lunedì 30 maggio 2011

BabyNes. What else?

"What else?", domanda in maniera retorica George Clooney al termine degli spot per il Nespresso. Già, che altro? La capsula con dentro il caffé e la macchina che eroga un espresso buono come quello del bar è una trovata geniale. E' la Risposta, con la erre maiuscola, ma non l'ultima: adesso infatti la Nestlè ha lanciato - per il momento soltanto in Svizzera, ma presto sarà commercializzato in tutto l'universo dei lattanti - 'BabyNes', ovvero il sistema Nespresso applicato al biberon per i bambini dagli zero ai tre anni di età. L'allattamento, dunque, sotto forma di capsule contenenti la formula artificiale predosata e una macchina che ne versa il contenuto, miscelato con acqua riscaldata alla giusta temperatura, direttamente nel poppatoio. 
Il tutto pronto in un minuto: what else? Niente, che dovrei dire? Mi piacciono gli oggetti che semplificano la vita e che fanno tutto in maniera pulita, senza lasciare residui, e nel più breve tempo possibile. Inoltre, nel rispetto delle effettive esigenze del neonato in termini di nutrienti e apporto calorico. E, come a me, sono certo che l'idea della multinazionale svizzera, del biberon espresso, piacerà e semplificherà la vita a milioni di persone in tutto il mondo. 
What else? Davvero il seno della madre non serve più di fronte a invenzioni rivoluzionarie come quella della più grande azienda alimentare mondiale, la cui fortuna iniziò un secolo e mezzo fa guarda caso  proprio con la formulazione di un prodotto sostitutivo del latte materno. Se qualcuno avesse dei dubbi, guardi la pubblicità del BabyNes, dove un bambino bello, quanto potrebbe essere un Clooney neonato, sta in braccio a una mamma altrettanto perfetta, nel ritratto di una salute impeccabile e di un'armonica felicità familiare. Uno spot che si conclude con questo slogan: "Il vostro bambino evolve, il suo latte anche". Un messaggio che è il consiglio giusto per tutte quelle mamme glamour che vogliono stare al passo con i tempi. Come a dire che oggi esiste la Ferrari dei latti in polvere, contro la Cinquecento del 'vecchio' e macchinoso sistema di preparare il biberon e soprattutto contro l'ancora più antico, nonché evidentemente sempre più demodè, metodo dell'allattamento al seno. Che vuoi di più? What else?

Controvoglia

Senza aver detto l'ultima parola
è così che ce ne andiamo
Controvoglia
come bambini assonnati
Le mani sugli occhi
di fronte a un orizzonte di luce.   (2011)

