venerdì 25 novembre 2011

Papà, chi ti ha insegnato ad andare in bicicletta?


Temuto e atteso, allo stesso tempo e nonostante tutto. E' giunto, infine, il momento. 
Preannunciato e celato, senza alcuna intenzione, questo è ovvio, dalla banalità di un'altra domanda densa di conseguenze: "Papà, chi ti ha insegnato ad andare in bicicletta?". 
Una risposta scontata e, subito dopo, la Domanda.
Ancora una risposta...una mezza giustificazione...il cielo, gli angeli...che altro dire?
"Ma in cielo non stavano soltanto i bambini, prima che nascessero?".
"Anche dopo si va in cielo".

Oppure si resta sempre sulla terra, che in fin dei conti è anch'essa un astro...
Fra il prima e il dopo, fra l'inizio, prima di tutto, e la fine, dopo che tutto è accaduto, c'è semplicemente la vita. La mia, la tua, la nostra vita.
Non c'era niente prima, non ci sarà nulla poi. Solamente un buio totale esiste e non so nemmeno quanto sia giusto dire che il buio, il niente, esista.
A parte la nostra testimonianza, ora, i nostri ricordi di oggi. Ciò che siamo adesso: un frammento di ieri, un altro di domani.
La vita, in mezzo, fra il niente di prima e il nulla di poi.
E, nonostante tutto, a volte, il bisogno inspiegabile che tutto finisca presto, il prima possibile. La vita, come un volo in bicicletta.
"Papà, chi ti ha insegnato ad andare in bicicletta?". Un soffio contro vento.
Una brezza leggera ma sufficiente, l'estate, a far volare via, finché si disperde nell'aria, la spiga di grano arsa dal sole.
Una stagione appena, dopo la primavera, quando la pianta era ancora tenera e verde e la zolla aggrappata alla radice forte.

