martedì 30 novembre 2010

L'ubiquità di Babbo Natale


Sulle ringhiere dei balconi e fuori dalle finestre di ogni casa, in tutte le vie di qualsiasi città: questi Babbi Natale che si arrampicano fin dal giorno dopo la fine dell'estate e che sfidano ogni legge di gravità e qualunque condizione metereologica sono ovunque. Fermi e impassibili, nella stessa e identica posizione, per giorni e per mesi, sotto la pioggia che li sferza e nel sole che li acceca, di notte e di giorno sulle facciate dei palazzi, resistono ben oltre le feste natalizie e a volte fanno il giro di boa, restando inchiodati lassù fino al Natale successivo.
E i bambini - i bambini che credono in Babbo Natale - stanno lì e li osservano: ma quanti sono? Ma Babbo Natale non era uno? E' vero, si presentava in ogni dimora, puntualmente a mezzanotte, carico di regali, ma nessun fanciullo si chiedeva la ragione di questa ubiquità, in casa sua e in quella del vicino. La sua - di essere in ogni posto nello stesso tempo - era una facoltà della fantasia e non una caratteristica evidente, visibile con gli occhi, tangibile.
Non era una qualità sostanziale, com'è invece oggi e tale che se un bambino vede Babbo Natale in una via e poi gira l'angolo e se lo ritrova nell'altra e poi decide repentinamente di tornare indietro, lo ritrova ancora una volta nella prima via. No, con tutta evidenza non si tratta dello stesso Babbo Natale, ma di due Babbi Natale ben distinti, di cui uno è un impostore e l'altro è quello vero oppure - forse è più probabile - sono tutti e due dei grandi imbroglioni, dato che si assomigliano anche in ogni dettaglio.
I bambini - e Dodokko fra loro - e tutti questi Babbi Natale: l'altro giorno mio figlio ha aspettato per un ora che un finto Babbo Natale scendesse dal balcone dove si era arrampicato chissà quanti giorni prima. Dopo un lunghissima ed estenuante trattativa e dopo tanti, e tanto accorati quanto vani, appelli perché il pupazzo rosso col sacco e senza renne si decidesse a venire giù, decidiamo di andar via, sicuro, io, non molto convinto, lui, che tanto ne avremmo trovato un altro, di Babbo Natale, in un'altra strada non lontana.
E così è successo: un nuovo Babbo Natale ci aspettava appena dietro l'angolo, con la stessa schiena e la medesima corda per arrampicarsi del primo. Ma Dodokko non ha sorriso per la contentezza di aver ritrovato la persona che si era appena lasciata alle spalle. Ha capito che quello era un fantoccio...che si poteva comprare, così me ne ha chiesto uno, da mettere anche noi sul nostro balcone. Anzi, per la verità ha detto: "Da mettere dentro casa, così la pioggia non lo bagna".
Ho accettato e siamo andati nel negozio dei cinesi vicino a dove abitiamo e dove di solito questo tipo di articoli non manca mai. Chiediamo e il commesso ci indica lo scaffale dove trovarlo. Ed eccolo, finalmente! E si può toccare con le mani, non solo vederlo da lontano, dal basso verso l'alto! Però è piccolo, davvero troppo piccolo: Babbo Natale dovrebbe avere la statura media di un uomo, cioè almeno un metro e settanta! Dico a mio figlio: "Ma dai, prendiamolo lo stesso". "No, no, non mi piace", mi dice lui dopo aver adocchiato una scatola del puzzle. E "voglio quella", dice senza esitare, e io glie la compro e sollevato mando al diavolo questi Babbi Natale imbroglioni di oggi, ché ce ne sono davvero già troppi in giro.

mercoledì 24 novembre 2010

Il sonno di papà

Tre anni e mezzo, compiuti da pochissimi giorni: sono circa 1288 notti, da quando cioè Dodokko è nato, che il mio sonno non è stato più come era prima della sua nascita.

All'inizio, ho avuto un sonno 'disturbato' da qualsiasi gemito e lamento di mio figlio. Poi il mio riposo notturno è stato interrotto anche da alcuni suoi silenzi troppo prolungati e dall'apprensione che in me ne scaturiva.

