giovedì 31 marzo 2011

Voglio veder volare un aquilone

"Il suo corpo nudo contro la notte, contro i miei fantasmi. E' più in alto di me, è ferma e lucente come una statua di bronzo. E quel pensiero mi raggiunge come l'unico che esista.
- Facciamo un figlio.
L'ho colta di sorpresa. Sorride, sbuffa dal naso, alza le sopracciglia, si gratta una gamba, una sequenza di piccole manifestazioni di disagio.
- Fatti togliere la spirale
- Stai scherzando?
- No.
E sento che vorrebbe non aver capito. Siamo marito e moglie da dodici anni, e non abbiamo mai sentito il bisogno di qualcosa che si aggiungesse a noi.
- Lo sai che non ci credo...
- In cosa non credi?
- Non credo nel mondo

Cosa stai dicendo? Che mi frega del mondo, di tutta quella carne anonima. Sto parlando di noi. Del mio piccolo uccello, della tua piccola cosa. Sto parlando di un puntino. Di una lucciola nel buio.

- Non me la sento di mettere un figlio in questo mondo...

Ti stringi le gambe, ti fai piccola e vorresti essere uno scarafaggio per andartene via lungo il muro. E dove ti vuoi arrampicare? Non vuoi un figlio perché il mondo è violento, inquinato, triviale? Torna qui, torna in basso da me. Sono nudo sul letto che aspetto. Dammi una risposta migliore.

- Poi non credo che sarei capace di tenere un neonato in mano, avrei paura.

O hai paura di rinunciare a quella donna che stringi? che ti piace? Lo so, amore mio, non c'è niente di male, l'egoismo ci consola, ci fa compagnia. E sei già stanca di sentirti scrutata, e forse adesso hai freddo. Ti muovi, ti tormenti. Hai paura di non bastarmi più.

- E tu perché vuoi un figlio?

Potrei dirti che mi serve un filo per rammendare i pensieri strampalati che faccio, per tenerli insieme. Perdo pezzi. E vorrei un piccolo pezzo nuovo davanti a me. Perché sono un orfano, potrei dirti.

- Perché voglio veder volare un aquilone - dico, e non so cosa ho detto.
Finalmente la tensione si allenta, è stato un gioco, uno scherzo. Tua madre torna a guardarmi senza sospetto.
- Cretino - ride.
E butta giù un sorso di cocacola. - Stiamo bene anche così, ti pare? 

Ma io sto pensando a un filo che vibra nel vento, a un piccolo polso che mi tenga attaccato alla terra. Sono io, Elsa, quell'aquilone, sono io che volo. Un trapezio di stoffa stracciata nel cielo e in basso la sua grande ombra che insegue il mio pulcino, il mio pezzo mancante.

(Margaret Mazzantini, Non ti muovere, Mondadori 2001)

Com'è incredibilmente, tragicamente e comunemente vera questa situazione descritta dalla scrittrice. Perché in ogni coppia è spesso solo uno dei due partner a desiderare un figlio di più dell'altro? E poi questa motivazione: "Non me la sento di mettere un figlio in questo mondo", perché è tanto diffusa? Non è una bella immagine quella di un figlio come "filo per tenere insieme i pensieri"? E, infine, non è meravigliosa quella dei genitori come aquiloni stracciati e sospesi in cielo, trattenuti sulla terra dal piccolo polso dei figli?

lunedì 28 marzo 2011

Cosa combina Gesù Bambino?

