domenica 30 ottobre 2011

L'abbraccio


L'abbraccio (a un amico)

Adesso abbracci il figlio
come abbracciavi il babbo,
il tuo bambino ride.

Conosco il poeta Sante Pedrelli da una vita. Nel 2009 mi ha visto con mio figlio e ha scritto i versi che avete appena letto. L'ho saputo ieri, quando l'ho incontrato e mi ha chiesto se poteva fare il mio nome nella dedica della sua poesia. Ovviamente gli ho risposto di sì. Non solo per un fatto di amicizia e di affetto che provo per lui e per sua moglie, ma anche perché lo considero un artigiano della parola che, in tutta la sua opera, è riuscito a fare qualcosa di difficilissimo: rendere sublime la semplicità e poetica l'essenza cruda della vita. 
Senza che lui lo sapesse quando le ha scritte, queste tre righe rappresentano la sintesi perfetta dello spirito del mio blog.

giovedì 27 ottobre 2011

Quel senso di abbandono che segna l'infanzia


Una lettrice mi ha scritto di recente: "Mi chiedo come rendere felici i miei figli, mi chiedo come evitargli quel senso di colpa e abbandono che ha segnato la mia infanzia". Le ho risposto: "Sta' loro vicino più che puoi e, quando non puoi, rassicurali, parla con loro, abbracciali". Non conosco  l'infanzia di questa persona e so che le mie sono parole insufficienti, ma non ne ho di migliori e me ne dispiaccio. Il senso di abbandono non è l'abbandono in sé, ma ciò che si sente come tale, sia da parte di chi lo mette in atto e sia da parte di chi lo subisce. Il senso di abbandono, il più delle volte, è un'interpretazione di un azione che commettiamo o che ci viene rivolta. Questo sentimento coinvolge e stravolge la nostra coscienza, così da farci sentire, a seconda dei casi, vittime o carnefici.
Ma se è vero che a un bambino non è richiesta una capacità di critica rispetto a ciò che gli accade e alle persone che ama, un'autocritica riguardo il loro rapporto con i figli è obbligatoria negli adulti, i quali dovrebbero senz'altro chiedersi se le loro azioni, nei confronti dei loro bambini, siano effettivamente di vero abbandono. Insomma, penso che un bambino abbia il diritto di sentirsi abbandonato (anche se di fatto non lo fosse), mentre credo che un genitore debba chiedersi sempre se la sua azione quotidiana nei confronti del figlio, il suo rapporto con lui o la sua assenza possa arrecare delle conseguenze sul suo piccolo. Questo per due ragioni precise: la prima è appunto la mancanza di capacità critica del bambino, la cui interpretazione di ciò che gli accade è completamente soggettiva; la seconda è che una mente che si sta ancora formando, malleabile com'è, può essere banalmente compromessa perfino da un'azione apparentemente insignificante.
I figli piccoli sono inconsapevoli, ma i genitori hanno il dovere di essere consapevoli di ciò che fanno e per esserlo debbono mettersi nei panni dei loro bambini: ciò che può essere insignificante per gli adulti può non esserlo per i più piccoli e avere invece un grande peso emotivo. E se la risposta alla domanda, che si dovessero fare i grandi, "sto abbandonando mio figlio" fosse "no", il loro obbligo sarebbe quello di rassicurare e confortare i loro piccoli. Se la risposta, invece, fosse affermativa, cambino strada in fretta e non segnino l'infanzia di chi non possiede mezzi per capire e difendersi. In tutti e due i casi, questi genitori stiano vicini ai figli, almeno con le parole quando non è proprio ipotizzabile una vicinanza fisica.

venerdì 21 ottobre 2011

Emozione è un respiro


Emozione non è una parola, ma un respiro. E' un battito, un salto del cuore. E' il sangue che palpita e avvampa il volto in un secondo. Emozione è l'aria di cui abbiamo fame e sete, quando siamo davvero affamati e assetati.
Emozione è il brivido dell'acqua gelata e lo scomporsi senza controllo del torace nel riprendere fiato. Emozione è l'urlo improvviso, mai pensato, né tanto meno mai previsto o ipotizzato.
Emozione è il pianto irrefrenabile e che non cessa mai, neppure dopo che è terminato. Emozione sono i singhiozzi intrattenibili, l'eco infinita di un dolore.
Emozione sono questi due bambini, talmente inermi e sensibili da saper emozionare perfino le cortecce morte degli alberi. 
Questi vecchi che non possono fare altro che osservarli da lontano. Da chilometri di distanza, ere geologiche, anche se sono a due centimetri soltanto dal loro respiro.


lunedì 17 ottobre 2011

Scontri a Roma, come si può confondere la libertà con la violenza?


