venerdì 30 settembre 2011

Che cosa dovrebbe fare un padre?


Che cosa dovrebbe fare un padre se non accompagnare il figlio nel suo cammino individuale? Mi rendo ben conto della evidente contraddizione logica presente in questa mia riflessione, ossia dei termini conflittuali "accompagnare" e "individuale" posti all'interno della stessa frase. Ma siccome nella vita le contraddizioni coesistono più che nella grammatica e in abbondanza, voglio chiedermi lo stesso se, insomma, l'individualità di un figlio si possa e si debba accompagnare.
Il lavoro del genitore e, nella fattispecie, quello del padre, è contraddittorio se non addirittura tragico, se soltanto si pensa alle aspettative che esso racchiude oggi più che mai: la sua figura deve essere un esempio, per il figlio, di affermazione nella società, ma deve poter costituire anche un abbraccio nei momenti di difficoltà; il tempo - questo assurdo meccanismo all'interno del quale siamo inseriti e ci muoviamo - in cui stiamo fuori di casa a lavorare e il tempo in cui dovremmo restare a casa ad accudire la prole spesso coincidono, e se siamo qui non siamo là e allora come la risolvi la questione della tua presenza o della tua essenza, a seconda del lato dal quale vogliamo vedere la faccenda? E poi, l'aspetto sempre preteso della razionalità, laddove sono in gioco elementi e contesti della massima emozionalità...in poche parole, calma e sangue freddo è ciò che è richiesto e che dobbiamo mostrare mentre l'incendio divampa.
E' un lavoro non umano, ma da super eroe, quello del padre che vuole avere e non intende rinunciare né alla propria presenza e né al proprio ruolo. Ma la difficoltà più grande - che gli si presenta tutti i giorni in forme differenti perché esse seguono l'evoluzione del figlio e non se ne restano statiche come può esserlo un adulto bell'e fatto - e che deve superare è proprio quella di facilitare l'emergere dell'individualità del suo piccolo, di aiutarlo a costruirsi la sua unicità nel mondo...tutto questo senza mai abbandonarlo (neppure idealmente) al suo destino.
Questa compartecipazione del padre al futuro del figlio, senza permettersi di essere mai invadenza, è il lavoro più duro e contemporaneamente il più delicato: si tratta di scorgere, di prevedere, di chiedere con parole che non somiglino a domande, di rispettare, di riconoscere, di andare spesso contro se stessi. Si tratta di proteggere, ma allo stesso tempo di consentire e accettare l'esposizione. E infine di fidarsi, nonostante si siano messe in discussione realtà, una volta date per certe, e istituzioni le quali siamo sempre più obbligati a delegare.
Fare il padre vuol dire fare tutto e il contrario di tutto, credendoci e, talvolta, anche senza crederci affatto. 

1 commento:

prando ha detto...

Ottime osservazioni.
Anch'io ho fatto dei ragionamenti sul rapporto con mio figlio, soprattutto per la parte che riguarda la protezione e qualche tempo fa ho scritto: Essere padre non significa evitare, o peggio impedire, che tuo figlio sbagli, ma essere pronti, la volta che cadrà (perchè cadrà, stanne certo), ad aiutarlo a rialzarsi.