mercoledì 20 aprile 2011

Prove di dialogo

Due figli: uno che fra poco compirà quattro anni e l'altro di quasi quattro mesi. Come parlano i bambini a queste diverse età? E come dialogano fra loro? E' divertente osservarli mentre provano a comunicare verbalmente. Il più grande è ormai capace di sorprendere anche gli adulti con l'ampio uso di congiuntivi di cui si serve nei suoi discorsi, pratica evidentemente non troppo diffusa fra le persone che ci girano intorno e che lo ascoltano parlare. Uno degli ultimi commenti da parte di un suo interlocutore è stato: "Dodokko usa un linguaggio troppo forbito, da adulto". Addirittura!
E dire che fino a pochi mesi fa, periodicamente, mio figlio aveva presentato dei problemi di 'disfluenza', un fenomeno transitorio, normale e diffuso nei bambini attorno ai tre anni, simile alla balbuzie e dovuto a una sorta di ingolfamento dei pensieri nel momento in cui dovrebbero prendere voce. In pratica, sembra che il cervello, a questa età, sia capace di comporre pensieri complessi che però non è pronto a tradurre e a esprimere con frasi articolate. Si tratta insomma di due capacità che si sviluppano in modo distanziato fra loro e non contemporaneamente e l'atteggiamento consigliato ai genitori e agli ascoltatori in generale è di ignorare il fenomeno e attendere con pazienza che il bambino concluda la sua frase senza imbeccarlo, ma parlandogli a loro volta in maniera calma, scandendo bene, ma non in modo innaturale, le parole.
Chiusa la parentesi 'disfluenza', Dodokko oggi parla con una buona proprietà di linguaggio, con un lessico ampio e usando bene i verbi. Il merito va sicuramente alle molte letture che abbiamo fatto insieme, ma credo che la sua capacità di esprimersi dipenda soprattutto dalla libertà di parola che ho sempre voluto lasciargli. A mio figlio ho sempre dato, anche quando era molto piccolo, la possibilità di dire la propria opinione, pur sapendo che per tanti genitori, così come per molti pediatri, l'opinione di un bambino di un anno non conta niente o quasi e che, anzi, non va sollecitata. Quante volte infatti mi sono sentito dire frasi come "a quell'età è inutile dare spiegazioni perché tanto non capisce, ma bisogna impartirgli un ordine e basta, senza concedere possibilità di replica". 
Invece, io ho sempre pensato che il dialogo, nel senso più stretto del termine, sia costruttivo e credo davvero di aver dialogato in passato perfino con i miei cani, il cui comportamento era spesso giudicato come troppo libero da molti commentatori di strada.
Ma veniamo al più piccolo, a 'Polpetta', come il secondogenito è stato ribattezzato di recente dato che è un po' cicciottello. Lui ovviamente ha un suo modo di parlare che non adopera parole o frasi che si trovano nel dizionario. Fa più che altro versi, a volte urla o piange, altre ride, spesso ride e singhiozza contemporaneamente. Sono convinto che i quattro o cinque o dieci diversi versi che fa abbiano un significato, un riferimento a qualcosa di ben specifico, proprio come le parole. Magari un unico verso vuol dire più di una cosa, ma ciò di cui ho certezza è che non tutti i versi hanno il medesimo significato. Secondo me, un verso di un neonato è come un termine con più accezioni, ma che è differente da un altro termine che ha altre accezioni ancora. I versi dei neonati hanno molti ma non tutti i significati, mentre le parole hanno soltanto alcuni significati. Nella loro limitatezza di significati, le parole sono più precise. I versi invece, nella loro ricchezza di contenuti, sono da interpretare di volta in volta.
Detto questo riguardo al modo di parlare di Polpetta, ciò che ho notato ultimamente è che spesso fa un verso a cui si aspetta debba seguire una risposta. Quando al mattino inizia a chiacchierare, ogni volta che dice una sillaba attende che io controbatta o per lo meno che io gli faccia eco con la stessa sillaba. Trovo molto interessante e simpatico questo palleggio fra figlio e genitore in cui la palla è battuta dal primo, in cui il dialogo - di questo si tratta - ha origine proprio su iniziativa del figlio e da lui è stimolato.
Sono prove di dialogo, appunto, e servono a farsi le ossa per affrontare, domani, il mondo complesso e variegato del discorso. Dodokko - lo ricordo rivedendo i 'colloqui' di questi giorni con Polpetta - apprese la libertà di esprimersi, l'uso assolutamente non vincolato della parola, grazie a simili rimbalzi di parole. E oggi posso dire che ci sia addirittura qualcosa in più, rispetto a prima, nell'esperienza della nascita del dialogo. C'è il colloquio divertente fra Dodokko e Polpetta, nel quale il secondo da il la (nel doppio senso, che da l'avvio alla conversazione e che dice proprio la sillaba "la") al dialogo col fratello, mentre quest'ultimo, cercando di capire cosa il più piccolo voglia dirgli, fa ipotesi ad alta voce, propone soluzioni a possibili problemi più o meno enunciati, interviene con parole e azioni, risponde con sicurezza a istanze per lui evidenti e  comprensibilissime.

