martedì 24 gennaio 2012

Ics e la fratellanza


Premetto che non sono un esperto e che il mio sguardo sui comportamenti infantili è basato unicamente sulla mia breve esperienza di genitore ed è, a tutt'oggi, più quello dell'etologo che quello dello psicologo, avendo passato, dall'infanzia a dopo l'università, molto più tempo con gli animali che con i bambini.
Ai tempi di Skipper e Minnie ci fu un terzo cane che ebbi in casa, per circa un mese, nell'attesa di trovargli un padrone. Non conoscendone il nome e non volendo fin dall'inizio tenerlo definitivamente, lo chiamai Ics, come la lettera dell'alfabeto 'X' e che in matematica rappresenta l'incognita: mi sembrava un nome appropriato per un animale di cui non sapevo nulla.
Ics era una femmina e credo non fosse un cane lupo, ma una vera lupa semi addomesticata. Era magra e con il pelo corto e le zampe erano lunghe e scattanti. I denti erano affilati come coltelli e tagliavano appena li sfioravi con la mano. Il muso era breve e le orecchie due bei triangoli isosceli marroni e dalla base stretta. La conobbi a Villa Borghese un giorno che passeggiavo con i miei due cani 'ufficiali'. Aveva da poco morso una persona che faceva jogging ed era subito scattata la caccia al mostro, con pattuglie della polizia municipale e guardie zoofile. Insomma, un dispiegamento di forze imponente e inopportuno per un povero animale, una scena da guerriglia, in cui mancavano soltanto le mimetiche, ma che mi ricordavano ugualmente le ricerche di Rambo fra le montagne e i boschi fra Stati Uniti e Canada. Ma fu come se si volesse colpire una mosca con una palla di cannone e Ics non la trovarono mai, né quel giorno, né quello dopo e nemmeno per tutta la settimana seguente, fin quando cioè le ricerche della belva non terminarono.
Fui informato di quel che stava succedendo dai miei amici che incontravo quotidianamente fra i prati del parco e decisi subito di aiutare quel cane. Non mi piaceva la fine che avrebbe fatto, in un canile dove per molto tempo avrebbe atteso un padrone che non si sarebbe mai presentato. E poi non mi andava a genio la faccia vendicativa dell'uomo che era stato morsicato, il cui unico scopo nella vita - mi pareva guardandolo da vicino - era ormai diventato quello di fare la pelle all'animale. E così, mi indicarono dove Ics si nascondeva, dietro a una siepe a non più di cinque metri dalla persona che le dava la caccia, e senza indugiare le infilai il collare di Minnie, che tanto poteva camminare sciolta al mio fianco, e mi diressi verso casa seguito anche da Skipper.
Ics si lasciò condurre fino al mio appartamento, fidandosi ciecamente di me, ma appena mi chiusi la porta alle spalle iniziarono i guai. Aveva una carattere dal leader, era un cane 'alfa', come si dice in gergo, ossia un capo branco. Ma anche Minnie lo era, e indiscutibilmente da sempre. Per Ics, Minnie era la rivale da destituire dalla sua leadership. Per Minnie, invece, Ics era l'intrusa, l'ultima arrivata alla quale non poter cedere il proprio posto. Era lei il capo mai messo in discussione e tale voleva restare. Gli scontri iniziarono il primo giorno in cui si videro e terminarono un mese dopo, quando finalmente un'anima pia adottò Ics. Per circa trenta giorni furono morsi e buchi nella pelle, punti di sutura dal veterinario e lotte furibonde, sia in casa che all'aperto, nelle quali nessuna delle due cedeva o abdicava o soccombeva e con Skipper che, parteggiando ora per l'una e ora per l'altra, dava opportuna manforte a chi di volta in volta prevaleva.
Ciò che cercavo di ottenere, lasciandole lottare, era che una delle due si arrendesse e cedesse il passo, creando in tal modo un nuovo equilibrio dopo lo sbilanciamento causato dall'arrivo di Ics. Ma molte persone che incontravo e che assistevano ai combattimenti non gradivano il mio 'laissez-faire', teso alla ridefinizione di una leadership che doveva necessariamente passare attraverso la resa di uno dei due animali. E una volta una signora con un barboncino mi diede addirittura e gratuitamente del "maniaco" - proprio così mi definì - come se mi divertissi a veder soffrire quegli animali, non sapendo invece che un mio precedente tentativo di separare i due combattenti non aveva prodotto altro esito se non quello di provocare lunghe lacerazioni sulla pelle dei cani, nonché una sorta di scompenso cardiaco al sottoscritto per aver sollevato in aria e lanciato lontano, a più riprese, prima l'uno e poi l'altro animale.
Tutta questa abbondantissima e curiosa premessa non ha altro scopo se non quello di accennare a ciò che ho osservato l'altro giorno riguardo il rapporto, ancora agli albori, fra i miei due figli, di quattro anni e otto mesi il primo e di un anno e un mese il secondo. La fratellanza o la fraternità, a seconda dell'angolazione dalla quale si voglia guardare questa relazione ovvero dal punto di vista della mera consanguineità oppure dell'amore fraterno, ai suoi inizi almeno, a quanto mi pare, ha assunto una connotazione di conflittualità 'canina'. E non mi riferisco alle normali manifestazioni di gelosia del primogenito per il secondo, ma a quelle molto più istintive e per nulla razionali di quest'ultimo verso il fratello maggiore. Il quale, per farla breve, qualche sera fa, di punto in bianco, si è sollevato dal pavimento, dove stava giocando e con la manina ha cominciato a picchiare Dodokko sul volto, senza un motivo apparente, mentre quest'ultimo se ne stava seduto tranquillamente vicino a me a guardare la televisione.
Ecco, non so se sia stata una forzatura fatta dal mio cervello - l'ho detto all'inizio che ho un'impostazione mentale più da etologo che da psicologo - ma questa scena mi ha fatto ritornare con la memoria alla vicenda di Ics e Minnie e della loro lotta per la leadership iniziata con l'ingresso in casa dell'ultima arrivata. Chissà se ultimamente tra i fratelli non stia accadendo qualcosa di analogo a ciò che successe fra i miei cani alcuni anni fa.

