mercoledì 22 settembre 2010

La staffetta


Ci improvvisavano campioni: alla scuola media e poi al liceo, da un giorno all'altro ci annunciavano: "Sabato prossimo c'è la corsa campestre" oppure: "C'è la staffetta". E, senza nessuna preparazione, senza alcun allenamento, quel sabato prima o poi arrivava e noi alunni ci ritrovavamo 'vomitati' a Villa Borghese dal pullman preso in affitto - nonostante la vicinanza al parco romano - per il motivo 'logistico' - suppongo - di tenere a bada gli studenti di un'intera scuola, non di una classe soltanto.
Andavamo poi a piedi, più o meno disordinatamente in fila, fino a Piazza di Siena oppure al Galoppatoio, come gladiatori dalle armi spuntate (almeno, così mi sentivo io) eppure pieni di coraggio. Non tanto certi di noi, ma comunque ottimisti riguardo l'esito della gara: il piazzamento sarebbe potuto essere buono, al limite grazie anche a una casualità, come la rinuncia improvvisa dei più forti oppure per un inaspettato stato di grazia personale. E se poi le cose fossero andate storte, non sarebbe stata una tragedia: mica ci giocavamo l'oro alle Olimpiadi!
No, non erano competizioni internazionali a cui partecipavano i campioni provenienti dai quattro angoli del pianeta. Ma, all'ultimo momento, proprio ai nastri di partenza, le aspettative dei giovani atleti diventavano all'improvviso massime. E io, come gli altri, non volevo sfigurare di fronte al professore di Educazione fisica e soprattutto di fronte a mio padre, che era lì a guardarmi, vicino alla siepe.
Lui mi aveva sempre incoraggiato, ma non mi aveva mai forzato a essere competitivo su quel terreno. Ma ai suoi tempi mio padre era stato un atleta dotato, praticamente un mito nel suo paese d'origine, soprattutto un grande numero 10 nel calcio. E io volevo assomigliargli almeno un poco, mostrargli che il figlio aveva saputo ereditare il suo talento nello sport.
E poi la corsa iniziava, i primi giri fatti con un'andatura sostenuta ma senza spingere al massimo, l'intenzione tattica di riversare tutte le forze nello sprint finale, un'accelerazione che sarebbe dovuta iniziare alla penultima curva prima del traguardo, la respirazione che avrebbe seguito il ritmo dei miei passi sul selciato. I compagni dapprima mi avrebbero sorpassato ma poi, vinti dalla fatica, avrebbero ceduto e io li avrei raggiunti, li avrei superati grazie alla mia andatura costante, moderatamente veloce.
Ero in testa, ma al terzo giro c'era sempre qualcuno che sopraggiungeva alle mie spalle. Qualcuno capace di correre veloce e di non sentire la stanchezza, qualcuno che era talmente disinvolto nella corsa che sembrava stesse facendo una passeggiata, non una competizione. Qualcuno che, infine, faceva saltare il mio schema: a quel punto, non dovevo, non potevo lasciarmi passare da quell'extraterrestre atterrato sul pianeta terra da chissà quale astro. E quindi aumentavo la velocità dei passi e, insieme, tutte le inspirazioni ed espirazioni a essi collegate. E poi, il cuore che pompava come un pazzo, il torace che doleva e la gola che bruciava. Dovevo arrendermi, ritirarmi, scrivere la parola "fine" sulla mia competizione se volevo salvarmi. "Fine della mia gara" e, un momento dopo, ero già sdraiato per terra a respirare soltanto, senza più correre, le pulsazioni del cuore che se ne andavano per conto proprio, dove volevano loro. La pressione a zero, il viso bianco come uno straccio, la pelle sudata e allo stesso tempo gelida.
Era questa la mia gloriosa corsa campestre e, a proposito e detto per inciso, l'alieno che aveva vinto era un tizio alto e magro che sotto sforzo aveva quasi la metà del numero delle mie pulsazioni a riposo. Non ho mai saputo il suo nome, ma - immagino - nella vita sarà diventato un campione mondiale in qualche disciplina sportiva aerobica.

