venerdì 11 novembre 2011

Maschere


Accade sempre, prima o poi, che si indossi una maschera: di circostanza o di convenienza o anche per altruismo, per fare felice qualcuno. Gli adulti, perfino i più sinceri e trasparenti, hanno l'abitudine di farlo e spesso riescono a non tradire se stessi. I bambini, invece, che hanno appreso da poco tempo come mostrare un'apparenza di sé diversa dai sentimenti e dai desideri del momento e dal proprio io, a volte sbagliano sul più bello, non riuscendo a dissimulare fino in fondo, a fare finta di niente.
Così, è sufficiente uno sguardo protratto (non necessariamente indagatorio ma che cerchi semplicemente di capire) da parte di chi amano per far saltare ogni copertura. Gli occhi chiamano gli occhi e il guardarsi in questo modo richiama lacrime fino a poco tempo prima trattenute a stento: a volte la vista non è che una corda che scopre il velo con cui le persone a cui vogliamo bene si nascondono. 
Seguono abbracci, che nelle intenzioni dovrebbero confortare, ma che altro non sono che l'inutile espressione della nostra comprensione. Rassicurazioni tanto dette e ripetute quanto inevitabilmente superflue. E' tempo di andare via, di attraversare una porta a vetri che dovrebbe offrire la possibilità di un'ultima occhiata furtiva, grazie alla sua trasparenza di cielo. Invece, è proprio il riflesso abbagliante di questo a negare lo sguardo, in una giornata limpida che limpida, a dire il vero, non è. 
Camminare, allontanarsi in fretta ma in maniera disinvolta. Cercare di non dare, a chi ti osserva dall'altra parte del vetro, l'impressione di correre.

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