lunedì 27 dicembre 2010

Piccolo il mondo visto con i miei occhi

Con i miei occhi nuovi vedo soltanto una parte del mondo che mi gira intorno: un mondo grande e un mondo piccolo, perché io stesso sono piccolo. Ma quel che conta non sono i pochi oggetti quotidiani delle mie attenzioni, ma il fatto che esse siano per me delle novità assolute, cose ancora senza un nome per definirle e che riescono a meravigliarmi ogni giorno di più. 
Con i miei occhi nuovi colgo solo il mio punto di vista e Piccolo il mondo è il racconto di ciò che vedo, il diario, in prima persona, di una nascita: la mia.

Nda: come spiego nella presentazione del blog, dovremmo provare a cambiare prospettiva, soprattutto in presenza di un bambino appena nato. Così, ho provato a mettermi nei suoi panni, per la verità un po' stretti. Ma, fra tutte, è quella mentale, per noi adulti, la dimensione meno elastica, quella che più di qualsiasi altra siamo costretti ogni giorno ad affrontare.

domenica 26 dicembre 2010

Il nostro amore

E' la prima volta che lo faccio: non il prendermi una licenza poetica, perché questo l'ho già fatto altre volte, ma il dedicare una poesia su questo blog soltanto a mia moglie, che generosamente mi ha dato un altro figlio appena qualche giorno fa.


Il nostro amore

Il nostro amore non è una fune sospesa
sulla linea dell'orizzonte
su cui ballano due giocolieri professionisti
con un gancio di salvataggio alla schiena
e sopra una rete di protezione

Il nostro amore non somiglia all'eternità
Non è perfetto né infallibile né romantico
Il nostro amore è fatto di istanti
gli stessi che riempiono le nostre valigie
nel pazzo viaggio della vita

Il nostro amore solca la linea del tempo
E come un marinaio alla deriva
su una zattera priva di bussola
attraversa tempeste e lagune
oceani gelidi e mari de sud

Il nostro amore non è immortale
ma è un amore fin troppo umano
pieno di gioia e disperazione
Senza promesse e denso di dubbi
fitti come la nebbia del mattino

Il nostro amore se ne va per conto suo
dove lo conduce una strada sconosciuta
E se nel cuore della notte si ferma
lo fa per riposare un istante
e non per guardarsi alle spalle

Il nostro amore è pieno di sbagli
Il nostro amore è colmo di notte
Il nostro amore è zuppo come la tempesta
Il nostro amore brucia come il deserto
Il nostro amore è un bimbo perso nell'oscurità

Ma il nostro amore ha il dono inatteso
di una primavera senza più nuvole
e dell'acqua fresca che placa la sete
Del mattino improvviso
e di un'alba di luce che non ti aspetti

Il nostro amore colora le pareti
Come fa il giorno dopo la notte
quando entra dalla finestra
senza bussare senza chiedere permesso
Senza buoni o cattivi pretesti

Il nostro amore appartiene a noi soltanto
Come le nostre povere vite
rinchiuse nelle gabbie del tempo
Come il nostro dolore infinito
O come la nostra breve felicità. (2010)

