domenica 31 ottobre 2010

Con i tuoi stessi occhi di bambino

Perfino le favole
gli stessi cartoni animati
e i giocattoli che animi
i libri che 'leggi'
i tuoi pensieri
i tuoi sorrisi
Tutto di te mi parla d'amore.

Io che sono talmente disincantato
mi ritrovo a resuscitare storie
e a credere finalmente
in realtà a lieto fine.

Immagino favole
che hanno occhi di bambino
Fate e cavalieri con il tuo sguardo
streghe di Halloween
oppure di Biancaneve
senza mele avvelenate.
Peter Pan che volano
e che qualche volta si riposano.

Con i tuoi stessi occhi di bambino
osservo mondi inabissati e poi riemersi
Isole dove tu mi vuoi per ora
ma dove io non ho spazio
perché appartengono a te
A te soltanto

Ancora per un poco sono ospite
nei tuoi stessi sogni.  (2010)

giovedì 28 ottobre 2010

Un genitore è chi fa un figlio o chi se ne prende cura?


E' la prima volta che lo faccio: lanciare un sondaggio-discussione sul tema 'genitori'. Voglio proporlo perché non è per niente scontato e pacifico il fatto di avere tutti la stessa opinione sulla definizione del termine e proprio ieri ho avuto uno 'scontro' di vedute sull'argomento.

La parola 'genitore' si addice di più a coloro che mettono al mondo dei figli oppure a coloro che se ne prendono cura? E' più facile fare dei figli o farli crescere?

Insomma, la domanda è questa: che cos'è per voi un genitore? Attendo risposte, definizioni, opinioni e quant'altro, che potete inviare a cristiano@figliopadre.com e che pubblicherò in ordine di arrivo in questo post.

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Francesco, il 28 ottobre ha detto: "Sul mio dizionario c'è scritto: i genitori sono coloro che generano i figli e che danno la vita ai figli".

Antonio, il 28 ottobre ha detto: "Il padre e la madre".

Luisa, il 28 ottobre ha detto: "I genitori sono coloro che si prendono cura dei figli".

Federico, il 28 ottobre ha detto: "E' facile fare dei figli e poi dimenticarsene. Penso che il vero genitore sia chi se ne prende cura".

Maria, il 28 ottobre ha detto: "Sono d'accordo con Federico: si pensi ai genitori adottivi".

Sicampeggia, il 28 ottobre ha detto: Appena partorito ho pensato che una mamma naturale fa molto di più di una adottiva. Adesso, che mio figlio ha quasi due anni, capisco quanto mettere al mondo un figlio sia solo il primo passo. Tutto quello che viene dopo è talmente tanto importante, faticoso e fantastico da ridimensionare il peso di quel primo momento. C'è talmente tanto da dare ad un bambino che anche se ci si perde quel primo momento ci si può sentire comunque BUONI Genitori.

Mamma non basta, il 29 ottobre ha detto: "Essere genitore è di certo il mestiere più complicato del mondo...nessuno è immune da errori...ogni età dei propri figli necessita di particolari attenzioni, responsabilità e anche maturità.Nonchè di un'infinita pazienza. Tutto ciò non è possibile se non li si ama svisceratamente e incondizionatamente.
Un genitore, per me, è senz'altro chi se ne prende cura giorno dopo giorno, capriccio dopo capriccio, carezza dopo carezza...
Fare un figlio è la cosa più semplice...e spesso, da molti, la meno voluta... ".

Luca, il 29 ottobre ha detto: "La mia risposta a: Un genitore è chi fa un figlio o chi se ne prende cura? Per me è fuori di dubbio che genitore è chi si prende cura del figlio e ritengo altrettanto importante mettere al mondo un figlio con il coinvolgimento che ciò comporta. Dopo la nascita di mia figlia è nata per lei e per me un'avventura indimenticabile, che vorrei non finisse mai. Se non mi prendessi cura di lei ogni giorno e questo da pochi minuti dopo la sua nascita, come potrei gioire di tutto ciò?