venerdì 15 aprile 2011

La freccia e l'arciere

La posa era quella plastica di un arciere greco raffigurato su un qualche vaso di terracotta del V secolo avanti Cristo: così ho trovato il mio figlio più piccolo ieri, al mio ritorno a casa. Addormentato nella sua culla, il corpo disteso sul fianco sinistro, la testa inclinata all'indietro, il braccio su cui poggiava il busto tutto teso in avanti, impegnato a impugnare un ipotetico arco, l'altro invece piegato all'altezza del collo, a tendere la corda su cui ballava una freccia. Un arco e una freccia immaginari e poi, solamente dopo, lui...
Dov'era dunque l'arciere nel momento in cui il sonno lo aveva catturato? Dove lo avevano condotto i suoi sogni? Non era fatto di tenebra il suo dormire, perché un bel sorriso evidenziava una felicità soddisfatta, come se stesse seguendo con gli occhi una concatenazione di avvenimenti nota, priva eventualmente di cattive sorprese. 
Mio figlio non era l'arciere che dormiva beato, ma era la stessa freccia da lui appena scagliata, seguita dai suoi occhi attenti nel viaggio compiuto dalla sua traiettoria. Una freccia senza un bersaglio preciso da colpire, ma lanciata a caso, nel nulla (o nel tutto, la cosa non fa differenza) della vita. 
Una bella freccia che vola, che nel corso della sua parabola attraversa boschi e oceani nella aria mite, sotto lo sguardo concentrato di chi l'ha scagliata. Lo sguardo contento che non la perde di vista e che viaggia assieme a lei: così ho trovato mio figlio ieri, al mio ritorno a casa.     

martedì 12 aprile 2011

Così fiorisce un sorriso

I neonati apprendono da noi il sorriso, osservandoci mentre a nostra volta sorridiamo, oppure il loro è un modo innato di comunicare il proprio benessere? Me lo sono chiesto per la prima volta qualche tempo fa, guardando il mio secondogenito di pochi mesi che stirava le labbra mentre gli cambiavo il pannolino. Adesso invece sorride sempre, appena si sveglia, al mattino, invece di piangere per la fame, di colpo come faceva prima. E' così rilassato dopo il sonno che riusciamo a prenderci anche una mezz'oretta per giocare insieme prima della poppata. E tra uno scherzo e un verso che ci facciamo, ci scappa sempre un sorriso o addirittura una bella risata. 
E quindi, in questi giorni in cui stiamo bene, sono tornato a farmi la domanda se i bambini il sorriso lo imparino da noi oppure se faccia parte del bagaglio col quale vengono al mondo. Non ho ancora una risposta al quesito e so che la cosa importante è la felicità che manifestano, più del modo e del perché la esprimono. Eppure, un'idea mi è venuta in mente stamattina, mentre percorrevo la strada che faccio sempre per andare al lavoro e che inaspettatamente era ricoperta da una neve speciale di fiori di pesco, caduti senza un'apparente ragione dagli alberi e che hanno colorato di rosa e di viola un marciapiedi solitamente grigio.
Non so se questa sia effettivamente una risposta alla mia domanda, ma di certo ha a che fare ugualmente con ciò che di bello accade di notte e che ti sorprende al risveglio. 