Spesso mi sono alzato senza essere stato nemmeno chiamato e, come un sonnambulo, sono andato ad accertarmi che mio figlio dormisse coperto.

Anche oggi, che Dodokko dorme nella stanza vicina alla mia, mi accorgo che il suo e il mio respiro hanno la stessa frequenza e che i nostri toraci si alzano e si abbassano con lo stesso ritmo. Ciascuno di noi concilia il sonno dell'altro, ma qualsiasi disturbo dell'uno si propaga nella mente di chi gli è vicino.

Ci separa un muro, è vero, ma le pareti di casa nostra sono fatte di vetro e in mezzo ci scorre tutta l'aria che vogliamo.

Siamo simbiotici più che mai nel sonno: gli occhi di papà sono chiusi e anche lo orecchie riposano, ma la mente, che per ogni altra cosa è incosciente, resta sempre sintonizzata sulla frequenza di quella del figlio.

Tutto ciò capita da tre anni e mezzo e a tutto questo ho fatto ormai l'abitudine. Il mio sonno è tale da essere composto da intermezzi di veglia e al mattino mi sento riposato, rassicurato nel vedere l'alba oltre le lame della serranda.

lunedì 22 novembre 2010

Unforgettable, ovvero quando papà fa gli gnocchi

Prendo 'in prestito' questo post 'indimenticabile' dal blog Mamma non basta. Il motivo - lo capirete dopo averlo letto - è che trovo le cinque righe che lo compongono un condensato di poesia, come a volte può essere anche la vita familiare per chi è capace, come R., di afferrarne certi aspetti fugaci.

Unforgettable
Apro il pc solo per fissare questo singolo momento.
Un sabato davvero unico per le mie emozioni.
Idem e Scienziatino che fanno gli gnocchi in cucina...(oggi gli ha preso così...)
Stellina che gioca con Barbie e Winx... ( anzichè con Gormiti e Pokemon...)
E io...che me li "assaporo" tutti... (gnocchi compresi...)

giovedì 18 novembre 2010

Due corpi e una sola anima

Ci sono due cose meravigliose di cui voglio parlarvi. Due avvenimenti, che nascono da un'unica tragedia di cui invece non voglio minimamente fornire dettagli, per rispetto verso chi me l'ha raccontata.

Riuscireste a immaginare la sala di rianimazione di un reparto di neonatologia di un ospedale pediatrico? Forse non tanto bene, ma è qui che si compie la prima delle vicende di cui ora vi dico.
Il neonato appena partorito è incubato e intubato, apparentemente isolato dal mondo. Ma quando sua madre gli si avvicina e si mette a piangere accanto a lui, i suoi parametri vitali (come il battito cardiaco, la pressione arteriosa e la frequenza respiratoria) si abbassano e i medici non possono far altro che allontanarla.

Succede sempre - spiega il personale sanitario - a tutti i figli appena nati ogni volta che la loro genitrice manifesta la propria sofferenza. Anche i piccoli ne risentono. Soffrono quanto la loro mamma. E' straordinario: il cordone è stato reciso, ma è come se i rispettivi cervelli e cuori di due essere umani distinti fossero uno soltanto. Empatia, nel senso originario (senza le evoluzioni culturali successive) e stretto del termine. Oppure - lasciatemelo dire - due corpi e una sola anima: forse mamma e figlio erano proprio così nella pancia della prima.

Il secondo dei 'miracoli' - li chiamo così perché sempre più di questo mi sembra di parlare - riguarda il papà del bimbo in questione: ateo schietto e convinto, ogni mattina va in chiesa a pregare prima di andare a trovare il figlio. Quando lo incontri, te lo racconta senza problemi: "Sì, sono stato in chiesa, anche se non ci ho mai creduto". 

Un comportamento irrazionale, lo definirà qualcuno. Ma non tutto quel che facciamo o succede deve necessariamente avere una spiegazione che ci convince.