Cristiano, il 29 ottobre ha detto: "Così come ho già detto per e-mail ai lettori che mi hanno scritto direttamente e che hanno la vostra stessa opinione sul tema, sono d'accordo con voi: prendersi cura dei figli è la cosa più importante, che rinnova giorno dopo giorno il momento della loro nascita. Si è genitori quando si generano dei figli, ma soprattutto ogni volta che ci si prende cura di loro.
Mentre attendo altri nuovi interventi, vi preannuncio che la prossima settimana vorrei trarre le conclusioni di questa discussione in un nuovo post".

venerdì 22 ottobre 2010

'Quote azzurre': solo forza simbolica? Non credo

L'Europarlamento ha stabilito che i neo papà possano usufruire di un congedo dal lavoro di due settimane a stipendio pieno. Mi da lo spunto per una serie di riflessioni il commento a questa notizia del giornalista Paolo Di Stefano, il quale, sul Corriere della Sera di oggi, p. 29, afferma che, se sul piano pratico non cambia quasi nulla - dato che mamme e nonne hanno sicuramente più esperienza dei papà -, la decisione del Parlamento europeo è destinata a incidere invece sulla sfera simbolico-emotivo-affettiva dei padri. "Dunque - esorta il giornalista - non buttiamola via questa proposta della Ue di rendere obbligatorio il congedo paterno per quindici giorni dopo il parto". "Obbligatorio - sottolinea -. Il che significa che non lascerebbe scampo agli alibi di impegni lavorativi e di responsabilità inderogabili esterne alla famiglia".
Secondo Di Stefano - lo si scopre ancora di più continuando a leggere l'articolo - la maggior parte dei papà vivrebbe la nascita di un figlio come un onere o come una distrazione da impegni più importanti come, appunto, quelli professionali. Quindi - sembra dire - ben venga una legge che richiami alle responsabilità familiari. D'altro canto - secondo lui - con la venuta al mondo di un bebè, non cambia il peso della gestione, che ricade sempre sulle spalle della madre: "In genere, dopo le due settimane, sarebbe comunque lei, la mamma, a sopportare lo stress post-parto delle notti in bianco o quasi (papà lasciamolo dormicchiare...), dei pianti e delle colichette (...). E dopo - dice ancora -, peggio che andar di notte (le notti insonni di cui sopra): provate ad andare in un pomeriggio qualunque davanti ai cancelli di una scuola materna a scelta e a contare i padri...Eventualmente, per aver numeri più confortanti - suggerisce - si passi ai giardinetti il sabato mattina o la domenica".
Per Di Stefano, le due settimane di congedo costituiscono, se non altro, un passaggio culturale rispetto alla cultura dei padri mediterranei in genere, "la cui intelligenza è radicata in un terreno compatto di tradizioni, convinzioni, convenzioni e abitudini antiche per non dire arcaiche. Giusto. Tant'è vero che oggi in Italia i padri che usufruiscono del congedo facoltativo sono una percentuale minima. Ma è a questo punto che interviene la forza simbolica che dovrebbe portarlo a riflettere, il padre, sulle esigenze di una nuova famiglia dentro una nuova società e un nuovo mondo. Perché se cambia tutto attorno a noi, sarebbe bene che cambiassero anche le dinamiche familiari, che agli ottimisti sembrano inossidabili e invece rischiano di essere incancrenite e vetuste".
Il giornalista finisce il suo pezzo parlando di "alibi biologico" dei padri e di "resistenza al cambiamento" da parte della società e dei datori di lavoro in cui mal si inserirebbero le nuove istanze presentate dall'Unione europea e che quindi, in un contesto simile, avrebbero scarsa possibilità di attuazione. Sono, queste ultime, questioni che poco mi interessano di fronte a idee di paternità, come quelle di Di Stefano, a mio parere del tutto anacronistiche. Penso, infatti, che il paradigma paterno, così come lo ha presentato, non appartenga più alla società in cui viviamo e in cui la rivoluzione culturale, che potrebbe essere apportata dalle disposizioni europee, è qualcosa di già avvenuto. Il modello di padre di cui si parla sul Corsera è quello tipico degli anni '50 e, dal punto di vista del piccolo osservatorio sulla paternità, costituito da questo blog e dalle numerose idee che scambio sul tema con molti altri papà blogger, emerge una realtà del tutto diversa. Un contesto, evidentemente nuovo per Di Stefano, dove i padri non solo collaborano e sono sempre più parte attiva nella cura della prole, ma vogliono esserlo anche in presenza di ostacoli come il lavoro.
Quanto poi allo scarso utilizzo dell'astensione facoltativa dal lavoro per i papà (nel 2009 ne hanno usufruito soltanto il 5,8 per cento, un trend comunque in crescita del 36 per cento rispetto all'anno precedente), questa è imputabile soltanto alla massiccia decurtazione degli stipendi che ne deriva (l'80 per cento!) e non alla mancanza di responsabilità all'interno della famiglia oppure al voler delegare ogni incombenza alle mogli. A questo proposito, l'anno scorso sul Guardian era riportata una ricerca della britannica 'Equality and Human Rights Commission', secondo cui non solo le mamme, ma anche i papà desiderano un giusto equilibrio fra ruolo di genitore e carriera. Non si trattava di una rivendicazione scontata, dato che questa ha riguardato da sempre solamente le donne. Soltanto, qui cambiava il punto di partenza: mentre le mamme vogliono, giustamente, anche delle soddisfazioni professionali, i lavoratori di sesso maschile vogliono, altrettanto giustamente, anche un appagamento che derivi dall'essere genitori.
Il rapporto dell'EHRC 'Padri, famiglia e lavoro' sottolineava come i papà siano "sotto pressione" quanto le mamme nella gestione del lavoro e della vita familiare. Il tempo è la costante dell'insoddisfazione che ne deriva: troppo poco quello dedicato ai figli a dispetto di quello, troppo grande, riservato al lavoro, con un 54 per cento di padri con figli al di sotto dell'anno di età che ritiene di non dedicare abbastanza tempo alla prole.
"Il desiderio di molti padri di passare più tempo con i figli può essere frustrato da lunghi orari e da posti di lavoro non elastici e fa scaturire tensioni fra lavoro e famiglia", diceva lo studio, sottolineando che soltanto il 46 per cento dei papà ritiene di trascorrere "la giusta quantità di tempo" al lavoro, contro il 61 per cento delle mamme. Inoltre, i 'padri lavoratori' non si sentirebbero a proprio agio nel chiedere mansioni più flessibili ai datori di lavoro, con due papà su cinque preoccupati che richieste simili possano avere ripercussioni negative sulla carriera. Ancora, nonostante possano usufruire di un permesso di paternità retribuito, il 45 per cento dei papà non si avvale di questo diritto, ammettendo tuttavia che gli sarebbe piaciuto farlo.