Sulla strada verso casa, al ritorno dalla passeggiata e dalla spesa, sabato mattina Dodokko e io passiamo davanti a una chiesa. Mio figlio riconosce subito il cancello anonimo che, prima di immettere nell'edificio, fa compiere ai fedeli un lungo giro all'interno di un giardino, e mi dice, testualmente: "Papà, andiamo a vedere cosa combina Gesù Bambino?". E così entriamo nel luogo sacro: una grande sala rettangolare, con due file di sedie a quell'ora vuote e inginocchiatoi reclinabili, separati da un corridoio centrale che dalla porta va dritto verso l'altare. Anche se non disturbiamo con la nostra presenza, Dodokko mi consiglia saggiamente di parlare in silenzio mentre lo percorriamo velocemente, ma vicino alla lastra di marmo, dove non c'è nessuno a officiare la messa, c'è soltanto una statua di San Nicola e un Gesù crocifisso. Nessun Gesù Bambino, nemmeno ai lati delle navate, neanche un ritratto su quei muri azzurro-grigi. Soltanto le scene consuete di un calvario sui quadretti in altorilievo contrassegnati da numeri crescenti, le stazioni dell'agonia di Cristo.
"Insomma, dov'è Gesù Bambino?". Dentro non c'è e lo cerchiamo fuori, ma nel giardino c'è solamente una Madonna di Lourdes con tanto di grotta e un'altra croce, sempre con quell'uomo nudo appeso e la sua faccia sbiadita, leggermente piegata su un lato.  
"Allora, dov'è Gesù Bambino"? Lì fuori incontriamo il sacerdote e Dodokko pretende da lui - il più adatto a fornirgliela - una risposta. E lui gli dice che "Gesù c'era a Natale ma che ora è cresciuto". La frase del prete però non convince mio figlio, che appena qualche mese fa aveva visto un neonato su un letto di paglia accanto a un bue e a un asinello e perché sa - e lo sa perché a dicembre Gesù Bambino era grande più o meno quanto il suo fratellino appena nato - che quel bambinello non può esser diventato di colpo un uomo, mentre suo fratello è ancora piccolo e ora dorme, a casa nella sua culla.
Soprattutto, a Dodokko appare strano - e la stessa impressione a dire il vero la fa anche a me - che quel tempio sia soltanto un inno alla morte (della vita terrena, non mancheranno di sottolineare i credenti) e che vi prevalga il ricordo della sofferenza di un uomo, accanto alla fede nella risurrezione, invece della festa per la nascita di una nuova vita (d'accordo, terrena).
Ma a un bambino che gli racconti, della via crucis, di una corona di spine e di flagellazioni, di torture e di espiazioni? Non puoi parlargli del sacrificio estremo, né del peccato originale. E allora, alla domanda "cosa combina Gesù Bambino", senza spiegargli nulla gli rispondo, mentre ce ne andiamo delusi, che "niente, non gli fanno combinare niente di buono qui dentro".  

mercoledì 23 marzo 2011

E lo chiamano disordine

Hai gettato sul letto i tuoi vestiti, alla rinfusa. Quelli sudati con cui hai corso tutto il giorno. E sei andato velocemente di là, ad aprire il libro che ti hanno appena regalato. C'è chi penserebbe subito al disordine. Ma è impazienza la tua. Sei concentrato su te stesso e la tua mente ha spazio per una sola idea alla volta. Un unico pensiero, per un solo istante, anche se spesso rapidamente rimpiazzato da un altro che ti fa dimenticare il primo. 
Un pensiero per volta. Tanti pensieri, ravvicinati e che si autoescludono.
Non è disordine, quello dei bambini, né confusione. Ma concentrazione che, per quanto duri, in quel tempo non può avere occhi per altro. E' il tempo vissuto nella sua pienezza, un dialogo a tu per tu col proprio mondo dove non esistono altri interlocutori.
E' un tempo invidiabile quello dei bambini. E i loro pensieri, anche se non hanno un ordine 'logico', non sono disordinati. Il loro tempo non è prestabilito e non è fatto di scadenze, di 'prima' e di 'dopo': il loro è un tempo sempre presente, nel quale lo ieri e il domani si confondono nell'oggi, nell'istante in cui si compie il loro respiro. 
I bambini non usano la cronologia ed è per questo che il loro è un presente eterno: è per tale motivo che la loro infanzia non cessa mai, grazie soprattutto a un modo di pensare che non pensa che al 'questo e ora', e mai al 'vicino' o al 'poi'. Non esistono le conseguenze nei loro pensieri, né le cause che producono gli effetti. O, se esistono, esse hanno contorni piuttosto sfumati. 
E la nostra età, com'è invece la nostra età? E com'è il nostro tempo senza più sincerità, che ha un piede nel passato e l'altro nel futuro, mentre il presente evapora così rapiditamente? E' un tempo senz'altro più ordinato, fatto di istanti evanescenti e di cui ci rendiamo fin troppo conto mentre scompaiono. 
Un tempo scandito e sbiadito e che vive meglio nella nostra memoria e nelle attese, piuttosto che nell'oggi. 

lunedì 21 marzo 2011

Esiste un modo migliore per crescere i figli?

