venerdì 1 ottobre 2010

Scuola dell'infanzia



Ce l'ho fatta! Dopo tanti pensieri, troppi ripensamenti, molti dubbi e dopo troppo, davvero troppo indugiare, dopo che questo settembre nerissimo è terminato, finalmente ho preso la decisione di ritirare Dodokko dalla scuola dell'infanzia comunale per iscriverlo di nuovo nella scuola privata che ha frequentato lo scorso anno. Non è stata una scelta facile, per diversi motivi: perché lo avevano finalmente ammesso in una scuola pubblica dopo due tentativi falliti negli anni precedenti; perché ero convinto che i docenti pubblici, che possono insegnare perché hanno vinto un concorso, fossero più selezionati e preparati di maestre che nella scuola privata a volte si improvvisano tali; perché il contributo da pagare era insignificante rispetto alla retta che da ottobre verseremo di nuovo; perché l'iscrizione di Dodokko ci avrebbe portato più punti nella graduatoria per essere riammesso nella scuola dell'infanzia, sia nell'eventualità di farlo frequentare nei prossimi anni, che per una possibile iscrizione di un secondo figlio.
Ma ciò che è successo nella scuola comunale che mio figlio ha frequentato per quasi un mese ha dell'inverosimile e spero proprio che i fatti che mi accingo a raccontare siano dipesi da quegli insegnanti incontrati in quella classe di quella scuola. Insomma, spero vivamente non si tratti di una situazione più generale che coinvolga tutta la scuola materna pubblica.
Vorrei non dipendesse dal sistema scolastico pubblico che si rivolge all'infanzia, ma mi auguro sia un caso isolato, l'approccio schematico e freddo che Dodokko ha sperimentato sulla propria pelle e che io ho osservato ogni giorno che ho accompagnato mio figlio a scuola. E' stato un crescendo di comportamenti, dal mio punto di vista assurdi, rivolti dal personale docente a un bimbo di tre anni e al suo genitore.
Via con l'elenco e partiamo proprio dal primissimo giorno. L'inserimento: chiamato in questo modo, impropriamente, perché non ce n'è stato uno, visto che l'inserire è una progressione che ha un capo e una coda e, in mezzo, un durante, che è tutta quella fase che conduce dall'inizio alla fine del processo stesso. Invece hanno preteso che mio figlio fosse lasciato in classe senza genitori fin dal primo momento, senza moine e senza fronzoli, "se no, quand'è che diverrà indipendente?!". Quindi, più che di un inserimento si è trattato di un far precipitare un bambino dal cielo, nel vuoto di una classe sconosciuta, così, di punto in bianco, e chi si è visto si è visto. E si è trattato anche di pretendere o perlomeno auspicare un comportamento, nei genitori, da ciechi sostenitori di questo metodo, che magari sfociasse in frasi del tipo: "Ciao, papà va al lavoro. Fa' il bravo, eh. Quelle sono le maestre e quelli i tuoi compagni. Ciao, stai tranquillo ché dopo viene a prenderti mamma".
Immaginate le lacrime e le urla mentre la maestra mi fa, confidenzialmente sotto voce: " Vada, vada (Ignori, ignori - Ndt)" e mi scorta verso la porta. Ma poi sento Dodokko che mi chiama: "Papà, devo fare la pipì". Mi giro con l'intenzione di accompagnarlo in bagno, ma la maestra si affretta a rassicurarmi che sarà l'operatore scolastico preposto al compito a portarcelo. Cioè il bidello, uno che non ha mai visto prima?!, mi domando. "No, mi scusi - le dico - vorrei portarlo io in bagno". "Ma lei non potrebbe...Però, per questa volta vi faccio accompagnare". E finalmente riusciamo ad andare a pisciare...scortati.
Il secondo giorno di scuola: arriviamo in leggero ritardo, una decina di minuti al massimo, perché prima ci siamo fermati a comprare una pizzetta bianca dal fornaio, dato che Dodokko ha avuto qualche problema intestinale e non ha fatto colazione. Ci presentiamo in classe e la maestra ci dice che non si può portare cibo da fuori: ergo, niente più pizzetta e colazione saltata. E poi - dato che ci mancava - il cazziatone per il ritardo: "Sa', qui teniamo molto alla puntualità e la prossima volta non potremo farvi entrare". "Mi scusi - cerco di giustificarmi -, ma non volevo portarlo a scuola a digiuno".
Il terzo giorno: mio figlio piange, come sempre, ma questa volta mi chiede di andare in braccio alla maestra prima che io me ne vada. La maestra, dato che tanto sta seduta e dunque il peso non graverebbe sulla sua colonna vertebrale, accetta, "Anche se - mi fa notare - soffro di mal di schiena". Ha poi da ridire anche sul fatto che Dodokko abbia con sé Lala dei Teletubbies: "Sarebbe meglio non lo portasse a scuola: non vorrei che diventasse come la coperta di Linus".