sabato 21 gennaio 2012

La torpedine


Alcuni fatti assumono la portata che meritano solamente anni dopo che sono avvenuti. Molti di essi, invece, appena pochi minuti più tardi. In entrambi i casi, ci rendiamo conto delle conseguenze quando ormai non si può tornare indietro. Se il proiettile di una pistola colpirà un uomo nell'istante in cui questi si troverà sulla sua traiettoria, non ha più senso pensare di sabotare l'arma oppure di spingere il bersaglio un centimetro più in là, dove si salverebbe, quando il colpo è partito. Non c'è molta distinzione fra il prima e il dopo, e la morte è già sopraggiunta quando il grilletto ha fatto clic, non quando il piombo ha trafitto il petto.   
La torpedine è un pesce che emette delle scariche elettriche per immobilizzare le prede. Non depone uova, ma è vivipara. Avrò avuto sedici anni l'estate in cui ne pescai una col fucile da sub di mio padre. La portai a riva ormai morta e, mentre l'adagiavo sul bagnasciuga, notai che dalla cloaca fuoriusciva un liquido rosaceo. Ormai la scossa che trasmetteva era debolissima e senza pensarci le premetti il ventre, là dove era presente un leggero rigonfiamento. Il primo pesciolino uscì senza difficoltà e così continuai a fare pressione fino a che la mamma non espulse una trentina di figlioletti che si agitavano sulla rena bagnata e che, se li toccavo, già trasmettevano un po' di elettricità. 
Li deposi in un secchiello dopo averlo riempito con acqua di mare, mi rimisi la maschera e portai gli animaletti, tutti insieme, il più a largo che potei nel tentativo di salvare loro la vita. Quindi li versai in mare e rimasi per un poco a osservarne il comportamento: avevano un istinto straordinario che li conduceva sul fondale e che gli ordinava di sbattere le pinne in modo da ricoprirsi immediatamente di sabbia e nascondersi dai predatori. Pensai che ormai erano al sicuro e così li salutai, affrettandomi a tornare a riva per raccontare a mio padre l'avventura che mi era capitata.
Mentre spiegavo a papà ciò che mi era accaduto, non riuscii a nascondere il mio dispiacere per aver ucciso una madre e, anche se comprendevo bene che non avrei mai potuto sapere che nel ventre celava i suoi figli, non riuscivo ad accettare una simile giustificazione. Ad un certo punto mio padre mi disse una frase che mi colpì profondamente ossia che se non avessi ucciso io quel pesce, lo avrebbe fatto qualcun altro, un pescatore oppure un pesce più grande: "E' una legge di natura - aggiunse -: sono pochi gli animali che raggiungono la vecchiaia, mentre quasi tutti servono da nutrimento per altri". 
Un ingiustizia, pensai tuttavia, credere di uccidere un animale per mangiarlo e invece, di fatto, sterminarne la famiglia. Azioni che vanno ben oltre le intenzioni: mi sentivo come il ladro senza coscienza che entra in una casa da svaligiare e, insieme agli oggetti di valore, ruba anche i ricordi. Non potevo accettare il pragmatismo del mio genitore e la sua mi appariva come una spiegazione opportunistica e qualunquistica. Io non mi sentivo di appartenere alla categoria dei rapaci, non depredavo le risorse, non avrei mai potuto abbuffarmi se il mio stomaco era già pieno. Parole, le mie, molto più condivisibili oggi - in una società in cui ci diciamo tutti ecologisti - che allora, quando le pensai ma non riuscii a dirle.
Io, mio padre, i miei figli e la società: a distanza di venticinque anni da quel giorno d'estate, resto dell'idea che avevo allora, ossia non sfrutterei un'occasione che mi si presentasse ma nella quale non dovessi credere o avere interesse, soprattutto non lo farei per il timore che qualcuno potrebbe beneficiarne al mio posto. Non è detto, infatti, che il vantaggio di un altro sia necessariamente uno svantaggio per sé e non mi interessa competere se la posta in gioco non mi attira, che se la prenda chi ci tiene di più.
Ai miei figli, ovviamente, farei lo stesso discorso, ossia di cercare di avere quel che desiderano veramente e non ciò di cui non hanno bisogno. Non combattano per il superfluo, ché non ne vale la pena, e lascino invece ad altri quel che a loro non interessa. Però, guardando la società sedicente ecologista in cui viviamo e soprattutto il mondo del lavoro, debbo ammettere che aveva ragione mio padre a dire che tutti cercano di sfruttare le risorse, siano esse naturali o, più diffusamente, umane. Ovunque è una gara ad arricchirsi e a chi prende di più e anche una corsa a riempirsi la pancia con meriti più presunti che veri e con gagliardetti e titoli che non servono a niente, se non ad abbellire la faccia e a renderla più presentabile.    