E poi, vorrei aggiungere questo poscritto: mi piacerebbe davvero che un giorno la mamma del bambino potesse sorridere, seduta accanto al lettino del figlio. E che infine lo facesse inaspettatamente anche lui. Vorrebbe dire che è guarito e questo è il mio augurio più sincero. 

martedì 16 novembre 2010

I nostri figli sono pionieri: stanno plasmando il futuro della società

“I nostri figli, come i vostri, sono pionieri: stanno plasmando il futuro della società”. Sono parole, dense di ottimismo, che ho letto nel blog The Queenfather. Chi è Queenfather? Un papà italiano che vive da anni a Londra, che è sposato con un altro uomo e assieme al quale ha un figlio di 18 mesi nato grazie alla maternità surrogata e di cui si occupa a tempo pieno.
Marco mi ha colpito per la grande chiarezza e sicurezza che lo contraddistinguono quando parla di paternità e di omosessualità: “Esiste un limite all’amore ed entusiasmo verso i propri figli - dice - prescritto dal sesso del genitore? Essere un padre premuroso non basta più? Dove sono i confini tra ciò che un padre dovrebbe fare e ciò che una mamma dovrebbe fare? Un genitore non e’ semplicemente...un genitore?
Sono domande che mi sono sempre fatto da quando sono genitore e a cui Marco ha saputo rispondere in modo sintetico e netto. Così l'ho contattato per conoscerlo meglio e mi ha raccontato un poco della sua vita: ha 35 anni e sta con la stessa persona, sposata sei anni fa, da dieci anni. Gabriel è nato un anno e mezzo fa in California per mezzo della maternità surrogata.
“Sono diventato papà a tempo pieno - mi dice - da quando è nato nostro figlio, prima mi occupavo a livello europeo della direzione dell’immagine delle boutiques di un famosissimo fashion-brand italiano. Organizzavo eventi, trunk shows e press events”.

“Se esiste una distinzione, ti senti più mamma o papà?”, gli chiedo volendo intendere se si rifà a un modello genitoriale in particolare.

“Scusa se mi permetto la risata (ah ah ah). La tua domanda non vuol dire molto. Cosa significa sentirsi più mamma o papà? Sono un genitore, come tutti gli altri. Nel senso, ok, sono un uomo, quindi sì, rientro nelle schematiche dei papà, ma rimane comunque riduttiva come definizione, considerando il profilo sociale e culturale di cui questa figura gode, soprattutto in Italia. Diciamo che sono un papà moderno…. O un papà che si dà da fare. Un papà che cucina, lava, stira, si alza tremila volte durante la notte per coccolare il piccolo che sta attraversando l’incubo della dentizione, un papà che passa le giornate per terra a giocare, o al parco a passeggiare col suo piccolo. Un papà che si preoccupa, si entusiasma, si emoziona. Un papà che ama. Tutto sommato, non sono molto diverso da te suppongo.
In retrospettiva, credo che la tua domanda sia dettata dagli stereotipi di cui spesso parlo (e sparlo…) nel mio blog: mamma a casa a fare la casalinga e tirare su i figli, papà al lavoro e quindi logicamente più distaccato dall’avventura quotidiana che è la famiglia, anche se molto devoto al suo ruolo di ‘approvvigionatore’. Comunque, ognuno fa il suo lavoro all’interno di una coppia e una famiglia. E’ un lavoro di squadra”.

“Frequentate altri genitori omosessuali, con vostro figlio? Frequentate genitori eterosessuali?”

“Vivendo nel Regno Unito, abbiamo la fortuna di essere circondati da una società estremamente eterogenea sotto tutti i punti di vista. Nel nostro circolo di amici abbiamo diverse coppie omosessuali con figli, coppie eterosessuali, interrazziali e famiglie monogenitoriali. Il panorama che offriamo a nostro figlio gli permetterà di avere una visione d’insieme della famiglia come entità sociale, e di conoscere una realtà molto diversa da quella italiana. Qui in UK, anche a livello giuridico e legislativo, ogni nucleo familiare ha la sua validità, i suoi diritti ed il suo posto nella società civile. Indipendentemente dal sesso o dal numero dei genitori presenti”.

“Forse adesso è presto - dato che tuo figlio è ancora molto piccolo - ma come gli spiegate o spiegherete la presenza della madre (donna) all'interno di altre famiglie?”