Tiro le somme, dopo l'esperienza dell'ospedale: Dodokko non lo manderemo più all'asilo fino a settembre. Abbiamo deciso di fare così per rafforzarne la salute, dato che lì si ammalava in continuazione. Vorremmo che non prendesse nemmeno un raffreddore, almeno fino alla fine dell'estate. Nel frattempo, siamo alla ricerca di una persona che venga a casa e che si occupi dei bambini assieme a mia moglie, fino a quando lei non dovrà riprendere il lavoro dopo il periodo di astensione per maternità. Dall'autunno in poi, mentre noi genitori saremo al lavoro, questa persona dovrebbe badare soprattutto al neonato ed eventualmente anche al primogenito, quando per qualsiasi ragione non dovessimo mandarlo a scuola per un certo periodo.
Questa persona comporterà dei costi. Non solo economici, ma soprattutto legati all'accettazione, da parte nostra, che sia lei - e non noi - a seguire per un bel po' i nostri figli. Anche questi ultimi dovranno farsi carico di tali costi, perché pure loro dovranno accettare questa persona. Inoltre, non solo dovrà essere una persona non-fumatrice e pulita, ma dovrà essere soprattutto fidata e moralmente integra. Questa persona dovrà essere anche stimolante per i nostri bambini e intelligente, cioè capace di gestire in modo sano due piccoli individui. Dovrà essere in grado di farli divertire, ma anche di far svolgere loro i compiti e di accompagnarli a fare qualche attività sportiva.
Questa persona dovrà sostituirci, prendere il posto di noi genitori fino al nostro rientro a casa, fino alla sera. Per almeno otto ore al giorno, per quaranta ore settimanali, per circa centosettansei ore al mese, per undici mesi l'anno, per almeno un triennio, cioè fino a quando non iscriveremo anche il secondogenito al'asilo. Il contratto sarà rinnovabile per altri tre anni, eventualmente, se anche il secondo figlio dovesse incominciare ad ammalarsi con una certa frequenza andando a scuola. Una specie di contratto come quello che si usa per le case prese in affitto, diciamo un tre più tre. La parte sottintesa del contratto è che noi vedremo e staremo con i nostri figli la sera, nei fine settimana e durante le vacanze.
Questa persona sarà dunque un'altra mamma e un altro papà, ma verrà pagata per far da genitore: è questo il punto. Ma è mai possibile che non esista un modo diverso oggi per crescere dei figli? Perché noi genitori dobbiamo perderci la parte più bella della loro vita, l'infanzia, e perché i nostri bambini devono passare più tempo con un'estranea, invece che con noi, a causa di un lavoro, molte volte insoddisfacente, che ci fa restare tante ore lontani da casa?
La verità è che abbiamo dimenticato che è possibile vivere con molto meno e con meno costi, in maniera più semplice, e che lavoriamo al solo scopo di mantenere il lavoro, per la paura di perdere ciò che abbiamo conquistato con fatica dopo anni di studio e di precariato. La verità è che lavoriamo per qualcosa che non ci appartiene e che non amiamo nemmeno lontanamente quanto amiamo i nostri bambini, per uno stipendio di cui una bella fetta la giriamo in partenza a chi si prende cura dei nostri figli al posto nostro e che magari, per farlo, è costretto a dimenticare i propri, affidandoli a sua volta a qualcun altro. La verità è che abbiamo paura di fare un salto nel buio, di tornare a un punto di partenza che ormai non è più lo stesso di prima. La verità è che abbiamo perduto la spontaneità necessaria per compiere questo salto e la fiducia nel futuro.
Ci vedo un che di anomalo in questa impostazione, qualcosa di insano e di vizioso: i soldi sono diventati il centro. I pochi centesimi che, tolte le spese, ci restano in tasca e che dovrebbero essere un mezzo per essere più felici, sono ormai delle catene che ci tengono stretti al palo. Riproduciamo un sistema malato ogni giorno che ci rechiamo in ufficio e contiamo, alla rovescia, i mesi che mancano all'inizio delle vacanze. E i nostri figli sono già gli anelli di questa medesima catena, pronti a trainarla al posto nostro per sbaglio - per un errore che gli abbiamo fatto compiere noi - il giorno stesso in cui usciremo di scena.