giovedì 16 dicembre 2010

Anche questa è violenza

Mi ricollego per un momento al post precedente sugli scontri a Roma fra studenti e forze dell'ordine e sull'auspicio che ho espresso perché mio figlio non si trovi mai a parteciparvi. Lo faccio soltanto per aggiungere che ritengo gli episodi di violenza di martedì paragonabili alla violenza a cui ho assistito oggi.
Ministero dell'Istruzione, due giorni dopo la guerriglia nella capitale, ore 11: gli studenti della scuola elementare sono schierati come marionette, messi in riga dalle insegnanti, pronti ad accogliere il ministro Gelmini e il sindaco Alemanno per la presentazione del progetto 'La scuola per Roma 2020', che ha l'obiettivo di coinvolgere le scuole italiane nella promozione della candidatura della capitale alle Olimpiadi che si svolgeranno fra 10 anni e, come recita il comunicato, di "diffondere fra i più giovani i valori dello sport e dello spirito olimpico". 
Fin qui nulla di inconsueto, a parte l'ammaestramento, per necessità coreografiche, dei bambini che tengono in mano grandi cerchi olimpici colorati e tendono lunghi nastri, delle stesse tonalità, a formare un tunnel sotto al quale transitano le personalità tanto attese. E niente di strano neanche nel vedere l'eccitazione degli studenti all'arrivo delle rock star istituzionali, accolte dai flash delle loro macchinette fotografiche e da grida di gioia. Nel copione, ovviamente, anche l'Inno d'Italia, con le sue strofe assurde "Stringiamoci a coorte, / siam pronti alla morte. / Siam pronti alla morte, / l'Italia chiamò".
Dunque, per davvero non c'è niente di strano in scene di questo tipo e a cui abbiamo fatto l'abitudine? Non stonano queste messe in scena, di una scuola perfetta e di un ministero pieno di buoni propositi a soli due giorni dai disastri di Roma? E non fanno rabbrividire parole come "siam pronti alla morte", pronunciate da figli che non hanno nemmeno dieci anni? E poi, dietro agli studenti, c'è anche quel cartellone con lo slogan: "Contro la violenza facciamo squadra", in riferimento - suppongo - alle azioni di guerriglia viste l'altro giorno.
Quello che credo è che anche questa - di addestrare giovani menti, di manipolarle a fini propagandistici, di rispondere con queste rappresentazioni 'edificanti' a tutto ciò che è capitato nel mondo della scuola, nei mesi passati fino all'altro ieri - sia violenza. E delle più orribili, perché perpetrata contro dei bambini usati come mezzi politici.
Sì, anche questa è violenza e anche qui, come nella guerriglia di Roma, non vorrei mai vedere mio figlio coinvolto. 

mercoledì 15 dicembre 2010

Scontri a Roma, se mio figlio fosse stato lì in mezzo

Ieri ero in mezzo a loro, i guerriglieri studenti e i guerriglieri poliziotti, nella più grande esaltazione generale mai veduta (in entrambe le parti). Una triste follia collettiva è ciò che ho potuto osservare, fra le lacrime, che sono riuscito a trattenere a stento, per il dispiacere che queste scene mi hanno causato: giovani e giovanissimi che combattevano tutti contro tutti, anche fra di loro, maschere di sangue, poliziotti, anch'essi vittime, che reagivano alla violenza con altrettanta, ferma violenza.
Ciò che ho visto è stato il solito crudele gioco delle parti, in cui gli studenti dovevano portare all'esasperazione il loro ruolo previsto per quel giorno e le forze dell'ordine dovevano rispondere, per dimostrare che lo Stato c'è e che la città non può essere abbandonata ai disordini. Ma ciò che ho visto è stato anche il massacro delle parti, nella mischia dove le divise e le bandiere si confondono e gli occhi e le menti sono accecati dai lacrimogeni e dagli scoppi delle bombe-carta.
Il caos che c'è stato nel centro di Roma è imputabile prima di tutto a un caos mentale: nelle due onde che si sono contrapposte non ho mai sentito una sola voce fuori dal coro che dicesse: "E' sbagliato quel che stiamo facendo! Basta con questa assurda violenza! Fermiamoci, torniamo a casa! Pace!". E' mancato lo spirito critico di chi si chiedesse se le proprie azioni fossero giuste.
Ovviamente, ho anche immaginato mio figlio fra quei ragazzi e quegli uomini e gli ho augurato di non essere lì il giorno in cui avrà la loro età. Non perché desideri che egli non affronti i problemi sociali o non manifesti pubblicamente il proprio pensiero, ma perché voglio che fugga dalla violenza cieca, come dalla peste. 
Non per codardia, né perché può far male, ma semplicemente perché, in quanto fine a se stessa, la violenza è il male.