giovedì 21 ottobre 2010

Europarlamento: ai papà 2 settimane di congedo a stipendio pieno

Due settimane di congedo a stipendio pieno per i papà, anche in caso di unioni al di fuori del matrimonio, e 20 per le mamme retribuite al cento per cento. L'Europarlamento ha modificato la direttiva Ue in materia di congedo parentale e, dopo la conciliazione con i 27 stati membri, i padri naturali dei neonati potranno restare a casa per occuparsi dei bebè senza drastiche decurtazioni dello stipendio. Il testo della relatrice portoghese, l'eurodeputata socialista Edite Estrella, approvato dal Parlamento europeo, non cambia di fatto la durata dell'astensione dal lavoro per le mamme italiane (mentre cambia in altri stati membri in cui il congedo è di 14 settimane). Modifica invece la retribuzione, che in alcuni casi qui da noi è all'80 per cento del salario.
In Italia la nuova direttiva dell'Europarlamento costituisce invece una vera rivoluzione per i papà, che oggi possono godere di giorni di congedo solo in casi particolari (ad esempio, se la madre non può usufruirne a causa di una malattia, cfr l'art 28 della legge 151/2001). Ma Francia, Germania e Gran Bretagna si sono dette subito contrarie ad adottare la nuova risoluzione a causa dell'aumento dei costi da sostenere.