Telegiornali, trasmissioni di approfondimento, siti internet e quotidiani hanno parlato tutti dei fatti violenti successi a Roma sabato scorso. Molti di questi hanno raccontato anche di un fotoreporter colpito violentemente alla testa da un mattone lanciato nel mucchio. Del tutto casualmente, la traiettoria della pietra era abbastanza obliqua da non ferire a morte questa persona che si trovava fra i tafferugli per fare il suo lavoro. Sarebbe stato sufficiente che egli fosse voltato di un solo centimetro alla sua sinistra o che l'oggetto lanciato in aria compisse una volo più diretto verso la sua faccia che adesso egli non sarebbe qui a scrivere queste quattro e inutili righe sul suo blog. 
Per fortuna è andata bene: solo un po' di sangue e alcuni punti di sutura al pronto soccorso. Poi in serata sono tornato a casa e i miei figli hanno trovato perfino divertente vedere sulla mia testa una benda tanto vistosa. Il neonato si è messo a ridere, non riuscendo a decifrare meglio il mio nuovo look, mentre il più grande mi ha chiesto, sempre sorridendo, spiegazioni che invece non gli ho fornito raccontandogli che avevo soltanto sbattuto accidentalmente.
Come spiegare diversamente, infatti, a un bambino ciò che era accaduto poco prima a Roma? Avrei potuto parlargli della pazzia collettiva che può invadere una folla, ma non l'ho fatto perché anzitutto non credo a una simile spiegazione. Oppure avrei potuto riferirgli le mie supposizioni e cioè che la violenza cieca che in uno stesso e unico momento si diffonde in una moltitudine non nasce spontaneamente, dal nulla, ma ha alle sue spalle una regia e occhi ben aperti, capaci di vedere lontano un orizzonte che, chi agisce in prima persona, non arriva neanche minimamente a scorgere. 
Mi riferisco ai ragazzi incappucciati chiamati 'black bloc' e che, presi singolarmente, non hanno nulla dell'aspetto che all'interno del loro gruppo, quando si muovono in massa, viene loro conferito. Anche di questo volevo parlare e della contraddizione che questi giovani incarnano, quando ieri sono stato intervistato nell'Arena di Massimo Giletti, ma poi non c'è stato modo di farlo perché - come è noto - i tempi televisivi sono stretti e si hanno davvero pochi minuti soltanto a disposizione per rispondere anzitutto alla domanda che ti pongono. 
Ho parlato con alcuni di questi ragazzi, chiedendo loro perché non volessero essere ripresi dalle telecamere o essere fotografati, dato che erano tutti con il volto coperto. Ho chiesto loro inoltre perché erano lì a fare quel casino e ho domandato loro in cosa credessero, se avessero un ideale, se le loro azioni fossero finalizzate verso un obiettivo preciso. Le risposte che mi hanno dato sono state soprattutto insulti, spintoni, ma qualcuno alla fine mi ha detto che lui e i suoi amici non credevano in niente e che non erano né di destra e né di sinistra: erano semplicemente degli anarchici.
In quel momento ho pensato al termine 'anarchia' e l'ho associato immediatamente a quello di 'libertà'. Ma come si possono - mi sono chiesto immediatamente dopo - identificare libertà e violenza, come è possibile  esercitare la libertà violentemente e ai danni della libertà di altri? Ho trovato contraddittorie le loro spiegazioni, così come può essere contraddittoria e assurda una pietra lanciata a caso, verso un mucchio di passanti. 
Presi singolarmente - dicevo - quando vengono acciuffati dalla polizia o da un gruppo di persone esauste e arrabbiate nell'assistere a tanti atti vandalici contro la loro città, questi ragazzi sono gracili e impauriti, disarmati e indifesi. Appena possono, se ce la fanno, scappano da chi vorrebbe picchiarli per rifugiarsi di nuovo all'interno del loro cerchio che li protegge. Questi ragazzini sono ciechi senza spiegazioni da dare e soltanto quando stanno nel loro gruppo sembrano avere una strategia: ogni azione assurda è avvalorata dal consenso unanime degli altri, ogni sasso che vola per mano di uno è alleggerito dall'accordo degli altri e dai loro sguardi taciti e ammirati. E' in questo modo soltanto che la follia, quando non può essere spiegata, può venir giustificata ovvero quando è collettiva e quindi diventa norma.

mercoledì 12 ottobre 2011

Caro Steve Jobs, ma come si fa a essere affamati e folli?


Caro Steve Jobs - permettimi anzitutto di darti del tu e di usare il confidenziale "caro" anche se di persona non ti ho mai incontrato, ma a me, come ad altre milioni di persone, sembra di conoscerti da una vita, almeno da quando, correva l'anno 1997, comprai il mio primo Mac per scrivere la mia tesi di laurea. 
Caro Steve Jobs - dicevo - mi auguro che tu possa ascoltarmi dal posto in cui ti trovi ora - e spero proprio che questo non sia la nuvola iCloud e né, per farlo e sempre che la cosa ti interessi, che tu ti avvalga di un iPhone o di un iPod o di un iPad o di un qualsiasi altro marchingegno da te inventato. 
Caro Steve, nel 2005 anch'io, come tanti altri, lessi il discorso fatto da te all'università di Stanford. E ovviamente, in quell'occasione, non potei non condividere il tuo pensiero. Come non essere d'accordo, infatti con ciò che dicesti allora, ovvero che "il vostro tempo è limitato, perciò non sprecatelo vivendo la vita di qualcun’altro. Non rimanete intrappolati nei dogmi, che vi porteranno a vivere secondo il pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui zittisca la vostra voce interiore. E, ancora più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione: loro vi guideranno in qualche modo nel conoscere cosa veramente vorrete diventare. Tutto il resto è secondario". 
L'altro giorno, caro Steve, ho dedicato, su questo mio blog, le tue parole di Stanford ai miei figli. Ma oggi mi chiedo come i giovani possano diventare, nel mondo in cui viviamo, "affamati e folli", come tu augurasti di essere ai laureandi dell'università americana. Ti spiego meglio la mia perplessità: io credo che tutti abbiano fame quando non mangiano da tanto tempo e so anche che ciò a cui ti riferivi con la parola "fame" era la voglia di ingoiare ciò che più si desidera e, soprattutto, la fame di conoscenza. Ma così come spesso non si può che mangiare ciò che si ha in tavola, allo stesso modo, il più delle volte, non si può che conoscere soltanto il mondo che abbiamo attorno. Ciò che voglio dire è che il posto dove nasciamo condiziona non solo il nostro appetito, ma anche la scelta del cibo che ingoieremo. E una cosa è nascere in Italia, un'altra è nascere in Africa e un'altra ancora è nascere negli Stati Uniti. Dicendo questo, però, non cerco né attenuanti e né giustificazioni perché - lo so bene - si può sempre scegliere di vivere altrove e di farsi condizionare dalla realtà che si vuole. Ma, mi permetterai di obiettare, a volte può essere complicato lasciare tutto e ricominciare da zero, in un posto che non si conosce, senza alcuna garanzia scritta di successo. Quante sono le persone che, oltre a te, ce l'hanno fatta? 
Tu mi dirai, caro Steve, che il vero successo non è quello economico, ma il realizzare ciò che si ha dentro ovvero riuscire a essere se stessi. E io sono d'accordo con te, soprattutto se teniamo presente che la vita è breve e le occasioni che abbiamo poche. Dovremmo sempre chiederci - come consigli di fare - "se oggi fosse l'ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?" - ed è una bella domanda da porci per vivere intensamente la vita. Ma la vita non si vive soltanto alla giornata, ma è fatta di programmi, anche a lunga scadenza, di obblighi, di rate, di bollette, di spesa da fare, di relazioni da mantenere, di rapporti con persone che si amano e con le quali ci siamo impegnati, di responsabilità. E' difficile strappare di punto in bianco ogni contratto, ogni obbligo per essere improvvisamente liberi. 
Ma ora vorrei parlare dell'essere "folli". Credo che con questo augurio, caro Steve, tu intendessi, più o meno come faceva Platone quando nel Fedro parlava di 'follia divina', l'esser posseduti da una forza naturale o divina incontrollabile e capace di condizionare volontà e desiderio. Ecco, a proposito di questo, io penso che proprio i bambini nascano con questa qualità, con una voglia senza pari di conoscere e di creare. Ma successivamente il mondo, la società, lo status quo, contrastano ogni emersione del nuovo, della novità rivoluzionaria e della messa un discussione che li spodesterebbe dalla loro posizione di vantaggio. E lo fanno principalmente attraverso una cosa chiamata educazione, letteralmente e-ducando i bambini ovvero conducendoli fuori da sé, lontano dalla loro spontaneità naturale, omologandoli a un popolo di subordinati. 
L'auspicio che tu rivolgesti ai ragazzi di Stanford era probabilmente quello di recuperare quella follia e quella fame infantili ormai perdute. L'augurio che invece io ho voluto dedicare, con le tue stesse parole ai miei figli, è quello di non disperdere mai il loro appetito e la loro follia innati.