lunedì 16 gennaio 2012

Skipper e Minnie


Skipper e Minnie erano i miei due cani durante il periodo dell'università. Avevano due tecniche diverse per attraversare la strada quando, per fortuna non accadeva molto spesso, scappavano da Villa Borghese per tornare a casa per conto loro. Il primo era un fulmine che passava fra le macchine in corsa lungo via Pinciana e i conducenti frenavano che lui ormai era già sull'altro marciapiede. La seconda era un macigno flemmatico e assorto che rotolava, un passo dopo l'altro, e che alle auto lasciava tutto il tempo per rallentare.
Due modi opposti e inconsapevoli di affrontare il pericolo e di dialogare con gli automobilisti. Skipper era una sorpresa che quando arrivava era ormai scomparsa e all'interlocutore restava solo la domanda: "cosa è stato, cos'era quella macchia marrone per un solo istante davanti agli occhi?". Minnie invece era il palleggio fra le racchette da tennis: "sto passando"; "ti ho visto"; "guarda che ancora non sono neanche a metà strada"; "coraggio, che ti aspetto"; "c'è un gatto vicino a quell'albero, ora lo acchiappo"; "ha attraversato finalmente, speriamo ritrovi il padrone".
Skipper era l'anima giovane di fare le cose e di parlare, la scommessa del giocatore d'azzardo che mette a rischio tutto ciò che possiede, "se va bene vinco tutta la posta, se va male chissenefrega". Minnie era l'anima adulta, positiva e riflessiva, ma con l'indole ottimista, "che vuoi possa succedere, mica sono invisibile".
La casa non era distante e miei cani, in fondo, ci sono tornati da soli poche volte quando all'improvviso non mi avevano più trovato all'interno di Villa Borghese, dove li lasciavo sempre liberi nonostante il divieto di farlo. Per fortuna non sono mai stati investiti né hanno provocato incidenti. E' andato sempre tutto liscio e hanno potuto raggiungere, velocemente o lentamente, a seconda del loro diverso approccio, l'età della vecchiaia. 
Quel che voglio dire, con la storia che ho appena raccontato, è che riuscire ad attraversare una qualsiasi strada dipende soltanto in minima parte da noi. E che sulla riuscita dell'operazione influiscono molti altri fattori, fra cui il comportamento degli altri, e tutti insieme si chiamano 'caso' o 'fatalità' o 'destino', curiosa parola, quest'ultima, dato che letteralmente significa 'punto di arrivo'. Nel caso di Skipper e Minnie, data la loro incontestabile incoscienza mentre lo facevano, è stato soltanto per un caso che non si siano mai fatti male, mentre il loro 'punto di arrivo' coincideva con il marciapiede oltre la strada. Una fortuna che il primo non sia stato nemmeno visto e che la seconda, invece, lo sia stata e a lungo: cosa strana, lo stesso e identico esito grazie a due modalità opposte di fare. 
A volte, alcune conclusioni fatali sono inevitabili, non per niente hanno il nome di fatalità: sono coincidenze dove chi sopravvive testimonia: "passavo nel momento esatto nel quale anche lui passava ed è stato impossibile evitarlo". Altre volte, il destino lo si forza ed è l'azione peggiore che si possa compiere, quando per esempio facciamo ottusamente appello a un diritto del tipo: "ero io ad avere la precedenza, quindi non mi sono fermato".  
Ci sono incroci a ogni angolo di strada e, fra queste, innumerevoli attraversamenti. Senza parlare delle vie parallele, dei marciapiedi e delle piazze o di quegli spazi per i pedoni che chiamiamo isole. Luoghi più o meno felici, spiagge sulle quali di tanto in tanto facciamo approdo e dove ci sentiamo al riparo. Porti dove qualche volta ci riposiamo e con i quali desideriamo far coincidere, anche per un solo momento, il nostro destino. 

