lunedì 28 febbraio 2011

Tecniche di addormentamento: l'egiziana, la bulgara e l'ucraina

Se c'è una cosa bella degli ospedali italiani è che sono democratici, accessibili a tutti, senza distinzione di classe o di ceto. Il sistema sanitario, la sua base almeno, è fruibile a chiunque: ricchi, poveri, italiani, comunitari ed extra, belli e brutti. I Pronto Soccorso - non dico le eccellenze, né parlo del problema delle liste di interminabile attesa, né delle file ai Cup -, i livelli di assistenza minimi qui da noi sono un diritto per tutti. E allora, quando vai all'ospedale è inevitabile immergersi in una realtà variegata e multicolore, anche per ciò che riguarda le tecniche di addormentamento utilizzate dai genitori di diversa nazionalità per i figlioletti ricoverati.
Non sono sicuro veramente che il modo per far prendere sonno ai bambini piccoli, adoperato dalle persone straniere che ho incontrato, sia utilizzato anche nei loro Paesi di origine o se il 'copyright' sia un'esclusiva particolare dei diretti interessati. Ma quel che salta all'occhio è la diversità dell'approccio per ottenere uno stesso e identico fine.
La mastodontica signora egiziana, vestita con foulard e cappotto anche con i 30 gradi che la temperatura nelle stanze raggiungeva - che aveva il figlio di due anni ricoverato perché aveva delle bolle sul palato e sulla lingua e che per questo non mangiava da una settimana - usava il seguente metodo: duettava una specie di commedia col bambino, nella quale lei diceva in arabo una frase, per esempio "A", a cui il figlio ne attaccava immediatamente un'altra, "B". Subito dopo lei ripeteva, con estrema calma, "A", irritando il figlio che ribadiva "B". Di nuovo "A" e ancora "B", a ritmo incalzante: da questo dialogo nasceva una cantilena monotona che andava avanti fino allo sfinimento, dopo svariate ore, presumibilmente del bambino. A volte, all'addormentamento partecipavano anche il marito della signora e il figlio più piccolo, ma solo come spettatori impassibili: dalle loro bocche, infatti, non mi risulta essere mai uscito verbo nel corso delle loro interminabili visite, che ignoravano sia gli orari di presenza dei parenti nelle camere dei ricoverati, che le più elementari norme igieniche e che sconsigliano la presenza di neonati (sani) negli ambienti nosocomiali.
Se il metodo egiziano prevedeva un minimo impegno vocale da parte di madre e di figlio, quello bulgaro - praticato dalla mamma del bambino in ospedale per una gastroenterite e che dormiva nel lettino a destra di quello di Dodokko - si affidava alla 'tecnologia', ovvero alla tv. La signora aveva abdicato a immagini e a parole proprie e delegato ogni forma di intrattenimento allo schermo. Il risultato erano, almeno nelle sue intenzioni iniziali, cartoni animati trasmessi 24 ore su 24 allo scopo di rincoglionire, più che calmare, un bambino 'ipereccitabile' e che urlava al minimo, debole, dissenso della genitrice. I miei dubbi, se il nervosismo del fanciullo non dipendesse proprio dalla troppa televisione, vista - "perché è soltanto così che si addormenta" e "perché se la spengo urla" - fino alle due di notte, invece che da qualcos'altro, furono improvvisamente sfatati da un altro ragazzino - ricoverato per un'aritmia cardiaca e che dormiva nel letto a sinistra di mio figlio - e che, esasperato per non aver chiuso occhio la notte precedente, aveva 'sabotato', in un momento di disattenzione diurna, il telecomando della tv, scambiandone l'orientamento delle pile, non prima di aver impostato la televisione su una poco interessante rete culturale. Il risultato fu che sia la madre che il bambino bulgaro, dopo qualche protesta peraltro nulla affatto violenta, si addormentarono, il giorno stesso del sabotaggio, verso le 11 di sera, quindi ad un'ora in fin dei conti accettabile.
L'ultima tecnica, l'ucraina, già la conoscevo perché notata in precedenza durante uno dei miei soggiorni in Irlanda, dove è, anche lì, ampiamente diffusa: consiste nello sbatacchiare il più violentemente possibile il bambino, preferibilmente neonato, all'interno del suo passeggino. Dopo aver imbracato il piccolo - ricoverato per una polmonite - nella sua navicella, la signora dell'ex Paese sovietico si recava in corridoio e iniziava a fare oscillare il figlio di sette mesi e che già pesava ben 12 chili (per fare un confronto, mio figlio, che non è magro e ha una costituzione normale, a quasi quattro anni pesa poco più di 15 chili). Lo scopo dell'addormentamento era presto raggiunto, in nemmeno 10 minuti - il tempo che una dose di sangue maggiore di quella normale affluisca al cervello - di vigorosi 'avanti e indietro', quindi la signora lo sollevava dalla culla e lo metteva delicatamente, con materna dolcezza, a dormire nel suo lettino. A volte, però, capitava che il neonato (un po' mi imbarazza chiamare in tal modo questa giovane promessa del wrestling) si svegliasse di notte. Nessun problema: il cigolio della culla, proveniente a notte fonda dal corridoio, era il segnale che la madre era tenacemente intenta a risolvere di nuovo il problema del sonno di suo figlio.