lunedì 10 ottobre 2011

Steve Jobs: "Siate affamati, siate folli"


"Il vostro tempo è limitato, perciò non sprecatelo vivendo la vita di qualcun’altro. Non rimanete intrappolati nei dogmi, che vi porteranno a vivere secondo il pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui zittisca la vostra voce interiore. E, ancora più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione: loro vi guideranno in qualche modo nel conoscere cosa veramente vorrete diventare. Tutto il resto è secondario".
Quello appena citato è solamente un estratto del discorso che Steve Jobs, il fondatore di Apple scomparso la scorsa settimana, fece nel 2005 all'università di Stanford. Di seguito lo riporto integralmente, dedicandolo ai miei figli.

Sono onorato di essere qui con voi oggi, nel giorno della vostra laurea presso una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. A dir la verità, questa è l’occasione in cui mi sono di più avvicinato ad un conferimento di titolo accademico. 
Oggi voglio raccontarvi tre episodi della mia vita. Tutto qui, nulla di speciale. Solo tre storie. 
La prima storia parla di “unire i puntini”. Ho abbandonato gli studi al Reed College dopo sei mesi, ma vi sono rimasto come imbucato per altri diciotto mesi, prima di lasciarlo definitivamente. Allora perchè ho smesso? Tutto è cominciato prima che io nascessi. La mia madre biologica era laureanda ma ragazza-madre, decise perciò di darmi in adozione. Desiderava ardentemente che io fossi adottato da laureati, così tutto fu approntato affinché ciò avvenisse alla mia nascita da parte di un avvocato e di sua moglie. All’ultimo minuto, appena nato, questi ultimi decisero che avrebbero preferito una femminuccia. Così quelli che poi sarebbero diventati i miei “veri” genitori, che allora si trovavano in una lista d’attesa per l’adozione, furono chiamati nel bel mezzo della notte e venne chiesto loro: “Abbiamo un bimbo, un maschietto, ‘non previsto’; volete adottarlo?”. Risposero: “Certamente”. La mia madre biologica venne a sapere successivamente che mia mamma non aveva mai ottenuto la laurea e che mio padre non si era mai diplomato: per questo si rifiutò di firmare i documenti definitivi per l’adozione. Tornò sulla sua decisione solo qualche mese dopo, quando i miei genitori adottivi le promisero che un giorno sarei andato all’università. Infine, diciassette anni dopo ci andai. 
Ingenuamente scelsi un’università che era costosa quanto Stanford, così tutti i risparmi dei miei genitori sarebbero stati spesi per la mia istruzione accademica. Dopo sei mesi, non riuscivo a comprenderne il valore: non avevo idea di cosa avrei fatto nella mia vita e non avevo idea di come l’università mi avrebbe aiutato a scoprirlo. Inoltre, come ho detto, stavo spendendo i soldi che i miei genitori avevano risparmiato per tutta la vita, così decisi di abbandonare, avendo fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. OK, ero piuttosto terrorizzato all’epoca, ma guardandomi indietro credo sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. 
Nell’istante in cui abbandonai potei smettere di assistere alle lezioni obbligatorie e cominciai a seguire quelle che mi sembravano interessanti. Non era tutto così romantico al tempo. Non avevo una stanza nel dormitorio, perciò dormivo sul pavimento delle camere dei miei amici; portavo indietro i vuoti delle bottiglie di coca-cola per raccogliere quei cinque cent di deposito che mi avrebbero permesso di comprarmi da mangiare; ogni domenica camminavo per sette miglia attraverso la città per avere l’unico pasto decente nella settimana presso il tempio Hare Krishna. Ma mi piaceva. Gran parte delle cose che trovai sulla mia strada per caso o grazie all’intuizione in quel periodo si sono rivelate inestimabili più avanti. 
Lasciate che vi faccia un esempio: il Reed College a quel tempo offriva probabilmente i migliori corsi di calligrafia del paese. Nel campus ogni poster, ogni etichetta su ogni cassetto, erano scritti in splendida calligrafia. Siccome avevo abbandonato i miei studi ‘ufficiali’e pertanto non dovevo seguire le classi da piano studi, decisi di seguire un corso di calligrafia per imparare come riprodurre quanto di bello visto là attorno. Ho imparato dei caratteri serif e sans serif, a come variare la spaziatura tra differenti combinazioni di lettere, e che cosa rende la migliore tipografia così grande. Era bellissimo, antico e così artisticamente delicato che la scienza non avrebbe potuto ‘catturarlo’, e trovavo ciò affascinante. 
Nulla di tutto questo sembrava avere speranza di applicazione pratica nella mia vita, ma dieci anni dopo, quando stavamo progettando il primo computer Machintosh, mi tornò utile. Progettammo così il Mac: era il primo computer dalla bella tipografia. Se non avessi abbandonato gli studi, il Mac non avrebbe avuto multipli caratteri e font spazialmente proporzionate. E se Windows non avesse copiato il Mac, nessun personal computer ora le avrebbe. Se non avessi abbandonato, se non fossi incappato in quel corso di calligrafia, i computer oggi non avrebbero quella splendida tipografia che ora possiedono. Certamente non era possibile all’epoca ‘unire i puntini’e avere un quadro di cosa sarebbe successo, ma tutto diventò molto chiaro guardandosi alle spalle dieci anni dopo. 
Vi ripeto, non potete sperare di unire i puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia che, nel futuro, i puntini che ora vi paiono senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro. Dovete credere in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro karma, la vostra vita, il vostro destino, chiamatelo come volete... questo approccio non mi ha mai lasciato a terra, e ha fatto la differenza nella mia vita. 
La mia seconda storia parla di amore e di perdita. Fui molto fortunato - ho trovato cosa mi piacesse fare nella vita piuttosto in fretta. Io e Woz fondammo la Apple nel garage dei miei genitori quando avevo appena vent’anni. Abbiamo lavorato duro, e in dieci anni Apple è cresciuta da noi due soli in un garage sino ad una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti. Avevamo appena rilasciato la nostra migliore creazione - il Macintosh - un anno prima, e avevo appena compiuto trent’anni... quando venni licenziato. Come può una persona essere licenziata da una Società che ha fondato? Beh, quando Apple si sviluppò assumemmo una persona - che pensavamo fosse di grande talento - per dirigere la compagnia con me, e per il primo anno le cose andarono bene. In seguito però le nostre visioni sul futuro cominciarono a divergere finché non ci scontrammo. Quando successe, il nostro Consiglio di Amministrazione si schierò con lui. Così a trent’anni ero a spasso. E in maniera plateale. Ciò che aveva focalizzato la mia intera vita adulta non c’era più, e tutto questo fu devastante. 
