venerdì 30 settembre 2011

Attachment parenting e cattivi genitori


Attachment parenting: qualcuno ha mai sentito queste due parole? Ebbene, non significano altro che attaccamento naturale dei genitori ai figli. Attaccamento naturale, ovvero che non dovrebbe essere mediato dalla cultura o dalla moda del momento, dalla tendenza del giorno in campo educativo o dalla teoria pedagogica di turno. Semplicemente, il bambino chiama, esprime il suo disagio, un suo bisogno, una richiesta, e la madre o il padre accorrono, lo sostengono sia in modo figurato che fisico. Dovrebbe essere la cosa più banale e scontata al mondo un rapporto così concepito, quello cioè che si osserva solitamente fra gli animali, quando il cucciolo piange e la mamma lo stringe a sé. Invece, dato che l'uomo col tempo ha perduto la sua naturalezza, tanto da essere diventato l'unico animale culturale esistente, per ritrovare un rapporto di tipo naturale egli è costretto a farlo inventandosi una teoria culturale. In pratica, l'uomo oggi non è più capace di seguire la natura e l'istinto e per farlo compie uno studio, una ricerca scientifica, fabbrica una tecnica che ce lo conduce. Crea insomma il medium, il mezzo, l'artificio attraverso il quale raggiungere il suo scopo. In sintesi, oggi anche la natura dell'uomo è artificiale e artificiosa, se parliamo di attachment parenting come teoria.
C'è un bel blog in rete che si chiama Mamma Mia! e che tratta dei diversi aspetti del rapporto genitori-figli proprio dal punto di vista dell'attachment parenting. Ma non come teoria: l'autrice, infatti, nei suoi post porta esempi concreti di questo tipo naturale di relazione, anche se è chiaro come il sole che sostenga questo approccio, così come anch'io, a dire il vero, faccio. Ora però, non è mia intenzione soffermarmi e parlare dei contenuti di questo sito e tessere le lodi della spontaneità, qualità che dovrebbe essere sempre presente in qualsiasi rapporto affettivo. Né tantomeno intendo ribadire quanto io sia molto di più affezionato a forme di espressione autentiche anziché convenzionali e quanto io preferisca, specie se parliamo di figli e genitori,  certi atteggiamenti cosiddetti istintivi a comportamenti razionali e dettati soprattutto da ragioni socialmente utili.
Ciò che invece qui mi interessa sottolineare veramente è quanto la descrizione su Mamma Mia! di un rapporto affettivo padre-madre-figlio, basato sulla spontaneità dei sentimenti, sull'incontro delle diverse esigenze degli attori e sull'ascolto delle reciproche istanze, sul sostegno da parte di chi è più grande a chi è più bisognoso, sappia destare il malumore nei molti lettori di questo blog che vi lasciano commenti spesso anche molto offensivi nei confronti della sua autrice. Ma perché lo fanno - mi chiedo - e perché essi si sentono toccati nel profondo da certi argomenti? Si immaginano forse sotto accusa per aver scelto un metodo educativo differente per i loro figli?
Parlando nel suo blog di rapporto naturale, citando centinaia di esempi di relazione spontanea fra genitori e figli, l'autrice non ha mai condannato altri tipi di approccio meno immediati. Tuttavia si è attirata le critiche gratuite di quanti si sono sentiti descrivere, evidentemente nelle proprie coscienze, quali cattiivi genitori. Ma non si è genitori cattivi se non si segue l'istinto. Piuttosto si è genitori culturali, laddove fino a ieri questi lo erano soltanto i padri, dal momento che avevano addirittura la facoltà di riconoscere o meno il figlio. Alle madri invece spettava ancora un ruolo di dolcezza naturale, una continuità e un legame col bambino nati nello stesso giorno del suo concepimento. Oggi invece il cordone è rotto una volta per tutte e i genitori - soprattutto le madri, mi sembra - sono le più contente che ciò sia avvenuto. Hanno chiaramente ottenuto ciò che cercavano: un'emancipazione dal figlio e un affrancamento dalla natura. E a chi ancora volesse tornare a questa e al passato non resta ormai che la consolazione dell'invenzione di una teoria.

Che cosa dovrebbe fare un padre?