lunedì 13 dicembre 2010

Un piccolo momento di celebrità: FiglioPadre è su Dazebaonews

Un piccolo momento di celebrità: FiglioPadre è su dazebaonews.it

Cancellare l'infanzia nell'attesa di giorni migliori

"Hai letto la notizia su Repubblica di stamattina? Sembra che i bambini che frequentano il nido andranno meglio a scuola", mi riferisce entusiasta un mio collega a pranzo. "Sì, l'ho letta. E tu hai visto che apprendono meglio l'italiano quei bambini ai quali i genitori sono soliti raccontare la propria giornata piuttosto che leggere loro un libro?", gli faccio eco citando 'lo studio' pubblicato sul Corriere della Sera.
Quante novità, oggi sui giornali! E quanti consigli per investimenti sicuri, a breve e medio termine, per il bene dei figli! Mi viene in mente la storiella secondo la quale il nido fa bene ai piccoli perché, ammalandosi continuamente, rafforzano il proprio sistema immunitario. Secondo i teorici di questa impostazione, sarebbe un bene che i neonati di pochi mesi si riempiano di antibiotici e di cortisonici per contrastare batteri e virus che, se inizialmente dannosi, non tarderanno prima o poi a rivelare le proprie benefiche virtù.
Mi sembra che il presente, come al solito, conti poco, talmente siamo proiettati e proiettiamo con noi nel futuro i nostri figli. Mi pare che l'oggi non abbia importanza alcuna per noi: si tratta di un tempo altamente sacrificabile in nome di un domani in cui raccoglieremo i frutti delle nostre rinunce e di quelle dei nostri bambini. Ma può anche l'infanzia prestarsi a questo gioco ed essere quasi cancellata nell'attesa di giorni migliori?
Non sono d'accordo con questo modo di ragionare e mi rattristo ogni qualvolta i genitori sacrificano il presente dei bambini nel nome di un futuro, vicino o lontano che sia, ma che i figli stentano a intravedere perfino con il cannocchiale.
Bisognerebbe tenere maggiormente in considerazione quelli che sono i bisogni e le aspettative dei bambini,  e non pensare soltanto a ciò che per noi è soddisfacente o che in futuro, secondo i genitori, li renderà adulti felici. Dobbiamo pensare di più alla loro contentezza di oggi e non smettere mai di chiederci, anzitutto, se i nostri figli sono - oggi e non domani - felici.
Secondo lo studio citato da Repubblica - che riporta una ricerca della Fondazione Agnelli firmata dalla Facoltà di Economia politica dell'Università di Torino - i bambini, che hanno frequentato il nido, alle elementari sono più bravi in italiano e in matematica: una notizia sorprendente, in un paese come l'Italia, dove esiste ancora "una forte diffidenza a far uscire da casa i propri piccoli almeno fino ai tre anni di vita". E in cui per fortuna "molti psicologi e psicoterapeuti mettono in guardia dal senso di sradicamento e di abbandono che può nascere in bebè affidati a sette, otto mesi a cure esterne alla famiglia".   
Nel Rapporto Ocse-Pisa citato dal Corriere, "lo studio più serio del mondo nel campo dell'istruzione", invece, il racconto della giornata dei genitori fatto ai figli dai sei anni in sù farebbe prendere 32 punti in più rispetto alla media agli stessi figli quindicenni sottoposti ai test di 'competenza in lettura'. Molto meglio, dunque, di quei bambini ai quali piace addormentarsi dopo aver letto Pinocchio.
Tutte buone motivazioni, quelle di desiderare che i propri figli siano più bravi in italiano e in matematica e sappiano leggere e comprendere meglio dei compagni. Ma a discapito di cosa? Nel primo caso, di un probabile prematuro distacco dalla famiglia per essere affidati, ancora in fasce, alle cure terze di un 'personale docente' rinunciando così a un rapporto affettivo continuativo con i genitori. Nel secondo, del gioco e della fantasia, sacrificati alla realtà del mondo adulto, molto più formativa se vogliamo, ma probabilmente molto poco interessante per i bimbi di prima elementare.

