lunedì 31 dicembre 2012

Il fiore e il bambino


Sembra una favola ma non lo è, questa storia, l'ennesima, del fiore sbocciato senza una ragione in una prateria grigia di macchine e asfalto, improvviso come il raggio di un sole di mezzanotte, impossibile alle nostre latitudini, e in inverno per giunta, se non fosse sufficiente la posizione geografica. 
Sembra una favola ma non lo è, questa storia, l'ennesima, del fiore sbocciato senza una ragione, come una bella mattina di marzo, ben augurante fin dalle prime ore ma, come si sa, il mese è pazzerello, mai confidare troppo in chi prima ti guarda con un sorriso e subito dopo ti punta un coltello alla gola.
Sembra una favola ma non lo è, questa storia, l'ennesima, del fiore sbocciato senza una ragione, anche se c'è un lieto fine, soltanto perché lo ha raccolto la carezza di un bambino dal posto dove era sbucato, anonimo, inutile, praticamente invisibile, si trattava di un tombino o di una spaccatura del marciapiedi, ora non me lo ricordo più, ed era avvolto nell'ortica. Quel che so è che il fiore è finito in un bicchiere, dove ha potuto bere a volontà, e non è stato schiacciato da un passante neanche a dire distratto, perché per esserlo l'uomo avrebbe dovuto conoscere o aspettarsi la presenza di quella pianta che invece, lo abbiamo ripetuto a sufficienza, se ne stava lì come spuntata dal nulla e poteva esserci come non esserci, niente sarebbe cambiato nell'universo, nessuno si sarebbe mai accorto di una molecola di ossigeno, prodotta o respirata, in più o in meno nell'atmosfera.
Sembra una favola ma non lo è, questa storia, l'ennesima, del fiore sbocciato senza una ragione. Ad ogni modo, da allora molti giorni sono passati, tanti di quegli anni che neanche si contano più, e il fiore è diventato grande e adesso c'è una prateria verde e gialla di fiori da qualche parte, e questa è senz'altro una bella notizia, un prato chissà quanto lontano, è vero, ma c'è, lo so, sono certo della sua esistenza, ed è quasi come se lo vedessi con questi occhi, proprio ora, quell'identico fiore, ancora una volta spuntato dal nulla ma non più invisibile, come lo era al principio di questa storia.

giovedì 27 dicembre 2012

Natale


Il giorno in sé è piuttosto antipatico, una forzatura sotto tanti aspetti, a partire dalla quantità dei pasti e dalla loro elaborazione, dagli avanzi, dai regali, fatti, ricevuti e riciclati, spesso tanto attesi quanto deludenti, e dalla compagnia, dovuta se non addirittura imposta. Non ricordo un 25 dicembre senza discussioni, senza rancori fino a ieri assopiti e adesso risvegliati, nelle famiglie che si allargano solamente per l'occasione di una ricorrenza, un cenone o un pranzo, dopodiché arrivederci e grazie, al prossimo anno, fortuna che è finita pure 'sta festa del cavolo. 
Telefonate, sms, e-mail, fra persone che per 365 giorni non si sono rivolte un saluto, ma adesso è Natale e siamo tutti più buoni, e le lettere ben auguranti per le feste si fanno, si ricevono e si ricambiano, anche fra gente che non si conosce o di cui ci si è dimenticati. Ci sono poi i silenzi, gli auguri che si scordano o non si vogliono fare, anche questo è un messaggio, una specie di vendetta neanche troppo sottile, nemmeno celata, dato che il più delle volte è reciproca e nessuno, a dire il vero, rimane più male se qualcuno non si è fatto vivo per l'occasione. Ne conosciamo le ragioni, infondo, e sono misere e grasse al tempo stesso, così come gli esiti a cui conducono. 
Ciò che è evidente, secondo me, è un'indifferenza di fondo, costante, sia che si faccia e sia che non si faccia, che si partecipi o meno, che ci si veda o no, che ci si senta o che il telefono non squilli affatto. L'unica cosa che conta è non restare soli, il giorno di Natale, e riempire questa voragine, la paura del vuoto, in un modo o in un altro. Ecco perché si rispolvera la vecchia rubrica telefonica e si sta insieme, anche con persone fra di loro estranee, o ci si fanno i dispetti, approfittando di una presunta, momentanea fragilità dell'altro.
Questa festa non càpita soltanto nel giorno di Natale, ma inizia settimane prima, da quando se ne comincia a parlare e i negozi si addobbano, sempre troppo in anticipo, mi pare, fa ancora caldo e i supermercati già vendono panettoni e torroni. Insomma, si è capito, il Natale non mi piace, se non fosse l'occasione per stare un po' di più con i figli, dato che per i bambini ci sono le vacanze e i grandi per qualche giorno non lavorano. E poi, lo si dice e lo è, questa è la loro festa, con Babbo Natale che porta i regali, quasi tutti se li ha trovati o ha fatto in tempo a fabbricarli, presenti in una lista spedita qualche giorno prima al suo indirizzo, al Polo Nord.
Per me quel che conta non è il giorno di Natale, ma la possibilità che le feste offrono, a chi si ama, per un piccolo periodo, di stare insieme, di guardare e ascoltare con più attenzione rispetto ai giorni 'normali', di accorgersi di un sorriso, di saper vedere la felicità o, a volte, l'infelicità di qualcuno, di essere, in questo senso, più sensibili, di dedicare più tempo a chi si vuole bene. 
Sentire, parlare, giocare insieme, senza dover pensare ad altro, senza distrazioni. Questo e nient'altro, per me, dovrebbe essere una festa. Ad esempio, assistere alla recita nel teatro della scuola ed emozionarsi soltanto perché Dodokko è vestito da Babbo Natale e compie più volte il giro del palco, attorno ai suoi compagni, con un sacco pieno di regali sulle spalle, fra le note di banali canzoncine natalizie. Andare con i bambini alla finestra per vedere se in cielo riusciamo ad avvistare la slitta di Babbo Natale. Accorgermi di non aver fatto mai caso, prima, a un modo di ridere incontenibile, ed essere felice che ciò succeda ai miei figli, per un periodo di tempo che è soltanto un momento, ma la cosa importante è che, per ora, questo lo sappia soltanto io e non loro. Parlare del 'futuro', e del lavoro che "voglio fare da grande": "Posso fare l'elfo, l'aiutante di Babbo Natale?", "Certo che puoi, ma dovresti restare bassino", "Beh, ci saranno anche degli elfi grandi, no?". 
E, ancora, dedicare del tempo a parlare col più piccolo, che adesso adora ripete le parole...
Le parole che hanno da sempre un riferimento comune, che già c'erano nelle orecchie e nella mente, ascoltate e dette in silenzio, e che adesso dalla bocca escono a modo loro, con alcune lettere sbagliate al posto di altre giuste, ma è il suono quel che conta, accanto alla soddisfazione di pronunciarle.
Quella voce che mi fa venire i brividi per quanto è dolce e che soltanto poco tempo fa, mi viene da pensare, ancora neanche esisteva.

domenica 23 dicembre 2012

Comunicazione: nuovo indirizzo FiglioPadre


Nei giorni scorsi mi sono accorto che il mio dominio www.figliopadre.com è stato preso, non so come e perché, da un nuovo utente e adesso il sito che si vede è in giapponese e, ovviamente, non ne conosco i contenuti.
Anche il mio vecchio indirizzo mail cristiano@figliopadre.com ora non funziona più, ma voi potete continuare a scrivermi usando quest'altro: cristianocamera@hotmail.com .

L'indirizzo attuale per accedere a FiglioPadre è www.figlio-padre.com , dunque con un trattino in più, rispetto a prima, fra i termini 'figlio' e 'padre'.

Scusate il disagio e a presto.

Cristiano

P.s. Dimenticavo: Buon Natale

mercoledì 12 dicembre 2012

Il manuale del papà separato che considera il figlio



"Il ruolo più importante che un uomo possa svolgere nella propria vita è quello di essere padre". Ritrovo questa citazione da Lewis Yablonsky appena apro Il manuale del papà separato, il nuovo libro di Maurizio Quilici in uscita oggi per Datanews. Una frase che è una risposta, sia per quanto riguarda la mia vita privata che per il momento storico, economico e sociale che stiamo vivendo. Un invito, anzitutto, a non sottovalutare il ruolo paterno, a non collocarlo in secondo piano, rispetto alle difficoltà dovute alle varie crisi che oggi, più che mai, ci affliggono - familiari, in primo luogo, ma anche finanziarie, psichiche, di identità, chi più ne ha più ne metta - e, al limite, una consolazione o una scoperta. Di certo, quello del ruolo fondamentale dell'essere padre, che fa il paio con il figlio e la costante considerazione di un binomio imprescindibile, è il leitmotiv di questa pubblicazione. "Considera sempre il figlio, se ti stai separando, e pensa a cosa è, e deve essere, un genitore,": è questo, in estrema sintesi, il consiglio che Quilici rivolge ai padri, ma anche alle madri, e che traspare in ogni pagina del suo libro.
In Italia, ogni anno circa 170mila persone vivono la separazione e circa centomila bambini e ragazzi vedono uno dei genitori – quasi sempre il padre – allontanarsi. Un evento che inevitabilmente si accompagna a una dolorosa sensazione di vuoto, di perdita, di fallimento; una tempesta che si abbatte sugli adulti, ma che non risparmia i bambini, e che altera profondamente il senso di identità sia degli uni che degli altri. 
L’uomo, che in questa particolare circostanza rappresenta la parte debole, è investito da problemi legali, psicologici, affettivi, relazionali, economici e rischia di trovarsi in condizioni disperate. Emozioni fortissime, dubbi, perplessità. E tante domande: come dirò a mio figlio che presto lascerò questa casa? Come scegliere l’avvocato? Potrebbe fare al mio caso la Mediazione Familiare? E’ vero che i figli saranno affidati a lei? E allora l’affido condiviso? Che fare se mia moglie non mi farà vedere i bambini? Che cos’è la PAS? 
A queste e a molte altre domande vuole rispondere – in modo chiaro per i non “addetti i lavori”, ma anche con ricchezza di riferimenti giudiziari e bibliografici per gli “esperti” – il libro di Quilici. Un testo che si rivolge ai padri ma che farebbero bene a leggere anche le madri, separate e no. Non solo perché una separazione (esattamente come un matrimonio…) va affrontata in due, ma perché molte informazioni e spiegazioni – certamente utili ad entrambi come antidoto – possono servire ad una coppia “a rischio” come prevenzione. E sulla prevenzione l’autore insiste molto, ammonendo e ripetendo più volte che la separazione, talora inevitabile e persino auspicabile, costituisce sempre un trauma per i figli; ma aggiungendo che il peso di questo trauma può essere superabile o insostenibile a seconda di come i genitori lo vivono (e lo fanno vivere ai figli). 
Quilici, giornalista professionista, si occupa di paternità da oltre quarant’anni. Laureato in Giurisprudenza con una tesi in Criminologia sulla deprivazione paterna, ha conseguito un Master in Diritto minorile all’Università “La Sapienza” di Roma e si è quindi perfezionato nella Mediazione Familiare. È autore di numerosi saggi fra i quali Il padre ombra (Giardini 1988), che ha ricevuto un Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio, Onora il padre e la madre (Bompiani 2001), Storia della paternità (Fazi 2010). Ha collaborato con la SIPs (Società Italiana di Psicologia). Nel 1988 ha fondato l’I.S.P., Istituto di studi sulla paternità, di cui è presidente.