mercoledì 20 ottobre 2010

Latte materno: - 2 cm di filiera al Salone del Gusto


Alimenti biologici, filiera corta, dal produttore al consumatore, cultura del cibo, slow food: sono espressioni nate negli ultimi tempi e che sono sempre più in voga. Eppure, la filosofia legata a questo modo di parlare non è una moda, ma è vecchia almeno quanto l'uomo. Si pensi al latte materno: i bambini allattati dalla mamma hanno da sempre accesso, per diversi mesi, a un cibo preparato appositamente per loro e lo consumano nel luogo di produzione.
Si tratta dunque della filiera più corta che esista, a - 2 centimetri, che è la lunghezza del capezzolo nella bocca del lattante. Inoltre, il neonato allattato al seno gode di un privilegio unico: apprende i sapori della sua terra che gli vengono trasmessi dalla mamma attraverso il suo latte. Insomma, mangia un cibo locale, che oltre a nutrimento, anticorpi e ad altre sostanze preziose, trasmette cultura.
E' per tali motivi che anche quest'anno la La leche League sarà presente, da domani fino al 25 ottobre, al Salone del Gusto di Torino, per ricordare, cioè, che allattare al seno è l'esempio perfetto del mangiare sano e naturale, locale e slow.

lunedì 18 ottobre 2010

La stagione dell'amore tornerà


Ieri sera, sul divano ci sono una spada di gomma piuma, una pistola ad acqua e un pugnale di plastica: mio figlio ha deposto le armi con le quali ha combattuto per tutto il pomeriggio. Alle prime note de' La stagione dell'amore di Battiato, Dodokko assume un'aria ispirata e si mette a ballare come Roberto Bolle. Proprio lui, che non ha mai assistito a un balletto classico, improvvisa coreografie, fa salti e piroette, inventa passi di danza, devo ammettere...armonici.
Poi, distende braccia e schiena in avanti, socchiude gli occhi e prova a cantare, a modo suo: "La stagione dell'amore tornerà / con le paure e le scommesse questa volta quanto durerà. / Se penso a come ho speso male il mio tempo / che non tornerà, non ritornerà più".
Mio figlio balla e canta e, mentre lo fa, mi parla al cuore: molte cose non ritorneranno più, già lo sapevo. Ma tante altre non le lascerò scappare via e questo invece lo so da ieri sera.
Sul divano stamattina ci sono ancora una spada, una pistola e un pugnale, assieme alla mia promessa. Il salone è vuoto, mentre Dodokko dorme ancora, di là nella sua cameretta, nell'ora più bella del sonno.

giovedì 14 ottobre 2010

Evviva la Svezia...e gli svedesi

L'altro giorno mi sono imbattuto nel blog congedoparentale.blogspot.com: è il diario di un papà sulle giornate che passa con le figlie grazie al permesso di astensione dal lavoro. Ho trovato i suoi post asciutti e, nonostante questo, pieni di sentimento. Ma la cosa che più mi ha colpito è proprio il fatto di aver incontrato, per la prima volta anche se virtualmente, un padre che usufruisse del congedo parentale...per quattro mesi!
Mi sono incuriosito e ho contattato l'autore del blog, Stefano, al quale ho rivolto per e-mail qualche domanda, fra le quali: "Come fai a vivere con il 30 per cento dello stipendio?", che è il motivo principale a causa del quale in Italia praticamente nessun papà decide di godere dell'astensione facoltativa dal lavoro.
Mi ha risposto che vive e lavora in Svezia. E ciò basterebbe a svelare l'arcano di una decisione, qui da noi, a dir poco originale. Ma ha aggiunto anche che il presidente della società per cui lavora - che a luglio lo ha nominato dirigente dopo che aveva già comunicato all'azienda la sua decisione di restare a casa - gli ha detto testualmente: "Non darei mai responsabilità del personale a una persona che non si prende la responsabilità della propria famiglia". Queste parole, pronunciate in ultima analisi da un datore di lavoro, fanno intendere che in Svezia il diritto al congedo parentale, finalizzato anche alla responsabilizzazione dei dipendenti, sia prima di tutto una mentalità e solo successivamente una parte integrante delle politiche per la famiglia del governo. In altre parole, il congedo è prima di tutto una cultura e, soltanto dopo, una legge.
Fra le altre cose, lontane anni luce dall'Italia, Stefano, genitore di due bambine di quasi 5 e 1 anno, mi ha raccontato che in Svezia l'astensione dal lavoro per i neo genitori prevede 14 mesi pagati all'80 per cento (in Italia l'indennità è pari al 30 per cento della retribuzione per un periodo massimo complessivo per entrambi i genitori pari a sei mesi) di una cifra sino a 3500 euro a seconda dello stipendio. Dei 14 mesi, 3 sono riservati alla madre, 3 al padre, gli altri si possono dividere e c'è un bonus per incentivare i papà a prendere più di 3 mesi.
"Società come la mia - dice ancora Stefano - incentivano il congedo 'completando' sino al 90 per cento dello stipendio nominale. Tieni poi conto che lo stato da a tutti circa 110 euro al mese per ogni figlio (a copertura del costo dell'asilo)".
Ciò che si forma fra padre e figli, durante una convivenza così lunga nei primi mesi di vita dei piccoli, per Stefano è "un rapporto forte". E, ricordando anche la sua prima astensione dal lavoro dopo la nascita della primogenita, afferma di essere convinto che "l'ottimo rapporto che ho con mia figlia e il suo interesse a essere bilingue svedese-italiano dipendono anche dalla quantità (non solo dalla qualità) del tempo che passiamo insieme".
Già, il tempo che passiamo insieme ai figli: a Stefano ho detto che qui in Italia nessun datore di lavoro si sognerebbe mai di posporre l'azienda al lavoratore, né tanto meno ai suoi figli e alla sua famiglia. E poi mi sono ricordato e gli ho raccontato del mio originale 'congedo parentale', quando mio figlio aveva 9 mesi. In quell'occasione ebbi la grande fortuna di stare con lui per 2 mesi grazie a...una mia malattia, di cui racconto brevemente qui sosmammo.blogspot.com/2009/11/benedetta-malattia.html. Fu un tempo meraviglioso e prezioso, quello passato assieme, ma che oggi lascia l'amaro in bocca al pensiero che in Italia, almeno nel mio caso, fu necessario ammalarsi per trascorrere del tempo con mio figlio.