Non avevo la benché minima idea di cosa avrei fatto, per qualche mese. Sentivo di aver tradito la precedente generazione di imprenditori, che avevo lasciato cadere il testimone che mi era stato passato. Mi incontrai con David Packard e Bob Noyce e provai a scusarmi per aver mandato all’aria tutto così malamente: era stato un vero fallimento pubblico, e arrivai addirittura a pensare di andarmene dalla Silicon Valley. Ma qualcosa cominciò a farsi strada dentro me: amavo ancora quello che avevo fatto, e ciò che era successo alla Apple non aveva cambiato questo di un nulla. Ero stato rifiutato, ma ero ancora innamorato. Così decisi di ricominciare. Non potevo accorgermene allora, ma venne fuori che essere licenziato dalla Apple era la cosa migliore che mi sarebbe potuta capitare. 
La pesantezza del successo fu sostituita dalla soavità di essere di nuovo un iniziatore, mi rese libero di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita. Nei cinque anni successivi fondai una Società chiamata NeXT, un’altra chiamata Pixar, e mi innamorai di una splendida ragazza che sarebbe diventata mia moglie. La Pixar produsse il primo film di animazione interamente creato al computer, Toy Story, ed è ora lo studio di animazione di maggior successo nel mondo. In una mirabile successione di accadimenti, Apple comprò NeXT, ritornai in Apple e la tecnologia che sviluppammo alla NeXT è nel cuore dell’attuale rinascimento di Apple. 
E io e Laurene abbiamo una splendida famiglia insieme. Sono abbastanza sicuro che niente di tutto questo mi sarebbe accaduto se non fossi stato licenziato dalla Apple. Fu una medicina con un saporaccio, ma presumo che ‘il paziente’ ne avesse bisogno. Ogni tanto la vita vi colpisce sulla testa con un mattone. Non perdete la fiducia, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha aiutato ad andare avanti sia stato l’amore per ciò che facevo. Dovete trovare le vostre passioni, e questo è vero tanto per il/la vostro/a findanzato/a che per il vostro lavoro. Il vostro lavoro occuperà una parte rilevante delle vostre vite, e l’unico modo per esserne davvero soddisfatti sarà fare un gran bel lavoro. E l’unico modo di fare un gran bel lavoro è amare quello che fate. Se non avete ancora trovato ciò che fa per voi, continuate a cercare, non fermatevi, come capita per le faccende di cuore, saprete di averlo trovato non appena ce l’avrete davanti. E, come le grandi storie d’amore, diventerà sempre meglio col passare degli anni. Quindi continuate a cercare finché non lo trovate. Non accontentatevi. 
La mia terza storia parla della morte. Quando avevo diciassette anni, ho letto una citazione che recitava: “Se vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, uno di questi c’avrai azzeccato”. Mi fece una gran impressione, e da quel momento, per i successivi trentatrè anni, mi sono guardato allo specchio ogni giorno e mi sono chiesto: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni volta che la risposta era “No” per troppi giorni consecutivi, sapevo di dover cambiare qualcosa. Ricordare che sarei morto presto è stato lo strumento più utile che abbia mai trovato per aiutarmi nel fare le scelte importanti nella vita. Perché quasi tutto - tutte le aspettative esteriori, l’orgoglio, la paura e l’imbarazzo per il fallimento - sono cose che scivolano via di fronte alla morte, lasciando solamente ciò che è davvero importante. Ricordarvi che state per morire è il miglior modo per evitare la trappola rappresentata dalla convinzione che abbiate qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione perché non seguiate il vostro cuore. 
Un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Effettuai una scansione alle sette e trenta del mattino, e mostrava chiaramente un tumore nel mio pancreas. Fino ad allora non sapevo nemmeno cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che con ogni probabilità era un tipo di cancro incurabile, e avevo un’aspettativa di vita non superiore ai tre-sei mesi. Il mio dottore mi consigliò di tornare a casa ‘a sistemare i miei affari’, che è un modo per i medici di dirti di prepararti a morire. 
Significa che devi cercare di dire ai tuoi figli tutto quello che avresti potuto nei successivi dieci anni in pochi mesi. Significa che devi fare in modo che tutto sia a posto, così da rendere la cosa più semplice per la tua famiglia. Significa che devi pronunciare i tuoi ‘addio’. 
 Ho vissuto con quella spada di Damocle per tutto il giorno. In seguito quella sera ho fatto una biopsia, dove mi infilarono una sonda nella gola, attraverso il mio stomaco fin dentro l’intestino, inserirono una sonda nel pancreas e prelevarono alcune cellule del tumore. Ero in anestesia totale, ma mia moglie, che era lì, mi disse che quando videro le cellule al microscopio, i dottori cominciarono a gridare perché venne fuori che si trattava una forma molto rara di cancro curabile attraverso la chirurgia. Così mi sono operato e ora sto bene. Questa è stata la volta in cui mi sono trovato più vicino alla morte, e spero lo sia per molti decenni ancora. 
Essendoci passato, posso dirvi ora qualcosa con maggiore certezza rispetto a quando la morte per me era solo un puro concetto intellettuale: Nessuno vuole morire. Anche le persone che desiderano andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E nonostante tutto la morte rappresenta l’unica destinazione che noi tutti condividiamo, nessuno è mai sfuggito ad essa. Questo perché è come dovrebbe essere: la Morte è la migliore invenzione della Vita. E’ l’agente di cambio della Vita: fa piazza pulita del vecchio per aprire la strada al nuovo. Ora come ora ‘il nuovo’ siete voi, ma un giorno non troppo lontano da oggi, gradualmente diventerete ‘il vecchio’e sarete messi da parte. Mi dispiace essere così drammatico, ma è pressappoco la verità. 
Il vostro tempo è limitato, perciò non sprecatelo vivendo la vita di qualcun’altro. Non rimanete intrappolati nei dogmi, che vi porteranno a vivere secondo il pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui zittisca la vostra voce interiore. E, ancora più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione: loro vi guideranno in qualche modo nel conoscere cosa veramente vorrete diventare. Tutto il resto è secondario. 
Quando ero giovane, c’era una pubblicazione splendida che si chiamava The whole Earth catalog, che è stata una delle bibbie della mia generazione. Fu creata da Steward Brand, non molto distante da qui, a Menlo Park, e costui apportò ad essa il suo senso poetico della vita. Era la fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer, ed era fatto tutto con le macchine da scrivere, le forbici e le fotocamere polaroid: era una specie di Google formato volume, trentacinque anni prima che Google venisse fuori. Era idealista, e pieno di concetti chiari e nozioni speciali. Steward e il suo team pubblicarono diversi numeri di The whole Earth catalog, e quando concluse il suo tempo, fecero uscire il numero finale. Era la metà degli anni Settanta e io avevo pressappoco la vostra età. Nella quarta di copertina del numero finale c’era una fotografia di una strada di campagna nel primo mattino, del tipo che potete trovare facendo autostop se siete dei tipi così avventurosi. Sotto, le seguenti parole: “Siate affamati. Siate folli”. Era il loro addio, e ho sperato sempre questo per me. Ora, nel giorno della vostra laurea, pronti nel cominciare una nuova avventura, auguro questo a voi. Siate affamati. Siate folli.