lunedì 23 maggio 2011

Non siamo ciò che diciamo

Forniscono risposte tempestive alle domande che ti fai in un momento preciso della tua esistenza: per me è questo l'aspetto miracoloso dei libri. E' come se sapessero per tempo che problema ti affligge, lo prendessero in esame e a volte proponessero una soluzione. E' straordinario quanto sia stato ricorrente, per quel che mi riguarda, 'l'intervento' dei libri nella diverse situazioni della vita in cui mi sono imbattuto mentalmente. 
Quando si legge e si segue una storia, il coinvolgimento del lettore a livello inconscio è talmente profondo da far sì che diventino sue le problematiche, universali, che i personaggi del racconto incontrano. Il rapporto fra chi legge e il testo è così intenso da assomigliare a una seduta psicanalitica nella quale emergono, nei diversi raffronti con le righe, parallelismi con la propria vita che finiscono per diventare immedesimazioni, nella migliore delle ipotesi, se non addirittura scambi temporanei di identità: ciò che leggiamo è spesso la spiegazione estesa della nostra stessa esistenza.
Allora, succede che ti fai delle domande, che nascono grazie a chissà quale intreccio recondito. Interrogativi perfino personali, intimi, ovvero che hanno a che vedere con il proprio io. E capita anche di trovare delle risposte.
Eccone una, che ha a che fare con quanto detto nei giorni scorsi riguardo alle parole, insufficienti, per esprimere i sentimenti. Si tratta di un nuovo tassello, da aggiungere ai pochi che ho già inserito per definire l'amore che si dice e che, in quanto mera forma verbale, non può bastare e non può essere pienamente conforme al pensiero. Nel romanzo di José Saramago L'anno della morte di Ricardo Reis, il protagonista ha una relazione con una cameriera, Lidia, la quale avverte l'interesse che il suo amante ha per un'altra donna, Marcenda, e sa anche che i due, di recente, avrebbero potuto incontrarsi: "Non ho poi incontrato il dottor Sampaio e la figlia - dice, senza che la cameriera glie lo abbia domandato, Ricardo Reis a Lidia -, niente di strano, con una folla del genere, la frase è stata lanciata distrattamente, è rimasta per aria, in attesa che le prestassero attenzione, macché, poteva essere verità, poteva essere bugia, ecco qual è l'insufficienza delle parole, o, al contrario, la loro condanna per sistematica doppiezza, una parola mente, con la stessa parola si dice la verità, non siamo ciò che diciamo, siamo il credito che ci danno, quale sia il credito che Lidia dà a Ricardo Reis non si sa, perché si è limitata a domandare..." (Feltrinelli 2010, p.284), a fare altre domande, girando attorno a ciò che veramente vorrebbe sapere, ossia se Ricardo Reis ami la signorina Marcenda.
Ecco, alla fine quel che conta e che avrà veramente importanza è ciò a cui Lidia vorrà credere riguardo ai sentimenti di Ricardo Reis. Non contano le parole perché non siamo le nostre parole, sia che mentiamo, più o meno volontariamente, e sia che diciamo la verità. In ogni caso, è proprio il dire, rispetto al sentire e al pensare, a essere insufficiente e inappropriato. 
Conta solamente il credito che ci danno e che diamo e questo non si fonda sulle parole dette e sulle frasi ascoltate, ma su quel che sentiamo e che proviamo dentro.
Tutto ciò è maggiormente evidente nel rapporto fra adulti e bambini, con i primi di solito più dotati linguisticamente dei secondi e con questi ultimi che ripongono un credito enorme nelle parole dei più grandi. I genitori hanno un vantaggio senza pari sui figli, perché godono di una fiducia assoluta che va oltre le limitazioni delle parole. Ma portano anche il doppio peso della responsabilità di non tradire questa fiducia e della coscienza del limite umano del dire, che a volte coincide con l'affanno quotidiano del far capire.