giovedì 9 dicembre 2010

I miei nobili, edificanti principi

"Papà, oggi non ci voglio andare all'asilo", mi dice stamattina Dodokko con voce implorante. E io gli rispondo, poco convinto, che "devi andare, perché impari tante cose e ti diverti...e poi a casa che faresti da solo, dato che mamma e papà vanno anche loro al lavoro?".
"Non ci andare al lavoro!", mi dice mio figlio. "Ma non posso non andare", gli assicuro. "Ma perché devi sempre andare al lavoro?", mi chiede con insistenza. E io, scavalcando ogni nobile principio edificante, gli spiego sinceramente che "ci vado perché in cambio mi danno dei soldi e che quei soldi ci servono per mangiare e per le spese di casa e anche per comprargli i regali".
Ciò che non gli racconto è che io vado a lavorare non perché mi piaccia farlo e nemmeno per qualche succitato nobile principio. Né che ci vado per arricchirmi, ché alla fine del mese non riesco a risparmiare neanche dieci euro! 
Ci vado soltanto per una necessità, che è la stessa della maggior parte della gente: per vivere. E il mio vero arricchimento ce l'ho quando sto con mio figlio. Il mio tempo migliore è quello che resta fra una giornata di lavoro e l'altra. Ed è questo distillato prezioso che dedico a lui, il solo che davvero possa rendermi felice.

martedì 7 dicembre 2010

Lo chiamarono Gesù Bambino

Lo chiamarono Gesù Bambino, 
esattamente com'è scritto, 
con due nomi: Gesù e Bambino. 
Primo, perché della parola Gesù 
trovavano bello quello strano accento, sulla u.
Secondo, perché il figlio era un bambino 
Un bambino in carne e ossa 
e quindi sulla parola Bambino 
il vero accento dovevano posare.

Gesù Bambino non era figlio di un dio e di una dea, 
ma di un uomo e di una donna neppure immacolati:
il suo papà e la sua mamma erano soltanto innamorati.
Senza grandi qualità e nemmeno troppi peccati,
misero al mondo un figlio nel giorno di Natale.
Un dono, fra i momenti perduti e i desideri ritrovati.
A lui i genitori non augurarono il miracolo 
di guarire il mondo dal male, ma salute e felicità. 
E aggiunsero: "Sii onesto, rispetta il prossimo".

Non gli insegnarono i dieci comandamenti
ma cento consigli gli raccomandarono.
E Gesù Bambino crebbe contento.
Non diventò un dio e nemmeno un re
ma un uomo capace di amare e di commuoversi. 
E di sorridere, perfino quando provava dolore.
I suoi genitori non ne desiderarono mai il sacrificio
perché amavano il figlio, a tal punto che quando stava male 
era come se sul fianco ricevessero una coltellata.

In simili occasioni cercarono più volte di prenderne il posto
ma loro erano fatti di carne e non di materia divina.
E quel baratto sulla croce, dio con l'uomo, 
a loro mai riusciva.

Infine, rimasero soddisfatti così
nelle loro vesti di gente semplice e finita
Persone umane, che almeno tentavano 
di essere felici.  (2010)