Il quarto e quinto giorno della prima settimana Dodokko non va a scuola perché 'fortunatamente' gli è venuta la febbre.
Seconda settimana (da adesso la faccio più breve, tanto credo si sia capito l'ambientino, e mi limiterò a qualche citazione edificante e a qualche considerazione finale). Eccone subito una: sto per 'consegnare' mio figlio nelle braccia di un'insegnante (di solito sono due e quindi opto per quella senza il mal di schiena) e Dodokko mi dice che invece vuole andare a sedersi sulla sedia. La maestra non ci pensa due volte a manifestare il proprio inaspettato sollievo con un disinvolto "meno male che non vuole stare in braccio!" detto al momento giusto e appena prima di un orgoglioso: "E' quello lì il suo posto", mentre mi indica l'ultima seggiolina all'angolo dei due muri. "Ma come - le chiedo - lui si siede laggiù, lontano dai compagni che giocano tutti insieme?!". "Sì - conferma - a lui piace stare lì. Però - mi rassicura - qualche volta si alza per andare a curiosare in giro e poi, quando gli va, torna a sedersi". Resto basito soprattutto per la nonchalance con la quale la maestra pronuncia queste parole e descrive soddisfatta il comportamento di mio figlio, dimostrando che non le passa minimamente per la testa l'idea di coinvolgerlo nelle attività scolastiche.
E infatti, quando qualche giorno dopo chiedo a Dodokko "cosa hai fatto a scuola oggi", mi risponde che ha guardato gli altri bambini mentre disegnavano e che li ha guardati mentre giocavano con il pongo. Insomma, quando va bene si alza dalla sua sedia all'angolo della stanza e fa lo spettatore. E questo soddisfa le maestre! D'altro canto a loro sta bene perfino che lui non mangi fino alle 16,00! Sì, mio figlio non vuole mangiare a mensa perché rifiuta quella scuola e quindi anche il cibo che lì cucinano. E quando ho detto alle maestre che mia moglie sarebbe andata prenderlo prima dell'orario di uscita, la prima volta ci hanno consentito di farlo alle 14,00, ma poi ci hanno consigliato di aspettare comunque fino alle 4 del pomeriggio, altrimenti non sarebbe mai sorta in lui la necessità di mangiare, dato che avrebbe capito che avrebbe pranzato a casa. In altre parole, ci hanno proposto di affamarlo, pronosticando che prima o poi ("di solito si sbloccano dopo Natale!") avrebbe mangiato qualcosa. Però devo ammettere che nel dire questo sono state più soft, promettendoci di provare a dargli qualcosa (una fetta di pane!) per merenda e che, se non avesse mangiato neanche quella, ci avrebbero chiamati per andare a prenderlo prima dell'orario di uscita. E così, a dire il vero, hanno fatto, ma soltanto il primo giorno. Infatti, il secondo giorno che Dodokko ha rifiutato oltre al pranzo anche la 'merenda', non ci hanno avvertiti e quindi lo hanno lasciato a digiuno, senza alcuno scrupolo, dalla mattina al pomeriggio.
Terza settimana, lunedì: non lo mando a scuola e mi prendo un giorno di permesso dal lavoro per restare con lui e passare insieme una giornata serena. Ma il giorno dopo si ricomincia. Lo porto a scuola alle 9 e la maestra appena mi vede mi bacchetta: "Questo bambino fa troppe assenze, non imputabili a malattie dato che ogni volta manca per pochi giorni. Che succede?". "Mi dispiace - le dico - ma non aveva dormito bene e ieri ho preferito tenerlo a casa con me". Poi suona la campanella e l'insegnante mi invita a uscire rapidamente. Mio figlio piange ma devo affidarlo alle braccia della maestra.
A proposito di pianti, il giorno appresso, quando mi vede, la maestra mi racconta soddisfatta che "ieri durante il pranzo Dodokko non ha mangiato, ma non ha neanche pianto". "Dunque di solito piange a mensa?", deduco e le chiedo. "Beh, non sempre - mi dice e, generalizzando, aggiunge - ma qualche volta lo fanno". Però, questo prima non me lo aveva detto.
Non è tutto, ma non voglio più continuare a raccontare altro e gli esempi che ho dato credo siano sufficienti a far capire la situazione. Mi basta aggiungere che non c'è stato un solo giorno, nelle tre settimane circa di frequenza, in cui l'accoglienza a scuola sia stata normale, non dico minimamente calda oppure affettuosa. E mi basta dire anche che non c'è stata una volta in cui mio figlio non si sia sentito abbandonato fra le quattro mura dell'asilo. Alla fine, l'ultima settimana non l'ho praticamente mandato mai a scuola e un giorno, come ho raccontato all'inizio di questa storia, ho deciso di ritirarlo e iscriverlo nella scuola dove l'anno prima si era trovato bene.