mercoledì 6 aprile 2011

I morti ci guardano: sono stelle i loro occhi

"I morti ci guardano: sono stelle i loro occhi". Mi disse proprio questa frase, molto tempo fa, una mia nipotina che allora aveva appena tre anni. Lo fece mentre osservavamo dal giardino di casa sua un cielo scuro, punteggiato da una miriade di astri bianchi. Era proprio così quel cielo: nero e chiazzato, non illuminato da quelle stelle che non disperdevano sprecandola la loro luce nell'universo, ma che invece ne proiettavano i raggi dritti, come un dono di luce, esclusivamente verso gli occhi di chi le guardava. Era estate, una calda sera del sud, ma le parole della bambina mi gelarono il sangue. Che poteva saperne lei, alla sua età, della morte? Chi mai le aveva fatto il racconto che mi aveva appena riferito?
Sono passati almeno quindici anni da allora e da quando a Dodokko leggo le favole ho sempre sorvolato sul sostantivo "morte". Ultimamente però non censurò più e se nel libro c'è scritto che "la strega cadde dalla rupe e morì", gli dico tutta la frase, senza ometterne la seconda parte. 
Venerdì scorso ho regalato a mio figlio il dvd con il cartone animato di Rapunzel, una storia a cui si è subito affezionato e che nel giro di pochi giorni ha rivisto svariate volte. A un certo punto del racconto c'è la scena in cui la finta madre della ragazzina precipita dalla torre e, in quel preciso momento, Dodokko non evita mai di sottolineare l'istante in cui il corpo della donna tocca il suolo con la frase: "E' morta".
Ora, dire la parola "morte" o il verbo "morire" con spassionata ingenuità è una cosa. Ripeterle metodicamente, direi quasi con insistenza, sottolinearla alla prima occasione è tutta un'altra faccenda. Mio figlio non mi ha ancora chiesto di spiegargli il significato di quel termine e so che quando lo farà mi troverà impreparato e che gli risponderò con una bugia. Non gli dirò che morire vuol dire "addormentarsi per sempre", perché potrebbe preoccuparsi andando a letto e pensare di non svegliarsi più. Gli dirò invece che morire significa "andarsene", anche se poi lui - ne sono sicuro - mi chiederà dove.
E a quel punto gli dirò anch'io: "In cielo, fra le stelle", sperando poi che non mi faccia mai una domanda tipo: "E quando tornano quelli che sono morti?", perché mi metterebbe in seria difficoltà. A quel punto dovrei confessargli la verità, dirgli che a volte chi se ne va non torna più. E forse farei anche a lui il racconto della mia nipotina, che "le persone morte e alle quali abbiamo voluto bene sono andate in cielo, ma ci restano vicine e ci guardano, con i loro occhi stellati, dal fondo di qualsiasi cielo nero". 

martedì 5 aprile 2011

Linea di confine

Ho preso la rincorsa, ho chiuso gli occhi, ho sollevato le gambe ed è iniziato il volo. L'aria e la polvere sulla faccia, l'accelerazione del battito, la contrazione dei polpacci, le scapole slogate, sono caduto in piedi, oltre il fossato. La mia infanzia è sparita così, in un attimo, dall'oggi al domani, tanto tempo fa, quando ero ancora un adolescente. C'è stato quell'ostacolo improvviso, non previsto, per superare il quale occorreva la forza di un uomo, non quella ridicola di un bambino, e l'ho fatto, senza pensarci tanto: ho cominciato a correre e da allora non mi sono più fermato. E sono stato talmente indaffarato nella corsa, in tutto questo tempo, che ho tardato ad accorgermi di un sole ormai sparito dalla mia vista: un tramonto niente affatto da cartolina e di cui non sono stato spettatore.  
Ventitré anni dopo esserlo diventato, soltanto oggi so di essere un uomo: ho oltrepassato la linea di confine e da questa nuova, già vecchia frontiera mi giro a guardare il passato, con distacco ormai, come se quei giorni andati non mi appartenessero più. Sto dall'altra parte adesso e i ragazzi che incrocio, i bambini che osservo sono ancora me, mi appartengono ancora, ma fanno parte di un mio io lontano, vissuto in un'altra epoca. Sto diventando spassionato, disincantato. E sono spesso preoccupato: sono un genitore, non più un figlio. Io che, nonostante tutto, ho tardato ad accorgermi della mia maturità non desiderata, non voluta in così largo anticipo. Io, col mio forte senso di responsabilità: una catena così necessaria, così naturale e talmente odiosa. Io, che spesso ho indugiato in luoghi e situazioni che con me non avevano più nulla a che spartire. 
Sono arrivato presto: è bastato un salto. Ci sono arrivato in ritardo: ho preso tempo, mentalmente. Ora sono un genitore e non più un figlio. I miei figli mi assomigliano, sono come me quando ero piccolo come loro. Ma sono tutta un'altra faccenda, un'altra realtà. Non devono avere niente di me: devono essere felici, liberi nella loro naturale semplicità. 