venerdì 3 dicembre 2010

Una questione di etichetta


Qualcuno ricorderà il post L'etichetta e l'otorino, nel quale raccontavo come mio figlio fosse un patito di etichette e un abile giocoliere, riuscendo nell'impresa straordinaria di ciucciarsi il pollice e, nello stesso tempo, di arrotolare l'etichetta del suo pupazzo preferito con lo stesso pollice e l'indice.
Ebbene, è da quando è nato che Dodokko stringe Lala dei Teletubbies fra le braccia, ne accarezza l'etichetta e si ciuccia il pollice sinistro. Nei momenti di sconforto o semplicemente di stanchezza, cerca Lala per tutta la casa con il pollice alzato, già pronto a infilarselo in bocca non appena abbia rinvenuto il peluche. 
La 'dipendenza' Lala-etichetta-pollice in bocca è evidente, tanto che spesso abbiamo pensato - senza mai avere avuto il coraggio di farlo - di far sparire Lala al fine di togliere a Dodokko il vizio del dito in bocca. In ogni caso ci ha pensato lui, qualche giorno fa, a recidere il cordone che univa il suo pollice all'etichetta del suo pupazzo.
"Vogliamo tagliare l'etichetta di Lala?", ha proposto. E io, anche se scettico: "Dai, prendiamo le forbici". E così, siamo andati in cucina, abbiamo preso lo strumento e tranciato di netto la stoffa consunta del peluche. Un po' di esitazione, in lui, e un'ombra di panico, in me, appena ultimata l'operazione: "E adesso, che farà?", mi sono chiesto preoccupato.
Niente di che: dopo un poco si è messo a letto con il pollice in bocca e fra le dita il 'moncherino' dell'etichetta di Lala. Ma così, con quel poco di stoffa, non riusciva a prendere sonno e quindi è andato a cercare Po, il pupazzo rosso dei Teletubbies, che aveva l'etichetta ancora integra.
Si è addormentato così: con Lala a destra e Po a sinistra, il pollice sempre e comunque fra i denti. E la nuova etichetta arrotolata fra le dita. E io che credevo bastasse tagliare un'etichetta per togliere un vizio! No, il fatto è che, come sostenevo l'altra volta, siamo circondati da etichette e nessuna è davvero insostituibile. E poi, per emanciparsi dai Teletubbies forse è ancora troppo presto.

giovedì 2 dicembre 2010

Lo scaldabanchi

Ogni tanto, periodicamente, è necessario riproporre questa poesia di Prévert. 
Perché sull'educazione dei figli si sbilanciano fin troppi saputelli arroganti. Gente dalle maniere un po' militari. Persone purtroppo poco sensibili e molto ignoranti.




Lo scaldabanchi


Con la testa dice no 
ma col cuore dice sì 
a chi ama dice sì
al professore dice no
sta in piedi
viene interrogato
e i problemi son tutti posti
all'improvviso gli prende la ridarella
e cancella tutto
le cifre e le parole
le date e i nomi
le frasi e i tranelli
e malgrado le minacce del maestro
fra gli strilli dei ragazzi prodigio
con gessi di tutti i colori
sulla lavagna della sofferenza
disegna il volto della felicità.

mercoledì 1 dicembre 2010

Insegna anche tu al tuo bambino la Regola del Quinonsitocca


Circa un bambino su cinque è vittima di varie forme di abuso o di violenza sessuale. Non permettere che accada al tuo bambino. Insegna al tuo bambino la Regola del Quinonsitocca, appena lanciata in Italia dal Consiglio d'Europa.
La Regola del Quinonsitocca è una guida semplice che aiuta i genitori a spiegare ai bambini dove non devono lasciarsi toccare, come reagire e dove cercare aiuto.
Che cosa è la Regola del Quinonsitocca? È semplice: un bambino non deve lasciarsi toccare le parti del corpo che sono generalmente coperte dalla biancheria intima. E non deve toccare gli altri in quelle parti.
La Regola aiuta inoltre a spiegare al bambino che il suo corpo gli appartiene, che ci sono segreti buoni e segreti cattivi, e modi di toccare buoni e modi di toccare cattivi. A tale proposito è possibile scaricare il libro in .pdf Kiko e la mano che può essere d'aiuto per insegnare la Regola del Quinonsitocca.

Come insegnare la Regola del Quinonsitocca

La Regola del Quinonsitocca è stata studiata per aiutare i genitori e quanti si occupano dell’infanzia ad avviare un dialogo con i bambini sull’argomento. Può rivelarsi un mezzo efficace per prevenire gli abusi sessuali.