venerdì 7 ottobre 2011

I gabbiani di Brighton


La prima volta che li vidi fu a Brighton, a sud di Londra, in un giorno di quasi tempesta: i seagulls, grandi gabbiani grigi, si contendevano i pezzi di cibo offerti dai turisti che passeggiavano, nonostante il brutto tempo, sul pontile della città sulla Manica. Da tanto vicino, parevano bestie enormi, che si avvicinavano all'uomo sbattendo le ali contro il vento. Afferravano un parte di panino e si allontanavano subito verso il mare, all'indietro, lasciandosi di colpo trasportare dalle raffiche. 
Quei gabbiani erano padroni dell'aria: sapevano restare in equilibrio e andare ovunque volessero, in qualsiasi condizione atmosferica, meglio di come farebbe il passeggero di un autobus che, senza aggrapparsi ai sostegni, rimanesse fortuitamente in piedi dopo una brusca frenata del conducente -  è questo, fra uomo e uccelli, il paragone più degno: a noi il pavimento di gomma di un mezzo di trasporto, a loro due ali e il cielo.   
Mi sono ricordato di Brighton l'altro pomeriggio, quando Dodokko mi ha fatto notare un volo di gabbiani che dalla pineta si dirigeva verso il mare. "Guarda quanti, papà", mi ha gridato all'improvviso mio figlio. Siamo rimasti a osservarli giusto il tempo di vederli scomparire a poco a poco, non uno a uno, come potremmo pensare di dire, ma tutti insieme, come un unico grande aquilone: prima la testa, poi il corpo, infine la coda. Ma ciò che è rimasta, nei nostri occhi di adulto e di bambino, è stata la leggerezza di questi animali, parola fantasiosa con la quale spesso descriviamo il loro volo. Quel che pensiamo sempre nel vedere gli uccelli che, per volare, non sbattono le ali ma si fanno trasportare dal vento, è che essi non facciano alcuna fatica e che non siano come tutti gli esseri viventi sottoposti alla legge di gravità. La verità invece è che anche loro faticano, ma hanno una struttura ossea e delle penne che gli consento di fare ciò che noi, con le nostre gambe e con le braccia, non possiamo nemmeno sognare di realizzare.
Noi non sappiamo fare altro che camminare e se arriva il vento non balliamo, come i seagulls, ma ci ripariamo dietro a un muro e ci copriamo gli occhi.