martedì 12 ottobre 2010

Un pensiero bambino rivolto ai grandi

Ricevo dalla mia amica Ella e pubblico...

Un pensiero bambino rivolto ai grandi

Se il bambino vive nella critica,
impara a condannare.
Se vive nell'ostilità,
impara ad aggredire.
Se vive nell'ironia,
impara la timidezza.
Se vive nella vergogna,
impara a sentirsi colpevole.
Ma:
Se vive nella tolleranza,
impara ad essere paziente.
Se vive nell' incoraggiamento,
impara la fiducia.
Se vive nella lealtà,
impara la giustizia.
Se vive nella disponibilità,
impara ad avere fede.
Se vive nell'approvazione,
impara ad accettarsi.
Se vive nell'accettazione e nell'amicizia
impara a trovare l'amore nel mondo.

mercoledì 6 ottobre 2010

Leche League in piazza per la Settimana Mondiale dell’Allattamento


Si celebra quest’anno il ventesimo anniversario della Dichiarazione degli Innocenti di Firenze con la quale si sanciva il diritto dei bambini all’allattamento. È accertato ormai da anni che i servizi sanitari giocano un ruolo importantissimo nel successo dell’allattamento. In tutto il mondo i Dieci Passi (per gli ospedali) e i Sette Passi (per il territorio) forniscono un valido sostegno per aiutare le mamme a realizzare i loro progetti di allattamento e per preparare gli operatori sanitari ad aiutarle. Dal 1989 più di 20.000 reparti maternità in 152 paesi, (circa il 28% nel mondo), hanno attuato pienamente i Dieci Passi e sono stati riconosciuti dall’Iniziativa Ospedali Amici dei Bambini (BFHI).
L’incidenza di allattamento esclusivo al seno è aumentata in modo significativo. Purtroppo però siamo di fronte a un fenomeno, presso i reparti già riconosciuti, di stallo o addirittura di calo nelle percentuali di allattamento esclusivo al seno in molte realtà nazionali. È quindi giunto il momento di ripensare all’impostazione dell’iniziativa BFHI e di decidere in quale direzione procedere. Occorre potenziare i programmi formativi in modo da incrementare l’applicazione dei dieci passi. Gli obiettivi della SAM 2010 sono per questo focalizzati a promuovere azioni innovative e sinergie tra gli operatori nei Servizi Sanitari e sul territorio per sostenere le mamme nel raggiungimento dei loro obiettivi di allattamento. Il sostegno dell’allattamento è un diritto delle mamme, un diritto dei bambini e un diritto umano.
La Leche League Italia organizzerà in ottobre in varie piazze italiane banchetti e convegni per la diffusione di materiale sull’allattamento; ulteriori informazioni sono reperibili sul sito www.lllitalia.org. I materiali sulla SAM 2010 e l’elenco delle iniziative organizzate in Italia si possono scaricare dal sito del MAMI (http://www.mami.org/sam/sam10/sam10.html), mentre le iniziative a livello mondiale si trovano sul sito della WABA, World Alliance for Breastfeeding Action (http://www.waba.org.my/)