La Regola del Quinonsitocca comprende 5 aspetti importanti.

1. Il tuo corpo ti appartiene

Si deve insegnare ai bambini che sono padroni del loro corpo e che nessuno può toccarlo senza il loro permesso. Un dialogo aperto e diretto fin dalla più tenera età sulla sessualità e le “parti intime”, utilizzando i nomi corretti per i genitali e le altre parti del corpo, aiuterà i bambini a comprendere quello che non si deve fare. I bambini hanno il diritto di rifiutare un bacio o di essere toccati, anche da una persona che amano. Si deve insegnare ai bambini a dire “No”, immediatamente e con fermezza, a contatti fisici inappropriati, a fuggire da situazioni a rischio e a parlarne con un adulto fidato. È importante fargli comprendere che devono insistere fintanto che il problema sarà preso sul serio.

Nel libro, la mano chiede sempre il permesso a Kiko prima di toccare. Kiko dà il permesso. Quando la mano vuole toccare lì sotto, Kiko dice “No!”. I genitori e quanti si occupano dell’infanzia potranno utilizzare questa sequenza per spiegare ai bambini che possono dire “No” in qualsiasi momento.

2. Modo di toccare buono – modo di toccare cattivo

I bambini non riconoscono sempre se un palpeggiamento è appropriato o meno. Spiegate ai bambini che non va bene permettere a qualcuno di guardare o toccare le loro parti intime, o di accettare di guardare o di toccare le parti intime di qualcun altro. La Regola del Quinonsitocca li aiuta a riconoscere un limite evidente e facile da ricordare: la biancheria intima. Aiuta inoltre gli adulti ad avviare un dialogo con i bambini al riguardo. Se i bambini non sono sicuri che il comportamento di una persona sia accettabile, accertatevi che sappiano chiedere aiuto a un adulto fidato.

Nel libro, Kiko rifiuta di essere toccato sotto la biancheria intima. I genitori possono spiegare che certi adulti (le persone che si occupano di loro, i genitori, o i medici) possono avere bisogno di toccare i bambini, ma dovranno incoraggiare i bambini a dire “No” se una situazione li mette a disagio.

3. I segreti buoni – i segreti cattivi
La segretezza è la tattica principale utilizzata dagli autori di abusi sessuali. Per questo è importante insegnare la differenza tra i segreti buoni e i segreti cattivi e creare un clima di fiducia. Ogni segreto che li rende ansiosi, li mette a disagio, incute paura o li rende tristi non è un buon segreto e non deve essere mantenuto; deve essere raccontato a un adulto fidato (genitore, insegnante, poliziotto, medico).

Nel libro, la mano incoraggia Kiko a raccontare se qualcuno cerca di toccarlo in modo inappropriato. Questa sequenza può essere utilizzata per discutere la differenza tra un segreto buono (per esempio, una festa a sorpresa) e un segreto cattivo (qualcosa che rende triste e ansioso il bambino). I genitori devono incoraggiare i figli a rivelare loro i segreti cattivi.

4. La responsabilità della prevenzione e della protezione spetta a un adulto

I bambini vittime di abuso provano vergogna, senso di colpa e paura. Gli adulti devono cercare di evitare di creare tabù intorno alla sessualità e accertarsi che i bambini sappiano a chi rivolgersi se sono preoccupati, ansiosi o tristi. I bambini possono avere la sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato. Spetta agli adulti essere attenti e comprendere i loro sentimenti e i loro comportamenti. Ci possono essere delle ragioni perché un bambino rifiuta un contatto con un altro adulto o un altro bambino. Tale desiderio dovrebbe essere rispettato. I bambini dovrebbero sempre avere la sensazione che possono parlare liberamente con i loro genitori di questo argomento.

La mano nel libro è l’amico di Kiko. Gli adulti devono aiutare i bambini nella loro vita quotidiana. Prevenire la violenza sessuale è prima di tutto una responsabilità che spetta all’adulto ed è importante evitare che siano i bambini a sopportarne il peso.