Che cosa dovrebbe fare un padre se non accompagnare il figlio nel suo cammino individuale? Mi rendo ben conto della evidente contraddizione logica presente in questa mia riflessione, ossia dei termini conflittuali "accompagnare" e "individuale" posti all'interno della stessa frase. Ma siccome nella vita le contraddizioni coesistono più che nella grammatica e in abbondanza, voglio chiedermi lo stesso se, insomma, l'individualità di un figlio si possa e si debba accompagnare.
Il lavoro del genitore e, nella fattispecie, quello del padre, è contraddittorio se non addirittura tragico, se soltanto si pensa alle aspettative che esso racchiude oggi più che mai: la sua figura deve essere un esempio, per il figlio, di affermazione nella società, ma deve poter costituire anche un abbraccio nei momenti di difficoltà; il tempo - questo assurdo meccanismo all'interno del quale siamo inseriti e ci muoviamo - in cui stiamo fuori di casa a lavorare e il tempo in cui dovremmo restare a casa ad accudire la prole spesso coincidono, e se siamo qui non siamo là e allora come la risolvi la questione della tua presenza o della tua essenza, a seconda del lato dal quale vogliamo vedere la faccenda? E poi, l'aspetto sempre preteso della razionalità, laddove sono in gioco elementi e contesti della massima emozionalità...in poche parole, calma e sangue freddo è ciò che è richiesto e che dobbiamo mostrare mentre l'incendio divampa.
E' un lavoro non umano, ma da super eroe, quello del padre che vuole avere e non intende rinunciare né alla propria presenza e né al proprio ruolo. Ma la difficoltà più grande - che gli si presenta tutti i giorni in forme differenti perché esse seguono l'evoluzione del figlio e non se ne restano statiche come può esserlo un adulto bell'e fatto - e che deve superare è proprio quella di facilitare l'emergere dell'individualità del suo piccolo, di aiutarlo a costruirsi la sua unicità nel mondo...tutto questo senza mai abbandonarlo (neppure idealmente) al suo destino.
Questa compartecipazione del padre al futuro del figlio, senza permettersi di essere mai invadenza, è il lavoro più duro e contemporaneamente il più delicato: si tratta di scorgere, di prevedere, di chiedere con parole che non somiglino a domande, di rispettare, di riconoscere, di andare spesso contro se stessi. Si tratta di proteggere, ma allo stesso tempo di consentire e accettare l'esposizione. E infine di fidarsi, nonostante si siano messe in discussione realtà, una volta date per certe, e istituzioni le quali siamo sempre più obbligati a delegare.
Fare il padre vuol dire fare tutto e il contrario di tutto, credendoci e, talvolta, anche senza crederci affatto. 