venerdì 1 aprile 2011

Passaggi

"Passaggio": mi gira per la testa questa parola oggi, mentre sono in viaggio su un treno metropolitano, che ogni cinque minuti passa e si ferma in una stazione sempre diversa ma tutte le volte così uguale a quelle che l'hanno preceduta. "Passaggio": un termine che mi fa pensare al tempo per due motivi. Il primo, il più ovvio, è che, per passare da un punto a un altro, un oggetto ha bisogno di tempo. Fosse pure di una frazione di secondo, il passaggio avviene in uno spazio e impiega un certo lasso di tempo per compiersi. Il secondo ha a che vedere con la connotazione che il termine "passaggio" assume con l'età: quello dei bambini è un tempo che va a rilento e che non corre, come invece fa quello degli adulti. Ma dirò di più: i bambini non pensano affatto al passare del tempo o, perlomeno, non approfondiscono quel barlume di pensiero che ogni tanto può far capolino nei loro cervelli. 
Quando ero bambino, il passaggio per me non era per niente tutto questo, ma era addirittura quello che si faceva con il pallone: il passaggio della sfera dai piedi di un giocatore a quelli di un compagno di squadra. E passaggio era anche quello in macchina, quando d'estate chiedevo a qualcuno un passaggio per essere accompagnato dalla spiaggia al paese. Diversamente da quanto avviene oggi, in quei passaggi il prima non si dileguava mai nel dopo e, anche se passata a un altro calciatore, la palla restava nei miei occhi ed era cosa ancora mia, addirittura trattenuta dai miei piedi con la fantasia, anche se quel giocatore dopo un poco la perdeva. La stessa cosa avveniva per il passaggio in macchina, quando il ricordo del mare rimaneva impressionato nella mia mente, anche quando l'azzurro era ormai lontano, definitivamente alle mie spalle, anche se ero tornato da un pezzo a casa e anche se era notte fonda ed era ora di andare a letto: io andavo a dormire con gli occhi ancora zuppi di acqua marina.
Ma oggi cosa sono diventati quei passaggi di ieri? 
Sono passaggi dove tutto passa ed è passato ormai. Sono passaggi in cui tutto ci scorre solennemente davanti agli occhi, l'amore come l'odio e perfino la stessa indifferenza. Sì, si tratta proprio di passaggi indifferenti, di persone che prima ci sono e che un attimo dopo sono già scomparse. Di segni della croce, di frasi come "è andata come è andata", di prese d'atto. E noi ce ne stiamo lì a guardare questi passaggi, come spettatori dalla tribuna di uno stadio, incapaci perfino di fare il tifo. Sono passaggi di comete, quelli che viviamo oggi. Passaggi di treni che non fanno nemmeno fermate intermedie. Passaggi in macchina in cui non vedi l'ora di essere arrivato. 
Passaggi in cui non resta più niente e di cui non mettiamo in tasca più nemmeno un granello della sabbia che eternamente passa da un cono all'altro della clessidra.
Uno dei miei figli ha quasi quattro anni e l'altro, invece, poco più di tre mesi: sono nel bel mezzo della loro età di passaggio e di questo non si rendono conto. Quando sto con loro tento, senza riuscirci, di infilarmi nei cunei stretti del loro tempo infinito. Per fortuna, loro non si accorgono che il mio è un tentativo fallito e che il passaggio in realtà non avviene. Loro credono che i nostri tempi si corrispondano, ma io so che le cose stanno diversamente e che non starò per sempre con loro. I miei figli non immaginano minimamente i passaggi a cui penso io e questo è un bene. E' un grande bene che i loro occhi siano lagune dove ancora balla l'azzurro del mare e non deserti aridi, senza nemmeno un granello di sabbia.