“Come dicevo sopra, gli verrà spiegato allo stesso modo di quando gli spiegheremo che in alcune famiglie c’è solo una mamma, o solo un papà, o due genitori ‘di colore diverso’ o famiglie adottive. La differenza sta nel fatto che nostro figlio crescerà sapendo di non essere l’unico al mondo con due genitori dello stesso sesso. Questa consapevolezza risolve tanti problemi ed aiuta ad inserire il concetto di normalità all’interno di una situazione a volte percepita come ‘anomala’ dall’esterno. Ricordo benissimo quanto fosse importante per me essere uniforme al modello vigente (almeno prima della ribellione dell’adolescenza, quando facevo di tutto per essere diverso dagli altri…). Il fatto è che il modello vigente qui non esiste. Per fortuna”.

“Cosa ti auguri per il tuo bambino e come pensi evolverà la società grazie alle nuove figure di genitori omosessuali?”

“Mi auguro che cresca con il coraggio di essere se stesso, senza compromessi, ed essere amato, felice e soddisfatto. Spero di riuscire ad insegnargli come essere una persona piena di compassione per il prossimo e di profondità di pensiero, un membro della società che può far la differenza. Come evolverà la societa’? Mah, non saprei. Di sicuro però la realtà delle famiglie omosessuali sta aiutando tutte le altre famiglie ‘anomale’ ad uscire dall’ombra e reclamare lo stesso rispetto e gli stessi diritti di cui godono le altre. Mi auguro che si arrivi a capire che c’è tanto da imparare dagli altri e da chi vive in situazioni diverse dalle nostre e a rendersi conto che i pregiudizi tagliano le gambe a tutti. La società non cambia da sola, cambia perché ci sono elementi che la spingono a cambiare. Noi tutti, come genitori abbiamo l’opportunità di cambiare la società attraverso i nostri figli, insegnando loro la tolleranza, il rispetto ed il valore di sani principi al di là di tutti i dogmi prefabbricati dalla religione. Ama e rispetta il tuo prossimo, non perché lo ha detto Gesù, o Maometto o il Grande Puffo, ma perche’ e’ giusto, umano e…bellissimo!”

Ma le cose più belle sul figlio e sul suo rapporto con lui, Marco le scrive nel suo sito: “Un bambino come il nostro, nato dalla speranza, non può che essere un regalo per una società di sedicenti giusti e così malata di egoismo”.

“Come uomo, un padre e un omosessuale, so che sto facendo il meglio che posso e so che quello che mio figlio mi dimostra ogni giorno è la prova costante che sto andando alla grande!”

“Sto cercando di essere un bravo genitore, un padre amorevole e premuroso, un modello da seguire per mio figlio, un'ispirazione e un educatore. Io sto dando a mio figlio l'amore che mi è stato dato dai miei genitori”.

mercoledì 10 novembre 2010

Amarli (senza se e senza ma)