martedì 17 maggio 2011

Quando sono nati i miei figli

Credo di non aver mai avuto un grande talento immaginativo. Il mio è sempre stato un tipo di fantasia molto attinente alla realtà. Una capacità di astrazione con i piedi per terrà - se così può essere definita la mia maniera di creare mondi paralleli a quello in cui viviamo. Un palloncino gonfiato con un gas più leggero dell'ossigeno, e che per questo tende a volare via, trattenuto da una cordicella legata al polso di un bambino.
I miei sentimenti assomigliano al modo che ho di immaginare: non solo tendo a 'realizzarli' con gesti pratici quando voglio comunicarli, ma anche li 'sento' in modo fisico, con le orecchie e con il corpo - non con la mente o con il cuore - quando provo qualcosa per qualcuno. Non assomiglio al poeta isolato dal mondo, il quale, chiuso nella sua torre e dall'alto di quella, 'avverte' sulle proprie spalle la sofferenza dell'universo e subito dopo la detta alla tastiera di un computer.
No: io il 'sentimento' lo sento assieme all'urlo del bambino appena nato, non prima, quando è ancora un ammasso ordinato di poche cellule. E nemmeno dopo, quando ha smesso di gridare, resta in me il rumore di quel pianto: l'eco piano piano evapora, il ricordo si fa sempre più annebbiato. 
Direi che i miei sentimenti vivono in sintonia con ciò che li origina e con il grado di forza con la quale vengono suscitati. Nulla è stato tanto potente quanto l'istante in cui ho visto i miei figli nascere. Sia i minuti precedenti a questi avvenimenti, nei quali avevo cercato di immaginare come le cose si sarebbero svolte, che quelli immediatamente successivi hanno avuto un impatto emotivo molto più ridimensionato rispetto al momento esatto della nascita. Non è una cosa scontata e banale quella che sto dicendo, dato che tanti affermano di ricordare "come se le rivivessero" simili esperienze. Per me, invece, il 'rivivere' per mezzo dell'immaginazione o del ricordo non ha senso, non ne sono capace, mi serve la fonte concreta dell'ispirazione sentimentale. Un sentimento - mi rendo conto adesso mentre lo scrivo - sono incapace di sentirlo astrattamente. Non so sentirlo, ma so 'ascoltarlo', però mi ci vuole prima una voce che lo scateni.
Quando sono nati i miei figli mi sono commosso non perché loro fossero i 'miei' figli, i miei successori, il mio patrimonio genetico profuso con egoistica generosità. Ciò che di potente ho avvertito sono state le loro urla, gli occhi chiusi che cercavano faticosamente di aprirsi alla luce del mondo, lo sguardo e i muscoli contratti nello sforzo immane dell'appropriarsi della vita, come quando in mare, dopo un'apnea troppo lunga, squarciamo il soffitto d'acqua che ci sovrasta e improvvisamente torniamo liberi, allarghiamo le braccia e il torace nel vento, ci gonfiamo i polmoni con tutta l'aria che vogliamo.
Quando ho visto nascere i miei figli, ho combattuto e sofferto come loro finché anch'io non ho urlato e non sono nato assieme a loro. Ho visto me stesso rinascere, ma non con la pura immaginazione, non come un modo di dire. 
Quando sono nati i miei figli, è con i miei stessi occhi che mi sono visto rinascere. Ed è con queste mani che, ancora una volta, ho potuto toccare una corda che dal mio polso di bambino non si è mai del tutto staccata.

lunedì 16 maggio 2011

Come dici a tuo figlio che lo ami?

Mi fa proprio questa domanda secca la mia amica Ella, di punto in bianco mentre siamo intenti a discutere di tutt'altre cose: "Come dici a tuo figlio che lo ami?". Non è una cosa semplice rispondere e prima di farlo prendo tempo, tiro il fiato - Ella intanto copre questa mia pausa con nuove parole -, metto ordine ai miei pensieri, penso alla frase che uscirà dalla mia bocca ancor prima di pronunciarla. Poi, nella frazione di secondo in cui torna il silenzio, le dico: "Ascoltandolo, standogli vicino, cercando di capirlo".
E' scontato, per me: a volte anch'io dico espressamente a Dodokko che gli voglio bene e anche lui lo dice a me. Ma quando lo faccio mi accorgo di quanto le parole siano insufficienti a esprimere un sentimento simile. Sento invece di amarlo e di comunicarglielo, ancora più direttamente che con la parola, quando vivo assieme a lui un suo stesso stato d'animo, quando riesco a essere 'simpatico' con lui, nel senso stretto del termine, ovvero di provare una stessa emozione.
Ho sempre creduto che l'amore debba essere manifestato concretamente e che si debba esprimerlo attraverso gesti quotidiani. Un amore non espresso con le azioni è un sentimento vuoto, teorico, senza alcuna utilità pratica. Detesto gli idealisti dell'amore, quelli che dicono di amare ma che sono incapaci di dare un minimo segnale d'amore. Penso invece che stare vicini a una persona, condividere il medesimo sentimento, sia l'espressione più realistica dell'amore. 
Gesti quotidiani - ho detto - ma esistono giorni in cui la quotidianità ha il sopravvento sui sentimenti: è il mio limite, che fa parte dell'esistenza immersa inevitabilmente nella contingenza. Ma si tratta anche di grandi occasioni perdute per sempre. Assenze inspiegabili, ingiustificabili agli occhi di un bambino.

