni punti di arrivo siano a volte irraggiungibili e che spesso dove giunge uno può non arrivare l'altro.
Anche le parole, quando fanno parte di un dialogo, vero o presunto, reale o immaginario, non sono altro che il terreno di un incontro, e qualche volta pure di uno scontro. Soltanto che qui, nello spazio dialogico, esistono montagne invalicabili: dire ciò che si pensa, con il mezzo della parola, è cosa fra le più ardue, ché il mezzo in sé è limitato, proprio come una strettoia da cui può passare solo poco o niente di quel che si ha in testa. Se poi eliminiamo perfino l'intenzione stessa di dire, il gioco è fatto, teniamoci i nostri pensieri e...iniziamo pure a fantasticare.
Fantastichiamo, dunque, e diamo libero sfogo all'immaginazione, con il dialogo che prende forme astratte e ritagliate solamente su noi stessi: siamo noi che pensiamo, che diciamo in silenzio e che inventiamo. Siamo al soliloquio. Il mondo che abbiamo di fronte assume la forma che vogliamo attribuirgli, che meraviglia essere un'emanazione della realtà che ci circonda. 
Quanto sarebbe bello, invece, poter parlare liberamente, la bocca come uno sfiatatoio per i pensieri, prigionieri finché erano chiusi nella testa e finalmente liberi nell'aria. E le orecchie di chi ascolta, libere anche loro, senza pregiudizi: soltanto due padiglioni e due timpani, che rimandano a un cervello, che elabora e trasforma l'ascoltato in risposta. Purezza sonora e acustica nell'andirivieni della voce. Pensieri senza contorsioni, idee spensierate, assenza di parafrasi.
Semplice voglia di dire e di ascoltare. In una parola, desiderio di capire.

giovedì 9 febbraio 2012

Le parole sono fatte di aria


Ho immaginato una cosa innaturale e che riguarda l'aria. E' per questo che torno per un attimo al discorso di ieri sulla morte repentina di un uomo colpito da un proiettile al cuore. Ci torno e, per tornarci, è evidente che quel corpo sdraiato su un marciapiedi non mi apparteneva. Probabilmente non troppo convinto dalle mie stesse parole sull'inappellabilità della fine, ho pensato: se quella persona distesa in terra avesse un'ultima occasione di una boccata d'aria - non mi spingo a pretenderne addirittura un'ora, anche perché una fine, in teoria, è molto più definitiva e rapida di un ergastolo - che utilizzo farebbe di quest'ultimo, inatteso regalo? Se dovesse scegliere, quell'uomo più morto che vivo respirerebbe quell'ennesimo ossigeno, piovuto dal cielo come una manna, o lo spenderebbe in parole?
Protendo per la seconda, volatile possibilità. Preferisco ipotizzare la scelta verbale. Mi piace immaginare un ultimo, estremo tentativo di difesa, ovviamente non quello ormai inutile contro la pistola che ha sparato, ma nei confronti di chi ha raccolto il corpo da terra. Una possibilità assurda di fare chiarezza, di dire le cose come effettivamente stanno a quelle persone frettolose e che, per riempire - tanto per dire - l'aria di parole, tirano conclusioni azzardate. Una spiegazione: guardate che vi sbagliate di grosso, io sono così e non come dite voi, la mia vita è stata questa e non quella che, non sapendo nulla di me, potete soltanto ed erroneamente immaginare. 
Un ultimo, l'ennesimo ma definitivo bisogno di verità. Un messaggio affidato alle parole. Le parole che non sono altro che aria e che a volte svaniscono prima di raggiungere la porta di casa. Aria fondamentale non meno di quella che respiriamo. L'aria che non è che un mezzo per farci vivere anche quando stiamo per morire. Le parole che non sono altro che un respiro. Un respiro perfino stanco ma necessario, finché ci sarà una bocca che lo possa emettere e orecchie che sappiano intenderlo. 
Nonché la condizione fondamentale che il pregiudizio si faccia da parte, per una e per l'ultima volta nella vita.