giovedì 29 settembre 2011

Micotossine nel latte di formula e negli omogeneizzati alla carne


Un’alta percentuale di latti formulati e di omogeneizzati di carne, commercializzati in Italia, potrebbe essere contaminata da micotossine, un gruppo di sostanze potenzialmente tossiche e cancerogene, come recepito dalle numerose leggi che ne proibiscono la presenza negli alimenti. E potenzialmente più pericolose se presenti in alimenti per lattanti, dato che questi non hanno una dieta variata come i bambini più grandi e gli adulti, ma spesso vengono alimentati solo o principalmente con latte formulato e omogeneizzati.
La scoperta è di un gruppo di ricercatori dell’Università di Pisa ed è stata pubblicata dalla prestigiosa rivista USA Journal of Pediatrics. Gli autori dell’articolo hanno analizzato 185 campioni di latte formulato, sia in polvere sia liquido e pronto all’uso, di 14 marche trovati in vari punti vendita nel 2007 e 2008. I latti erano in maggioranza di tipo 1, quelli raccomandati per i primi 6 mesi, ma c’erano anche dei latti per neonati prematuri. Hanno analizzato anche 44 campioni di omogeneizzati di carne, di solito raccomandati dai 4 mesi di età, di 7 marche, tutti commercializzati nel 2008. Le carni usate erano di manzo, vitello, pollo, tacchino, coniglio, maiale, cavallo e agnello. L’analisi consisteva nel cercare la presenza di diversi tipi di zearalenone, una micotossina non steroidea prodotta da batteri spesso presenti in diversi cereali, usati appunto negli allevamenti di vari animali, comprese le mucche da latte, ingrediente base per la preparazione delle formule per lattanti.
Cos’hanno trovato? Diversi tipi di zearalenone erano presenti tra il 9% e il 28% dei latti 1, ma anche in uno dei campioni di latte per neonati pretermine, senza differenze significative tra le varie marche. Le micotossine erano presenti anche nel 27% dei campioni di omogeneizzati alla carne, anche in questo caso senza differenze significative tra marche. Gli autori hanno anche stimato le quantità medie di micotossine che un lattante ingerirebbe per kg di peso, se fosse alimentato solamente con latte di formula. Questo valore supererebbe gli 0.5 microgrammi per kg di peso al giorno che è il limite di sicurezza raccomandato dalle più importanti agenzie di controllo internazionali. E per i bambini questo rappresenta un considerevole rischio, data la loro velocità di crescita e sviluppo, il metabolismo elevato, e l’immaturità dei loro sistemi di depurazione e di molti organi e tessuti, sistema nervoso centrale in primo luogo.
“Le micotossine trovate negli alimenti per l’infanzia - precisano in un comunicato congiunto ACP - AICPAM - BABYCONSUMERS - IBFAN ITALIA - IL MELOGRANO - MAMI - provengono evidentemente dalle carni degli animali usati dall’industria per la preparazione di questi prodotti. Più precisamente dalle granaglie usate per l’alimentazione di questi animali, spesso non controllate rigorosamente, o addizionate di sostanze proibite. Il dato mette in seri dubbi la tanto decantata maggior sicurezza di questi prodotti rispetto agli alimenti di preparazione casalinga, pubblicizzata dalle ditte produttrici. Grazie al marketing, il pubblico in generale una percezione degli alimenti industriali per bambini (compresi i latti artificiali) come di cibi molto sicuri e controllati, mentre evidentemente non è così. Gli autori della ricerca raccomandano a ragione controlli più rigorosi. Noi chiediamo quindi che tutti gli ingredienti che rientrano nei latti formulati e nei cibi destinati all’infanzia vengano maggiormente controllati per la loro qualità e sicurezza, e che le ditte si impegnino a rispettare il Codice Internazionale al 100%, per la tutela della salute dei bambini e la protezione dell’allattamento”.

lunedì 19 settembre 2011

Il matrimonio di mia cugina


Siamo appena tornati da un viaggio nel tempo, Dodokko e io. Nel fine settimana appena trascorso siamo andati in un paese del sud Italia, per partecipare al ricevimento per le nozze di una mia cugina. Abbiamo viaggiato in aereo, noi due da soli, come due uomini o, meglio, come due ometti. E in poco più di un'ora eravamo già nel passato. In una dimensione che mio figlio non conosceva, ma che io ricordavo bene. Abbiamo visto persone care, perlopiù parenti, della maggior parte della quali Dodokko non aveva memoria, alcune perché non le aveva mai incontrate prima, altre perché semplicemente non se le ricordava. Tutte hanno avuto un gesto d'affetto per lui, un bacio, una carezza, una parola. E lui, dapprima intimidito e a volte seccato, le ha lasciate fare e poi ha ricambiato, con spontanea dolcezza.
Tutte queste persone, di cui molte non le incontravo da anni, avevano le caratteristiche proprie di sempre, quelle che ho sempre saputo o che ho sempre soltanto immaginato. Una voce di un certo tipo, un colore della pelle particolare, un odore tipico, una maniera di camminare o di gesticolare inconfondibili, un modo unico di guardarti negli occhi: connotazioni  che, evidentemente e con una mia certa sorpresa, non ho mai dimenticato. Insomma, è stato bello ritrovare i miei ricordi e raccoglierli tutti insieme, come fiori spuntati in una sera all'improvviso, soltanto per me. Ed è stato un peccato, anche, essere andati via il giorno dopo, così di fretta.
Ma la vera novità di questo mio ritorno al passato è stato Dodokko, comparso in luoghi che non aveva mai veduto prima e tuttavia amato da tutti, a prima vista. Mentre la sola persona che veramente mancava alla festa era mio padre, che avrei voluto vedere lì, assieme a tutti gli altri, per fargli conoscere e sapere quanto è bello e intelligente mio figlio. Ma forse mi sbaglio a dire che mio padre non c'era, perché so che per alcuni vedere me è come vedere lui e guardare mio figlio è stato come guardarlo con i suoi occhi.

domenica 18 settembre 2011

Fotografie

Improvvisi
inaspettati
inattesi
regalati
comparsi
chissà quando.