venerdì 25 febbraio 2011

La puntura

Una cosa singolare che è avvenuta durante il ricovero di Dodokko e che ha sorpreso tutti, lasciando a bocca aperta perfino gli infermieri: la seconda sera, prima dell'iniezione, Dodokko si è mostrato addirittura impaziente di farla, avendomi chiesto più volte "ma quando arrivano per la puntura?!" e poi facendosela fare davvero, senza lacrime e quasi con un senso di pace. Insomma, non era spavalderia - come avevo pensato in un primo momento - la sua felicità per l'intramuscolare, ma forse - ipotizzo - un momento di stordimento dovuto ai farmaci, dato che tutti i bambini hanno paura della puntura. 
E infatti Dodokko, prima della seconda sera di ricovero, aveva il terrore dell'iniezione. E il terzo giorno di terapia l'ansia si è riappropriata prepotentemente di lui, quando ha visto gli infermieri con la siringa in mano. Un ritorno alla normalità non dico proprio piacevole, ma grazie al quale ho provato, accanto alla tensione che un bambino impaurito provoca nel genitore, un po' di sollievo.

giovedì 24 febbraio 2011

Peter Pan all'ospedale

Nella piazzetta ormai divenuta familiare per le battaglie con i coriandoli, dopo una lunga attesa per il vestito di carnevale introvabile, sabato Dodokko aveva finalmente potuto indossare la sua maschera di Peter Pan. Aveva combattuto con una spada rosa con tutti i bambini che aveva incontrato e che avevano armi come la sua: un palloncino tubolare gonfiato da un clown di strada e acquistato per un euro.
Dodokko si sentiva forte come un leone nel suo abito verde e io ero quasi più felice di lui nel vederlo tanto allegro e combattivo, mentre dava vita al suo sogno sull'Isola che non c'è.
Siamo rimasti a giocare in piazzetta fino a sera e poi, dopo una giornata di gloria, siamo tornati a casa. Dodokko ha cenato con un grande appetito e, poco dopo, siamo andati a dormire. Verso le due i primi colpi di tosse, un rumore gutturale mai udito prima, e la febbre a 38 e mezzo. Sciroppo antipiretico e il giorno dopo contattiamo la pediatra, la quale ci dice di passare in ospedale, dove è di turno e dove lo visiterà.
L'appuntamento è alle 14 e, prima di uscire, Dodokko vuole vestire di nuovo gli abiti di Peter Pan. Passiamo per il Pronto Soccorso e, dopo un'attesa di due ore, la dottoressa lo visita. Gli ausculta il torace e lo manda a fare una radiografia per sospetta polmonite. Peter Pan si fa fare 'la foto', mentre i medici e gli infermieri che incontra scherzano in continuazione e gli fanno i complimenti per il suo vestito. L'esito della lastra, però, non è divertente e la diagnosi è che mio figlio ha la scissurite, un'infiammazione della pleura negli spazi fra i lobi polmonari. La pediatra ci consiglia il ricovero di Peter Pan. Il quale, sia nei libri che nei cartoni animati, a dire il vero non mette mai piede in ospedale. Perché se ciò fosse avvenuto, il folletto avrebbe necessariamente dovuto crescere, rinunciando per sempre al suo sogno di vivere in un'eterna e spensierata fanciullezza.
La malattia infatti è sempre un prova dura contro cui i bambini si scontrano, anche se ogni ansia la vivono soprattutto i genitori, i quali cercano di celare in tutti i modi le loro apprensioni. La malattia dovrebbe essere un faccenda da adulti soltanto e in gran parte lo è, anche quando sono i figli a essere ammalati, perché è sui primi che ne ricade il peso ogni istante che cercano di alleggerire i figli con mille rassicurazioni.
E devo dire che Dodokko, che non ha ancora compiuto 4 anni, mi ha sorpreso ancora una volta per come ha saputo affrontare la sua degenza di nove giorni in ospedale, per quanto è stato bravo a prendere tutte le medicine e anche a farsi fare le punture ogni sera e i prelievi per le analisi. Io non l'ho mai lodato così, pubblicamente, ma devo ammettere che è un bambino meraviglioso, e non lo dico perché è mio figlio ma perché si è comportato in maniera davvero eccezionale in ospedale, senza mai lamentarsi troppo e senza fare mai troppi capricci. Direi che ho scoperto un Dodokko nuovo nei giorni passati, maturo quanto un adulto e forse anche di più di molte persone grandi, che quando stanno male passano il tempo a lamentarsi dei loro acciacchi, come se la sorte si fosse accanita e se la prendesse soltanto con loro. 
Altro che Peter Pan! Dodokko in ospedale è stato saggio in modo impressionante e ha dimostrato di non essere affatto quel bambino "viziato" che qualcuno in passato non ha esitato sbrigativamente a bollare come tale, magari soltanto dopo aver assistito a un normalissimo capriccio. No, mio figlio mi ha dimostrato di aver capito che a volte può anche disobbedire di fronte a una richiesta poco importante, ma che non si discute quando la faccenda è seria e quando è in gioco la salute. E mi ha anche dato la conferma che il nostro rapporto, basato da sempre sul dialogo, si è dimostrato essere una scelta coraggiosa, perché presa fra mille obiezioni, e di certo vincente.  

Il tempo all'ospedale

Si china sui figli distesi
lo sguardo dei genitori
E come pittori improvvisati
disegnano un lieve sorriso
Una goffa curva delle labbra
affianco alla mal celata tristezza

Sdraiato sul lettino
è un presente costante
il tempo dei bambini
Senza ricordi passati
a prender consistenza
e aspettative realistiche

Eppure è verso la finestra
che i figli volgono lo sguardo
E' così che dilatano il tempo
nel sempre identico
mutare dei giorni
nella inutile corsa delle ore

C'è un sole senza luce
oltre le vetrate grigie
a tenere compagnia
Un astro volubile
come una promessa eterna
e mai mantenuta.   (2011)