venerdì 7 dicembre 2012

I numeri e le parole


Non sono mai stato un genio in matematica, i numeri sono una cosa troppo astratta per i miei gusti. Un giorno ho letto, nel Memoriale del convento, questa frase di Saramago: "E Baltasar dice, in tutto ho sentito dire che ne sono arrivati cinquecento, tanti, si meraviglia Blimunda, ma né l’uno né l’altra sanno esattamente quanti siano cinquecento, senza contare che il numero è, tra tutte le cose che esistono al mondo, la meno esatta, si dice cinquecento mattoni, si dice cinquecento uomini, e la differenza che c’è tra mattone e uomo è la differenza che si crede che non ci sia tra cinquecento e cinquecento, chi non l’avrà capito la prima volta non merita che glielo si spieghi la seconda".
Da quando ho riflettuto su questa definizione, ho compreso perché io e la matematica non andiamo d'accordo ovvero ho realizzato che, per essere capita, questa scienza, è necessario riferirne i numeri a qualcosa di concreto. Ad esempio, a cinquecento uomini oppure a cinquecento mattoni. Ma lo scrittore portoghese dice qualcosa di più: il numero cinquecento in questione non è lo stesso se rivolto a uomini o a mattoni e che, in questo senso, i numeri sono la cosa meno esatta del mondo dato che c'è cinquecento e cinquecento.
E ho capito che la matematica è opinabile, al contrario di quanto viene pubblicizzato fin dal primo giorno di scuola. E, ancora, che dare i numeri è una cosa che facciamo quasi sempre e molto più spesso di quanto crediamo. Ossia ogni qual volta che diciamo un numero e non pensiamo, non consideriamo, non soppesiamo, non immaginiamo realisticamente l'oggetto a cui questo si riferisce.
Nel post precedente, Gaza, quinto giorno di bombardamenti, il numero presente nel titolo non si riferisce a dei mattoni, ma ai giorni di bombardamento: è banale dirlo ma è necessario farlo, perché è poco scontato che si pensi a cosa effettivamente sia un bombardamento. E ancora, i quattro bambini morti non sono dei mattoni, ma hanno nomi e cognomi, età, una faccia e un corpo ciascuno e, nella foto, sono rappresentati così come sono: il risultato della guerra che, in una parola, è soltanto morte, nient'altro che questo. Quattro bambini morti: questo numero, quattro, assieme alle parole 'bambini morti', ha una gravità, un peso insostenibile.
La morte: una parola mai tanto vera come quando colpisce un bambino. Il bambino che è vita e vitalità, ed è il futuro, il sogno, la speranza. Come i numeri, anche le parole non sono le stesse se riferite a una cosa o a un'altra. E se un uomo muore di vecchiaia è una cosa accettabile, mentre non è accettabile che un bambino venga ucciso.
I quattro bambini del quinto giorno di bombardamenti a Gaza si sono addormentati troppo presto. Loro che, come ogni altro bambino sulla faccia della terra, non avevano sonno e volevano continuare a giocare.

Ringrazio Rosa Schiano e il suo blog per aver dato un nome, un età e un volto a quelli che di solito sono soltanto numeri.

giovedì 22 novembre 2012

Gaza, quinto giorno di bombardamenti


Gaza, 18/11/2012, quinto giorno di bombardamenti

Ibrahim Al Dalu, 11 mesi
Jamal Al Dalu, 6 anni
Yousif Al Dalu, 5 anni
Sara Al Dalu, 3 anni

Rosa Schiano, Una famiglia sterminata-Operation Pillar of Cloud

http://ilblogdioliva.blogspot.it/

mercoledì 21 novembre 2012

Il buon umore


E' una liberazione, il buon umore. Come quando sei sfinito e trovi un letto. I muscoli si rilassano e cominci a sognare.
Siamo qui, in una piazza dove non ci sono automobili. L'aria che respiriamo è fresca e la porta il vento dal mare. Il sole è caldo, il cielo finalmente limpido dopo la pioggia dei giorni scorsi.
I bambini giocano per conto loro e io mi siedo in un angolo a osservarli. I vestiti che indossano sono un po' grandi e ballano quando corrono sul pavé lucido. 
Ora si fermano. Il più grande fa provare il suo arco di legno ad alcuni bambini appena incontrati: è fatto con un ramo di pino e una corda da pacchi. Le frecce invece sono rametti storti e spuntati. Fanno a gara a chi le lancia più lontano, ma Dodokko ha il vantaggio di conoscere bene la sua attrezzatura. Però, la soddisfazione più grande per lui non è vincere, ma dispensare consigli agli amici, tipo "metti la freccia più al centro" oppure "tienila delicatamente fra le dita".
Il piccolo invece ha iniziato a fare la spola fra me e il bar. Desidera che gli compri una fetta di torta. E' goloso e sa bene quel che vuole. Ne morde pezzi che sono più grandi della sua bocca. Il resto cade in terra o si impasta con la saliva. Gli si appiccica al mento formando cristalli giallognoli. Così fa la resina quando cola sulla corteccia degli alberi: ferma il tempo trattenendo tutto ciò che incontra.
Hanno ricominciato a correre, adesso. Dio, come sono cresciuti i miei bambini. 
Sembra soltanto ieri che neanche camminavano. Ancora un giorno come questo e chissà dove saranno.

martedì 13 novembre 2012

Come quando guarda le nuvole


E' andata come la racconto. 
Ha visto il cane e subito lo ha scelto. Ha iniziato a portarselo ovunque. 
Ci inciampa sopra, se cammina tenendolo in braccio. Infatti, è molto più grande di lui. 
Non piange da quando vanno insieme al nido. E i compagni gli vanno incontro. Vogliono giocare insieme. 
Gli da un boccone di riso o di carne o di insalata, prima di mangiare lui stesso. Ed è come se assaporasse il cibo per davvero, il cane.
Poi si addormentano l'uno accanto all'altro e quando si svegliano, nel cuore della notte, bevono il latte dal biberon. 
Sembra tutto un sogno, ma non lo è. 
Poco importa che il cane sia di peluche. Anche un pupazzo può essere vero. Il mondo non è dritto ma nemmeno tondo.
Né più e né meno, è come quando guarda le nuvole mentre camminiamo. E pensa che ci stanno seguendo.

venerdì 2 novembre 2012

E se qualche volta evitassimo il male invece di perseguire il cosiddetto bene?


Ho sempre creduto che alla base di tutto ci debba essere una sensibilità. Se non la cultura – intesa, alla tedesca, come formazione e storia o, perlomeno, come memoria – dovrebbe esserci come minimo una coscienza. Un io che interpreti, di volta in volta, la realtà, e che si relazioni con essa. Un soggetto che pensi e non un mero esecutore cieco di un compito o di un dovere. Mi riferisco agli agenti che a Padova hanno trascinato per la strada un bambino urlante. Ma penso anche a tanti altri casi del genere, più o meno conflittuali ma dove, sempre, non si prende in considerazione il bene più importante, quello dei minori. 
A volte si è ciechi quando si indossa una divisa (non solo militare), ma spesso un'uniforme – come dice la parola stessa – prende le sembianze più di una livrea mentale che di un semplice abito: non ci sono più io, lì dentro, ma soltanto un credo conformista e incontestabile esiste. Il ruolo, il mandato e la gerarchia sono gli unici valori che contano. E' da qui che nascono i dualismi delineati che conosciamo bene: dirigenti e sottoposti, controllori e controllati, questo sì e quello no, il mio ruolo e il tuo. La libertà nella nostra epoca esiste, sì, ma si trova all'interno di una sfera i cui confini sono tracciati e ben visibili, guai a chi non li rispetta. 
E le conseguenze di tale impostazione sono sotto gli occhi di tutti. Non solo a Padova, ma, senza andare troppo lontano, anche a Mestre. Dove una bambina, figlia di genitori separati e affidata a loro (soltanto sulla carta) in modo 'condiviso', alla vista del papà, che era andato a scuola per incontrarla all'uscita e parlarle, si è rifugiata nell'edificio, mentre l'insegnante chiamava la polizia che interveniva con ben tre pattuglie, contro questo 'padre-nemico pubblico numero uno', per-riportare-la-situazione-alla-normalità - è questa di solito la loro giustificazione. 
Ancora una volta i ruoli e gli attori che vi si rispecchiano – il metodo è evidentemente lo Stanislavskij – più che interpretarli: l'insegnante e la polizia, in primis, ma anche la figlia e il padre. Questi ultimi personaggi che sembrano, a dire il vero, far saltare gli schemi: ma dove si è vista mai una bambina che scappa alla vista del genitore? E dove invece un papà, costretto, da una preesistente 'situazione di normalità' che improvvisamente non condivide più, a inseguire sua figlia? 
Ma non è proprio questo il bello della diretta, quel che sembra un autentico paradosso ma che invece è parte intrinseca della realtà più trita? E quante realtà come questa esistono e quante ancora, di identiche, ce ne sarebbero se al loro posto non ci fossero altrettante situazioni il cui scopo è soltanto quello 'funzionale' di evitare che nascano? Sono tantissimi i matrimoni che saltano, ma sono tanti anche quelli che 'stanno in piedi', anche se barcollano ogni giorno. 
Ci sono genitori che non si lasciano e che vivono una vita da schiavi in una realtà domestica da cui vorrebbero fuggire. “Per 'amore' dei figli, per il 'loro bene'” - così si giustificano, ma non so veramente se sono capace di fidarmi delle loro parole. Quello a cui credo, in questi casi, è ciò di cui ho accennato all'inizio e cioè che, dietro ad alcune scelte, c'è anzitutto una sensibilità e una cultura, spesso una storia che non si vuole replicare, un futuro certo e già noto da evitare. In casi come questi, soltanto successivamente si sviluppano certi ruoli: ma le uniformi sono strette e le parti sono imparate a stento. E se non è un bene quello da salvaguardare, di certo è presente un male (maggiore?) da evitare. 
A volte va così e si vive un'esistenza che è una seconda scelta, piuttosto che affrontare la realtà, con tutte le conseguenze che essa comporta, per sé come per i figli. Ma vorrei che qualche volta succedesse anche che chi indossa un abito si spogliasse del suo ruolo, quando il caso dovesse richiederlo. E che tornassimo a essere uomini anziché soldati, e quindi più umani e sensibili. Che guardassimo di più al male da evitare piuttosto che al bene – se davvero di bene si tratta – da perseguire.