mercoledì 8 febbraio 2012

La fine di qualcosa


Non ci sono sfumature o gradazioni: la fine non è altro che un colpo di pistola sparato a bruciapelo contro il cuore. Non è nemmeno il colore del cielo che banalmente si spegne e neppure il semicerchio che il fiotto di sangue arterioso riesce inutilmente a compiere, soltanto perché ormai aveva già iniziato il suo viaggio, povero illuso che sperava di fare un giro intero anche questa volta. La fine riguarda anzitutto l'udito o, meglio, la sua improvvisa assenza. Certamente più alla portata dell'uomo, il suono, invece che la luce, scompare perché ha bisogno di una sua elaborazione. "Cosa è stato?": non riesce neanche a chiederselo chi è stato colpito dallo sparo, perché non ha tempo per farlo e perché è l'eco delle cose, più che le cose in sé, ciò che ci fa comprendere i fatti. Un'interpretazione necessariamente a posteriori, ma quando esiste una fine non esiste per definizione una posteriorità, ancora di più se tardiva.
La fine non è altro che fine e l'uomo giace in terra, su un marciapiedi di una città, gli occhi aperti anche se non possono più vedere, le cartilagini delle orecchie sono subito gelate, le braccia e le mani spalancate che nulla possono più abbracciare. Un abbraccio non è altro che la ricerca di calore, ma un corpo che non si muove non ha più volontà, né bisogni o urgenze. Non desidera un brodo caldo, né tanto meno è in cerca di un conforto per il cuore.
Disteso, ormai molto più inutile di un ombrello rotto sotto a un diluvio, inutile come una speranza che nessun altro conosce, come il rimpianto per la vita che non può tornare, come qualsiasi illusione che ne ha contornato l'esistenza. Ciò che rimane è l'interpretazione necessariamente limitata degli altri, di quelli che raccolgono il corpo e non riescono a trattenere i commenti e compiono una ricostruzione approssimativa dei fatti; molto più erronea è di solito la loro esegesi, basata su qualche foglio di carta rinvenuto nella giacca del morto, sull'ultimo numero chiamato dal suo telefonino, dalla prima fotografia che spunta dal portafogli, da uno stupido dettaglio a caso, come può essere "una-camicia-non-infilata-nei-pantaloni" o "una-scarpa-slacciata-al-momento-del-delitto". Prove schiaccianti di un regolamento di conti.
Dopo la fine, ciò che rimane è un corpo messo a disposizione delle idee dei passanti, dei loro ragionamenti tanto più superflui dal momento che non possono ricostruire un bel niente, prima di tutto la vita. Il corpo è diventato un'interpretazione, un'idea assolutamente mai obiettiva, ma che appartiene solo a chi la pensa. Che bella varietà di opinioni, mio dio. Non c'è fine peggiore di questa: diventare un discorso, un'astrazione, quando soltanto pochi secondi prima quella cosa stesa in terra era un essere vivente. Di certo materia viva e che respirava, se fosse anche spirito non lo so proprio.
Come per tutte le cose della vita, anche la fine fa parte delle coincidenze che ci accadono. Il corpo si è trovato sulla traiettoria del proiettile, se fosse stato un poco più in là nulla di nuovo gli sarebbe accaduto, almeno per quel giorno, ché prima o poi la fine arriva per tutti, per oggi è andata bene, ma domani di certo le cose andranno in modo del tutto opposto. Una coincidenza, proprio come quando ci si incontra: potevi essere tu, poteva essere un altro al tuo posto, poteva esserci un'altra o cento altre invece di te, ma solo nei tuoi occhi color di cielo invernale si sono specchiati i miei, soltanto nei tuoi cieli ho posato le nuvole che fino a ieri mi offuscavano lo sguardo. Funzionano esattamente allo stesso modo le coincidenze che riguardano l'amore e la fine di qualcosa, o di qualcuno.
Ma c'è una cosa strana che concerne soltanto gli incontri, mentre non interessa ciò che abbiamo detto finora riguardo la fine. Un'anomalia: è il contrattempo. C'è sempre chi arriva prima e chi dopo, chi troppo presto e chi troppo tardi, a volte chi arriva prima può aspettare un poco, sempre che la cosa gli interessi e se non ha problemi a farlo, se non va di fretta, ma questa eventualità è davvero cosa rara, con tutte le cose che abbiamo da fare: metterci ad aspettare un altro, soprattutto se a un certo punto iniziamo a pensare che potrebbe non arrivare, che idea balorda, eppure è già nella testa.
Non riguarda la fine, dicevo, la questione del contrattempo, perché esso non è altro che un accessorio, se la fine è già intervenuta. Se è già scritta e se la sentenza ormai emessa è, per così dire, inappellabile. Diciamo pure che spesso il contrattempo non è altro che un pretesto, un'occasione, un accidente inutile, così come lo sono i commenti della gente e le astrazioni in generale. Se la fine è presente, se ne sta lì distesa per terra come un corpo immobile, se mai ci fosse un cervello fra i presenti in grado di immaginare il contrattempo, la sua idea, quel barlume improvviso e che affiora ogni tanto senza avvertire, sarebbe in ogni caso del tutto vano e fuori luogo.
Proprio come un 'contrattempo anacronistico', ma guarda che razza di frase ho tirato fuori, dev'essere un'iperbole oppure una nuova figura retorica a metà fra il pleonasmo e l'ossimoro, di certo né l'uno né l'altro soltanto.

martedì 7 febbraio 2012

Place du Carrousel


Place du Carrousel

al tramonto di un bel giorno d’estate

il sangue di un cavallo

ferito e senza redini
scorreva sul lastrico

E il cavallo era la’
ritto immobile

su tre piedi
E l’altro piede ferito

ferito e lacerato
ciondolava.