martedì 8 febbraio 2011

L'inverno e la fine dell'estate

E' l'estate la stagione più brutta, la più attesa ma anche la più deludente. Quella che ti lascia l'amaro in bocca, perché non fa in tempo ad arrivare che è già finita. Non è l'autunno, come tutti pensano, con le foglie che cadono dagli alberi e la pioggia, e nemmeno l'inverno, col vento gelido e il raffreddore. 
E' un po' di tempo che ho questa idea fissa sull'estate: il periodo con i mesi più caldi, quelli delle vacanze e del tempo libero, dei viaggi e del mare, delle giornate lunghe da vivere all'aria aperta. Eppure, nonostante ciò, arriva sempre, una sera di fine agosto a tradirti, improvvisa, una brezza fredda che ti colpisce alle spalle e che ti coglie alla sprovvista sul far della sera, magari mentre sei assorto a contemplare un tramonto. E' in quel preciso istante che ti accorgi di quanto i giorni siano ormai diventati corti, di come tutto si sia ormai compiuto, che è l'ora di ritornare a casa. E' in quel momento che ti rendi conto che le vacanze sono finite e ti resta un nodo alla gola, un dolore che è già nostalgia per qualcosa che ti sei appena lasciato alle spalle.
Quante estati sono finite in questo modo e quante estati finiscono tutti i giorni. Quante attese deluse e quanto troppo poco tempo è quello trascorso insieme a chi ami. E quanto è immenso, invece, lo spazio che ci divide ogni giorno dalle cose belle e dagli affetti. Quanti sorrisi mi sono perso di mio figlio nell'attesa di un fine settimana oppure di un viaggio da fare insieme. E poi, invece, quando il tempo di stare vicini è giunto, quanto questo è durato poco o come l'ho vissuto distrattamente.
E l'estate la stagione più brutta, la più falsa, quella delle promesse mai mantenute. In estate ritroverò un giorno i miei figli, ormai cresciuti, lontani da me, per conto loro, come è giusto che sia. In estate tenterò di parlare con loro, ma so già che il nostro sarà un dialogo impossibile, perché essi avranno conosciuto linguaggi diversi dai miei. 
Quel giorno i miei figli saranno ormai lontani, irraggiungibili, perché vivranno in una stagione nuova: nella loro estate, mentre io starò ancora attardandomi nell'inverno della mia vita. 