Senza barriere di corpi

E' un po' di tempo che rifletto sui limiti umani nell'esprimere i sentimenti. I miei pensieri seguono la scia di quanto detto pochi giorni fa a proposito dell'amore che si sente e che si dice ai figli. Mi rendo conto di quanto non solo le parole siano insufficienti a comunicare ciò che si prova, ma anche dell'abisso che spesso esiste fra un comportamento e la sua ragione, una manifestazione esteriore e il motivo che la detta.
Così come ogni forma di espressione è limitata rispetto al pensiero e ne costituisce una strettoia più o meno ampia o chiusa, a seconda dei punti di vista, allo stesso modo qualsiasi comportamento non è che una facciata, il volto sbiadito e inattendibile di ciò che abbiamo dentro: la nostra personalità, i nostri sentimenti, il nostro umore del momento.
Eppure, i nostri giudizi li formuliamo continuamente e inevitabilmente sulla base di queste apparenze, sulle forme e non sulla sostanza, su ciò che è immediatamente visibile. Raramente andiamo alla causa a partire dalla quale esiste un determinato comportamento. Poche volte risaliamo la corrente e raggiungiamo la sorgente, ché già questo viaggio a ritroso ha in sé l'anomalia del partire dalla fine per raggiungere l'inizio e non è nemmeno una 'ricostruzione dei fatti', ma il loro sgretolamento, la loro scomposizione. Tutto ciò non lo fanno gli adulti, figuriamoci i bambini: osservatene gli occhi basiti di fronte a una manifestazione che per loro non ha ragioni 'evidenti' per essere tale. 
E' inevitabile esprimere in modo insufficiente i sentimenti e ogni comportamento non rispecchia esattamente la ragione che ne è la causa: sono limiti umani. 
Quanto mi piacerebbe invece poter parlare con uno sguardo, con il solo battito delle palpebre. 
Come vorrei poter avere dialoghi da anima ad anima, senza queste barriere di corpi e senza frastuoni di voci.