giovedì 6 ottobre 2011

Quando il bambino dà i numeri


"Uno, due, tre, quattro, ventiquattro, venticinque, trentasei, trentasette, trentotto, trentanove...quaranta!". Il bambino sul treno esulta e scoppia a ridere quando arriva rapidamente al traguardo del numero quaranta, oltre il quale non sa andare. E infatti, subito dopo ricomincia: "Uno, due, tre...", saltando qua e là, dove gli pare e dove non ricorda. Non c'è niente di strano per lui a iniziare di nuovo il conto e in tal modo, per tutto il viaggio, dopo il quaranta c'è l'uno...non il quarantuno.
Va bene così. Se sapesse contare secondo quanto prescritto dalla matematica che, come si sa, non è opinabile, dove arriverebbe il bambino, a ottanta, novanta, cento? Glie lo auguro di cuore, anche se non lo conosco. Ma preferisco vederlo ricominciare: dopo il quaranta l'uno e, dopo l'uno, il due, il tre, ancora una volta fino a quaranta. Con il sorriso e la soddisfazione di arrivarci, anche saltando qua e là, da un numero all'altro, da un anno così e così a uno migliore, da un fatto da dimenticare o addirittura da non ricordare affatto a un evento bello e memorabile.
Ricominciare da uno, infinite volte e senza invecchiare: i bambini possono farlo contando soltanto fino a quaranta. Oltre non ha senso andare e a volte è meglio riderci sopra.

mercoledì 5 ottobre 2011

Bigenitorialità: quando una legge non basta

Oggi sono stato alla manifestazione 'La Bigenitorialità salva le famiglie separate'. Davanti a Montecitorio erano inaspettatamente tanti i papà e le mamme a chiedere che venga applicata la Legge 54/2006 in materia di affidamento condiviso dei figli. "Anche in caso di separazione personale dei genitori - così recita il testo - il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale".
Esiste dunque un diritto del figlio alla bigenitorialità (che contiene, ovviamente, alcune eccezioni), ma che i giudici faticano ancora a percepire, se è vero - come denuncia il Movimento Femminile per la Parità Genitoriale che ha organizzato il sit-in - che in Italia sono circa 950mila i genitori separati che possono vedere i propri figli solo un pomeriggio a settimana, 150 mila quelli che hanno perso ogni contatto con loro, ben oltre 500mila le sentenze di 'falso' affidamento condiviso, circa 25mila i minori tolti ai genitori e collocati in altre strutture, 100 gli omicidi/suicidi causati ogni anno dalla conflittualità esasperata, l'80 per cento le denunce di abuso o maltrattamento che secondo le Procure sono false e costruite al solo scopo di liberarsi dell'ex coniuge ed escluderlo dalla vita dei figli.
"Mai più genitori senza figli. Mai più figli senza genitori": questo lo slogan della manifestazione. Ma perché questo sogno, di salvaguardia anzitutto dell'integrità psicologica dei minori, possa essere realizzato, non è sufficiente - a mio avviso - una legge. Infatti, parlando con i genitori, per alcuni dei quali il giudice aveva disposto addirittura l'affidamento condiviso ma che nonostante ciò non riescono a vedere ugualmente i propri bambini, mi è parso che la legge sia insufficiente laddove manchi un cambio di mentalità negli stessi genitori nonché nei servizi sociali, dai primi spesso chiamati in causa, che finalmente privilegi il bene dei figli sopra ogni altra cosa.
Insomma, non soltanto la legge e i giudici dovrebbero garantire il bene dei figli e quindi il loro diritto alla bigenitorialità, ma, prima di qualsiasi istituzione, dovrebbero essere gli stessi genitori ad avere a cuore tale principio: ossia che il bambino deve poter frequentare e avere una rapporto anche con l'ex coniuge, che resta e deve restare padre o madre che sia e nonostante qualsiasi 'fallimento' matrimoniale e al di là di ogni possibile rancore. 

martedì 4 ottobre 2011

Padri e figli, quant'è difficile conciliare vita affettiva e impegni

Wil Smith in una scena del film La ricerca della felicità

Ricevo da un lettore e pubblico una lettera che trovo molto interessante in quanto centra il tema, evidentemente caro non solo a me, della difficile conciliazione fra libertà e obblighi, vita affettiva e vita sociale e, in generale, l'eterna contraddizione - ancora più evidente se essa coinvolge un bambino - fra ragione e fantasia. 
E' difficile uscirne al giorno d'oggi e soprattutto nel mondo in cui viviamo. E il tempo è un grande traditore, che fa volare via gli istanti più belli e irripetibili Ma per fortuna la sua percezione è differente, a seconda di chi siamo e dell'età che abbiamo. Gli stessi bei momenti, come quelli trascorsi con i figli, che per gli adulti svaniscono in un attimo, nei bambini possono durare un'eternità. Ed è questa la consolazione più bella, che spesso ritroviamo soltanto nei nostri ricordi. 
"Leggo l'articolo Che cosa dovrebbe fare un padre? - mi scrive Luca Bianco da Mestre - e trovo una continuità con un'iniziativa da me intrapresa nei due ultimi giorni con la scuola di mia figlia, cioè una lettera aperta alle varie componenti della scuola". 
Eccola di seguito: 