La staffetta invece era un altro paio di maniche: si trattava di dividere con altri partner le gioie dei trionfi e i dolori delle sconfitte. La velocità della gara dipendeva dalla media dei risultati ottenuti da ciascun compagno di squadra. Io facevo la mia corsa e poi passavo il testimone a un altro ragazzo della mia età che avrebbe alzato o abbassato il tempo di percorrenza sul tracciato, avrebbe dato un margine di vantaggio alla squadra avversaria oppure avrebbe guadagnato metri preziosi e sorpassato l'atleta concorrente. Ciascun membro della stesso team avrebbe fatto vincere o perdere tutti noi e le responsabilità sarebbero state suddivise. Ma la bacchetta di legno che ci passavamo fra compagni era anche la testimonianza concreta di un passaggio di responsabilità: da quell'istante preciso l'esito della corsa era nelle mani di chi portava il testimone e nello stesso momento tutti gli altri erano, almeno per un poco, sollevati dai propri doveri. C'era, infatti, chi nella gara aveva già dato e chi doveva ancora mettersi alla prova.

Se dovessi fare un paragone, direi che l'esperienza della paternità assomiglia molto più alla staffetta, mentre trovo che la corsa campestre sia la raffigurazione dell'adolescenza, con la gioia di vivere e le delusioni, le tattiche sbagliate all'ultimo momento, le prove oltre le proprie risorse, sempre e soltanto la solitudine sia nella sconfitta che nella vittoria. Durante la staffetta invece, nella stessa squadra, nella medesima gara si trovano, nell'ordine: il padre, suo figlio e il figlio di quest'ultimo. Il primo padre, che ha già fatto la sua corsa, il secondo che la sta compiendo e il terzo che ancora deve svolgerla. Il testimone lo porta in mano chi è padre nel presente, ossia colui che attualmente corre e quella bacchetta che stringe è molto di più del simbolo di un avvicendamento. E' la storia vivente, la testimonianza diretta di un figlio che è a sua volta padre e che trasmette, al suo di figlio, qualcosa che è iniziato ancora prima di se stesso.
Mi rendo conto di quanto, pur non volendo, questo linguaggio vada assumendo sempre più dei connotati spirituali tipici della nostra cultura cattolica. Ma io non conosco altri termini per esprimere ciò che avviene in un uomo nel corso del suo passaggio da figlio a padre. E' qualcosa che, nella sua materialità, ha in sé molti contenuti spirituali, simbolici, culturali e, nondimeno, affettivi. Si tratta di un percorso che ho sintetizzato nella metafora della staffetta ma questo paragone rende giustizia solo in parte a questa piccola porzione della storia dell'umanità che si chiama 'paternità'. Sì, perché in realtà la storia va riletta per essere capita, mentre una gara di atletica si esaurisce nel momento in cui i partecipanti tagliano il traguardo. Invece, a volte è molto bello anche rivedere in televisione la stessa competizione. Osservare al rallentatore chi stava ai nastri di partenza, immedesimarsi, fingere di non sapere come va a finire la corsa e, soprattutto, provare a immaginare il futuro.