venerdì 12 ottobre 2012

"I bambini non si portano via, ma vanno ascoltati"


Tante parole superflue, sia nelle accuse che nelle giustificazioni. 
Troppa violenza gratuita, anche dopo il fatto e - immagino - pure prima. 
Nessun rispetto, nessuna pietà, nessuna mano sulla coscienza.
Ripeterò soltanto questo: "I bambini non si portano via. I bambini vanno ascoltati".

lunedì 8 ottobre 2012

Il piccolo Zorro


Domenica ho avuto l'onore di fotografare Zorro bambino: sulle spalle ha un mantello fatto con un avanzo di tenda rossa, un foulard nero con due buchi per gli occhi è la sua maschera, il cappello è di paglia rosa e lo ha preso in prestito da sua madre, mentre ciò che resta della spada, dopo mille duelli, è soltanto l'impugnatura, il paracolpi e un moncone di lama di plastica rattoppato con lo scotch da pacchi.
Il piccolo Zorro non ha ancora il cavallo, c'è bisogno che lo scriva? Tutta la sua dotazione di spadaccino mascherato è fatta di oggetti trovati in casa...e anche questo si era capito. 
Ma voi avete visto, oltre la maschera, la felicità degli occhi che guardano verso la spada, più in alto delle fronde dei pini? 
Giocare è sognare e per me non esistono altri eroi che questi sognatori impavidi, capaci di avventurarsi in California nel bel mezzo di una passeggiata sotto casa, per combattere contro gli arroganti e difendere gli oppressi. E vincere, naturalmente.

venerdì 5 ottobre 2012

Il ritorno


Ancora sulla felicità, sono su questa scia di riflessioni in questi giorni.
Credo che questa non sia altro che il ritorno presso qualcosa che abbiamo conosciuto una volta e che abbiamo creduto bello o che oggi ricordiamo come tale. È chiaro, per essere felici non cerchiamo necessariamente di tornare negli stessi posti che abbiamo visto da bambini o di assaporare gli identici gusti di un tempo. Tutto è cambiato, lo sapevamo già, e forse quei luoghi non esistono più. Ma per quanto ce ne siamo allontanati, l'infanzia resta un paradigma, un punto di riferimento costante per tutta la vita.
'Autenticità', è questa la parola che mi viene in mente quando penso al desiderio di voler tornare alle cose che da piccoli ci hanno resi felici. Tuttavia, quanto è poco credibile, da adulti, questa parola: da bambini - potremmo obiettare - era più o meno tutto ovattato, che ne sanno i ragazzini di ciò che è autentico? La realtà, e lo scontro con essa, è quella che viviamo noi, non la loro, e questa è l'unica cosa autentica, non il miraggio di un paradiso perduto.
Ecco perché è tanto difficile raggiungere la felicità cercando di far ritorno al mondo dell'infanzia: quel posto non è mai esistito veramente e ce lo siamo costruito giorno dopo giorno mentre diventavamo adulti, man mano che gli anni sono passati. La vita è diventata sempre più dura oppure siamo noi che abbiamo acquisito una coscienza che prima non avevamo e oggi abbiamo capito, finalmente, ciò che davvero conta...che indugiare presso i giochi non aveva senso e che la fantasia non ha nulla di costruttivo.
Eppure, è proprio lì che i bambini si sentono a casa, molto più che fra le mura domestiche. Negli scenari fantastici dei loro giochi si sentono felici. E poi, col tempo, dopo la perdita dei loro mondi immaginari, finiscono per confondere fantasia e realtà e ricordano come qualcosa di reale quel che avevano solamente immaginato. Non c'è differenza, in questo, fra l'adulto che adesso crede in un passato realmente accaduto, e il bambino che, mentre gioca, pensa che la realtà che ha appena inventato sia vera.
Non è altro che questo la felicità: un frutto della fantasia, il ritorno a un passato immaginario nel quale crediamo ancora, oggi come allora, e che, per un po' di tempo, ci ha fatto stare bene.

lunedì 1 ottobre 2012

La felicità


Una di quelle domande a cui, su due piedi, non si sa come rispondere: "Papà, che cos'è la felicità?". L'argomento è talmente soggettivo, uno può essere felice per qualcosa che magari non interessa affatto a un altro o che quest'ultimo addirittura disprezza.
E allora, che raccontare a un figlio, che per me la felicità è l'occasione di un sorriso, tanto inaspettato quanto improvviso, che può capitare un giorno qualsiasi nel bel mezzo del trambusto assurdo dell'esistenza?
Oppure, che la felicità è quando si accorcia la distanza, quasi sempre insormontabile, fra il dove sono e i tanti dove vorrei essere?
Dirgli, per esempio, che non mi basta il tempo che ho per fare ciò che vorrei? Che la vita assieme è soltanto lo scarto, solamente questo, di ciò che ci resta al termine della giornata?
Parlargli della mia infelicità, un sentimento in definitiva non più grande, né avvertito con più forza, di quello di ogni altro essere vivente, ma che rimane pur sempre il solo e unico termine di paragone con questa idea o sogno che è la felicità? Come proporgli un contesto così tremendo - l'infelicità - per un argomento che dovrebbe essere, al contrario, il più bello fra tutti?
C'è una particolare solitudine che accompagna noi tutti e non è banalmente quella di non avere amici o fratelli o animali con cui parlare o con cui passare il tempo. Siamo fin troppo circondati da voci e i giorni li riempiamo sempre, in un modo o nell'altro. Non viviamo dimenticati nel silenzio, ma persi in un frastuono assordante. 
La solitudine a cui mi riferisco, invece, è un dialogo mancante con noi stessi o con chi ci è maggiormente vicino. 
Parole che per esistere dovrebbero fare a meno della voce e delle orecchie e del vento, questo vorrei. 
Dovrebbe bastare uno sguardo per capirsi ed essere felici e, anche se a volte ciò succede, non è quasi mai così.
Viviamo in maniera distratta, so che è inevitabile, e quel che facciamo non è nostro, ma appartiene al giorno che volge al termine, che finisce proprio quando siamo troppo stanchi, perfino per parlarci o per pensare o ricordare.
Ma come dire tutte queste cose a un bambino di cinque anni?
Come fargli capire qualcosa di cui non vorrei avesse mai perfino l'occasione di accorgersi?

giovedì 27 settembre 2012

La mela rubata


A volte ho l'impressione di non andare troppo lontano. Di viaggiare e, allo stesso tempo, di restare ai nastri di partenza. Vi sono cose che si ripetono, a distanza di generazioni. I figli che rifanno le cose già fatte dai genitori e questi ultimi che hanno già riprodotto una realtà che li aveva preceduti. E' tutto un girare intorno, mi pare, e credo sia inutile farsi illusioni di progressi storici o, almeno, generazionali. Anche se indubbiamente esistono delle variabili e i contesti mutano, quel che conta è l'imprinting, e questo è innato o quasi, ed è come gli occhi della madre che per la prima volta incontrano quelli del figlio appena nato e vi si piantano dentro, mettendo delle radici che subito scavano e vanno a terminare chissà dove, nella terra come nell'anima.
Assieme a certe doti, ci hanno trasmesso - e a nostra volta regaliamo generosamente - il ripetersi degli errori e, anche quando ce ne accorgiamo e saremmo in tempo per metterci in salvo, non sappiamo evitare gli incidenti. Oppure, per non sbagliare - ma anche così non ci salviamo -, restiamo inerti, vivendo una vita che non è la nostra, una realtà ideale e frustrante, il pensiero sempre altrove, nell'abbozzo della possibilità dove esisterebbe, sì, il perpetrarsi dell'errore, ma almeno sarebbe tutto più onesto e vero, e naturale, soprattutto.
Frenare il corso del fiume perché amiamo l'acqua dolce e non ci piace il sapore salmastro che questa avrebbe una volta sfociata in mare: tutto ciò è disonesto e contro natura, come qualsiasi azione umana volta a soddisfare un'esigenza personale e che, per farlo, introduce di continuo nuovi circoli viziosi ai danni del prossimo.
Penso sia questo il peccato originale, la mela rubata di cui ci tramandiamo la colpa. 
Sbagliare oppure evitare di farlo non ci assolve, perché o siamo colpevoli verso la generazione che ci seguirà o lo siamo verso noi stessi.

venerdì 14 settembre 2012

Il racconto del mare


Qualche settimana fa è volato sulle stelle Neil Armstrong, il primo uomo ad aver messo piede sulla luna, l'astronauta del celebre commento: "Un piccolo passo per un uomo, ma un balzo da gigante per l'umanità". C'è chi ha messo in discussione, con prove 'schiaccianti', l'allunaggio del 1969 e chi invece non ha mai dubitato che l'Aquila della missione Apollo 11 abbia effettivamente posato gli artigli sulla base della Tranquillità.
Tutto ciò mi importa ben poco, perché, se è indubbio che calpestare il suolo lunare, se ciò è veramente accaduto 43 anni fa, sia stata un'impresa senza precedenti, penso che di cose straordinarie, di piccoli, grandi passi se ne compiano tutti i giorni e, senza spingersi troppo lontano, anche sulla terra, dove la vita è sufficientemente complicata e non è per niente paragonabile a una linea retta oppure circolare - come pensano i tanti che credono che tutto sia programmabile e dunque immediatamente attuabile, la realtà il riflesso perfetto di un'idea -, ma a un tracciato altalenante, frammentato, fatto di picchi alti e bassi, come un elettroencefalogramma irregolare, delimitato ai due estremi da un inizio e da una fine, a volte neanche da questi due punti, ché spesso non ci si accorge del momento esatto in cui le cose incominciano, né quello che sembra a tutti gli effetti un destino non finisce per riservare, a volte, strascici ulteriori.
Semplicemente, un'impresa è riuscire a fare ciò che poco prima non si sapeva o si pensava di non poter fare. In questa folle estate appena trascorsa (a dire il vero, a esser finite sono le vacanze, non la stagione, che nel calendario scade il 21 settembre, e né tanto meno la pazzia, che è ancora qui attorno e colpisce coloro che hanno una maniera propria e non conformistica di ragionare), Dodokko ha imparato a nuotare e quella che segue è la cronaca di come ciò è accaduto, la storia di una conquista straordinaria, indiscutibile al contrario di quella del nostro satellite. Ed è inoltre la piccola confessione del mio amore per l'acqua, come elemento capace di unire corpo e spirito, di un genitore e un figlio, in questo caso.