venerdì 18 marzo 2011

Buonanotte

Il sonno è un argomento strano, niente affatto scontato e molto complicato: c'è chi dorme bene e chi male, chi poco e chi tanto, chi si sveglia spesso e chi tira lungo, senza interruzioni. C'è chi non dorme mai, nemmeno quando è a letto con gli occhi chiusi. E c'è anche chi dorme in piedi. Come c'è chi dormiva quando doveva essere sveglio. E chi era vigile quando sarebbe stato meglio che dormisse. Ci sono gli anziani, che dormono pochissimo e si svegliano alle 5 del mattino, e gli adolescenti che, dipendesse da loro, dormirebbero fino a mezzogiorno. Ci sono poi i neonati, che dormono complessivamente tante ore nel corso della giornata, ma che si svegliano spesso e con una frequenza e una puntualità da orologio svizzero. E ci sono, infine, i genitori di questi bambini, che si sono darwinamente evoluti, tanto da aver adattato, fin dal primo vagito, il ritmo delle proprie veglie e dei propri sonni a quelli dei loro pargoli.

Uno fa presto a dire "buonanotte", ma non è affatto pacifico che la notte sia buona. Le notti, infatti, sono sia buone che cattive. Ci sono notti da incubo e notti da sogno. E sonni con incubi e sonni che hanno sogni fatati. Ci sono persone che non vorrebbero mai dormire, per godersi la vita, possibilmente tutta, in modo vigile. E persone che vorrebbero dormire sempre, per dimenticare le proprie tragedie o per sognare di meglio. Ci sono sogni che assomigliano alla realtà e sogni a cui vorremmo la realtà assomigliasse, mentre siamo in fuga dalla nostra, quella vera e che, quando siamo svegli, ci insegue col fiato sul collo, a volte proprio fino al letto. Ci sono sonni da cui esci non solo ristorato, ma addirittura rinato, e sonni che, quando ti svegli, sei più stanco di prima che andassi a letto. Ci sono sonni che assomigliano all'aldilà e risvegli che sembrano una rinascita, mentre il letto è un grande e caldo corpo materno. Ci sono risvegli con l'amaro in bocca e risvegli con il terrore nelle pupille. Ci sono risvegli che ci regalano un sorriso, appena apriamo gli occhi. 

Ognuno ha il sonno che vuole e il sonno che si merita. Io ho il mio: un sonno interrotto, come quello di un neonato e come quello di un bambino di quasi quattro anni. Il mio sonno vaga da un letto all'altro e, da questo, all'altro ancora. Dal mio letto, a quello del mio figlio maggiore, alla culla dell'ultimo nato. Ognuno di loro mi chiama, nel sonno, a modo suo. E io, come una barca in mezzo a un mare buio, tocco porti e sponde ogni volta nuovi nel corso del mio viaggio notturno. Sono un esploratore, di notte, e un naufrago. Sono un profugo che ha lasciato per sempre il suo letto, ma anche un marinaio che ha trovato un tesoro su un'isola deserta. Il mio sonno è nomade e tale che mi sveglio non appena sento una nota stonata nella melodia regolare di un respiro notturno. A volte faccio confusione, scambiando per il pianto di un bambino il miagolio di alcuni gatti, giù nel cortile. Altre volte, ascolto lamenti che mi sembrano reali e che invece sono soltanto il frutto della mia immaginazione.

mercoledì 16 marzo 2011

Ma lo sai che sei proprio bellissima...

La spontaneità di dire subito ciò che neanche si pensa ancora (perché pensare è troppo lungo: significa elaborare, considerare, soppesare, fare confronti, in una parola: riflettere), ma quel che passa appena per la mente. Questo sono i bambini. "Aprire la bocca e dar fiato" - diremmo - o "la bocca della verità"...ma non so se la verità appartiene alle cose dette e che hanno sfiorato appena la mente (forse sì!) oppure all'analisi filosofica (probabilmente no!). La verità sta nell'immediatezza, nella schiettezza, nella sensazione, come quando ci si scotta e si grida "ahi" o quando arriva la primavera e i prati si riempiono improvvisamente di margherite. Dolore e margherite non pensano, ma escono fuori alla prima occasione, col fuoco e col sole e questa sola è la verità che conta, non le teorie sui processi chimico-sensoriali, né le dinamiche biologiche che portano alla fioritura. 