10 commenti:

RB ha detto...

Forse i bambini hanno più energia e forza di quanto siamo disposti a credere quando lasciamo che i sensi di colpa ci inducano a favorire in ogni modo un percorso libero da possibili traumi, sofferenze evitabili, punizioni non meritate.

Guardando indietro penso che chiunque, anche il più fortunato, il più considerato, riesca a evidenziare episodi spiacevoli e situazioni insopportabili nella propria infanzia. Per quanto un genitore si sforzi di ridurre al minimo le occasioni in grado di seminare nella memoria future spiacevoli rievocazioni, non è possibile impedire al mondo di escogitare modi imprevedibili e inevitabili al fine di produrre nei nostri figli quel sistema immunitario mentale fatto di eventi che ci piacerebbe rimuovere ma che, se tutto va bene, servirà da adulti come termine di paragone per le tante prove dolorose che riserva a tutti di sicuro l'esistenza.

Pensiamo che ci sia ancora tempo, che non sia ancora il momento, ogni volta che i nostri figli vengono messi in situazioni di disagio e incomprensione, e in molti casi è vero: nel giro di qualche mese si ottengono progressi che permettono di affrontare in modo sereno ciò che fino a qualche tempo prima era una sfida insuperabile. Altri invece pensano che sia meglio affrontare certi ostacoli in anticipo, per essere allenati a non eludere, a non differire, per imparare a fronteggiare senza timori problemi anche molto più grossi di noi.

Sono due forme di approccio alla vita che hanno entrambe una validità e una motivazione, ma non ce n'è una del tutto e sempre migliore dell'altra. A volte è necessario garantire a un figlio il tempo di prepararsi, di farsi un'idea di quello che gli viene richiesto. A volte invece una dilazione non sarà mai lunga a sufficienza e bisogna che il coraggio lo si trovi buttandosi e trovandosi in mezzo.

Cristiano Camera ha detto...

Caro Raffaele, personalmente penso che l'infanzia debba essere un periodo felice per i bambini. So che spesso non lo è e che la felicità assoluta non esiste in nessuna fase della vita, in quanto ciascuna ci presenta i suoi piccoli, grandi problemi. Ma credo che sia compito dei genitori salvaguardare la felicità dei figli, soprattutto quando essi sono ancora molto piccoli. E credo che questo debba essere anche il compito della scuola, a maggior ragione di quella dell'infanzia.
In un'unica parola, desidero più dolcezza (e nessuna freddezza) verso i bambini, anche da parte degli insegnati.
A presto, Cristiano

Lenny ha detto...