I sorrisi
che mancano
che non sai più dove
e se ancora esistono.  (2011)

venerdì 16 settembre 2011

Metà dei genitori britannici favorevole alle punizioni corporali a scuola

Non so onestamente se stupirmi di più per il dato numerico oppure per l'argomento in sé e, comunque, i giochetti tipo "è nato prima l'uovo o la gallina" non mi hanno mai entusiasmato molto. Il tema va affrontato nel suo insieme: ebbene, tantissimi papà e mamme britannici, il 49 per cento, sarebbero favorevoli a un ritorno alle punizioni corporali nelle scuole, abolite nel 1984. Stando infatti a un sondaggio pubblicato oggi dall'Independent, risulta che quasi la metà dei duemila genitori intervistati guarderebbe favorevolmente ai tempi in cui schiaffi e bastonate erano permessi nelle classi. Ma c'è di più: in un altro sondaggio, che ha coinvolto 530 ragazzi, il ritorno delle botte da parte degli insegnanti sarebbe auspicabile perfino per un quinto di questi (il 19 per cento), in quanto garanzia di una maggiore disciplina a scuola.
L'indagine, commissionata dal Times Educational Supplement, la più grande rete di insegnati nel mondo, giunge nel momento esatto nel quale il segretario di Stato britannico per l'Istruzione Michael Gove sta lanciando una crociata per aumentare la disciplina nelle scuole, nelle quali, secondo lui, i bambini devono sapere "chi è che comanda". E, a quanto pare, i genitori sono d'accordo con il deputato conservatore nel ritenere che ci sia maggiore bisogno di disciplina: il 93 per cento di loro, infatti, pensa che si dovrebbe dare agli insegnanti maggiori poteri per dimostrare la loro autorità, e la stessa opinione è condivisa dal 68 per cento degli allievi. Con le riforme di Gove, gli insegnanti avranno carta bianca per utilizzare restrizioni fisiche nelle scuole e per sequestrare oggetti quali coltelli, telefonini e droghe.
Perché - mi domando - questa richiesta alla scuola di ritorno a una severità così eccessiva? Perché dei genitori dovrebbero auspicare punizioni corporali per i figli, impartite per altro da estranei? Non sono in grado, madri e padri, di educare i propri ragazzi in prima persona? E non riescono essi, nel farlo, a evitare le botte? Mi sembra che la tendenza sempre più diffusa oggi sia quella di assentarsi e di sparire in quanto genitori e di delegare ad altri, istituzioni scolastiche per prime, un ruolo evidentemente troppo carico di responsabilità. I genitori stanno diventando latitanti e chiedono alla società di prendere, a ogni costo ed eventualmente anche con l'uso della violenza, il proprio posto.