martedì 22 novembre 2011

Mamme cattivissime? La madre perfetta (non) esiste


Mamme cattivissime? La madre perfetta non esiste è il titolo con cui è stato tradotto in Italia Le conflit. La femme et le mère, il best seller di Elisabeth Badinter che in Francia ha venduto fino a oggi più di 200mila copie. Rispetto a quello originale, il titolo italiano è soltanto apparentemente provocatorio: la possibilità di una sentenza negativa e sconvolgente, implicita nella domanda ma edulcorata fin dal punto interrogativo, è riportata nei ranghi della normalità dal dato 'obiettivo' che non attribuisce la perfezione a essere umano alcuno e, di conseguenza, neanche alle madri. Inoltre - ma questo lo vedremo meglio in seguito - per la Badinter la madre perfetta esiste eccome: mi chiedo dunque se la scrittrice sia stata informata dalla casa editrice italiana (Corbaccio) su come avrebbe tradotto il nome del suo libro.
Molto più provocatoria (ne avevo già parlato lo scorso anno) è invece la presunta conflittualità che, secondo la filosofa femminista francese, scaturisce dalla scelta se essere donna oppure madre, così come recita il titolo originale, laddove l'una opzione esclude l'altra. Per la Badinter, infatti, 'tertium non datur', non c'è altra possibilità: la donna non si realizza nella maternità e, quando ha dei figli, perde ogni possibilità di competere con un mondo che, sia nella società che nel lavoro, è dominato dagli uomini.
Le stesse conquiste femministe, ottenute nel trentennio successivo alla fine del secondo conflitto mondiale, sono messe a repentaglio da una nuova ondata naturalista-rousseauiana, oltre che dalla crisi economica che, quando deve tagliare risorse e posti di lavoro, si rivolge per prima alle lavoratrici donne. Le quali, plagiate da politiche ecologiste sempre più in voga, nonché da sette 'sataniche' come la Leche League o, ancora, da scoperte 'scientifiche' circa l'esistenza di un presunto istinto materno o dalle prescrizioni dell'OMS, non hanno di meglio da fare - e sembra che lo facciano, incomprensibilmente, addirittura volentieri - che tornare ad allattare al seno (obbrobrio), a occuparsi della crescita e dell'educazione dei figli, a rinunciare alla professione per fare da madri (scelta peggiore di questa non sembra esistere per la filosofa).
Non mi piace lo stile utilizzato dalla Badinter in questo libro: la sua posizione riguardo al tema della maternità è chiara dalla prima all'ultima pagina, ma è soltanto nel breve capitolo finale che essa diviene esplicita. Per i quattro quinti del volume è tutto un guardare con sufficienza ai dati scientifici riportati e, al massimo, la scrittrice infila qua e là una battuta sarcastica per evidenziare il suo costante scetticismo. A partire da alcuni titoli di capitoli, come Madri, gli dovete tutto oppure L'impero del bambino e da altrettanti paragrafi eloquenti, tipo Maternità e ascetismo, La madre prima del padre, Il bambino prima della coppia, Il bambino prima della donna, si comprende senza il bisogno di ulteriori spiegazioni quale sia il pensiero della scrittrice: il bambino è un problema che assorbe totalmente la madre e le toglie tempo e risorse. Il figlio è il vero responsabile del fallimento della donna nella battaglia femminista per i pari diritti con l'uomo e per le stesse opportunità nel mondo del lavoro. Ci sarà sempre, per cause naturali, un handicap intrinseco alla donna e che le fa perdere punti sull'uomo: la sua maternità.
Non è vero però - come accennavo sopra - che la madre perfetta non esista, così come ci racconta, nella traduzione italiana, il titolo del libro. Per la Badinter, infatti, la madre perfetta (storicamente) è quella francese, anche se questa perfezione, a dire il vero, avverte anch'essa le minacce della crisi economica e del ritorno al naturalismo. Le francesi hanno da sempre anteposto la donna alla madre: "Dal XVII secolo e soprattutto nel XVIII secolo, il modello femminile è lontano dall'esaurirsi nella maternità"; "Le aristocratiche, libere dalle preoccupazioni materiali, furono le prime a praticare l'arte di vivere senza figli. Dal XIII secolo tutte le donne dell'alta borghesia affidavano sistematicamente i loro figli appena nati alle balie. Ma è nel XVIII secolo che il fenomeno si estende a tutti gli strati della società urbana"; "La società intera approvava questa pratica e le donne stesse non sembravano lamentarsene. Al contrario, numerose testimonianze dell'epoca mostrano che se ne felicitavano. Perché, oltre al fatto che il bambino costituisce un ostacolo alla loro vita sessuale, è anche, a ogni età, un fastidio per i loro piaceri e la loro vita mondana" (pp. 155-156)
Insomma, per la studiosa femminista, la donna del secolo dei Lumi, che poteva liberarsi dal fardello della maternità, non esauriva la propria identità nell'essere madre. E oggi, ancora più di prima, grazie all''invenzione' (francese, guarda caso) dei nidi e delle scuole materne, grazie al biberon e alle formule artificiali, grazie alla pillola anticoncezionale, la donna può scegliere quando e come diventare madre. Ovvero, grazie al cielo, può restare donna (culturalmente, socialmente, professionalmente, cioè con questi connotati 'alti') senza rinunciare (se proprio lo desidera) ad essere madre.
Ma che tipo di madre, mi chiedo? Di un tipo che delega, che non si occupa in prima persona della prole perché ha da pensare a cose più importanti di poppanti mocciosi e affamati e che riguardano, in una parola, una mondanità in cui non è contemplato - questa è la verità - spazio alcuno per i figli.   