Il bambino e suo padre sono andati a fare il bagno a largo. Hanno preso il canotto, che è quasi un gommone, e hanno remato fino al punto dove volevano nuotare, "dove il mare è verde acqua", aveva detto di voler andare il figlio. Hanno gettato l'ancora e si sono tuffati, tutti e due con la maschera e le pinne, il piccolo anche con i braccioli. Hanno nuotato un poco attorno al canotto, poi il papà si è immerso per guardare meglio il fondale.
"Voglio andare anche io sott'acqua", ha detto il bambino, appena il padre è risalito in superficie. E questi ha risposto: "Con i braccioli non ci riuscirai, perché non li togli?".
"Va bene", ha accettato la proposta, senza esitare, il figlio. Il papà lo ha aiutato a sfilare dalle braccia i galleggianti, sorreggendolo per la vita. Poi ha invitato il piccolo a nuotare: "Io ti terrò a galla mantenendoti per la pancia, non hai di che preoccuparti, e poi hai le pinne che ti sostengono come se avessi dei braccioli ai piedi".
Il bambino si è fidato delle parole dell'adulto e si è affidato a lui nel viaggio verso la riva. A un certo momento si è fermato e ha chiesto al padre: "Ma tu non mi stai tenendo?". E il genitore ha risposto, dicendogli la verità: "Lo sto facendo, invece, ma molto leggermente. Quasi quasi non ci sarebbe bisogno che ti aiuti, te la cavi benissimo senza di me". E gli ha domandato: "Vuoi provare a nuotare da solo?". Il bambino ha risposto di sì: "Voglio provare senza il tuo aiuto", ha detto il figlio, ancora una volta fidandosi e affidandosi al padre.
Il bambino ha nuotato fino a riva, con il papà al suo fianco, sono arrivati dove si tocca, in tutto avranno fatto una cinquantina di metri, e poi il papà gli ha ricordato che "ora dobbiamo tornare a riprendere il canotto, non possiamo lasciarlo lì". E così hanno nuotato per altri cinquanta metri fino a raggiungere questa specie di gommone senza motore.
Sono risaliti a bordo felici, sorridenti, tremante per il freddo il piccolo, e subito si sono raccontati le gesta appena compiute, l'impresa che vale di più di un viaggio sulla luna, l'uno correggendo l'altro durante la ricostruzione dell'avvenimento. Aggiungendo, inconsapevoli, dettagli e particolari ad una storia dell'umanità capitata miliardi di volte ma che ogni volta è nuova, unica e irripetibile.

Un bagno in mare permette di capirlo: la programmazione, come affermavo all'inizio, lascia il tempo che trova, perché esiste soltanto una casualità nella quale ci inseriamo e in cui facciamo, perché no, pure la nostra parte: diamo un contributo - diciamo così - allo svolgersi dei fatti, ci limitiamo a correggere una traiettoria oppure - tanto la sostanza non cambia - è il destino che corregge la nostra. Vivere è partecipare, insomma, e di più non siamo in grado di fare.
Si impara a nuotare quasi per caso, forse è sempre stato così da che mondo è mondo. Non è altro che il racconto dell'acqua la storia dell'uomo: un corpo che galleggia nell'abbraccio del mare e che può prendere qualunque direzione desideri, un poco lui stesso e un poco la corrente, perché non tutto dipende veramente da noi, l'inizio come la fine. 

martedì 21 agosto 2012

Fermati un momento


Un momento non è uno qualsiasi degli istanti che, tutti quanti, in successione, prima uno poi l'altro, compongono il nostro tempo, ogni ora e ogni anno della nostra vita. Il momento è invece questo: prendere una direzione e poi fermarsi, improvvisamente, senza una spiegazione plausibile o, almeno, apparente. Fermarsi e tornare indietro, andare esattamente dall'altra parte, addirittura, di punto in bianco. Il momento è quando l'orologio si rompe e le lancette restano inchiodate su un quadrante bianco alle 10 e 29, fisse a quell'ora per un tempo indefinibile quanto l'eternità. Il momento è fissità, per noi mortali, e non movimento. E dato che siamo umani, non possiamo evitare di chiederci, pur sapendo in partenza di non avere risposte, cosa passerà per la testa a chi cambia idea tanto repentinamente, perché lo fa, che cosa ha visto.
E' perfettamente inutile farsi questo genere di domande. Il bambino ha preso la strada in discesa ma poi, senza preavviso, è tornato sui suoi passi, ha ripercorso la stessa via di prima e che ora è una salita, se prima il mare era alla sua destra adesso lo accompagna per la mano sinistra, ha oltrepassato il punto da cui era partito, la soglia di casa, ed è andato a sedersi sui gradini di una scala di un'abitazione vicina.
Siamo su un'isola e il mare è proprio di fronte agli occhi e così, dalla sua posizione leggermente sopraelevata, il piccolo si mette a guardare, non a contemplare, questa distesa azzurra che non è né infinita e né minimamente poetica, ma è semplicemente acqua salata delimitata ai lati dalla terra e, in fondo, laggiù, dal cielo.
Guarda il mare a lungo, senza dire niente, il bambino. Se fosse più grande e se, soprattutto, io fumassi, gli offrirei una sigaretta: assomiglia a un uomo d'altri tempi questa piccola creatura che non ha ancora due anni. Sembra appartenere a un tempo che non è il passato, ma una dimensione che nemmeno lui conosce e che adesso forse intravede, proprio nell'azzurro davanti a sé con cui si è riempito gli occhi.
E' un orologio fermo senza spiegazione in una mattina di luglio, il mio bambino. E la mia occasione, colta al volo, per starlo a guardare ed essere felice.

lunedì 20 agosto 2012

Tre discorsi sul bene


Adesso che la nonna non c'è più, voglio parlare di tre pensieri che mi sono venuti in mente durante la sua malattia. Il primo riguarda il ricordo, il secondo la morte, l'ultimo la continuità. Si tratta di tre argomenti diversi, ma ciascuno di essi è riconducibile a un'idea di bene.
Quando se ne vanno, le persone che ci hanno voluto bene e alle quali ne abbiamo voluto ci lasciano in regalo un buon ricordo. Credo che sia soltanto questo ciò che ci resta degli altri: accettiamo di prolungare dentro di noi la loro vita, seppure per un momento minimo, breve quanto la durata della nostra. Penso che l'eternità non sia altra cosa, diversa dalla memoria, purtroppo, a meno di non immaginare le persone in termini meramente 'chimici', alla Lavoisier. Anche se non credo che il filosofo francese, quando si è trovato con la testa sulla ghigliottina, abbia trovato conforto nella sua teoria dell'indistruttibilità della materia.
Il secondo pensiero è una critica alla classica frase che si dice quando si è in presenza di una persona ammalata e senza speranza: "Sarebbe stato meglio un infarto, una morte improvvisa che non avesse arrecato troppi dolori, piuttosto che questa tortura". Personalmente, non vorrei essere strappato via dalla vita mentre magari me la sto godendo o, ancora, nel pieno delle forze e, ovviamente, non vorrei neanche soffrire a causa di una lunga malattia. Se potessi scegliere, vorrei continuare a vivere bene e, invece, morire al più presto, se dovessi contrarre una malattia incurabile. La mia conclusione è che la morte è un bene, ed è una soluzione in cui sperare, se arriva quando quella che stiamo vivendo assomiglia a tutto tranne che alla vita. Se ci toglie il dolore, quando questo è l'unica cosa che ci è rimasta, allora più che a un evento negativo la morte assomiglia a un regalo benefico, da accogliere con gioia, addirittura.
Il terzo e ultimo discorso parla della continuità e del futuro, dei figli in definitiva. È a loro che ho pensato ogni volta che ho immaginato la loro nonna sofferente. In quelle frequenti occasioni, un'angoscia senza spiegazione immediata mi ha assalito, forse perché non sapevo come avrei raccontato a Dodokko la scomparsa di una persona cara o forse perché, inconsciamente, in certi momenti è inevitabile pensare che il male possa colpire chiunque. Ancora paura della perdita dunque, l'ennesima, la più pesante, e che riguarda il presente assieme al futuro: il bene più grande, forse, non è altro che questo, anche se intravedo un che di enormemente egoistico in questo modo di ragionare.
Ma per ora i figli continuano a esserci, sono qui, adesso, e ci saranno anche domani. Sono loro la continuità e anche questo è un bene, almeno per il momento.       

venerdì 13 luglio 2012

Nonno ti ama


"Nonno ti ama", ha detto Dodokko alla nonna.
"Mi chiama?", gli ha chiesto lei.
"No, ti ama. Ti ama", ha ripetuto il bambino. "Non vedi come ti abbraccia e come ti aiuta a camminare?".
Parole e frasi dimenticate e che, dopo tanto tempo, forse non ha più senso dire. Quando esistono, sono le azioni a sostituire la voce. E se all'improvviso quella voce, a distanza di anni, si sente di nuovo, quasi si stenta a credere alle proprie orecchie.
Tutto ciò che un bambino dice ha il sapore della novità e non è affatto vero che è superfluo parlare di cose che sono evidenti. Ciò che è ripetitivo, infatti, non si nota più, è come l'acqua ogni volta diversa che lo stesso fiume da sempre trasporta, finché non arriva una mano a raccoglierne per berla, a prelevarne una frazione e ad interromperne per un impercettibile istante il flusso, allora sì che sappiamo che è fresca e ci accorgiamo che è materia viva.
Dare il nome alle cose non è inutile perché farlo coincide col passare dall'indistinto al particolare, significa prendere coscienza, svegliarsi dal sonno: è la goccia di sangue che esce dalla pelle quando ci feriamo a farci pensare che siamo muniti di un sistema circolatorio, senza un incidente minimo come questo non avrebbe senso considerare come si nutrono le nostre cellule.
Che mistero è la vita di ciascuno di noi, e quanto è strano il dimenticarcene così come il riprenderne coscienza, grazie a un pretesto banale.
Ebbene - questo lo dico io -, è vero che il nonno ama la nonna, si prende cura di lei con una dedizione che non ho mai visto in altri. I suoi occhi, in questi giorni interminabili, non hanno altri occhi che per lei.
Gli occhi di lei, invece, "i suoi begli occhi azzurri" - così li ha definiti Dodokko - ora che ha saputo di essere amata, sono più accesi di prima e sembra che sorridano, ogni tanto.