venerdì 10 settembre 2010

Che cosa significa estate


Questa estate non la dimenticherò molto facilmente, sia per la grande quantità di foto che mia moglie ha scattato a me e a mio figlio e sia per una scoperta che ho fatto, forse banale ma per me rivoluzionaria.
Iniziamo dalle fotografie e precisando che non sono le immagini a cui si riferiscono - e che potrò vedere ogni volta che lo desidererò - a far sì che l'estate 2010 rimarrà nella mia memoria, ma proprio il fatto che mia moglie ne abbia scattate tante, in ogni momento di vita quotidiana vissuta da me assieme a Dodokko. Ho apprezzato molto questo suo desiderio, di fotografarci anche quando non sapevamo di trovarci inquadrati dal suo obiettivo. E le sono molto riconoscente, perché ogni volta che ha fatto clic con la sua macchinetta ha voluto evidenziare un bel momento del rapporto particolare fra padre e figlio. Non dimenticherò la generosità di mia moglie in questo e la ringrazio.
E veniamo alla scoperta dell'acqua calda, ossia alla scoperta del significato dell'estate. Che nel mio caso non vuol dire 'staccare-la-spina' oppure 'avere-a-disposizione-più-tempo-libero-da-dedicare-a-ciò-che-si-ama-di-più-fare'. Almeno, per me non significa soltanto questo, dato che se stacchi una spina ti tocca sempre e quasi subito riattaccarne un'altra da qualche altra parte e dato che il tempo non è affatto libero oppure lo impieghi a gestire (non dico "risolvere") nuovi problemi.
Certo, non i soliti ma altri problemi, ché le vacanze sono spesso tutt'altro che rilassanti...ma questo è un argomento a parte. L'estate è propriamente questa altra spina e questi altri problemi. L'estate è altro dal solito: è un altro solito. Prima o dopo tutto diventa una ripetizione, ma l'estate è una ripetizione inedita.
Però, finché non ti ci abitui, l'estate ha il pregio di farti vedere il mondo in controluce, da un'altra prospettiva, da un'angolazione nuova. Per esempio, ti fa vedere tuo figlio improvvisamente cresciuto, ti mostra dei lati del suo carattere che non sapevi avesse. Ti mostra l'altra faccia della medaglia, che d'inverno non abbiamo tempo di guardare.
Ad esempio, un Dodokko che prima osa prendere il mare e che, spavaldo, non si tira indietro e affronta le onde, ma che poi si ritira come la marea e si aggrappa alle spalle di papà e non le molla finché non ritrova il coraggio di affrontare la corrente. Un figlio in transizione, ancora indeciso sul da farsi: mi stacco o resto ancorato, ancora un po'?
L'estate stessa è transizione, dal 'prima' al 'durante' al 'dopo' (che è quasi un ritorno al 'prima', alla vita prima della pausa estiva). L'estate è una specie di altra vita: un vita più corta, ma senza dubbio il regalo inaspettato di una vita nuova. Che poi finisce all'improvviso, come succede sempre a settembre, lasciando l'amaro in bocca. Quest'anno ancora più amaro, con mio figlio che una pomeriggio mi ha detto: "Andiamo a casa: è già buio".
E dire che Dodokko l'ho visto crescere giorno dopo giorno lo scorso inverno, non è che l'ho rivisto d'estate, all'improvviso dopo tanto tempo. Ecco: l'estate ti fa piombare addosso la realtà, ti fa vedere alcuni risultati, capire dove siamo andati a parare nel lavorio dei mesi precedenti. D'estate raccogliamo frutti sorprendenti, ma ce ne accorgiamo quando è già tardi, quando - come dice mio figlio - è ormai buio.


mercoledì 8 settembre 2010

Quando il papà è in 'dolce attesa'


Se per una volta cambiassimo la solita prospettiva e invece di dire: "Mi è nato un figlio", dicessimo: "Mi è nato un papà", a parlare sarebbe il figlio appena nato. Il quale - come si sa - ancora non sarebbe in grado di esprimersi con le parole, però potrebbe già delegare, soprattutto qualora fosse in presenza di genitori attenti e sensibili, che in sua vece potrebbero prendere la parola. Proprio come ha fatto il pediatra Alessandro Volta, nel suo libro Mi è nato un papà, appena uscito per le edizioni Urra - Apogeo, che ha voluto scrivere un racconto partendo da un punto di vista inedito: quello dei padri in attesa del lieto evento ovvero di ciò che passa per la loro testa durante la gravidanza delle loro compagne. E che - scrivendo - ha dato la voce alla piccola Lisa, la quale ha potuto così assistere alla nascita de' 'Ilpapà', del genitore venuto al mondo nello stesso istante in cui lei stessa è nata.
Chissà se si potrà mai parlare addirittura di 'gravidanza paterna'. Fatto sta che, in un capitolo del libro, Volta chiama "gravidanza 'mentale'" quella vissuta dal compagno della donna in attesa e distingue, con queste parole, l'esperienza paterna da quella materna durante le prime settimane di gestazione: "Io per ora sono padre a comando, mi accendo e mi spengo senza un motivo apparente; questo bambino ho bisogno di pensarlo, ma a volte mi sembra più una fantasia che una cosa concreta". Al contrario, "Monica, come ogni donna che diventa madre, fin da questi primi giorni mostra una straordinaria capacità di sacrificio e abnegazione; fa tutto questo apparentemente senza sforzo, con grande naturalezza e semplicità".
L'esperienza dell'attesa, ma anche quella del diventare genitori e del conoscere ciò che accade alle future mamme durante la gestazione: nel racconto di Volta si alternano, nel corso della narrazione, utili schede informative e d'approfondimento su temi specifici della gravidanza e del puerperio.