I 10 PASSI PER IL SUCCESSO DELL’ALLATTAMENTO AL SENO
Ogni struttura che fornisca servizi per la maternità e assistenza neonatale dovrebbe:
1) Definire un protocollo scritto per l’allattamento al seno da far conoscere a tutto il personale sanitario
2) Preparare tutto il personale per attuare completamente questo protocollo
3) Informare tutte le donne in gravidanza sui benefici e sui metodi di realizzazione dell’allattamento al seno
4) Aiutare la madre perché inizi ad allattare entro mezz’ora dal parto (Mettere il neonato a contatto pelle a pelle con la madre immediatamente dopo la nascita per almeno un’ora e incoraggiare la madre a comprendere quando il neonato è pronto per poppare, offrendo aiuto se necessario).
5) Mostrare alla madre come allattare e come mantenere la secrezione lattea anche nel caso in cui venga separata dal neonato
6) Non somministrare al neonato alimenti o liquidi diversi dal latte materno, tranne su prescrizione medica
7) Sistemare il neonato nella stessa stanza della madre in modo che trascorrano insieme 24 ore su 24 durante la degenza
8) Incoraggiare l’allattamento al seno a richiesta
9) Non dare tettarelle o succhiotti ai neonati che vengono alimentati al seno
10) Favorire la formazione di gruppi di sostegno all’allattamento al seno e indirizzarvi le madri dopo la dimissione dall’ospedale o dalla clinica (Promuovere la collaborazione tra il personale della struttura, il territorio, i gruppi di sostegno e la comunità locale per creare reti di sostegno a cui indirizzare le madri alla dimissione dall’ospedale).

I 7 PASSI DELL’INIZIATIVA COMUNITÀ AMICA DEI BAMBINI PER L’ALLATTAMENTO MATERNO (BFCI)
1) Definire una politica aziendale per l’allattamento al seno e farla conoscere a tutto il personale
2) Formare tutto il personale per attuare la politica aziendale
3) Informare tutte le donne in gravidanza e le loro famiglie sui benefici e sulla pratica dell’allattamento al seno
4) Sostenere le madri e proteggere l’avvio e il mantenimento dell’allattamento al seno
5) Promuovere l’allattamento al seno esclusivo fino ai 6 mesi compiuti, l’introduzione di adeguati alimenti complementari oltre i 6 mesi e l’allattamento al seno prolungato
6) Creare ambienti accoglienti per favorire la pratica dell’allattamento al seno
7) Promuovere la collaborazione tra il personale sanitario, i gruppi di sostegno e la comunità locale.