lunedì 9 luglio 2012

Patrimonio


Immaginiamo uno straniero che volesse imparare l'italiano e che si imbattesse in queste parole: 'patrimonio' e 'matrimonio'. Volendo risalire all'etimologia dei due termini, per prima cosa ne noterebbe non solo l'assonanza, ma che la loro parte finale è addirittura identica. Successivamente - questo straniero è davvero pignolo - ne prenderebbe in esame gli elementi iniziali, 'patri-' e matri-', quelli grazie ai quali le due parole si distinguono fra loro, diventano differenti, divergono.
Divergono, appunto, ma fino a dove? Nel caso di 'patrimonio' e di 'matrimonio', il divergere dei significati non si limita alla differenza constatabile, ad esempio, in parole affini come padre e madre o al genere, come accadrebbe se parlassimo di destra e di sinistra o di maschio e di femmina. La distinzione va molto oltre, invece, fino a spingersi a riferimenti che con i significati originari non hanno più niente a che vedere, tanto che oggi con 'patrimonio' non si pensa più al 'compito del padre', né per 'matrimonio' si intende quello della madre.
Sappiamo tutti cos'è il patrimonio e cosa è il matrimonio. E siamo a conoscenza anche del fatto che i due termini non solo non sono complementari, come 'uomo' e 'donna', ma si riferiscono anche ad argomenti distanti fra loro, estranei addirittura. 
Sono giunto a fare queste riflessioni qualche anno fa, quando lessi Patrimonio di Philip Roth, il racconto vero degli ultimi giorni di vita del padre dello scrittore americano. In questo libro l'autore parla di patrimonio nel senso di eredità, ciò che ci lasciano o ci trasmettono i genitori. Nel suo caso, il padre non gli aveva lasciato né soldi, né i tefillin, né la tazza da barba, ma soltanto merda da pulire, la cacca con la quale il vecchio uomo malato si è sporcato e con cui ha imbrattato tutto ciò che aveva intorno, figlio incluso. L'eredità di Roth, il suo patrimonio, coincide con il prendersi cura del genitore, nel lavarlo come un figlio, nell'evitargli, pulendo il bagno mentre il padre dorme, una mortificazione maggiore di quella che ha appena vissuto, non riuscendo a trattenersi, di fronte al figlio. Il quale diventa perfino una madre - come lo definisce il genitore, ossia la massima espressione dell'amore che, secondo uno schema che probabilmente risale alla stessa distinzione terminologica di 'patrimonio' e 'matrimonio', si esprime nel compito di prendersi cura - e non semplicemente e soltanto un padre generoso, come lo scrittore si sarebbe aspettato di sentirsi chiamare.
Ma non solo questo: l'eredità ricevuta da Roth è esattamente quella dell'aver appreso 'il compito del padre' ovvero, nel suo caso, una responsabilità nei confronti del suo stesso genitore che, malato, cura come un figlio.
Ora, perché parlo nuovamente di questo libro a due anni di distanza dalla sua lettura? Il motivo è che in questi giorni si è palesato concretamente ciò che da sempre ha rappresentato, nel bene e nel male, il mio modo di vivere volto a rispettare, con un senso di responsabilità a volte più grande di me stesso, gli impegni presi, alcune decisioni irrevocabili e certe relazioni. Senza voler andare troppo oltre con le spiegazioni, anche per non urtare la sensibilità altrui, si è manifestata, come una prova lampante dei fatti, una maniera di concepire la vita e di relazionarmi al patrimonio che va oltre gli schemi semplicistici, e tuttavia sempre in voga, e che di solito guardano all'eredità con occhi meramente materialistici. Si è palesato, si è manifestato - ho appena detto - questo mio modo di pormi di fronte alle cose, ma - ha voluto ancora una volta un appannamento della vista o una certa presbiopia - anche ai più intimi è sfuggito ciò che si trovava soltanto a un ventina di centimetri dal loro sguardo, ma che rappresenta una distanza addirittura incolmabile per chi è incapace di guardare a un palmo oltre il proprio naso.
Il patrimonio che mi ha lasciato mio padre è affine a quello ereditato da Roth e non è né una, né mezza casa, ma il dovere di prendermene cura: curare cose e uomini, come un medico di altri tempi, in cui era la vocazione la qualità fondamentale per fare certe professioni. Con tutte le fatiche e le rinunce che ciò comporta, fra l'incomprensione degli altri, siano essi coloro che ti attaccano o, paradossalmente, quelli che cerci di proteggere.
Un mio conoscente, al quale ho raccontato i dettagli, che qui mancano, di tutta questa storia, mi ha detto che ho saputo guardare lontano, al futuro dei figli.
Gli ho risposto che non ho saputo vedere vicino. E che la mia decisione ha avuto l'effetto di saltare una generazione. La mia. 

martedì 19 giugno 2012

La cipetta Penelope


Questo è ancora una volta un post sulla libertà e sulla felicità, ma per arrivare a parlare di questi due argomenti occorre fare, di nuovo, una lunga premessa animalista.

Mercoledì 6 giugno, a casa, dopo cena. 
"Allora, cosa hai visto alla gita?".
"Il gufo reale, il barbagianni, i cervi e la cipetta". 
"La cipetta? Che cos'è la cipetta?". 
"Come, non sai che cos'è la cipetta delle nevi? Non conosci la cipetta Penelope?".
"No, non la conosco, non conosco nessuno con questo nome, anzi conosco una persona, la moglie di Ulisse, che aveva questo nome. Ma di cipette nemmeno una, né con questo né con altri nomi. Com'è fatta questa cipetta?". 
"Ha le ali, quindi è un uccello, è grande quanto un gufo ed è bianca". 
"Ma allora tu parli della ci-ve-tta, la civetta delle nevi". 
"Sì, la civetta delle nevi Penelope". 
"Ed è lei l'animale che ti è piaciuto più di tutti". 
"Sì".

Giovedì 7 giugno, in ufficio. Leggo nel sito di notizie: Gipeti, grifoni, capovaccai: allarme per specie di uccelli a rischio di estinzione in Italia... il gipeto: dev'essere lui l'uccello che Dodokko ha chiamato cipetta. Non era una civetta, ma una specie di avvoltoio di grandi dimensioni che un tempo popolava - leggo ancora - il territorio della Sardegna. 
La sera descrivo l'animale a mio figlio, ammettendone l'esistenza e che sì, mi ero sbagliato, non si trattava di una civetta. Ma mio figlio non mi pare convinto dalla mia descrizione, seppure felice per aver avuto ragione. 

Sabato mattina saremmo dovuti andare nel Parco Nazionale d'Abruzzo per cercare di incontrare l'orso, ma il tempo era brutto e così abbiamo cambiato programma, optando, per il giorno dopo, per una visita a questa fantomatica cipetta.

Domenica partiamo dunque alla volta del Parco della Selvotta, a Formello.
Il posto è un piacere di ombra, in questo periodo di caldo è quel che si cerca. Alberi d'alto fusto sono sparsi ovunque, il bosco è fatto così, anche se è tagliato su misura dall'uomo, lo dimostra la geometria delle piante, un'armonia razionale e non una naturale. È un rettangolo verde e marrone, più scuro o meno a seconda di quanta luce vi filtra attraverso le fronde e ciò dipende sia dalla stagione che dall'ora e dalla conseguente densità di foglie sulle chiome e dall'inclinazione della luce. Su un lato del rettangolo ci sono le gabbie dei rapaci, al centro invece, tutt'intorno come fosse una piazza in terra battuta, un cerchio di quattro file di sedie: servono per i visitatori che vogliono assistere agli spettacoli con gli uccelli. Siamo anche noi attorno a questo circo, in quarta fila, al nostro arrivo infatti c'è già il pienone, di famiglie con bambini soprattutto, telefonini con fotocamera e macchine fotografiche in alto, a immortalare questi fenomeni volanti. 
Al centro della piazza una signora col microfono e una gonna ampia dice che adesso apriranno le gabbie e che usciranno i rapaci, pronta a farli atterrare sul guanto di cuoio che le riveste tutto l'avambraccio sinistro. Una serie di spiegazioni ornitologiche, sembra quasi una difesa non richiesta, un mettere le mani avanti: il gufo, la civetta & co., a differenza di quanto si creda, non stanno svegli di notte mentre di giorno dormono. No, pure durante le ore diurne sono spesso svegli, anche se a volte riposano dato che cacciano prevalentemente dopo il tramonto, è questa la ragione per la quale quando è buio stanno con gli occhi aperti. Inoltre, questi uccelli in natura vivono in media cinque anni, mentre grazie a noi riescono a raggiungere l'età di quindici anni, dunque hanno una durata della vita tre volte più lunga del normale, infatti qui sono nutriti tutti i giorni, mentre se fossero allo stato brado mangerebbero quando capita, a volte saltando i pasti per giorni. Dunque, qui hanno cibo regolarmente, sono accuditi, ricevono cure mediche se necessarie, sono protetti dal freddo, che è la prima causa di morte fra questi rapaci...

Ok, basta, mi fermo qui, non parlo d'altro e arrivo al dunque ponendo solamente una domanda, la solita domanda, la stessa fatta nel post precedente: è felice chi vive a lungo ma non è libero? 

Un'ultimissima nota: non c'erano gipeti fra gli uccelli presenti alla Selvotta e la cipetta Penelope di cui parlava Dodokko era dunque una civetta. Ma questo non l'ho detto a mio figlio, a fine giornata mi è sembrato non avesse più molta importanza fare questa precisazione.

giovedì 7 giugno 2012

Papà, perché moriamo?