Quando a scuola manca la fantasia: il semaforo


Le linee non sono precise. Sono storte, un po' a zig-zag. Sono leggermente curve sul foglio a quadretti. E gli angoli sono tutt'altro che retti: misureranno 100-110 gradi e là, dove il lato deve congiungersi con un altro fatto prima e ormai più lungo, l'ampiezza dell'angolo non sarà maggiore di 70-80 gradi. La sagoma del semaforo che viene fuori dal disegno non è propriamente un rettangolo e poi i cerchi al suo interno sono tutti storti, attaccati l'uno all'altro e collocati troppo in alto, tanto che ci sarebbe posto per un quarto cerchio, giù in basso. Tuttavia, se le sbavature, anche qui, non si può dire che manchino, i colori sono nell'ordine canonico: in alto il rosso, al centro l'arancione, sotto il verde. 
Ma la tonalità predominante di questo disegno fatto da Dodokko all'asilo è senza dubbio il rosso: il colore del semaforo che intima ai passanti di fermarsi. Perché sono convinto di questa prevalenza nel complessivo 'equilibrio cromatico dell'opera dell'artista'? Per il semplice motivo che ieri mio figlio, quando mi ha raccontato della sua raffigurazione grafica, ha cercato di essere rassicurato da me sul fatto che non avrebbe più dovuto rifare a scuola il disegno del semaforo, così come la maestra gli aveva chiesto di fare (quante volte?), "per disegnarlo meglio". Insomma, mi è parso, sempre restando in argomento, che Dodokko avesse ricevuto una bella luce rossa, uno stop dall'insegnante, mentre da me cercasse di ottenere una luce verde, un lascia-passare, una via di fuga da ciò che gli era apparso come un obbligo.
Mi spiego meglio: niente di male, ovviamente, se la richiesta dell'educatrice è stata dolce e gentile: Infatti, "a scuola si va per imparare - gli ho detto - ed è per questo motivo che la maestra ti ha detto di riprovare". "Ma io non lo voglio più fare", mi ha implorato ancora Dodokko. "Ma vedrai che domani farete altri disegni", ho aggiunto. "Ma la maestra ha detto che continueremo a fare ancora semafori...e se non li disegno bene si arrabbia", ha continuato con voce implorante. "Ma non credo che si arrabbi se non disegni perfettamente: mica sei Giotto, che era un pittore che faceva dei cerchi precisissimi, sei un bambino", ho tentato ancora di convincerlo. 
A questo punto Dodokko mi ha risposto: "La maestra si arrabbia se le dico 'senti'. Mi ha detto: 'Non mi chiamo Senti, ma Maestra oppure Francesca'". "E tu chiamala così - gli ho consigliato, mentre nella mia testa una luce (rossa di rabbia, ma controllata) si accendeva al ripensare alla frase 'Non mi chiamo Senti' -. Anzi - ho aggiunto - chiamala semplicemente maestra, così anche quando ci sono le altre insegnanti non ti sbagli con i nomi: chiamale tutte quante 'maestra', come vogliono...". "E se mi sbaglio?", mi ha chiesto. "Se ti sbagli non è la fine del mondo, può succedere, non si arrabbierà".
Dopo questo dialogo gli ho proposto di disegnare insieme dei semafori, "così, se domani dovete rifarli in classe, saprai già disegnarli". Dodokko ha accettato con piacere e ha smesso di piangere. Avremo realizzato una decina di semafori prima di cena, alcuni col palo, altri senza perché sul foglio, a volte, ovvero quando il semaforo veniva troppo grande, finiva lo spazio per mettercelo. Mio figlio ha cercato di raggiungere una perfezione difficile da trovare in una sera: Ancora "le linee non sono precise. Sono storte, un po' a zig-zag. Sono leggermente curve sul foglio a quadretti. E gli angoli sono tutt'altro che retti: misureranno 100-110 gradi e là, dove il lato deve congiungersi con un altro fatto prima e ormai più lungo, l'ampiezza dell'angolo non sarà maggiore di 70-80 gradi. La sagoma del semaforo che viene fuori dal disegno non è propriamente un rettangolo e poi i cerchi al suo interno sono tutti storti, attaccati l'uno all'altro e collocati troppo in alto, tanto che ci sarebbe posto per un quarto cerchio, giù in basso. Tuttavia, se le sbavature, anche qui, non si può dire che non manchino, i colori sono nell'ordine canonico: in alto il rosso, al centro l'arancione, sotto il verde". 
E quest'ultimo colore, il verde, sembra essere, adesso, la tonalità predominante nei disegni fatti a casa da Dodokko. Non il rosso fuoco che brucia sul nascere ogni nuovo tentativo, qualsiasi minimo proposito, e che ti blocca e non ti fa attraversare la strada, non permettendoti di andare da nessuna parte. Ma il colore della speranza, dell'incoraggiamento, del fare serenamente. Della tranquillità ritrovata, anche se per poco tempo, anche se soltanto per qualche minuto prima di cena.