domenica 20 novembre 2011

Fiori di un'altra primavera


Dodokko ha indossato il piumino dello scorso anno, quello che gli stava un po' largo e che ora invece è finalmente della sua misura. Con l'arrivo del primo freddo, ha messo le mani in tasca una mattina che lo accompagnavo a scuola. C'era un bel sole invernale, un tondo giallo, nel cielo, appena stemperato dalla nebbia ma sufficiente, se non a riscaldare, a dare calore e a confortare il cuore. 
E' stato con l'animo rasserenato con poco che, mentre camminavamo, mio figlio ha tirato fuori dalle tasche delle margherite secche, dimenticate nel buio della federa dalla primavera precedente. Dopo aver stentato a riconoscerli, gli ho spiegato cosa era accaduto a quei fiori appena spuntati qua e là sui prati, nonostante il freddo, e raccolti in un'altra, lontana giornata di sole. 
Erano fiori belli e che brillavano di luce. Erano vellutati come una carezza, perfetti nel taglio dei petali bianchi e compatti nel mazzolino interno: tanti piccoli e delicati soli, capaci di riscaldare quanto un astro chi sapesse coglierne la bellezza. Fiori da portare a casa, da regalare alla mamma o per colorare un tavolo, ma poi lasciati ad appassire senza motivo in un giubbotto largo e per molto tempo non più adoperato.  

venerdì 11 novembre 2011

Maschere


Accade sempre, prima o poi, che si indossi una maschera: di circostanza o di convenienza o anche per altruismo, per fare felice qualcuno. Gli adulti, perfino i più sinceri e trasparenti, hanno l'abitudine di farlo e spesso riescono a non tradire se stessi. I bambini, invece, che hanno appreso da poco tempo come mostrare un'apparenza di sé diversa dai sentimenti e dai desideri del momento e dal proprio io, a volte sbagliano sul più bello, non riuscendo a dissimulare fino in fondo, a fare finta di niente.
Così, è sufficiente uno sguardo protratto (non necessariamente indagatorio ma che cerchi semplicemente di capire) da parte di chi amano per far saltare ogni copertura. Gli occhi chiamano gli occhi e il guardarsi in questo modo richiama lacrime fino a poco tempo prima trattenute a stento: a volte la vista non è che una corda che scopre il velo con cui le persone a cui vogliamo bene si nascondono. 
Seguono abbracci, che nelle intenzioni dovrebbero confortare, ma che altro non sono che l'inutile espressione della nostra comprensione. Rassicurazioni tanto dette e ripetute quanto inevitabilmente superflue. E' tempo di andare via, di attraversare una porta a vetri che dovrebbe offrire la possibilità di un'ultima occhiata furtiva, grazie alla sua trasparenza di cielo. Invece, è proprio il riflesso abbagliante di questo a negare lo sguardo, in una giornata limpida che limpida, a dire il vero, non è. 
Camminare, allontanarsi in fretta ma in maniera disinvolta. Cercare di non dare, a chi ti osserva dall'altra parte del vetro, l'impressione di correre.

martedì 8 novembre 2011

Stupore è un sospiro


Più delle sette meraviglie e molto più che se mi trovassi, io così piccolo, ai piedi dell'Everest: è impossibile cogliere l'immensità nel suo insieme. Rimane lo stupore di fronte alla scoperta delle cose quotidiane, un sospiro che toglie il fiato. Un cassetto finalmente aperto, un tasto che si stacca dal computer, l'unghia di un dito di papà nella quale infilo la mia, l'arrivo sempre inatteso di chi voglio vedere, un suo gesto brusco e che mi fa ridere, un'immagine televisiva, un pezzo di pane trovato sul tavolo, una fetta di mela aspra e dolce e che mi fa rabbrividire. 
E, ancora, la soddisfazione per il traguardo appena raggiunto di riuscire ad alzarmi tenendomi al tavolino e quello, ancora più difficile, di tornare a sedermi senza cadere. 
Stupore è un sospiro che nasce dopo una fatica appena compiuta o dopo esser passati attraverso mille frustrazioni. Stupore è una tenda che si apre dopo aver celato troppo a lungo meraviglie che non poteva più nascondere ed eccole qui, improvvisamente svelate, snocciolate una a una, giorno dopo giorno, nella quotidianità di questi giorni che quotidianità ancora non è diventata. 
Stupore è ogni rivelazione a cui assisto, finestre senza tende, vetri luminosi che si affacciano verso l'esterno e non si aprono semplicemente contro il buio di un appartamento. 
Questi occhi nuovi con cui guardo e che non potrebbero nulla se non fossero la proiezione stessa di me negli oggetti che osservo.