mercoledì 11 maggio 2011

Perfino i secondi non sono tutti uguali

Credo di avere almeno dieci orologi a casa: uno è su una parete della cucina e gli ho cambiato la pila due giorni fa. Un altro è sul mio comodino ed è una sveglia che non va a batterie ma a corrente domestica. Nel cassetto dello stesso comodino c'è un orologio con la carica esaurita e un'altra sveglia senza più neanche quella: sono oggetti morti e fortunati, le cui lancette hanno smesso di girare parecchi anni fa e che non tracciano più lo scorrere del tempo. C'è anche un orologio a forma di Re Leone su uno scaffale della libreria di Dodokko, al quale ancora non abbiamo inserito l'alimentazione. Così come c'è un orologio, funzionante, nella libreria del salotto: un oggetto precisissimo, che non resta mai indietro di un secondo, ma che spesso scompare dalla vista, finendo dietro un libro o in fondo allo scaffale, da dove è impossibile raggiungerlo con lo sguardo. Un orologio è poi sul timer del lettore di cd, così come ce n'è uno sullo schermo del telefonino e sul display del telefono di casa, per non parlare di quello presente sul pc. Un orologio da polso è quello che ho regalato a mio figlio, che non sa ancora leggere le ore e che quindi non usa mai, e che ha un posto stabile sul suo comodino. C'è infine - ma sicuramente ne ho dimenticato qualcuno - quello che porto al polso: un orologio digitale con un pulsante che serve a illuminare il quadrante e che permette di vedere l'ora anche di notte.   
Sono circondato - come tutti, credo - da orologi, da strumenti segnatempo, oggetti che scandiscono ore, minuti e secondi allo stesso e identico modo: ogni sessanta secondi fanno compiere uno scatto alle lancette dei minuti e ogni sessanta minuti fanno il giro del quadrante, spostando di una tacca la lancetta delle ore. Si tratta evidentemente di dispositivi senza occhi e senza un vero interesse per il tempo, misuratori indifferenti, capaci di segnare il passare delle ore in maniera fredda e ripetitiva finché sono alimentati, per farlo, da una batteria o dalla corrente di casa o da un carica a molla, non importa. Oppure finché non si guastano, come succede per qualsiasi cosa, prima o dopo. Che strana anomalia capita quando si rompe un orologio! Il tempo continua a scorrere anche senza di lui o senza nessuno che possa più osservarlo e tenerne conto.
Che contraddizione! Eppure, il vero fatto assurdo è proprio l'aver affidato la gestione del nostro tempo a tali misuratori. E la vera pazzia è coordinare continuamente con loro la nostra vita, quando sappiamo benissimo che non tutte le ore sono uguali fra loro e che persino riguardo ai secondi, c'è ne sono alcuni più lunghi e altri più brevi. Ed è infondo di queste brevità e di queste lunghezze che viviamo. Di questi lassi temporali, del tutto peculiari a noi stessi e alle nostre emozioni, si compone il senso della nostra esistenza e alimentiamo i nostri stati d'animo, anche se il confronto vivente lo abbiamo costantemente con l'oggetto-orologio, col segnatempo, col cronometro che ci avverte: "E' troppo tardi, è troppo presto, sei in anticipo, sbrigati". 
"E' troppo tardi, è troppo presto": queste parole riecheggiano costantemente nelle nostre orecchie e non ci permettono di godere degli istanti preziosi che svaniscono rapidamente, soppiantati dalla nostra 'agenda' quotidiana, dal 'da farsi' a tutti i costi. Sarebbe bello invece poter indugiare il più a lungo possibile lì dove c'è un essere vivente e dove si prova un'emozione: attardarsi affianco ai figli senza perdersi neanche un istante della loro esistenza, provare piacere per un loro sorriso, ma anche sentire il loro stesso dolore quando soffrono. Sarebbe bello, non dico vivere senza orologi, ma vivere non più come orologi che ripetono il loro cieco giro sempre uguale a se stesso, ché proprio questo siamo diventati. Considerare, invece, che ogni giro che il nostro tempo compie è diverso da quello che lo ha preceduto e del tutto differente dal successivo. Perfino i secondi non sono tutti uguali e ce ne sono di più lunghi e di più brevi. Soprattutto, gli istanti che passano non tornano più, sono unici, al contrario di ciò che affermano continuamente, ingannandoci, le lancette dell'orologio.

martedì 3 maggio 2011

Uova di Pasqua

Il fiume è già mare, ancor prima di gettarsi nell'oceano e disperdersi. 
Ciò che poco fa era soltanto pensiero e se ne restava lì, nascosto nell'elaborazione di sé, ha preso forma e ora ha una voce per esprimersi. Un voce che spesso suona come una promessa, smentendoci quando ci aspettiamo qualcosa di cattivo, ma che a volte è capace di tuonare come una condanna, disilludendoci puntualmente quando siamo ottimisti. 
Come tutto sarebbe molto più semplice e accettabile, se non avessimo questa abitudine sbagliata di fare pronostici. Avere delle aspettative, rispetto ai figli, è una cosa normale, ma non dovremmo mai dimenticare che in fin dei conti la loro vita se la scelgono da soli - che tu lo voglia oppure no - fin da quando sono piccolissimi. 
Il fiume è già mare, ancor prima di gettarsi nell'oceano e disperdersi. Così come un seme è già l'albero che sarà, indipendentemente dalla terra buona nella quale affonderà le radici e dall'acqua limpida che lo disseterà. Davvero, non mi faccio ingannare dalla fronda o dalla corteccia, che possono apparire aride se private del nutrimento. Io qui parlo di linfa e di cuore, dell'essenza, di ciò che è già scritto, anche se non esistono libri dove leggere certe parole.
Le uova di Pasqua appena consumate contenevano sorprese poco sorprendenti, perché le avevamo fabbricate noi, con le nostre stesse mani. Il cioccolato era amaro, ma era il solo che potevamo mangiare.