Sabato eravamo in pizzeria con Dodokko e lui era eccitato per il fatto di mangiare fuori casa, a tal punto che sprizzava euforia e felicità da ogni poro. Anche le cose comunemente più banali e insignificanti acquistavano per lui un valore eccezionale, come pure gli atteggiamenti degli altri, stupidamente dati per scontati e a cui siamo ormai assuefatti, diventavano per lui degni di nota, comportamenti da sottolineare ad alta voce. 

Vorrei poter vivere tutti gli istanti della mia vita come ha fatto Dodokko sabato, quando, davanti a tutti i clienti e fra i loro sorrisi stupiti, ha gridato più volte a un normalissimo, comunissimo cameriere: "Ma lei è proprio gentilissimo; ma lei è proprio bravo; i polpi erano davvero buonissimi". O come quando all'ospedale - un mese fa - si è avvicinato, senza chiedere il permesso a nessuno, alla bambina che dormiva nel letto vicino al suo, le ha accarezzato una manica del pigiama rosa e le ha detto senza alcun imbarazzo: "Ma lo sai che sei proprio bellissima".

mercoledì 9 marzo 2011

Educazione: se la madre-tigre ruggisce


Cosa conta di più: la felicità dei figli o la loro affermazione nella società? Si può sacrificare alla carriera - anche a quella scolastica - di un bambino e di un futuro adulto, ogni minimo divertimento, qualsiasi minuscola distrazione, un'eventuale piccola gioia extra-curriculare? L'inizio dell'anno si è aperto negli Usa con un acceso dibattito attorno a questi temi e sul tipo giusto di educazione da impartire ai ragazzi. Ad accendere la miccia, le dichiarazioni di un'insegnante di Yale, la sino-americana Amy Chua, la quale sul Wall Street Journal ha candidamente raccontato, in un saggio intitolato Perché le madri cinesi sono superiori – estratto dal suo libro appena pubblicato Inno di battaglia della madre tigre –, i metodi da lei utilizzati per fare eccellere i figli nelle varie discipline scolastiche, nonché nel pianoforte e nel violino: un sistema educativo crudele, dove sono ammesse perfino punizioni, insulti e deprivazioni pur di raggiungere gli obiettivi prefissati. 
Il modo di formare i fanciulli, ispirato dalla cultura confuciana e proposto dalla professoressa di Diritto internazionale, fa inorridire il mondo occidentale. Il quale, invece, dal '68 in poi, nel campo dell'educazione dei giovani è stato molto più politicamente corretto rispetto al sistema asiatico: ha ammesso gli errori, ha assecondato le inclinazioni e le aspirazioni dei ragazzi, si è mostrato disponibile a incoraggiarli con dolcezza e ad accompagnarli su sentieri nuovi, se quelli intrapresi per primi fossero risultati essere troppo tortuosi. Soprattutto, i genitori euro-americani sono stati particolarmente attenti alla salvaguardia dell'autostima dei figli: un bene prezioso, da maneggiare con cura e che nessun genitore si sognerebbe di mettere a repentaglio con critiche pesanti.   
Ma tornando al dibattito, fa bene la Chua a essere così severa con i figli o hanno ragione i genitori occidentali a essere morbidi e permissivi con i propri ragazzi? Stando ai risultati concreti, il metodo imposto dalla 'tigre' cinese, ossia, in una parola, la coercizione, porta effettivamente ad eccellere. Non invitare o andare dagli amici a giocare, non dormire fuori casa, non guardare la tv o giocare con i videogiochi al computer, non lasciare ai figli la scelta delle attività extra-scolastiche, pretendere, sempre, il massimo dei voti ovvero non accontentarsi perfino di un dignitosissimo 9 o addirittura di un ipotetico 10-, sono soltanto delle regolette e, per giunta, tenere se paragonate alle torture inflitte dalla signora Chua alle figlie Sophia e Louisa. A quest'ultima, ad esempio, quando aveva sette anni, la madre riuscì a fare suonare al pianoforte un pezzo estremamente complicato per una bambina di quell'età, nascondendole, al termine una settimana di infruttuose esercitazioni, i suoi giochi preferiti e minacciandola di donarli in beneficenza se non fosse stata in grado di eseguire la composizione per il giorno dopo e di farle saltare pranzo e cena, di non farle mai più regali di compleanno, né di Natale, chiamandola indolente, vile, scavezzacollo, patetica, spazzatura, impedendole perfino di bere e di andare in bagno. “Finché – racconta con manifesta soddisfazione l'aguzzina – Lulu riuscì a suonare il pezzo, rimanendone talmente contenta e soddisfatta da non voler più smettere”.  