martedì 1 febbraio 2011

Influenza dei polli

Un'ecatombe: è crollata la famiglia al completo sotto i colpi dei virus della stagione influenzale 2010-2011. In totale quarantena da 10 giorni, in isolamento forzato, lontano perfino dalle pagine di questo blog, a cadere sono stati, in ordine cronologico: il sottoscritto, il primogenito, la moglie e - ultimo - il neonato di un mese. Febbre altissima per tutti, tosse e raffreddore, disagi intestinali, i sintomi che ci hanno colpiti con una forza violenta e cieca e che non ha fatto distinzioni nemmeno per le fasce d'età più deboli: un'influenza per quattro, moltiplicata quattro.
Ma non è con il racconto di questi malanni stagionali che voglio tediarvi, ma desidero parlarvi piuttosto di come venga affrontata l'emergenza epidemica nella famiglia media, di qual è di solito l'intervento del pediatra, dello stare tutti insieme in famiglia grazie a un avvenimento negativo come una malattia, del sole beffardo che, a discapito di tutto, è sempre stato presente in questi giorni e che però abbiamo intravisto soltanto dalla finestra. E poi, vorrei parlare anche...dei polli di batteria. 
Anzi, intendo iniziare proprio dall'allevamento intensivo dei pennuti per rileggere a grandi linee, sotto questa lente d'ingrandimento, la famiglia nella nostra società e i bambini all'interno di essa. Ho detto tante volte in questo blog di come l'allevamento dei figli oggi mi sembri comparabile al quello degli animali. Me ne sono accorto quando ho dovuto mandare Dodokko al nido, in un posto lontano dal luogo ideale  e naturale quale dovrebbe essere una sede, come la famiglia, dove il contatto continuativo - e mai interrotto - con i genitori sia sempre assicurato. Il nido, una struttura spesso sovraffolata, tanto estraniante psicologicamente, e un ricettacolo di malattie, dove ci si infetta di continuo, a parte le piccole pause costituite dai brevi momenti in cui si è appena guariti e nelle quali  vi si è costretti a tornare, secondo lo schema consolidato nido/malattia-casa/guarigione e - di nuovo, inevitabilmente - nido/malattia. Il lavoro di entrambi i genitori, purtroppo, è la causa per la quale siamo costretti ad affidare alle cure altrui i figli: cure altrui, di gente pagata per farlo, che quindi si prende cura di loro per lavoro e dietro compenso. Si direbbe che anche qui, nella famiglia e nella gestione dei figli, sia il mercato e non una legge naturale - se possibile matrilineare - a dettare le regole, a stabilire chi fa cosa, quanto e quando.
