venerdì 15 aprile 2011

La freccia e l'arciere

La posa era quella plastica di un arciere greco raffigurato su un qualche vaso di terracotta del V secolo avanti Cristo: così ho trovato il mio figlio più piccolo ieri, al mio ritorno a casa. Addormentato nella sua culla, il corpo disteso sul fianco sinistro, la testa inclinata all'indietro, il braccio su cui poggiava il busto tutto teso in avanti, impegnato a impugnare un ipotetico arco, l'altro invece piegato all'altezza del collo, a tendere la corda su cui ballava una freccia. Un arco e una freccia immaginari e poi, solamente dopo, lui...
Dov'era dunque l'arciere nel momento in cui il sonno lo aveva catturato? Dove lo avevano condotto i suoi sogni? Non era fatto di tenebra il suo dormire, perché un bel sorriso evidenziava una felicità soddisfatta, come se stesse seguendo con gli occhi una concatenazione di avvenimenti nota, priva eventualmente di cattive sorprese. 
Mio figlio non era l'arciere che dormiva beato, ma era la stessa freccia da lui appena scagliata, seguita dai suoi occhi attenti nel viaggio compiuto dalla sua traiettoria. Una freccia senza un bersaglio preciso da colpire, ma lanciata a caso, nel nulla (o nel tutto, la cosa non fa differenza) della vita. 
Una bella freccia che vola, che nel corso della sua parabola attraversa boschi e oceani nella aria mite, sotto lo sguardo concentrato di chi l'ha scagliata. Lo sguardo contento che non la perde di vista e che viaggia assieme a lei: così ho trovato mio figlio ieri, al mio ritorno a casa.     

1 commento:

sicampeggia ha detto...

Ipotesi sul punto di atterraggio? Così per la cronaca...