Siamo stati allo zoo, domenica scorsa. Il posto dove ci sono gli animali nei recinti, quello che qualche tempo fa veniva chiamato, con un eufemismo, giardino zoologico e che ora, invece, ha preso il nome di Bioparco - fa più tendenza ultimamente, come tutti termini che iniziano con il prefisso 'bio' e che lasciano pensare a cose buone e giuste.
'Bio' come vita. Tuttavia, anche se sono recinti, sempre di gabbie si tratta, perché oltre quelli non si passa e non è possibile tornare nella savana o nella foresta amazzonica. E se gli animali qui si sono pure ambientati, è la vita strettamente biologica a essere costantemente disadattata, così come lo sono la sua dignità e il suo rispetto. Dirlo è la scoperta dell'acqua calda: è la libertà che manca, ma se volessimo in ogni caso scorgerne un'ombra, se proprio ci tenessimo a farlo, approderemmo facilmente alla banale conclusione che si tratta di libertà fortemente condizionata, di una concessione minima data da altri e non dal soggetto-animale a se stesso. Ti faccio vivere così e ti do più spazio che in passato, questo il ragionamento alla base dei nuovi zoo e così si ragiona spesso in altri casi, in altri tipi di giardini zoologici per umani. Ma la libertà non è una concessione, dovrebbe essere innata invece, oppure, al limite, essere una conquista.
Perché questa lunga introduzione animalista e sulla libertà in un blog che di solito parla d'altro? Perché, al termine della visita allo zoo, Dodokko mi ha fatto delle domande cruciali alle quali non so se ho fatto bene a rispondere e, soprattutto, se ho saputo farlo. Sono queste: "Perché moriamo?", "Morirai anche tu?" e "Morirò anch'io?". Ancora: "Quando siamo felici?" e "Quando siamo liberi?".
Il Bioparco di Roma si trova a Villa Borghese, subito sopra una conca di prato e di platani centenari che viene chiamata 'Valle dei cani', una zona franca del giardino dove, grazie a una lunga consuetudine, è possibile lasciare i cani liberi di correre e di giocare. Ed è su questa valle che, all'uscita dallo zoo, ci siamo affacciati per un attimo a conversare.
"E' qui che portavo Skipper e Minnie", racconto a mio figlio. 
"E adesso dove sono i tuoi cani?", mi chiede. 
"Sono morti", gli confesso per la prima volta. 
"Perché sono morti?". 
"Tutti moriamo". 
"Anche tu?". 
"Anche io, ma solo quando sarò molto vecchio". 
"E adesso sei vecchio?". 
"Non ancora".  
"E anche io morirò?". 
"Sì, anche tu, ma fra tanto, tantissimo tempo". 
"Io non voglio che tu muoia e non voglio morire nemmeno io". 
"Non è possibile non morire". 
"Perché?".
"Perché fa parte della vita e la vita ha bisogno di rinnovarsi".
"Perché moriamo?". 
"Hai visto gli alberi, quando le foglie diventano gialle e poi cadono e i rami sono spogli? Poi, a primavera, nascono delle nuove foglioline, più verdi e belle di quelle che c'erano prima. Noi assomigliamo un poco agli alberi: le nuove foglie sono i figli, quelle vecchie i genitori. Tu sei ancora una fogliolina e, quando diventerai grande e avrai dei figli, saranno loro le nuove foglioline".
"E l'albero?".
"L'albero è la continuità della vita. E' insieme i genitori e i figli. E' quel che c'era prima di loro e ciò che resta dopo".
"E' felice l'albero?".
"Finché le cose continueranno ad andare così, se nessuno gli farà del male, sarà sempre felice".
"Quando siamo felici?"
"Siamo felici quando ci sentiamo liberi".
"Quando siamo liberi?"
"Siamo liberi quando ci sentiamo felici".
"Gli animali nello zoo non sono felici, vero?".
"No, sono tristi".
"E i tuoi cani erano felici?".
"Credo di sì, gli volevo bene".
Siamo andati a casa subito dopo questo scambio di battute. Dodokko si è addormentato in macchina, come sempre.
Mi sono tornati in mente i platani di Villa Borghese: siamo come gli alberi - ho pensato ancora una volta - abbiamo anche noi radici, rami e foglie.
La libertà è la terra nella quale crescere e il cielo verso cui protendere lo sguardo.
La felicità è il succedersi naturale delle stagioni, nient'altro che questo.

lunedì 4 giugno 2012

Il tempo dilatato dell'infanzia


Avrò avuto dieci anni, era estate e ovviamente faceva caldo, la sera arrivava tardi, restavo fuori fino all'ora di cena. Ricordo ancora quel cagnolino ferito, dietro a un cespuglio di rovi all'ora del tramonto, le formiche già sulla sua pelle, i guaiti deboli. "Lo porto a casa", chiesi di poterlo fare. "No, sta per morire", la risposta secca. La gamma delle possibilità, fantasie ottimistiche, quasi sempre, quelle di un bambino. Una frase concisa, una sola, la realtà senza appello di chi decide, spesso, anche la vita o la morte di qualcun altro.
Ripenso a episodi come questo, ogni tanto, alla vista di una scena di tanti anni fa durata pochi minuti, infondo, ma intensa e più incisiva di molte altre, tanto da portare con sé, allora, sviluppi immaginari che andavano oltre le possibilità concrete del momento e tale da replicare nel ricordo e nel tempo, fino a oggi addirittura, e mi accorgo di quanto possa essere dilatato il tempo dell'infanzia, sia nella direzione della durata di un istante che in quella dell'enfasi o dell'importanza che da bambini attribuiamo anche alle cose più banali, come gli adulti spesso chiamano ciò che invece per i più piccoli può avere il massimo valore.
Ci sono incontri, come quello capitato qualche domenica fa a mio figlio, che durano non più di mezz'ora e che la sera fanno esclamare "che giornata meravigliosa". Si è semplicemente trattato di aver visto per caso un suo compagno di asilo al parco e di averci giocato insieme per un poco, tutto qui, nulla di eccezionale.
La durata delle cose dipende dall'importanza che attribuiamo loro e non dal freddo meccanismo dell'orologio: non tutto dura sessanta secondi o sessanta minuti o ventiquattro ore o cinquant'anni. La percezione del tempo è quanto di più soggettivo vi sia, altrimenti perché una settimana in ospedale non termina mai, mentre un mese di vacanza vola via come il vento? Questa prospettiva, poi, ha la capacità di invertirsi, almeno negli spiriti ottimisti, ai quali tornano spesso in mente i momenti belli e cancellano dalla memoria quelli più negativi.
Il tempo dilatato dell'infanzia non ammette la ripetitività, così come la intendiamo noi, e la banalità delle cose già viste e perfino queste sono capaci di riservare sorprese inattese. Nel mondo degli adulti succede invece esattamente il contrario: il fare quel che già conosciamo è ciò che cerchiamo perché ci riempie di sicurezza. Col passare degli anni desideriamo sempre più carne tritata per non fare più nemmeno la fatica di masticare.
I giorni stessi diventano triti, senza importanza, ripetiamo nozioni apprese a memoria e mai più rimesse in discussione, andiamo dove dobbiamo e torniamo sempre al solito punto di partenza. Finché la vita va così, se non vi sono intoppi improvvisi, i giorni durano, ininterrottamente, ciascuno ventiquattro ore.
E' spaventosa la scansione metodica ed esatta del tempo all'ombra delle lancette dell'orologio.
I bambini sono capaci di vivere fuori dal tempo e lo fanno ogni volta che definiamo distrazioni i loro interessi ovvero appena prima di 'ridimensionarli', prima di dire loro frasi come "è tardi" o "basta adesso" o "andiamo via", prima di consegnarli a una realtà che non è la loro, ma soltanto nostra: niente più possibilità e fantasie, le decisioni sono già prese e provengono dall'alto.

venerdì 18 maggio 2012

I suoi occhi il più bel paesaggio


Più che viaggi, negli ultimi tempi abbiamo fatto qualche piccolo spostamento, altra aria e abitudini, anche se per alcune ore, al massimo una giornata. Per un poco, lontani dalla ripetitività dei giorni.
Il bello del viaggio è la possibilità che offre, a chi lo compie, di cambiare vita. Visitiamo Paesi nuovi e pensiamo a ciò che saremmo potuti essere laggiù, la nostra esistenza sarebbe stata diversa, forse migliore, non lo sapremo mai. Una prospettiva nuova o un'illusione, raccolta nell'arco di un giorno, iniziata al mattino e terminata la sera, nel momento stesso del ritorno, evanescente come l'acqua ma ancora nelle mani, fra le dita bagnate per un ultimo istante. Osservi bene un'altra volta questa nuova possibilità, prima che scompaia per sempre, e improvvisamente sai che è bella, come qualsiasi cosa che dura un secondo e che adesso non c'è più. Eppure c'è ancora, nel ricordo o nell'idea.
E' la stessa cosa che succede con le fotografie, sono quel che ci resta (di tangibile?) di un momento ormai tramontato. O che capita con gli occhi - per rubare un verso a Fabrizio De Andrè, di una canzone (Le belle passanti, tradotta da una di Georges Brassens e, a sua volta, ripresa da una poesia di Antoine Pol) che ha tutt'altri intenti e significati - sono loro il più bel paesaggio, nonché l'unico che rimane, dopo che in un viaggio hanno visto tutto ciò che di bello c'era da osservare.
Impresso nelle retine c'è l'attimo fuggente, il più bello proprio perché il più volatile: nell'istante c'è il passato appena trascorso e tuttavia ancora presente, e c'è l'intero arco delle possibilità che desideriamo attribuirgli, il sogno, e, di nuovo, il ritorno alla realtà, con il rimpianto o semplicemente con la sua accettazione.
All'inizio del viaggio in macchina, Dodokko ha visto le nuvole che "ci inseguono e che assomigliano a dei bambini", ne hanno la sagoma e probabilmente proprio così le disegnano o le pensano lui e i suoi compagni d'asilo, per merito della loro fantasia  o - decidete voi quale motivo vi piaccia di più, la sostanza non cambia -  a causa della loro testa, perennemente immersa fra le stesse nubi. E al termine di una passeggiata sui prati, mio figlio ci ha chiesto di volersi sdraiare ancora un po' fra gli steli d'erba giovane e di poggiare il capo fra le margherite, facendosi avvolgere dal profumo e dal colore delle infiorescenze.
Indugiare tra terra e nuvole, dormire sospesi fra i fiori, godersi il vento, ancora fresco, sulla faccia: tutto ciò fa ugualmente parte delle cose che passano e che restano, sono come gli occhi che hanno raccolto tutto il paesaggio possibile o come le mani, ancora bagnate dopo aver preso dell'acqua da bere da una fontana.