Amarli senza se e senza ma è il titolo con cui è uscito in Italia Unconditional Parenting, il libro di Alfie Kohn che ho appena finito di leggere. Quello presente nella traduzione italiana, pubblicata da Il leone verde, rappresenta un bel modo di definire l'argomento che vi è trattato, 'l'amore incondizionato', senz'altro meno tecnico e schematico che non nel titolo della versione originale. Il tema è quello di un nuovo approccio educativo da parte dei genitori verso i figli, non più basato sulla logica dei premi e delle punizioni, ma sull'amore e la ragione. Un modo di educare - se ci si pensa - rivoluzionario, perché generalmente le tecniche adottate più o meno inconsciamente da tutti si rifanno al cosiddetto 'comportamentismo'. Ossia, per sintetizzare, a uno schema tipo: mio figlio si comporta bene? Allora lo premio. Si comporta male? Lo punisco. Secondo l'autore americano invece, bisogna superare questi schematismi, con tutta la gamma (ovviamente) di gradi di premi e di punizioni, per approdare a una forma di rapporto in ogni caso basata sull'amore. 
Seguendo la logica del comportamentista, è poi da vedere e capire cosa intenda lui per bene e per male e se questo bene e questo male coincidano effettivamente con il bene e il male per il figlio (e non per il genitore). Per chi mette in pratica l'amore incondizionato invece, ossia chi non nega il proprio amore in alcun caso, prevale la domanda: "Perché mio figlio si comporta così?". Un tale genitore cerca, insomma, di indagare le ragioni di un determinato comportamento, ne ricerca l'origine, la radice. Su questa vuole lavorare, perché considera il comportamento come la facciata esteriore, il modo di manifestarsi di un problema, una reazione a uno stato d'animo.
In ogni caso, chi sposa l'amore incondizionato, non priva mai i figli del proprio amore, nemmeno per un istante, nemmeno per la breve durata di una punizione o di un castigo. Neanche per un istante. Egli, infatti, non perde di vista quella che è - e maggiormente conta - la percezione del bambino rispetto alla punizione, il quale, ogni volta che si trovi in questa situazione, si sente trascurato e non amato.
Conta molto di più - dice Kohn - il 'perspective taking', ovvero il mettersi nei panni del figlio e assumere il suo punto di vista. Cosa non facile, soprattutto se si ha che fare, come spesso accade, con genitori che non vogliono e non possono rinunciare alla loro autorevolezza (a volte, all'autoritarismo) nei confronti dei figli e che non sono pronti a fare qualche concessione.
Ma io credo sia una sfida da non farsi sfuggire, nonché una buona occasione per un genitore, quella di adottare 'la tecnica' proposta da Kohn e che consiste, in ultima analisi, nel mettersi ad ascoltare i figli. E capire le loro esigenze, i loro problemi e angoscie. Guardare il mondo il più possibile con i loro occhi. 
C'è una bella frase di Jean Piaget che l'autore cita all'inizio del libro e che voglio riferire: "Quanto più prezioso di tutte le regole del mondo è un briciolo di umanità". Penso siano parole e un atteggiamento validi soprattutto se rivolti a dei figli da parte di genitori che desiderano il loro bene.

domenica 7 novembre 2010

Le colpe dei genitori-non genitori

Venerdì scorso sul Corriere della Sera c'era un bell'articolo di Isabella Bossi Fedrigotti sul tema dell'assenza dei genitori di ragazzine come Noemi, Ruby, Nadia e le altre al centro delle cronache di questi giorni. Sono i genitori-non genitori - così li definisce la giornalista -, gente che ha abbandonato i propri figli, li ha incentivati ad assumere stili di vita inaccettabili, ne ha nascosto le azioni più ignobili e favorito comportamenti senza moralità. Persone che hanno trasmesso ai figli falsi valori e che hanno abdicato al loro ruolo di genitori. Genitori assenti, dunque, o, più semplicemente, non genitori.

Potete leggere l'articolo collegandovi al link di seguito

giovedì 4 novembre 2010

Volto pagina: nasce figlio-padre.com

Mi chiamavano 'mammo' ma sono sempre stato un papà. Mi occupavo di mio figlio neonato e mi dicevano che mi comportavo come una madre. Nacque così SOS Mammo, per una mia reazione a una mentalità antiquata secondo la quale le mamme devono fare le mamme, mentre i papà devono fare i papà. Non ero e non sono d'accordo con questa distinzione, in quanto per me esistono solamente 'genitori', senza differenze di sesso e di ruolo. Nel prendermi cura di mio figlio, mi sentivo un papà, ero e sono un padre, ma - mi dicevo - voi chiamatemi pure come volete, non mi importa.
Però il titolo del blog, SOS Mammo, col tempo si è dimostrato fuorviante, nonostante io abbia spiegato bene e molte volte, sia nella presentazione del sito che in altre occasioni, cosa pensassi della parola 'mammo': ossia che è una presa in giro, che è un modo riduttivo e spesso offensivo di rivolgersi a un papà.
Anche ultimamente, dopo più di un anno dalla nascita del blog, mi sono sentito chiedere da un giornalista che voleva un'intervista: "Ma tu ti senti un 'mammo'?". 
Dunque, è passato un anno e ho deciso di voltare pagina e di rinunciare al titolo ironico e provocatorio che avevo scelto per raccontare il mio rapporto con mio figlio. Il nome di questo blog andrà man mano a scomparire per essere sostituito da figlio-padre.com. Cambierà soltanto l'intestazione ma sarà sempre lo stesso diario personale che ho scritto fino a oggi. Credo - e mi auguro sia così - che con questo nuovo nome resterà poco spazio per altri equivoci.
Ancora una spiegazione, che riguarda la scelta del nuovo nome FiglioPadre: osservando giorno dopo giorno il mio rapporto con mio figlio, ho scoperto di non poter prescindere da me stesso in quanto a mia volta figlio e, di conseguenza, anche dalla figura di mio padre. Anche di questo ho parlato tante volte: quando guardo mio figlio, quando parlo con lui, rivedo me stesso alla sua età e contemporaneamente io divento in qualche modo il mio genitore: rivivo il mio rapporto con mio padre quando avevo l'età di mio figlio.
Non so come spiegarlo bene, ma è come se fossi spettatore di una compresenza che unifica il mio passato, il nostro presente e il suo futuro. Insomma, ultimamente ho sempre più l'impressione che mio figlio sia l'anello di una catena forgiata molto tempo prima di me. E che io e lui siamo anelli non molto dissimili e che i nostri ruoli siano in qualche modo speculari. Ecco il perché di un nome come FiglioPadre: perché io sono un padre ma non riesco a non sentirmi anche un figlio e, non da ultimo, semplicemente perché qui si parla di un padre, di suo figlio e della loro amicizia.