Ciao Cristiano,
ho meditato a lungo prima di commenare perchè qua abbiamo solo il tuo racconto e dentro ci vedo tante cose normalissime e un pò di cose effettivamente che lasciano basiti.
Una su tutte la questione inserimento che sicuramente non è stata graduale e la mancanza di affettuosità da pare di una delle maestre. Però sul fatto che tuo figlio non mangiava, ti assicuro che è abbastanza normale. Mio figlio maggiore ha fatto la stessa cosa per mesi: a pranzo rifiutava il cibo completamente. Alla fine si è sbloccato. Ma non si è sbloccato portandolo a casa a mangiare o dandogli la merenda. Semplicemente lui stesso ha superato la normale fase di rifiuto che può capitare nel primo anno di asilo.
La cosa che effettivamente lascia basiti è il comportamento di una delle maestre e la questione pipì...

Però per tutto il resto ( e mi rifersico alla puntualità ) sono normali regole presenti in molti asili. In quello dove va mio figlio se sgarri non entri fino alle 11!

Cristiano Camera ha detto...

Ciao Lenny,
non ho niente da ridire sugli orari: è giusto che ci siano e che vadano rispettati. Ma a volte può accadere un inconveniente e allora vorrei ci fosse maggiore elasticità. Non la regola dell'elasticità, ma l'eccezione.
Per il resto ho da ridire sulla freddezza, sull'indifferenza, sulla mancanza di amore nei confronti di un bambino di tre anni. Solo su questi argomenti.
La sensibilità che è mancata nei suoi confronti (nei confronti di tutti), mio figlio l'ha ritrovata da due giorni nella vecchia scuola dove è ritornato e dove oggi (secondo giorno di frequenza) ha cominciato a mangiare.
Sono contento di avergli cambiato asilo e sono convinto di aver fatto la scelta più giusta per lui.
A presto, Cristiano

Stefano ha detto...

Ci pensavo proprio in questi giorni all'importanza del ruolo delle maestre e dei maestri d'asilo. Per diventare professori universitari, che lavorano su "menti" oramai quasi formate del tutto, ci vogliono un dottorato ed anni di carriera. Visto quanto siano plasmabili i bambini in età prescolare viene da chiedersi se l'iter per insegnare all'asilo non dovesse essere come minimo paragonabile a quello dei professori accademici.
Saluti
/Stefano
http://congedoparentale.blogspot.com/

Cristiano Camera ha detto...

Caro Stefano, sì, anche i maestri dell'asilo dovrebbero essere preparati. Ma penso che ciò che più conta nel loro lavoro sia la sensibilità e l'intelligenza. Sono, queste, doti che non si apprendono all'università, perché sono innate oppure dipendono dall'educazione che a loro volta hanno ricevuto in famiglia. Un saluto, Cristiano

Anonimo ha detto...

Quando due settimane fa mi hanno chiamato dal Comune per dirmi che mia figlia era rientrata nella loro lista non mi sembrava vero. Non ci ho dormito due notti...
Sono dunque fresca di inserimento in un nido comunale. I cambiamenti, anche quelli di mia figlia, mi destabilizzano sempre un po'. E per questo ci metto anche del tempo ad abituarmici. Il mio essere soddisfatta di questa nuova situazione sin dal primo giorno, conoscendomi, penso possa valere qualcosa.
L'inserimento non è ancora finito: i primi due giorni sono rimasta insieme ad Anna per circa un'oretta e poi siamo andate via insieme; il terzo giorno sono rimasta un po' con lei, poi l'ho salutata e sono tornata dopo un'ora; il quarto giorno è rimasta da sola per quasi due ore; il quinto ha pranzato con gli altri bambini ed è rimasta con loro fino alle 12.30. Così è stato anche oggi, perché con il fine settimana di mezzo - ci hanno consigliato - è meglio non farle fare subito l'orario lungo. Solo domani dormirà lì e potremo andarla a prendere alle 16.30. Questo per il capitolo inserimento.
Anna è andata da gennaio 2010 a settembre in un nido privato dove le davano da mangiare per farla restare con loro. Al nido comunale vogliono che io la saluti e non ci sono biscotti fino a quando tutti insieme si siedono intorno a dei piccoli tavolini dove su tanti piattini una delle 4 maestre (per 16 bambini... anche questo mi sembra buono) mette della frutta fresca tagliata a pezzetti.
Ultimo. Quando la portavo in quel nido privato la mia nanetta voleva venir via con me: ora invece vuole che io resti lì con lei (resta sempre un po' mammona) e mi fa vedere i giochi aprendosi in grandi sorrisi.
Ecco, questa è la mia esperienza fortunatamente. Spero che quella di Dodokko sia stata solo una sfortunata esperienza e che tutto dipenda 'da quegli insegnanti incontrati in quella classe di quella scuola'...