venerdì 1 ottobre 2010

Scuola dell'infanzia



Ce l'ho fatta! Dopo tanti pensieri, troppi ripensamenti, molti dubbi e dopo troppo, davvero troppo indugiare, dopo che questo settembre nerissimo è terminato, finalmente ho preso la decisione di ritirare Dodokko dalla scuola dell'infanzia comunale per iscriverlo di nuovo nella scuola privata che ha frequentato lo scorso anno. Non è stata una scelta facile, per diversi motivi: perché lo avevano finalmente ammesso in una scuola pubblica dopo due tentativi falliti negli anni precedenti; perché ero convinto che i docenti pubblici, che possono insegnare perché hanno vinto un concorso, fossero più selezionati e preparati di maestre che nella scuola privata a volte si improvvisano tali; perché il contributo da pagare era insignificante rispetto alla retta che da ottobre verseremo di nuovo; perché l'iscrizione di Dodokko ci avrebbe portato più punti nella graduatoria per essere riammesso nella scuola dell'infanzia, sia nell'eventualità di farlo frequentare nei prossimi anni, che per una possibile iscrizione di un secondo figlio.
Ma ciò che è successo nella scuola comunale che mio figlio ha frequentato per quasi un mese ha dell'inverosimile e spero proprio che i fatti che mi accingo a raccontare siano dipesi da quegli insegnanti incontrati in quella classe di quella scuola. Insomma, spero vivamente non si tratti di una situazione più generale che coinvolga tutta la scuola materna pubblica.
Vorrei non dipendesse dal sistema scolastico pubblico che si rivolge all'infanzia, ma mi auguro sia un caso isolato, l'approccio schematico e freddo che Dodokko ha sperimentato sulla propria pelle e che io ho osservato ogni giorno che ho accompagnato mio figlio a scuola. E' stato un crescendo di comportamenti, dal mio punto di vista assurdi, rivolti dal personale docente a un bimbo di tre anni e al suo genitore.
Via con l'elenco e partiamo proprio dal primissimo giorno. L'inserimento: chiamato in questo modo, impropriamente, perché non ce n'è stato uno, visto che l'inserire è una progressione che ha un capo e una coda e, in mezzo, un durante, che è tutta quella fase che conduce dall'inizio alla fine del processo stesso. Invece hanno preteso che mio figlio fosse lasciato in classe senza genitori fin dal primo momento, senza moine e senza fronzoli, "se no, quand'è che diverrà indipendente?!". Quindi, più che di un inserimento si è trattato di un far precipitare un bambino dal cielo, nel vuoto di una classe sconosciuta, così, di punto in bianco, e chi si è visto si è visto. E si è trattato anche di pretendere o perlomeno auspicare un comportamento, nei genitori, da ciechi sostenitori di questo metodo, che magari sfociasse in frasi del tipo: "Ciao, papà va al lavoro. Fa' il bravo, eh. Quelle sono le maestre e quelli i tuoi compagni. Ciao, stai tranquillo ché dopo viene a prenderti mamma".
Immaginate le lacrime e le urla mentre la maestra mi fa, confidenzialmente sotto voce: " Vada, vada (Ignori, ignori - Ndt)" e mi scorta verso la porta. Ma poi sento Dodokko che mi chiama: "Papà, devo fare la pipì". Mi giro con l'intenzione di accompagnarlo in bagno, ma la maestra si affretta a rassicurarmi che sarà l'operatore scolastico preposto al compito a portarcelo. Cioè il bidello, uno che non ha mai visto prima?!, mi domando. "No, mi scusi - le dico - vorrei portarlo io in bagno". "Ma lei non potrebbe...Però, per questa volta vi faccio accompagnare". E finalmente riusciamo ad andare a pisciare...scortati.
Il secondo giorno di scuola: arriviamo in leggero ritardo, una decina di minuti al massimo, perché prima ci siamo fermati a comprare una pizzetta bianca dal fornaio, dato che Dodokko ha avuto qualche problema intestinale e non ha fatto colazione. Ci presentiamo in classe e la maestra ci dice che non si può portare cibo da fuori: ergo, niente più pizzetta e colazione saltata. E poi - dato che ci mancava - il cazziatone per il ritardo: "Sa', qui teniamo molto alla puntualità e la prossima volta non potremo farvi entrare". "Mi scusi - cerco di giustificarmi -, ma non volevo portarlo a scuola a digiuno".
Il terzo giorno: mio figlio piange, come sempre, ma questa volta mi chiede di andare in braccio alla maestra prima che io me ne vada. La maestra, dato che tanto sta seduta e dunque il peso non graverebbe sulla sua colonna vertebrale, accetta, "Anche se - mi fa notare - soffro di mal di schiena". Ha poi da ridire anche sul fatto che Dodokko abbia con sé Lala dei Teletubbies: "Sarebbe meglio non lo portasse a scuola: non vorrei che diventasse come la coperta di Linus".