martedì 8 maggio 2012

I pastori volano tutti senza ali


"Gavino è ancora troppo piccolo! Come potrà custodire le pecore e far paura ai banditi? La sua presenza sarà inutile... Qui imparerà a vivere prima di esporsi alla vita. Gli mancano ancora le penne per prendere il volo ".
"Cosa ne sa lei della pastorizia? I pastori volano tutti senza ali". (Gavino Ledda, Padre padrone, Feltrinelli/Loescher 1978, p. 17)
Ritengo lucidamente saggia - in questo libro trovato di recente su una bancarella - la risposta del padre-padrone alla maestra che cerca di difendere un bambino di sei anni: è ancora troppo piccolo per andare a lavorare - dice l'insegnante, spiegando al genitore che il figlio è del tutto impreparato ad affrontare il mondo e che la scuola serve proprio per 'rafforzarlo', per insegnargli "a vivere prima di esporsi alla vita", per farsi "le penne per prendere il volo". 
Dopo averle raccontato tutti i motivi che lo obbligano a ritirare da scuola un figlio così giovane per obbligarlo a lavorare, il padre fulmina la maestra con una frase inappellabile: "I pastori volano tutti senza ali".
Al di là delle motivazioni del padre, in una parola la miseria, e di quelle della maestra, il rispetto dell'infanzia, trovo universalmente incontestabile la verità della frase (ovviamente non le ragioni che la dettano) che dà il titolo a questo post. Non solo i pastori, ma tutti gli uomini e perfino gli uccelli volano senza ali. Anche gli adulti che sono andati a scuola sono sprovvisti di ali e non esiste maestra che, con tutto il suo impegno e capacità, possa assicurare ai bambini, una volta cresciuti, un volo certo e lontano da rischi.
Nel libro è la pastorizia il lavoro più faticoso e allo stesso tempo più precario: si tratta di un continuo sacrificare la vita semplicemente per mantenere in vita, una lotta per difendere e conservare ciò che si possiede, di certo non per garantirsi qualcosa, il futuro è un'incognita costante e i sogni si rivelano sempre delle chimere. Perfino una cosa minima e scontata, come il riposo al termine del lavoro, non è detto che sia dovuto. Il racconto è essenzialmente quello della vita e del lavoro che soggiacciono alle leggi e ai capricci della natura, alle intemperie così come alle malattie di fronte alle quali non esistono ali con le quali poter fuggire.
Ero ancora molto giovane quando non ebbi più maestri a cui chiedere consigli o far domande su quale sarebbe potuto essere l'esito di una mia scelta. Nessuno mi ha mai offerto, come invece avrei desiderato, uno scenario ipotetico, confrontandolo con la propria vita vissuta e dicendomi: "Guarda che se farai così succederà questo e poi quest'altro". Invece, prima ho sempre scelto e poi ho vissuto ogni conseguenza delle mie decisioni. Senza ali per proteggermi o per volare lontano e cambiare scenario, all'occorrenza. Come la maggior parte delle persone - ne sono convinto e l'ho già detto -, ma a me quel che è veramente mancata è stata una sorta di prefigurazione delle situazioni che avrei vissuto.
In conclusione, senza azzardarmi a gettare nel vuoto anche i figli e pensando invece che il ruolo di noi genitori debba essere molto simile a quello dei maestri, ovvero quello di cercare di proteggere i più piccoli fornendo loro gli strumenti per affrontare la vita autonomamente, per me tutti voliamo senza ali perché, anche dopo mille precauzioni, nessun volo è certo e la frase di Ledda è una sintesi perfetta di questa nostra condizione. Aggiungerei soltanto una cosa: che la vicinanza di un genitore a un figlio, se per il secondo non può essere una garanzia di sicurezza, anche se tardiva di certo è una fonte di comprensione e di aiuto dopo qualsiasi caduta.
A questo proposito, voglio citare queste ultime, bellissime, righe: "Il momento del distacco, anzi, sembrava suscitare in essi un certo complesso di colpa. Forse si sentirono padri incapaci di sistemare i propri figli. E in uno slancio disperato di amore paterno, sia pure timido, volevano quasi effondere ai propri figli tutto quell'affetto che mai avevano potuto dare.
La corda della loro morale, tesa fino allo spasimo dalla miseria, per la prima volta si allentò e poté 'suonare' in una tonalità più dolce. E per la prima volta i patriarchi divennero padri. I rapporti tra padre e figlio si umanizzarono e almeno durante i reciproci funerali la loro austerità abituale svanì. E in uno slancio di tenerezza le braccia nerborute e le mani callose, che avevano sempre picchiato, avvinghiarono affettuosamente i propri figli: le loro labbra per la prima volta s'incontrarono reciprocamente e si baciarono per l'ultima volta... ". (Gavino Ledda, Padre padrone, Feltrinelli/Loescher 1978, p. 151)

martedì 24 aprile 2012

Fraternità


Sono dodici anni che mio fratello e io non viviamo più insieme, uno di qua e l'altro di là, ognuno col suo impiego e la sua famiglia.
Lontani.
L'ultima volta ci eravamo visti a Natale. Ieri è venuto a trovare me e i bambini, alcune ore passate in casa, un altro paio fuori, fra racconti di cose che riguardano la vita privata e il lavoro. 
Tutto qui, nient'altro, a parte l'eloquenza di molti silenzi che dicono, a chi li ascolta, ciò che la sua stessa fantasia, sollecitata dal dubbio e dalla paura, è in grado di dettargli: domande, risposte, nuovi dubbi e ancora dubbi. Il silenzio ha la voce che gli diamo ed è con questa che ci parla, ma le risposte non sono chiarificatrici di alcunché, per la stessa e identica ragione e ansia per le quali le invochiamo. 
Allontanarsi non significa altro che far risaltare, ancora di più, la solitudine, il senso di precarietà che fa parte della vita dell'uomo, addirittura l'emarginazione se, quando si va via, ci si porta appresso un pezzo di ciò che eravamo e delle persone con le quali vivevamo, quelle che amavamo e che ancora amiamo: si parte ma continuiamo inevitabilmente a guardare indietro, a sforzarci di vedere ciò che diventa sempre più impercettibile.
Assieme a una forza centrifuga veniamo al mondo e questa aumenta, col passare degli anni, per allontanarci all'infinito dal nostro centro originario, emarginandoci, appunto. Nel frattempo, nuovi centri nascono, a nuovi mondi apparteniamo, ma l'origine resta una: è da lì che siamo partiti ed è lì che torneremo, al termine del nostro giro. 
Ogni tanto, il filo di un ricordo si impiglia nel passato: è esile e si spezza appena lo tiri, ma è la delicatezza la caratteristica di chi tiene ai propri legami e, allora, non c'è da strattonare ma vai incontro al filo stesso e ripercorri la trama della maglia. 
Ciò accade quando rivedi un fratello e pensi al silenzio.
E poi, ti metti a guardare questi altri due fratelli, ancora all'inizio della loro vita, che giocano e ridono e che gridano perché ancora non sanno starsene zitti, non hanno la più pallida idea del silenzio, quello vero e che è composto da pensieri che ammutoliscono, semplicemente per il fatto che non ha mai fatto parte di loro.
Sembrano uniti, sono un corpo solo. 
Ancora non si accorgono della forza centrifuga che già li distingue e che li rende diversi prima ancora di allontanarli.

sabato 21 aprile 2012

Dippold l'ottico


Che cosa vedete adesso? 
Globi di rosso, giallo, porpora.
Un momento! E adesso?
Mio padre e mia madre e le mie sorelle.
Sì. E adesso?
Cavalieri in armi, belle donne, visi gentili.
Provate questa.
Un campo di grano - una città.
Benissimo! E adesso?
Una donna giovane e angeli chini su di lei.
Una lente più forte! E adesso?
Molte donne dagli occhi vivi e labbra schiuse.
Provate queste.
Soltanto un bicchiere sul tavolo.
Oh, capisco! Provate questa lente!
Soltanto uno spazio vuoto, non vedo nulla in particolare.
Bene, adesso!
Pini, un lago, un cielo d'estate.
Questa va meglio. E adesso?
Un libro.
Leggetemi una pagina.
Non posso. Gli occhi mi sfuggono al di là della pagina.
Provate questa lente.
Abissi d'aria.
Ottima! E adesso?
Luce, soltanto luce che trasforma il mondo in un giocattolo.
Benissimo, faremo gli occhiali così.

Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, Einaudi 1943, traduz. di Fernanda Pivano.
(Questa poesia ispirò a Fabrizio De André la canzone Un ottico).

venerdì 20 aprile 2012

Una felicità senza tempo


Se vorrò farlo continuare a esistere, prima o dopo dovrò decidermi a trasformare questo blog in un diario esclusivamente fantasioso. Dodokko cresce, fra poco imparerà a leggere e a scrivere e allo stesso tempo diventerà più indipendente, sempre meno bambino e un po' alla volta più adulto. Man mano che aumenterà la sua consapevolezza delle cose che fa e la sua coscienza di sé, io perderò il diritto di descrivere la sua vita privata, rendendola pubblica: le sue azioni apparterranno sempre più a lui e un giorno non lontano ne sarà il solo responsabile. 
Nel rispetto del figlio vero, comincio proprio oggi a inventare un Dodokko, a essere sincero, non del tutto nuovo, frutto non esclusivo della fantasia: ogni invenzione, infatti, anche il volo più stravagante e assurdo dell'immaginazione, si sa, ha i piedi in terra, è composto da ogni possibile riferimento alla realtà, basta scavare e si trovano le radici sotto al suolo. Ora, l'abilità di chi racconta sta nel non farle scorgere, nel parlare di sé come se parlasse d'altro, nel mostrarsi disinteressato quando ciò invece non è vero, nel mostrare, dell'albero, la fronda e al massimo il tronco. 
Come penso il bambino che diventa adulto? Come lo immagino da grande? Che vita gli auguro di avere? Sono queste le domande che mi pongo oggi e a cui non so rispondere, perché proprio questi sono i casi nei quali non esistono risposte da manuale, ma esse vengono da sé, di volta in volta e col passare degli anni. Con tanto anticipo, oggi potrei rispondere soltanto rivolgendo questi stessi interrogativi a me stesso ovvero al bambino che sono stato e all'adulto (contento? soddisfatto?) che sono diventato. Ma, evidentemente, una tale impostazione sarebbe un errore, perché qui parliamo prevalentemente del figlio e non del padre e, se è vero che il secondo influenza inevitabilmente il primo nelle (sue) scelte, è ancora più importante della verità stessa che egli cerchi di limitare al massimo questa sua influenza. 
La libertà è quel che auguro alla persona che mio figlio vorrà diventare, e con questo mio auspicio ho detto tantissimo senza aver detto nulla. La libertà, infatti, è la condizione (il termine non è mai stato tanto contraddittorio quanto in questo caso) nella quale l'uomo realizza se stesso, quando ciò che gli capita lo ha fortemente voluto. Per assurdo, perfino una situazione di disagio, se desiderata, può essere fonte di un sorriso. 
Comunque, sarà lui stesso a scegliersi la sua libertà, quella che vorrà vivere da grande, quando sarà...indipendente. 