5. Altri suggerimenti utili per corredare la Regola del Quinonsitocca

Segnalare e rivelare

Si deve indicare ai bambini che certi adulti possono fare parte del loro circolo di persone fidate che creano una rete di sicurezza per proteggerli. Dovremmo incoraggiarli a scegliere degli adulti che hanno la capacità di ispirare fiducia, sono disponibili ad ascoltarli e ad aiutarli. Soltanto un membro della rete di sicurezza dovrebbe vivere con il bambino; l’altro dovrebbe vivere al di fuori della stretta cerchia familiare. I bambini devono sapere come chiedere aiuto a questa rete di affetti e di fiducia.

Abusi attuati da persone conosciute

Nella maggior parte dei casi, l’autore degli abusi è una persona conosciuta dal bambino. È particolarmente difficile per dei bambini piccoli capire come sia possibile che qualcuno che li conosce possa abusare di loro. Non dimentichiamo il “grooming”, l’adescamento in rete utilizzato dagli abusanti potenziali per conquistare la fiducia dei bambini. Tra le regole stabilite in famiglia, deve esserci quella di informare regolarmente i genitori se c’è qualcuno che offre dei regali, chiede di mantenere dei segreti o cerca di passare del tempo da solo con un bambino.
Abusi attuati da persone sconosciute

In certi casi, l’autore degli abusi è uno sconosciuto. Insegna al tuo bambino delle regole semplici per i suoi contatti con gli sconosciuti: mai salire in auto con qualcuno che non si conosce, mai accettare regali o inviti da uno sconosciuto.

Chiedere aiuto

I bambini devono essere informati che esistono figure professionali che possono assisterli (insegnanti, assistenti sociali, difensori civici, dottori, psicologi scolastici, polizia) e che ci sono linee telefoniche speciali a cui i bambini possono chiedere consulenze ed aiuto.

Perché la Regola del Quinonsitocca?

Circa un bambino su cinque è vittima di varie forme di abuso o di violenza sessuale. Può succedere a bambini di entrambi i sessi, di ogni età, indipendentemente dal colore della pelle, dalla classe sociale e dalla religione. Spesso l’autore dell’abuso è qualcuno che il bambino conosce e di cui si fida. L’autore di abusi può anche essere un altro bambino.

Puoi fare in modo di evitare che accada al tuo bambino.

È fondamentale stabilire una buona comunicazione con i bambini. Implica apertura, determinazione, franchezza e un clima familiare amichevole e non intimidatorio.

La Regola del Quinonsitocca ti può aiutare in questo senso.

Non è mai troppo presto per insegnare a un bambino la Regola del Quinonsitocca, perché un abuso può avvenire a qualsiasi età.

Se ti senti a disagio nel parlare di questo argomento con il tuo bambino, non dimenticare che è probabilmente più difficile per te in quanto adulto, che per un bambino.

Che cosa fare se si sospetta un abuso?

Se hai il sospetto che il tuo bambino sia stato vittima di un abuso, è molto importante non essere in collera con il bambino. Non dargli la sensazione di avere commesso qualcosa di male.

Non interrogare il bambino. Puoi chiedergli cosa è successo, dove, e con chi, ma non chiedergli perché è successo.

Cerca di non mostrare al bambino che sei turbato. I bambini possono facilmente sentirsi in colpa e non rivelare delle informazioni.

Cerca di non trarre conclusioni affrettate basate su informazioni scarse o poco chiare. Rassicura tuo figlio dicendogli che può contare su di te e che te ne occuperai, e contatta qualcuno in grado di aiutarti, per esempio uno psicologo, uno specialista in assistenza pediatrica, un medico, un assistente sociale, o la polizia.

In alcuni paesi esistono linee telefoniche e centri speciali per assistere i bambini vittime di violenza sessuale. Possono fornire consulenze anche a te e dovrebbero essere contattati se si ritiene che un bambino sia stato vittima di violenza sessuale.