lunedì 16 gennaio 2012

Skipper e Minnie


Skipper e Minnie erano i miei due cani durante il periodo dell'università. Avevano due tecniche diverse per attraversare la strada quando, per fortuna non accadeva molto spesso, scappavano da Villa Borghese per tornare a casa per conto loro. Il primo era un fulmine che passava fra le macchine in corsa lungo via Pinciana e i conducenti frenavano che lui ormai era già sull'altro marciapiede. La seconda era un macigno flemmatico e assorto che rotolava, un passo dopo l'altro, e che alle auto lasciava tutto il tempo per rallentare.
Due modi opposti e inconsapevoli di affrontare il pericolo e di dialogare con gli automobilisti. Skipper era una sorpresa che quando arrivava era ormai scomparsa e all'interlocutore restava solo la domanda: "cosa è stato, cos'era quella macchia marrone per un solo istante davanti agli occhi?". Minnie invece era il palleggio fra le racchette da tennis: "sto passando"; "ti ho visto"; "guarda che ancora non sono neanche a metà strada"; "coraggio, che ti aspetto"; "c'è un gatto vicino a quell'albero, ora lo acchiappo"; "ha attraversato finalmente, speriamo ritrovi il padrone".
Skipper era l'anima giovane di fare le cose e di parlare, la scommessa del giocatore d'azzardo che mette a rischio tutto ciò che possiede, "se va bene vinco tutta la posta, se va male chissenefrega". Minnie era l'anima adulta, positiva e riflessiva, ma con l'indole ottimista, "che vuoi possa succedere, mica sono invisibile".
La casa non era distante e miei cani, in fondo, ci sono tornati da soli poche volte quando all'improvviso non mi avevano più trovato all'interno di Villa Borghese, dove li lasciavo sempre liberi nonostante il divieto di farlo. Per fortuna non sono mai stati investiti né hanno provocato incidenti. E' andato sempre tutto liscio e hanno potuto raggiungere, velocemente o lentamente, a seconda del loro diverso approccio, l'età della vecchiaia. 
Quel che voglio dire, con la storia che ho appena raccontato, è che riuscire ad attraversare una qualsiasi strada dipende soltanto in minima parte da noi. E che sulla riuscita dell'operazione influiscono molti altri fattori, fra cui il comportamento degli altri, e tutti insieme si chiamano 'caso' o 'fatalità' o 'destino', curiosa parola, quest'ultima, dato che letteralmente significa 'punto di arrivo'. Nel caso di Skipper e Minnie, data la loro incontestabile incoscienza mentre lo facevano, è stato soltanto per un caso che non si siano mai fatti male, mentre il loro 'punto di arrivo' coincideva con il marciapiede oltre la strada. Una fortuna che il primo non sia stato nemmeno visto e che la seconda, invece, lo sia stata e a lungo: cosa strana, lo stesso e identico esito grazie a due modalità opposte di fare. 
A volte, alcune conclusioni fatali sono inevitabili, non per niente hanno il nome di fatalità: sono coincidenze dove chi sopravvive testimonia: "passavo nel momento esatto nel quale anche lui passava ed è stato impossibile evitarlo". Altre volte, il destino lo si forza ed è l'azione peggiore che si possa compiere, quando per esempio facciamo ottusamente appello a un diritto del tipo: "ero io ad avere la precedenza, quindi non mi sono fermato".  
Ci sono incroci a ogni angolo di strada e, fra queste, innumerevoli attraversamenti. Senza parlare delle vie parallele, dei marciapiedi e delle piazze o di quegli spazi per i pedoni che chiamiamo isole. Luoghi più o meno felici, spiagge sulle quali di tanto in tanto facciamo approdo e dove ci sentiamo al riparo. Porti dove qualche volta ci riposiamo e con i quali desideriamo far coincidere, anche per un solo momento, il nostro destino. 

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