martedì 2 novembre 2010

Genitore è chi si prende cura del figlio

Genitore è chi si prende cura del figlio, sia che lo abbia messo al mondo e sia che non lo abbia fatto: questa è la mia opinione riguardo il tema della discussione lanciata giovedì scorso. Genitore è colui che, prendendosi cura del figlio, ne rinnova giorno dopo giorno il momento della nascita. Genitore è la persona che tiene in vita il figlio, che lo aiuta e che lo salva, così come fa chiunque si prenda cura di qualcuno o di qualcosa: la fa sopravvivere il più a lungo possibile, la salvaguarda, cerca di evitarne - in ultima analisi - la morte. In questo senso, sono genitori sia quelli naturali, sia quelli adottivi e sia le coppie gay.
Ma chi per prima si prende cura del figlio è proprio chi lo mette al mondo, la madre che lo porta in grembo nel corso della gravidanza. Lo fa, custodendolo dentro di sé e nutrendolo, ogni minuto che passa per nove mesi. Cerca di portare a termine la gestazione consentendo al feto di formarsi e di svilupparsi al meglio, permettendogli di rafforzarsi prima di affrontare il mondo.
Quando poi il figlio nasce, il più delle volte i genitori se ne prendono cura e il loro è un lavoro destinato a non avere mai una fine: infatti, i genitori si prendono cura dei figli anche quando questi diventano maggiorenni, anche quando hanno un lavoro, anche quando, a loro volta, hanno dei figli propri. Lo fanno intervenendo ogni volta che sono in difficoltà: si prendono cura dei figli da quando li aspettano a tutto il resto della loro vita.
E vero: ci sono figli non voluti, figli nati per un calcolo anticoncezionale sbagliato, figli desiderati ma senza troppa convinzione e nati lo stesso. Ci sono figli partoriti e gettati nel secchio della spazzatura oppure lasciati fuori dagli ospedali o, come si faceva una volta, fuori dai conventi. Questi figli - quando hanno avuto fortuna - hanno trovato altri genitori, migliori di chi li ha partoriti e abbandonati davanti a una chiesa: gente che si è presa cura di loro. 
E poi ci sono figli non abbandonati per la strada, ma abbandonati a se stessi. Bambini e ragazzi di cui i genitori non hanno avuto cura: persone cresciute senza genitori. Sono i figli più sfortunati, i più soli al mondo, assieme a quelli sui quali i genitori hanno tiranneggiato.
Ci sono figli mai nati: abortiti quanto prima o "prima che fosse troppo tardi". E ci sono genitori - anche questi - mai 'venuti al mondo' o a cui è capitato di diventarlo "quando ormai era troppo tardi" e il danno era stato fatto.
Prendersi cura dei figli: per me un genitore è quello che lo fa, preferibilmente lo stesso dal concepimento alla fine dei suoi giorni. In tutti gli altri casi, è colui che subentra al posto di chi ha partorito - e non ha potuto farlo oppure si è reso latitante - e che si prende cura di loro al posto di chi doveva farlo e non lo ha fatto.