venerdì 13 gennaio 2012

Un'unica immagine


Ci sono immagini che hanno la perfezione di ogni senso possibile. Un significato, una storia dalla prima all'ultima pagina e tutto ciò che c'è nel mezzo, la trama della vita. 
Noi capiamo, a volte, anche senza parlare o ascoltare, anche senza necessariamente dover vedere con gli occhi. Abbiamo percezioni, puntualmente confermate o smentite, nello stesso ed esatto modo di come avviene per gli occhi o per qualsiasi altro classico e scontato organo sensoriale, ingannato o fatto contento.
Ci sono preoccupazioni che nascono dalla lettura di una sguardo, improvvise anticipazioni di futuro, ricordi di come eravamo e che ci fanno paura. Magliette oltre le quali si intravedono le scapole. Capelli che iniziano a sporcarsi. Colli inclinati da un lato. Un passo incerto. Una schiena giovane ma che già si piega un poco.
E poi le mani e le gambe fredde. La semplice carnagione pallida. Una tela bianca. Un sorriso che non è di contentezza ma che serve invece a far felice soltanto chi ti guarda. In ogni caso, sempre per un attimo.
Non è la forza di gravità l'elemento imprescindibile, la caduta dalla quale non possiamo sottrarci in alcun modo? 
La lontananza, l'assenza, la solitudine, il rincontrarsi, il sorridersi da una parte all'altra di un corridoio, d'inverno scarsamente illuminato. 
Osservare, per quanto tu non lo voglia, distrattamente i passi dell'altro che si allontanano. 
Tutte queste cose fanno parte di un'unica immagine. Sono i frammenti di una storia già vista e che replica all'infinito.

lunedì 2 gennaio 2012

E' il cinema, bellezza


"No, non è come l'altra volta, quando arrivò la strega e ti spaventasti e poi dovemmo andar via appena dopo l'inizio. Qui non ci sono attori che recitano dal vivo. Quello era il teatro, questo invece è il cinema...il cinema, un posto dove c'è una televisione grande quanto una stanza e dove si guarda un film o un cartone animato assieme ad altra gente...Ti piacerà tantissimo, il cinema, vedrai che ci vorrai tornare molte volte". 
Dopo le rassicurazioni di rito, ecco la prima volta al cinema: ve lo immaginate lo stupore di un bambino di quattro anni e mezzo di fronte al grande schermo? Davanti a lui c'è il mondo del Gatto con gli stivali, ma Dodokko non è semplicemente lo spettatore seduto sulla sua poltrona al centro della sala: è il protagonista stesso del film, che per un'ora e mezza vive la storia in salsa western del Gatto e che, soltanto quando i titoli di coda hanno cessato di scorrere e ce ne andiamo a casa, se ne ricorda e torna essere mio figlio.  
Si chiama 'immedesimazione' la parola magica che avevo dimenticato da troppo tempo ovvero da quando guardo i film e leggo i libri in modo critico, più per capire come sono fatti e come sono collegate fra loro le dinamiche della trama che per goderne la storia. Dodokko, invece, immediatamente dopo esserci seduti in platea, ha indossato il cappello con la penna e gli stivali del Gatto e...gli stavano a pennello!  
Il più bello spettacolo che ho visto ieri al cinema è stata la faccia di mio figlio immortalata dalla luce dello schermo: sembrava che le palpebre non battessero sugli occhi che non mancavano un solo fotogramma e che la bocca fosse spalancata dallo stupore. 
Invece sorrideva: lo sguardo e il corpo nella favola, lontanissimi da tutto il resto.