Ma torniamo ai polli e alla loro influenza: il primo ad ammalarsi sono stato io, che mi sono preso qualche virus, sul treno pieno di gente oppure sull'autobus di cui mi servo per andare al lavoro, e l'ho portato a casa per regalarlo ai miei cari, come un frutto maturo di stagione. Poi si sono ammalati, uno a uno, tutti gli altri: anche qui la causa che mi salta all'occhio è la nostra stretta vicinanza nello spazio di una casa, la totale mancanza di una vita all'aria aperta, dove i germi si trasmettono con minore facilità. Vorrei che tutti noi, come dei polli ruspanti, potessimo razzolare un poco nell'aia e che i miei figli avessero maggiori occasioni per giocare all'aria aperta assieme a bambini della loro età. Invece, dopo l'asilo, esiste soltanto la televisione nell'attesa del ritorno del genitore, in un salotto dalle finestra serrate.
Il pediatra, che è venuto a casa a visitare i due figli, ha dato una cortese 'occhiata' anche ai genitori e ha prescritto loro, in modo del tutto preventivo, degli antibiotici, al fine di evitare le sicure complicazioni batteriche che successivamente sarebbero state trasmesse anche ai figli. Ora, di questi tempi in cui siamo genericamente informati su tutto, sappiamo che in caso di influenza non si devono prendere gli antibiotici, dato che non servono a nulla contro i virus e che prescriverli in modo cautelativo non è altro che un enorme eccesso di zelo, nonchè un'imprudenza nei riguardi del futuro, soprattutto se si pensa ai sempre più diffusi batteri resistenti - divenuti tali proprio per l'uso smodato e insensato che di questi farmaci si è fatto nel passato - i quali sono ormai inattaccabili da qualsivoglia medicinale. Ma tant'è, l'antibiotico ce lo siamo preso lo stesso...e, nel mio caso, per paura che la profezia del pediatra potesse avverarsi e quindi potessi infettare i bambini anche con una seconda ondata di germi. E poi perché la profilassi, in questi casi, è identica a quella in uso nei pollai. Nei pollai come gli studi medici pediatrici, in questa stagione affollati come un ufficio postale alla scadenza del pagamento di qualche tassa. Ci sono andato soltanto per ritirare le ricette della dottoressa e durante la fila in attesa del mio turno, fra starnuti, colpi di tosse e rantoli bronchiali, ho ascoltato qualche scambio di battute e qualche telefonata disperata di genitori con la segretaria, la quale dopo aver detto a tutti di rimandare gli appuntamenti perché c'erano già più di venti piccoli  pazienti in lista, consigliava sempre gli stessi farmaci, quelli che la sua datrice di lavoro "indicava per tutti".
L'unico lato positivo e la sola differenza con un allevamento di polli, quando una famiglia intera si ammala, è la possibilità di stare tutti insieme, anche se dispiace doverlo fare stando al chiuso. Fuori dalla finestra si sono succedute giornate di sole splendide ed è stato un peccato non poter uscire all'aria aperta. Abbiamo goduto in ogni caso della luce radiosa del sole, che si è preso continuamente gioco di noi, e anche del fatto di non aver dovuto, in casa nostra, far ricorso come in un pollaio alla luce artificiale delle lampade al neon.
Nei momenti in cui il sole è andato via, e la sera prima di andare a dormire, è bastato il sorriso dei bambini a rischiarare le stanze dove siamo stati male.