Proprio a fianco
ritto immobile
vi era anche il cocchiere
e la carrozza anch’essa immobile
inutile, come un orologio rotto.

E il cavallo taceva
il cavallo non si lagnava
il cavallo non nitriva
egli era la’

aspettava

ed era cosi’ bello, cosi’ triste, cosi’ semplice

e cosi’ ragionevole
che non era possibile trattenere le lacrime

Oh
giardini perduti

fontane dimenticate

praterie soleggiate
oh dolore
splendore e mistero dell’avversita’

sangue e bagliori
bellezza percossa
Fraternita’

(Jacques Prévert)

lunedì 6 febbraio 2012

Volere bene a se stessi


"Cerca di volerti bene". "Cerca di volertene anche tu". E' più o meno con queste parole - le ultime, le più edificanti - che ci siamo lasciati, se escludiamo i messaggi e il silenzio inutili, le parole straripanti o la loro totale assenza, che è infondo la stessa cosa e quindi la sostanza non cambia: il troppo e il nulla sono un po' come gli ultrasuoni, oltre una certa frequenza i rumori cessano di essere percepiti e davvero diventa difficile decidere se sia più silenziosa una voce assordante o il silenzio stesso. Che poi, non è vero che il silenzio non abbia voce e non risponda: anzi, lo fa e spesso, sebbene con parole udibili solamente da chi è in grado di capirle.
E' mai possibile volere bene a se stessi se noi stessi non siamo propriamente isole abbandonate, ma come minimo degli arcipelaghi? Noi non siamo individui, ma mondi interi. Bella o brutta che sia, abbiamo una storia, delle relazioni più o meno articolate e rapporti felici o che ci fanno stare male: cose imprescindibili, che ci appartengono e costituiscono, che ci identificano. La nostra stessa identità non è con noi stessi, ma col mondo di cui siamo lo specchio.
Volere bene a se stessi significa cancellare il passato con un colpo di spugna, ma senza un passato che mai saremmo? E senza il ricordo o la nostalgia, potremmo mai considerare di avere un carattere, un'appartenenza, un'origine? Potremmo camminare senza le cellule che si sono formate ieri? Non lo credo: senza un trascorso saremmo dei monchi ambulanti. Volere bene a se stessi non significa altro che dimenticare e vuol dire anche trovarsi nel mezzo della propria vita con la prima metà azzerata, vanificata, resa nulla in ogni suo significato.

Tempo fa, qualcuno parlò di 'eterno ritorno' ovvero della circolarità della storia che periodicamente torna a ripetersi. Recentemente, qualcun altro ha inteso lo stesso concetto non come ritorno del passato, ma come ritorno al passato. A volte, quando il ritorno non è memoria, ma è la ragione stessa della vita, il vivere nel presente non è altro che nichilismo, e del più puro: ogni cosa attuale non riveste importanza alcuna, non conta più niente, se non come pretesto e occasione per un viaggio nel passato, nello stesso identico posto di sempre, dove la meta coincide con l'episodio che ci ha segnati. E' questo l'altro risvolto del discorso sul voler bene a se stessi e sull'appartenenza, l'altra faccia sull'identica moneta. Il passato come punto d'arrivo invece che di partenza, il ritorno fisico a ciò che abbiamo perduto, non semplicemente e soltanto il suo ricordo. In ogni caso, è sempre il presente che ci rimette, sia che esso sia qualcosa di assolutamente svalutato e sia che esso non sia altro che la somma man mano più assottigliata dei giorni. Gli stessi che nella memoria si ammassano sempre più numerosi o che nella vita non concedono spazio ad altro se non al gelo. Non a quello che ci causano altri, ma quello che ci portiamo dentro, e da sempre.

Comunque si voglia intendere il passato e l'appartenenza, qualunque sia il senso del percorso intrapreso,  dal passato al presente o dal presente al passato, a prescindere dal senso che vogliamo dare alla nostra vita, sia esso un inno o la più totale svalutazione - lo ripeto ancora una volta - la nostra stessa identità non è con noi stessi, ma col mondo di cui non siamo altro che lo specchio.
Ed è cosa davvero ardua il volere bene a se stessi, soltanto a se stessi, con un simile presupposto.

Alberi sotto la neve


Come rami sotto la neve
gli occhi non sono che braccia tese
al risveglio.
Uno sguardo fuori dalla finestra
il tempo di un respiro
un sorriso che non è altro che acqua. (2012)