Settembre 2011 

Gentili maestre, 

io ho un problema. Sì, ho un problema come papà. Per comprendere meglio di cosa sto parlando vorrei condividere con voi alcune mie osservazioni. Le farò con il cuore in mano, diretto, senza giri di parole e con la massima sincerità e trasparenza. Sarò prolisso unicamente perché credo che un’attenta analisi, per essere esaustiva, non possa e non debba essere “liofilizzata" per il timore che chi mi legge si possa annoiare. Cercherò di essere il più completo possibile su un argomento assai ampio, e spero che voi abbiate la pazienza e soprattutto la volontà di arrivare fino in fondo per poter avere una visione completa ed esauriente del mio pensiero e quindi della mia difficoltà. 
Credo, e penso voi siate d’accordo, che il principio di libertà di parola e di pensiero sia un diritto inalienabile dell'essere umano finché non offende nessuno. D’altra parte, per poter capire il mio problema e trovare un’eventuale soluzione, è fondamentale che voi siate al corrente delle criticità che riscontro nella mia attività di genitore. 
Io osservo molto mio figlia, mi piace farlo, mi piace comprendere e condividere i suoi pensieri, assistere all’evoluzione della sua vita. Come genitore ho a cuore il suo futuro e la sua crescita verso l'autonomia ed è con questo obiettivo che impiego tutte le mie energie. 
Questa dovuta premessa mi permette di dare inizio alla mia analisi, che ha il solo intento di esprimere alcuni ragionamenti che gradirei presentare anche a voi. 
In questi anni scolastici mi è capitato, nei fine settimana, di osservare Pallina mentre svolge i compiti, ricurva sulla scrivania e la schiena non propriamente verticale, mentre fuori il sole segna la giornata. 
Con questa immagine dinanzi mi scopro a pensare alla mia fanciullezza, un periodo in cui non esistevano tempi pieni e si andava a scuola anche il sabato mattina. Già dalla seconda elementare mi recavo da solo a scuola in bicicletta come tutti gli altri, scuola che distava un po' da casa mia. Ricordo di aver avuto, oltre alle solite amicizie scolastiche, anche amicizie nella zona dove abitavo con cui mi incontravo per inventare giochi, litigare per poi riappacificarci, costruire capanne nei campi liberi da coltivazioni e case, fare le bande, mangiare le pannocchie ancora tenere o arrostire quelle mature, prendere pesci e girini nei fossi e canali. 
In sintesi, si interagiva con la realtà circostante, a conoscere sé stessi con i propri limiti, ad essere parte di un qualcosa di più ampio di sé stessi e a conoscere una fetta di realtà al di là del nostro piccolo mondo domestico. Per noi non esistevano mai i tempi morti e non perché ci fossero un susseguirsi ininterrotto di impegni preordinati, bensì perché avevamo molto tempo libero per noi ed eravamo spesso noi ad occuparlo pienamente senza mai annoiarci. 
Adesso però guardo mia figlia e la vedo a scuola fino al tardo pomeriggio. Vedo mia figlia a casa, stanca dopo otto ore di scuola. In un battibaleno è sera, si cena e poi a letto, ormai senza nemmeno più dedicarsi ad altre attività. 
Il fine settimana non è molto diverso dalle giornate infrasettimanali, in quanto i compiti a casa occuperebbero di fatto molte ore della giornata. Nel periodo estivo è eventualmente possibile recuperare qualche ora d’aria nel tardo pomeriggio, ma nel periodo invernale significa non poter uscire ad incontrare altri amici visto che presto diventa buio e fa freddo. Ipotizzare poi un fine settimana o un “ponte” fuori porta, risulta difficile, in quanto il godimento di quei giorni dipenderebbe inesorabilmente e proporzionalmente dalla mole di compiti che vengono assegnati solitamente per quei giorni. Questa situazione incrina la serenità della famiglia, oltre a non permetterci di godere del periodo di relax, rovinando i bei, meritati e rari giorni liberi. 
Questa è purtroppo la situazione in cui, mio malgrado, mi trovo. Ben consapevole che l’educazione spetta a me come genitore, gli effetti della vostra attività di insegnanti (spesso imposta da direttive ministeriali) condiziona in modo sostanziale i miei progetti educativi. Quello che intendo dire è che non riesco più a trovare le condizioni ideali per potergli trasmettere ed insegnare i principi di vita che io ritengo basilari, riducendo di fatto considerevolmente il mio ruolo di educatore nei suoi confronti. In altre parole, il mio rapporto educativo con mia figlia, viene condizionato in modo determinante dalla scuola. 

Di seguito illustro le criticità che riscontro nella mia attività di genitore. 

L’ESSENZIALITA’ DEI CONTATTI UMANI E IL GIOCO SPONTANEO 

Pallina è indubbiamente una buona alunna, ma questo a scapito di altri aspetti importanti della vita. Difficilmente, durante il periodo scolastico, riesce ad uscire di casa e tanto meno lo fa per vedersi con altri compagni o amici, se non di rado ed in via del tutto limitata, facendo diventare un evento eccezionale quella che dovrebbe essere una condizione normale. Allo stato dei fatti lo stare all’aria aperta, l’incontrarsi e giocare con gli amici viene considerato un baratto per un buon rendimento scolastico, invece di essere una necessità naturale. E' fondamentale per una crescita equilibrata ed armonica il gioco libero e spontaneo, privo dell'intervento di adulti, e il più possibile in ampi spazi all'aperto. Mi amareggia peraltro che a scuola, la pausa dopo la mensa, molto raramente è svolta nel giardino della scuola e quasi sempre si caratterizza in attività sedentarie in aula. 

L’INFLUENZA DELLA FANTASIA 
Un altro cambiamento a cui sto assistendo riguarda la fantasia. La fantasia che Pallina impiegava per il gioco o per inventare qualsiasi cosa (situazioni immaginarie, esperimenti, ecc.) si assottiglia ogni giorno sempre di più e i momenti di svago mentale sono decisamente limitati. Un po' di tempo fa, in uno dei rari momenti liberi, l’ho sentita dire: “papà, non so cosa fare!”. Allora mi sono chiesto come fa un bambina che dovrebbe avere la mente sempre in moto con mille idee ed ancora più proposte, trovarsi improvvisamente senza fantasia, creatività o immaginazione? Vuol dire che gli stiamo atrofizzando la mente subissandola di nozioni, inibendo così la sua capacità di esprimere autonomamente il suo pensiero? Come posso incentivare la fantasia, la creatività, l’immaginazione che è alla base di qualsiasi creazione intellettuale o manuale? Come incoraggiare anche i minimi tentativi del fare e del fare serenamente con una ritrovata tranquillità creativa? La mancanza di fantasia è un blocco che non porta da nessuna parte. All'inizio dello scorso anno scolastico, in più occasioni, diversi alunni della scuola esprimevano il loro malessere nel dover frequentare l'anno scolastico appena avviatosi. Già dalla scuola primaria non hanno più interesse ad imparare? 