Ora, al di là della disapprovazione che nella nostra mentalità può suscitare un sistema educativo da campo di concentramento, c'è da chiedersi se stia nel successo nella musica o in quello scolastico il segreto della felicità e, soprattutto, se sia giusto imporre ai figli di seguire una strada scelta dai genitori. E poi, siamo davvero certi che il metodo cinese, che evidentemente funziona nella risoluzione di quiz e test matematici, non costituisca invece un danno rispetto all'appagamento di ciò che un giovane desidera diventare e riguardo alle sue legittime aspirazioni e vocazioni? Non è un tale sistema educativo un'amputazione della personalità dei giovani, un modo di tarpare le ali alla creatività e alla socialità dei ragazzi? Infine, così facendo non si rischierà di creare una mera ripetizione di gesti seppure perfetti, come nell'esecuzione senza errori di uno spartito musicale, ma nessuna vera novità, come un'nedita e originale composizione, nessun vero progresso, nessuna vera rivoluzione. Eppure, fra i lettori del saggio della Chua, affianco a chi ha definito l'autrice una sadica, negli Usa sono spuntati anche ammiratori nostalgici di un'epoca in cui “anche le mamme ebree si comportavano così” o semplicemente dei pragmatici sostenitori del metodo cinese. I quali, criticando l'eccessivo permissivismo della nostra cultura, si sono detti ammirati dei progressi in campo scientifico, tecnologico ed economico della società cinese, dovuti evidentemente a un'educazione basata sul rigore e sulla severità.   
Se infatti, secondo l'Ocse, è un dato di fatto che gli studenti americani siano risultati gli ultimi - nella classifica del recente Programme for International Student Assesment - nell'apprendimento della matematica al liceo e in tutte le discipline più importanti e che primi si siano piazzati invece gli alunni di Shanghai (peraltro ammessi al Programma per la prima volta), la verità è che l'America sta vivendo con grande angoscia soprattutto il sorpasso economico della Cina e si sta dunque chiedendo cosa sia andato storto, dove abbia sbagliato e se non sia il caso di ripartire proprio dall'educazione dei giovani. E allora è ovvio che prendano sempre più piede, soprattutto fra i conservatori, le teorie di fautori di un ritorno alla disciplina ferrea e allo spirito di sacrificio, all'autorità parentale e alla gerarchia aziendal-militare, all'intransigenza e al rigore. Il tutto in barba a preoccupazioni di possibili danni alla psiche, di temute nevrosi freudiane da mancanza di autostima, perché quel che è in gioco è il primato economico di una fetta di mondo, prima ancora di una mentalità di tipo asiatico od occidentale, a questo punto interscambiabili e da poter prendere all'occorrenza in prestito.
Non importa più, insomma, che il genio creativo sia anzitutto un ribelle, un destabilizzatore dello status quo, un rivoluzionario, un anticonformista, uno che dà un calcio alla realtà esistente per inventarne una del tutto nuova. Ciò che conta ormai è che i figli siano in grado di superare test d'ammissione, quiz ed esami, e che imparino il metodo per farlo sin dalla nascita. Lo dimostra il fatto che alcune mamme dell'alta borghesia americana, da Manhattan ai quartieri-bene di Boston e di San Francisco, fanno della competitività la parola d'ordine in famiglia fin dai primi guaiti dei loro bebè, lottando come tigri, appunto, pur di fare ammettere i figli, già in tenera età, ai nidi più esclusivi delle loro città.