Il quarto e quinto giorno della prima settimana Dodokko non va a scuola perché 'fortunatamente' gli è venuta la febbre.
Seconda settimana (da adesso la faccio più breve, tanto credo si sia capito l'ambientino, e mi limiterò a qualche citazione edificante e a qualche considerazione finale). Eccone subito una: sto per 'consegnare' mio figlio nelle braccia di un'insegnante (di solito sono due e quindi opto per quella senza il mal di schiena) e Dodokko mi dice che invece vuole andare a sedersi sulla sedia. La maestra non ci pensa due volte a manifestare il proprio inaspettato sollievo con un disinvolto "meno male che non vuole stare in braccio!" detto al momento giusto e appena prima di un orgoglioso: "E' quello lì il suo posto", mentre mi indica l'ultima seggiolina all'angolo dei due muri. "Ma come - le chiedo - lui si siede laggiù, lontano dai compagni che giocano tutti insieme?!". "Sì - conferma - a lui piace stare lì. Però - mi rassicura - qualche volta si alza per andare a curiosare in giro e poi, quando gli va, torna a sedersi". Resto basito soprattutto per la nonchalance con la quale la maestra pronuncia queste parole e descrive soddisfatta il comportamento di mio figlio, dimostrando che non le passa minimamente per la testa l'idea di coinvolgerlo nelle attività scolastiche.
E infatti, quando qualche giorno dopo chiedo a Dodokko "cosa hai fatto a scuola oggi", mi risponde che ha guardato gli altri bambini mentre disegnavano e che li ha guardati mentre giocavano con il pongo. Insomma, quando va bene si alza dalla sua sedia all'angolo della stanza e fa lo spettatore. E questo soddisfa le maestre! D'altro canto a loro sta bene perfino che lui non mangi fino alle 16,00! Sì, mio figlio non vuole mangiare a mensa perché rifiuta quella scuola e quindi anche il cibo che lì cucinano. E quando ho detto alle maestre che mia moglie sarebbe andata prenderlo prima dell'orario di uscita, la prima volta ci hanno consentito di farlo alle 14,00, ma poi ci hanno consigliato di aspettare comunque fino alle 4 del pomeriggio, altrimenti non sarebbe mai sorta in lui la necessità di mangiare, dato che avrebbe capito che avrebbe pranzato a casa. In altre parole, ci hanno proposto di affamarlo, pronosticando che prima o poi ("di solito si sbloccano dopo Natale!") avrebbe mangiato qualcosa. Però devo ammettere che nel dire questo sono state più soft, promettendoci di provare a dargli qualcosa (una fetta di pane!) per merenda e che, se non avesse mangiato neanche quella, ci avrebbero chiamati per andare a prenderlo prima dell'orario di uscita. E così, a dire il vero, hanno fatto, ma soltanto il primo giorno. Infatti, il secondo giorno che Dodokko ha rifiutato oltre al pranzo anche la 'merenda', non ci hanno avvertiti e quindi lo hanno lasciato a digiuno, senza alcuno scrupolo, dalla mattina al pomeriggio.
Terza settimana, lunedì: non lo mando a scuola e mi prendo un giorno di permesso dal lavoro per restare con lui e passare insieme una giornata serena. Ma il giorno dopo si ricomincia. Lo porto a scuola alle 9 e la maestra appena mi vede mi bacchetta: "Questo bambino fa troppe assenze, non imputabili a malattie dato che ogni volta manca per pochi giorni. Che succede?". "Mi dispiace - le dico - ma non aveva dormito bene e ieri ho preferito tenerlo a casa con me". Poi suona la campanella e l'insegnante mi invita a uscire rapidamente. Mio figlio piange ma devo affidarlo alle braccia della maestra.
A proposito di pianti, il giorno appresso, quando mi vede, la maestra mi racconta soddisfatta che "ieri durante il pranzo Dodokko non ha mangiato, ma non ha neanche pianto". "Dunque di solito piange a mensa?", deduco e le chiedo. "Beh, non sempre - mi dice e, generalizzando, aggiunge - ma qualche volta lo fanno". Però, questo prima non me lo aveva detto.
Non è tutto, ma non voglio più continuare a raccontare altro e gli esempi che ho dato credo siano sufficienti a far capire la situazione. Mi basta aggiungere che non c'è stato un solo giorno, nelle tre settimane circa di frequenza, in cui l'accoglienza a scuola sia stata normale, non dico minimamente calda oppure affettuosa. E mi basta dire anche che non c'è stata una volta in cui mio figlio non si sia sentito abbandonato fra le quattro mura dell'asilo. Alla fine, l'ultima settimana non l'ho praticamente mandato mai a scuola e un giorno, come ho raccontato all'inizio di questa storia, ho deciso di ritirarlo e iscriverlo nella scuola dove l'anno prima si era trovato bene.