martedì 13 settembre 2011

Quando a scuola manca la fantasia

Fra le varie motivazioni, ragionamenti o scuse, dette da mio figlio per non andare alla scuola materna (l'asilo dell'obbligo, mai molto gradito a entrambi, che ha appena riaperto i battenti e da cui, comunque, lo scorso anno è stato assente per tutto l'inverno per motivi di salute), ce n'è una che mi ha particolarmente colpito e che, mio malgrado, mi trova d'accordo, anche se penso che Dodokko, di anni quattro, non sapesse bene il significato della sua frase quando l'ha pronunciata: "A scuola manca la fantasia", mi ha gridato in lacrime mentre lo vestivo prima di uscire di casa.
Le parole di mio figlio rispecchiano i miei pensieri riguardo i nidi e la scuola materna, così come mi è capitato di conoscerli: si tratta perlopiù di luoghi dove (intrat)tenere i bambini mentre i genitori sono al lavoro. Sono recinti dove lasciar pascolare i più piccoli nell'attesa che qualche parente vada a riprenderli. Sono posti dove ci si uniforma alla massa fin da neonati e dove le esigenze individuali e la creatività del singolo vengono confuse in giochi e attività spesso senza senso e che non hanno altro scopo se non quello di ingannare il tempo. 
Sono il primo passo, compiuto nella più tenera età, verso una socializzazione coatta, nella direzione di un conformismo militaresco, e al quale seguiranno altri passi alle elementari e alle medie, fin quando, cioè, nell'ormai ragazzo si svilupperà (spero al più presto) un senso critico che gli faccia mettere in discussione alcune regole pensate soltanto per farlo diventare un 'cittadino per bene'. 
Io lo so perfettamente che, parlando in questi termini della scuola materna, mi attirerò le critiche e il disappunto dei più, ovvero di tutti coloro che mandano i figli all'asilo, ma ciò di cui scrivo non è l'espressione di una mia recente forma di delirio, ma soltanto la mia esperienza con l'istituzione scolastica. Esperienza che ritrovo anche nel mondo del lavoro, dove molti giovani talenti non hanno modo alcuno per emergere e anzi sono proprio le loro capacità e il loro spirito innovativo a venir mortificati il più delle volte, per mezzo di demansionamenti e forme varie di mobbing. Checché se ne dica, anche negli uffici non si vogliono teste pensanti, ma manichini che obbediscono agli ordini del capo...e il capo, poi, chi è se non chi più di ogni altro è obbediente e asservito al Sistema?!
Insomma, si inizia proprio da piccolissimi ad entrare in una certa ottica e in certi schemi prefissati, dove tutto dev'essere funzionale allo scopo supremo e al fine ultimo, ogni minimo ingranaggio della Grande macchina ben oliato.
Ha ragione mio figlio a leggermi nella testa e a dire ciò che io penso, e cioè che a scuola manca la fantasia. E allora perché ce lo mando all'asilo? Per le stesse e poco valide ragioni per le quali anche tutti gli altri lo fanno: perché devo andare a lavorare e quindi non posso stare con lui. Perché sono un anticonformista soltanto a parole. Perché non sono ricco abbastanza da poter usare il mio tempo come più desidero. Perché a causa di tutti questi motivi faccio parte integrante del Sistema. Di un sistema malato, di un'impostazione sbagliata e che si autoalimenta con la carne dei suoi figli, col sangue più giovane, ché di quello già coagulato e smorto, di chi da tempo immemorabile è asservito e privo di neuroni, può benissimo fare a meno ormai.