giovedì 3 marzo 2011

Educazione: quanti pregiudizi, teorie e luoghi comuni

In quanti pregiudizi, teorie e luoghi comuni ci si imbatte quando ci sono di mezzo i figli e la loro educazione. Ne ho parlato ieri nell'altro mio blog Piccolo il mondo, ma desidero che anche i lettori di FiglioPadre condividano il brano tratto da McEwan lì citato.  
Ecco allora alcune sorprendenti, discutibilissime, teorie accreditate sull'infanzia negli ultimi tre secoli:
"Nessun campo speculativo poi offriva più ricche opportunità di apparire pratico, quanto quello che si riferiva all'educazione dei figli. Stephen si era letto tutto il materiale al riguardo, gli estratti compilati dal dipartimento di Canham. Da tre secoli generazioni di esperti, preti, filosofi etici, sociologi e medici - per lo più uomini - profondevano suggerimenti e realtà sempre nuove a beneficio delle madri. Non ce n'era uno che dubitasse dell'assoluta verità del proprio giudizio; ciascuna generazione era certa di aver toccato il culmine del buon senso e dell'introspezione scientifica, autentiche chimere per la generazione precedente. Aveva letto dichiarazioni solenni sulla necessità di fasciare gli arti dei neonati per impedirne il movimento e i possibili danni; sui pericoli dell'allattamento materno e, altrove, sulla sua fondamentale importanza sul piano fisico e superiorità su quello morale; su come l'affettuosità e l'incoraggiamento possono nuocere al bambino; sugli effetti benefici di purghe e clisteri, severi castighi fisici, bagni freddi e, all'inizio del secolo, di costante aria pura per quanto rigido fosse il clima; c'era chi sosteneva che è bene controllare scientificamente gli intervalli fra un pasto e l'altro e chi, al contrario, invitava a nutrire il bambino ogni qualvolta ne manifestasse il desiderio; chi denunciava i rischi di prendere in braccio il piccolo ogni volta che piange - facendolo sentire pericolosamente potente -, e chi sottolineava i rischi dell'atteggiamento opposto, che causa un senso di pericolosa impotenza; l'importanza di una buona disciplina delle funzioni intestinali, con allenamento all'uso del vasino a partire dal terzo mese; la costante presenza della madre giorno e notte, per tutto il primo anno di vita e, altrove, la necessità di ricorrere a balie, governanti, asili nido statali a tempo pieno; le conseguenze fatali di una non corretta respirazione, il vizio di mettersi le dita nel naso e di succhiare il dito connessi all'assenza della figura materna; i vantaggi di un parto tecnicamente sicuro in sala chirurgica e quelli di partorire coraggiosamente in casa nella vasca da bagno; l'importanza della circoncisione e di una tonsillectomia tempestiva; e, più tardi, lo sprezzante abbandono di tutte queste tendenze di moda; la teoria che i bambini debbano essere lasciati liberi di fare tutto ciò che desiderano di modo che possano esprimere appieno la loro natura divina, e quella secondo la quale non è mai troppo presto per forgiare la volontà di un infante; i disturbi mentali e la cecità causati dalla masturbazione, e il piacere e il conforto che essa regala all'adolescente; come l'educazione sessuale passi attraverso riferimenti a girini, cicogne, fatine dei fiori e impollinazione o si acquisisca tacitamente o ancora si apprenda grazie a una schiettezza di termini meticolosa e brutale; il trauma subito dal bambino che vede i genitori nudi, e i cronici turbamenti alimentati da strani sospetti se li vede sempre e solo vestiti; gli enormi vantaggi connessi all'insegnamento della matematica a un bimbo di nove mesi". (Ian McEwan, Bambini nel tempo, Einaudi 1988, pp 76-77).

martedì 1 marzo 2011

La poltrona: papà, quando torniamo a casa dormiamo come qui?

Ho dormito per nove notti su una scomoda poltrona, durante la degenza di Dodokko in ospedale, affianco al suo lettino. Disteso in posizione supina su quell'arnese, che si apriva a non più di 140 gradi e che lasciava uno spazio vuoto sotto la zona lombare della mia schiena, a ricordarmi, a ogni frequente risveglio, la potenza della forza di gravità con un doloretto acuto e che si faceva vivo al minimo movimento. I piedi e parte delle gambe poggiate su una sedia, la parte più interna, invece, anche lei sospesa nel vuoto. Ma dopo un paio di giorni ti abitui anche a queste scomodità e il disagio notturno è incomparabile al conforto che puoi dare a un figlio dormendo vicino a lui.
Quando ormai con Dodokko si parlava di fine del ricovero e di ritorno a casa, un giorno lui mi dice: "Papà, quando torniamo dormiamo come qui?". Gli rispondo, ammirato per la mia rara prontezza di spirito, che nella sua cameretta "non entrerebbe una poltrona tanto grande".
"Però - gli ho proposto e lui ha subito accettato - posso sdraiarmi con te sul tuo lettino e restarci fino a quando ti addormenti, come facevamo prima di venire in ospedale".