LA GESTIONE DEL TEMPO LIBERO Così ritorno a pensare a mia figlia, me la vedo tra qualche anno, adolescente, mentre chiede annoiata alle sue amiche - “ragazze cosa vi va di fare?” seguito dalla probabile risposta: “Boh!”. Quel “boh” nasconderà la loro assenza di iniziativa e fantasia, la loro apatia mentale ed emotiva, la loro incapacità di riempire in modo utile il proprio tempo libero. Questa condizione rischiosa potrebbe portare i ragazzi, in assenza di stimoli, a trovare altri tipi di interessi, ivi compresi interessi in cose o in attività che noi genitori probabilmente non approveremmo. 
E' una visione volutamente pessimista che enfatizza l’importanza della gestione autonoma del tempo libero. Secondo me è errato pensare che il momento di libertà sia solo una perdita di tempo fine a sé stessa, da riempire obbligatoriamente con mille attività preorganizzate da adulti, in cui i nostri figli devono solo seguire ed eseguire le indicazioni che vengono di volta in volta loro impartite. In realtà, se ci pensiamo, è l’unico vero momento in cui i nostri bambini imparano ad esprimersi liberamente senza imposizioni, a prendere decisioni, a socializzare, a curare i propri reali interessi; è l’unico momento in cui possono essere sé stessi senza vincoli. Dover limitare esageratamente o sopprimere questo momento, significa privare un bambino di una parte importante dell’apprendimento della vita, svuotandolo di una componente essenziale del proprio sviluppo. 

IL RAPPORTO CON LA FAMIGLIA 
Riassumendo, su sette giorni settimanali, solo se ben organizzati, resterebbe soltanto la domenica da poter dedicare alla famiglia senza obblighi scolastici. Ma è giusto che chi lavora a tempo pieno passando almeno 8 ore al giorno concentrato sulla propria mansione abbia diritto, per contratto, ad avere ben due giorni liberi da qualsiasi pensiero lavorativo, mentre mia figlia che passa le stesse ore o più, a studiare, non abbia diritto al medesimo riposo, dovendo restare più che concentrata anche nel fine settimana? Con questa prerogativa credo che sia abbastanza prevedibile che Pallina inizi la nuova settimana così come ha finito la precedente, ovvero stanca. 
Certamente questa situazione ha fortemente condizionato la nostra vita familiare. Una volta quel raro tempo dedicato per rinsaldare il rapporto papà-figlia e per trasmettere i vissuti educativi anche, e non solo, attraverso dialogo, giochi, esperimenti, lavoretti, letture, dovrebbe essere sostituito dall’assistenza perpetua del genitore alla figlia nello svolgimento dei compiti. Mi farebbe piacere che mia figlia avesse in futuro un ricordo piacevole del tempo passato con i propri genitori, ma al momento tali ricordi non risulterebbero all’ordine del giorno. Come posso rinsaldare ed affermare un sano rapporto papà-figlia?

IL CALVARIO DEI COMPITI 
Sono consapevole che i compiti hanno la duplice funzione di ripasso e di consolidamento delle materie illustrate e degli argomenti insegnati in classe, ma dare compiti per i fine settimana e i ponti, come oggi avviene, non permette ai bambini di riprendere le energie necessarie per affrontare il periodo successivo. Credo infatti che il sovraccarico di nozioni possa portare a più confusione e meno interesse e attenzione, ottenendo così il risultato opposto a quello desiderato. 
I compiti da eseguire, i castighi annunciati dalla scuola in caso di errore o dimenticanza, il timore di dover recuperare in caso di malattia, se condensate tutte insieme nello stesso periodo (e a volte purtroppo capita) producono ansie, tic nervosi o altre forme di esternazione dello stress, che si possono sfogare anche con fantomatici mal di pancia (palese psicosomatizzazione). Il mio obiettivo, invece, come papà, è fare di tutto affinché la scuola non diventi solo un posto brutto, in cui predomina il pensiero costante del “non voglio andare” (come oggi purtroppo a volte avviene, anche se non sempre espresso), ma un luogo in cui accrescere e coltivare con passione tutto ciò che è nuovo e perciò interessante. 

CONCLUSIONI 
Sono conscio del vostro obbligo di dover adempiere alle indicazioni ministeriali in relazione al materiale didattico da dover insegnare nel corso di un anno scolastico e vi ringrazio per le vostre mirabili intenzioni. Contestualmente auspico un aiuto perché mia figlia possa essere una ragazza responsabile, onesta, rispettosa, curiosa, fantasiosa, critica ed intraprendente, evitando, speriamo, che diventi una di quelle tante ragazze “svuotate” che la società troppo spesso sforna. 
Continuando così come si è proceduto finora, pur impegnando tutti gli sforzi, temo di mancare l'obiettivo per i motivi sopraelencati e per l’impossibilità di poter fare la mia parte in quanto bloccato dal ruolo continuativo di "assistente scolastico". Come posso educare mia figlia ad affrontare la vita, se non ho il tempo e le condizioni, in altre parole, la possibilità per agire adeguatamente? Questo è il mio problema come genitore: l’incertezza di raggiungere l’obiettivo dettato dall’impossibilità di poter accompagnare adeguatamente mia figlia nel processo educativo. 

L'ultima questione che espongo, riguarda un particolare aspetto. La situazione finora descritta è volutamente espressa come se fosse la situazione di genitori conviventi (sposati o non sposati). Mentre l'essere un genitore separato amplifica notevolmente i problemi rispetto a come sopra descritti, in quanto molto minore è il tempo che posso trascorrere con mia figlia, fino quasi ad annullare ogni possibilità di essere genitore. 

In che modo posso recuperare il mio ruolo di genitore coniugandolo con le necessità scolastiche?

Distinti saluti 

Luca Bianco