Paola

Cristiano Camera ha detto...

Ciao Paola, le cose sono due: o sei stata fortunata tu o sono stato sfortunato io. Spero la seconda. Ossia che la tua esperienza sia la più diffusa e che la mia sia invece la classica eccezione. Me lo auguro per gli altri bambini.
A presto, Cristiano

Anonimo ha detto...

ciao sono manuela e il mio è il punto di vista di una mamma con bimba alla scuola dell'infanzia pubblica e di educatrice di asilo nido privato. Posso dirti che come educatrice sono equilibrata e obiettiva ma come mamma vado in ansia per ogni piccola cosa. Alcuni atteggiamenti che hai descritto li capisco un po' perchè a volte è necessario che le regole stabilite per i bambini e le loro famiglie siano abbastanza ferree proprio perchè riesca una convivenza altrimenti impossibile. (immagina quanti genitori arrivano e vanno all'ora che vogliono e il disagio del gruppo di bambini continuamente interrotti da mamme e papà che ogni volta gli ricorano la loro nostalgia e gli fanno rivivere il distacco. oppure immagina cosa succederebbe se tutti i bimbi arrivassero a scuola con la colazione in mano: bisognerebbe allestire un angolo colazioni e stare attenti che non ci siano scambi di cibi) sono daccordo sulla flessibilità ma a volte si rischia di essere rigidi per evitare questi eccessi (che nonostante tutto si verificano comunque ti assicuro). Comunque a parte queste cose il disagio che hai provato l'ho vissuto anche io con mia figlia.
come hai descritto tu l'inserimento alla scuola dell'infanzia è stato anche per me di un giorno e poi dopo una settmana mia figlia è entrata in una crisi che si è risolta a dicembre.
una differenza sostanziale che ho notato è che le maestre di mia figlia risolvevano tutto chiedendomi di farle fare poche ore e di non lasciarla a scuola troppo. al nido in cui lavoro noi educatrici ci facciamo carico delle difficoltà dei bimbi e non diremmo mai ad una mamma piena di sensi di colpa: "è meglio per il suo bene se lo porti a casa presto" soprattutto se lavora e comunque non può fare altrimenti.
A me hanno insegnato a sostenere e aiutare le famiglie ma forse in una scuola pubblica un bimbo in più è solo un fastidio... e in una scuola privata una retta...
in conclusione credo che la differenza la facciano davvero le persone che incontri.
non ci sono certezze se non forse le reazioni del tuo bimbo che ti segnalano benessere o malessere.

Cristiano Camera ha detto...

Ciao Manuela, grazie per il tuo bel commento. Condivido, una per una, tutte le ultime 7 righe del tuo intervento. Comprendo anche ciò che dici all'inizio, ossia le ragioni per le quali ci sono certe regole. Tuttavia, non posso accettare la totale mancanza di umanità da parte del personale che abbiamo incontrato. Quando questo sentimento è presente, le regole si ammorbidiscono, si fanno delle eccezioni, anche temporanee. Bisogna voler bene ai bambini e a volte si dovrebbe cambiar mestiere quando non si è portati per il lavoro che si fa.

A presto, Cristiano