Ieri i bambini hanno giocato insieme, come fanno da alcune settimane a questa parte. Si sono inseguiti correndo per il corridoio, hanno riso a lungo, l'uno contagiato dall'altro. A volte hanno riso senza riuscire a smettere, posseduti da una felicità che non aveva nozione del tempo. 
Non c'è libertà più bella, sincera e desiderabile di quella vissuta in questo stato di tempo sospeso, nella più totale spensieratezza. Di solito immaginiamo e diciamo che una cosa è eterna quando dura per sempre, invece è vero esattamente il contrario e cioè che l'eternità esiste ogni qual volta non consideriamo il tempo, ce ne dimentichiamo, non pensiamo a ciò che è stato e non ci preoccupiamo di quel che avverrà. Tutto ciò accade quando, in un determinato istante, solamente il presente conta, il presente senza i confini del prima e del dopo. 
Immaginare la felicità, in un simile stato mentale non necessariamente consapevole, credo non abbia paragoni con quanto di più bello ci possa accadere.

mercoledì 11 aprile 2012

Il bambino e la nonna


Mio padre un giorno mi disse che gli anziani tornano a essere bambini. So che si riferiva al loro comportamento e alle loro necessità, al fatto che non sono più autosufficienti come quando erano nel pieno delle forze. 
Ciò che non sapevo è che diventano anche fisicamente simili a come erano da piccoli.
Ho raccomandato a Dodokko di fare attenzione con la nonna, di essere delicato e non irruente perché ha la febbre. Ho dovuto raccontargli una bugia, non potevo confessargli che la nonna sta molto male. 
Poi siamo saliti al quinto piano della casa dove è nata e ha sempre vissuto. E su una sedia da ufficio, di quelle con le rotelle, non abbiamo trovato seduta una signora, ma una bambina. Un viso dimagrito e pallido, somigliante di più alla ragazzina che ho visto in alcune sue vecchie fotografie che non alla persona che fino a poco tempo fa conoscevo. 
I due bambini si sono guardati come se non sapessero chi si trovavano di fronte, non come due estranei che, se fossero realmente tali, neanche si degnerebbero di uno sguardo, ma come due amici che non si vedevano da tanto tempo e che ora si osservano con insistenza, nell'attesa di riconoscersi. 
Oltre di loro, gli occhi della nonna ad assistere alla scena muta di se stessa bambina assieme a un nipote per la prima volta in imbarazzo di fronte a lei. Il tempo dura troppo negli istanti come questi, nei momenti che, a partire dal nome, non sono altro che l'assurdo anacronismo delle aspettative deluse.
Ma anche in questi casi il tempo è un galantuomo e finisce per passare, per fortuna, e dopo un minuto il bambino riconosce la nonna e torna a essere vivace, come al suo solito, e allegro e loquace. E sulla sua scia, anche gli altri che sono lì attorno, gli adulti che ancora stanno bene, tirano un sospiro di sollievo e prendono la parola come farebbero con una palla al balzo, divagano, non dico che addirittura parlino del tempo meteorologico, ma quasi. Quanto è anomalo questo improvviso ritorno alla normalità, alle situazioni abituali, il non prendere atto o il far finta di nulla che le cose adesso sono mutate. 
Ma che altro si dovrebbe fare in situazioni del genere se non fingere, dal primo all'ultimo, a ognuno la sua parte dal recitare, chi consapevole del proprio ruolo in commedia, chi meno, perché chiamato dagli altri sul palco all'ultimo momento? Com'è che siamo arrivati a inventarci questo modo di fare finta che non è falsità, ma soltanto un  mezzo per proteggere le persone a cui vogliamo bene? La nonna che continua a ripetere "come sei bello" al bambino, gli altri che non si accorgono di questa frase pronunciata in continuazione, chissà cosa penserà il piccolo mentre per la prima volta guarda il nonno spingere in avanti la sedia sulla quale la moglie è seduta, ormai incapace di alzarsi e di camminare con le proprie gambe?
Il bambino prende i libri che ha voluto portare alla nonna per farglieli vedere e per raccontarle, gli piace tanto farlo, la storia di cui parlano. Sono La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, Up e Il più grande fiore del mondo, tre titoli che in comune hanno l'inizio malinconico e il lieto fine, infatti sono libri per bambini e per forza di cose finiscono bene. Ad ogni modo, la nonna fa le domande che il bambino vuole sentirsi porre, per lui in questo momento lei ha l'età di un compagno di giochi, si mostra curiosa, parlare di uno qualsiasi dei tre libri, a caso, è lo stesso,  anche se le trame cambiano sono gli schemi narrativi a essere identici e poi non c'è tempo per raccontare tutto, soprattutto in questa occasione, vuoi per la stanchezza dell'una o dell'altro, vuoi per il fatto che i pensieri sono più che mai altrove, non so se nella realtà, di certo adesso non appartengono al mondo delle favole.
Però che strano, anche qui, non trovare il tempo proprio nel momento in cui di tempo da perdere non ce n'è. Perché nessuno ha ancora capito che il tempo non è un oggetto, ma una dimensione, e che dunque non è il tempo in sé a essere ipoteticamente sprecato, ma le cose che potremmo apprezzare o godere all'interno di esso, gli affetti o i sentimenti, se non proprio gli oggetti, che si trovano nel contenitore temporale?
Prevalgono gli schemi e non le trame, fra gli adulti, i comportamenti e le frasi fatte, di circostanza. Gli addii, che quando vengono pronunciati suonano come degli arrivederci, gli sguardi, in ogni caso bassi, anche se gli occhi guardano dritti verso altri occhi, ma qui è il pensiero a mancare veramente della forza di elevarsi, non le pupille. Ci si allontana (ma ci si è mai avvicinati in realtà?), a fine giornata si va via promettendosi di ritornare ma sarà, questa, una promessa che difficilmente potrà essere mantenuta, di chi sarà la colpa, di chi per abitudine la fa o di chi per forza maggiore non potrà aspettare? Probabilmente non si tratta neanche di una responsabilità, ma perché mai allora continuiamo a promettere sapendo di non essere capaci di mantenere la nostra parola?
In tutto ciò, fortunatamente, c'è chi inaspettatamente esce fuori dagli schemi ed è il vero protagonista capace di salvare una trama che altrimenti avrebbe ben poco di originale e di inconsueto, si tratta come al solito della stessa storia, ripetuta milioni di volte e che parla dell'incomunicabilità fra le persone, a tutti i livelli e in qualsiasi onesta relazione affettiva. Ed è, questi, ancora una volta il bambino, che, mentre se ne va via assieme ai suoi genitori e attraversa il cortile del condominio, resta qualche passo indietro, si gira alzando la testa verso le finestre dell'appartamento dei nonni per salutarli, come è abituato a fare ogni volta che esce da casa loro, confidando nel fatto che anche adesso siano affacciati. Lo schema narrativo imporrebbe che invece questa volta nessuno si sporga dalla finestra per fargli ciao con la mano, la nonna è troppo provata per farlo e il marito deve badare a lei, più che mai adesso che sono rimasti da soli, e il bambino dovrebbe andarsene via deluso, proprio come chi tornasse da un incontro mancato, da un appuntamento al quale era andato pieno di speranze ma dove l'altro non si è mai presentato.
E invece, proprio come in un finale a sorpresa, qui la trama racconta che il bambino all'improvviso corre verso i genitori che lo precedono, li raggiunge e urla festante: "Si sono affacciati, si sono affacciati. Voi non li avete visti, ma c'erano, i nonni alla finestra mentre mi salutavano".

mercoledì 28 marzo 2012

Anticipazioni


Ogni tanto, periodicamente, mi passa la voglia di continuare a scrivere questo blog. Mi succede di pensare di smettere soprattutto quando trascorro molto tempo con i miei figli, una cosa è la teoria, il racconto, un'altra la realtà, la vita vissuta. Compilare questo diario è per me un modo per stare mentalmente vicino ai miei bambini nei momenti in cui sono fisicamente lontano da loro. Ed è quindi completamente inutile, è addirittura una perdita di tempo scrivere se questo stesso tempo posso passarlo direttamente con loro. Insomma, la vedo così: meglio vivere che pensare, preferisco l'immediatezza delle sensazioni al loro ricordo e alla loro rielaborazione.
Anche ora che sto scrivendo lo faccio approfittando del silenzio della notte e del fatto che i bambini si sono appena addormentati. Siamo a casa insieme, noi tre soltanto, grazie a un batterio che ci siamo trasmessi a vicenda, la terapia antibiotica per eradicarlo durerà in tutto dieci giorni, come da protocollo. Ho scritto appositamente "grazie a un batterio" e non "a causa", perché anche in questa occasione la malattia mostra il risvolto positivo di farci fare un vacanza inconsueta e anticipata, nonché esotica fra le quattro mura domestiche, mentre di solito ci tocca aspettare l'estate per vivere qualche settimana tutti insieme.
Passare questi giorni con i miei figli significa compiere una scoperta dopo l'altra, in qualche modo me li sono ritrovati già grandi, all'improvviso, in anticipo. Mi sono reso conto di come non li conoscessi e di quanto siano cresciuti, giorno dopo giorno, mentre io ero altrove, troppo distante da loro. Il più grande che mi domanda della mia infanzia, che si interessa a come ero da bambino, gli piace darmi dei consigli, parlare e discutere e un po' mi assomiglia quando problematizza, ragionando ad alta voce e cercando gli aspetti meno superficiali, l'origine delle cose che gli succedono. Il piccolo invece è sorprendente per il senso dell'umorismo che già mostra di avere, qualità senza dubbio innata data l'età: a quindici mesi gli piace nascondersi, spaventarmi, ha una risata contagiosa, il fratello è l'esempio a cui ispirarsi e da seguire e con lui mostra di avere maggiore capacità di comunicazione che con gli stessi genitori, fra di loro basta un cenno, una sillaba per capirsi, come sempre è la semplicità di poche parole ad essere alla base del buon dialogo.
C'è una ragione perché ho intitolato questo post "Anticipazioni" ed è che, vivendo in questi giorni a stretto contatto con loro, ho pensato spesso, in modo davvero insolito per quanto mi riguarda, a come saranno i miei figli in futuro, ho immaginato che potrebbero addirittura essere felici da grandi se ogni ogni giorno, nel presente, riuscirò a essere io stesso felice con loro. 
Di solito invece tendo a rappresentarmeli come il passato che ritorna, la riedizione aggiornata di qualche cosa che è già successa. Stare lontani diviene il pretesto per far tornare alla mente la felicità svanita, la gioia che normalmente e abitualmente scompare dietro agli istanti che si succedono. Non vi è nulla di più triste del passato, nulla che evochi la nostalgia e che lasci attoniti quanto il giorno che si spegne nel tramonto ed è, questo, un sentimento che accomuna gli uomini: non è difronte a spettacoli del genere che gli innamorati si stringono più forte, per non perdersi anche loro e per non inabissarsi per sempre?
Nonostante tutto, sono giorni belli questi recenti, pieni di promesse da mantenere. Sono come la primavera appena arrivata, col vento ancora invernale e il sole già caldo, qualche nuvola a chiazzare il cielo limpido, ma non c'è da farci caso, i miei figli sono già oltre le stagioni più imminenti.