lunedì 12 settembre 2011

La fine di qualcosa

Io non se esista e, comunque, non conosco la parola che sappia descrivere il mio stato d'animo, quando mi rendo conto che qualcosa è (già) finita. Uso non a caso il generico "qualcosa", perché questo mio sentimento senza un nome è comune a una gran quantità di situazioni poco o molto importanti, più o meno valide. Insomma, non è questa o quella vicenda a turbarmi, ma semplicemente la sua conclusione. 
Come a dire che la scena più triste del film sono i titoli di coda dopo la scritta "The end", la musica di sottofondo mentre le prime, tenui luci incominciano lentamente a riaccendersi in sala, gli spettatori col groppo alla gola, che riprendono colore dal buio in cui erano immersi, alcuni seduti ancora per un po', gli altri che si rivestono senza riuscire a staccare gli occhi dallo schermo. E poi, mentre escono, intanto che tornano a casa, la mente ancora lì, fra le scene appena viste, fra i paesaggi e i dialoghi e le vite di altri, nelle quali sono entrati, invitati a farlo, con le loro vite tutte diverse, le une dalle altre. 
La fine di qualcosa, la nostalgia per ciò che è stato e che non tornerà più, questa specie di ansia che mi assale quando, a conclusione del giorno, tutti gli altri dormono e io li osservo respirare con gli occhi chiusi e il petto che si alza e si abbassa, ritmicamente. La mancanza di una colonna sonora a bombardare le orecchie, di una distrazione, di una televisione accesa magari nell'altra stanza, ma che mi distolga da me stesso. L'assenza di voci, perfino di urla e di pianti. Le abitudini, belle e brutte, e che di colpo scompaiono. Alcuni libri per l'infanzia ormai logori, i personaggi dimenticati con le loro frasi recitate a memoria e con un'altra voce, certe strade percorse infinite volte e adesso deserte. Fatiche insopportabili e mal di testa, che non vedevi l'ora finissero e che assurdamente adesso mancano e lasciano un senso di vuoto.
Tutto questo è la nostra Odissea: uscire di casa per andare in guerra e, alla fine della guerra, combattere ancora, solamente per far ritorno a casa. E infine, sdraiati sul letto, accorgersi che manca - ed è questa mancanza a dolere - proprio la guerra. Sapere quanto il vuoto dell'esistenza sia riempito da una quotidianità elementare, quasi inutile e superflua, eppure così necessaria e fondamentale. Rendersi conto, poco prima di prender sonno, che paradiso e inferno sono fusi nelle nostre povere vite, che durano quanto vogliono e devono, ma che in ogni caso finiscono. Come i giorni, tutti i giorni, finché abbiamo occhi per guardarli comparire così come per vederli andar via.

venerdì 2 settembre 2011

La parte più felice della vita

"Adesso partiamo per il mare. Ci divertiremo. Ma poi, quando torniamo, ricordati che dovrai andare all'asilo". Prendo spunto da una frase sentita dire da una madre al figlio alla vigilia delle vacanze per fare qualche riflessione.
Il periodo della spensieratezza, della mancanza di impegni onerosi e di pesanti responsabilità, la parte dell'esistenza che da grandi si ricorda come la più felice: quella della fanciullezza dovrebbe essere davvero la stagione più bella, per ogni persona, bambina e adulta. Un'estate eterna oppure, leopardianamente, un sabato a cui mai debba seguire una domenica anticipatrice dell'inizio di una nuova settimana di fatiche o di noia. Un momento infinito che non sia mai, nemmeno con la fantasia, minimamente precursore del mondo che appartiene agli adulti. 
Dovremmo lasciar giocare i bambini e godersi il proprio tempo, senza dar loro pensieri per il futuro, preoccupazioni per un'età che ancora non hanno. Dovremmo consentire loro di vivere alla giornata e invece prenderci noi, genitori e gente cresciuta, il carico dei problemi che un giorno potrebbero riguardarli e assumerci al posto loro pensieri e responsabilità.
Invece, mi accorgo con grande tristezza di quanto sempre più le famiglie e la società pretendano di circondarsi di piccoli adulti al posto di figli per i quali preoccuparsi e rispondere in prima persona. I bambini mi appaiono, in quest'ottica, come abbandonati o, perlomeno, ad essere messo da parte e dimenticato mi sembra sia proprio il loro lato più fanciullesco. Suppongo che noi adulti, presi dalla frenesia di arrivare chissà dove e di realizzare chissà cosa, stiamo accorciando drasticamente il periodo più sereno dell'esistenza dei nostri figli. 
Forse ormai riteniamo superflua la fanciullezza, inutile la spensieratezza, non 'funzionale al progetto' questo periodo fatto soltanto di 'distrazioni'. Probabilmente crediamo che il bambino, da persona infantile quale per definizione è, sia 'incoerente' con l'adulto che dovrà essere e temiamo la possibile contaminazione e continuità fra un prima 'poco serio' e un auspicabile dopo fatto obbligatoriamente di 'alta professionalità'.
Penso che noi adulti stiamo riuscendo con grande facilità a perdere qualcosa di prezioso e che abbiamo già vissuto e dimenticato: la parte più felice della vita dei nostri figli.