giovedì 19 agosto 2010

Come la capocchia di uno spillo

Vi sono braccia che si allargano e mani che si tendono verso chiunque, come quelle del neonato che ho visto nel treno. Un sorriso, il suo, rivolto non solo verso chiunque incrociasse con gli occhi, ma anche all'indirizzo di chi non si accorgeva affatto di lui, ma che tuttavia sapeva eccitarne la curiosità.
E vi sono sguardi e parole che bambini ormai più grandi, come Dodokko, dedicano solamente ai genitori.
Il mondo si contrae inevitabilmente da una certa età in poi. Si incomincia a classificare, a dare un ordine, a fare una graduatoria delle cose fondamentali e di quelle che non sono tanto importanti. La gente non è più tutta uguale, indistinta, allo stesso modo benevola. Ci sono persone con cui si può parlare e altre con cui è meglio starsene in silenzio.
Ci sono papà distanti, come me in questi giorni, a causa del lavoro, con i quali si può urlare al telefono: "Vieni da me, ora! Perché devi sempre lavorare? Voglio che vieni subito, stasera!".
Non vi sono altre persone, in questo momento per Dodokko. Il mondo è diventato la capocchia di uno spillo per lui.
La distanza è vasta, ma inizio anch'io a guardare con altri occhi, forse più miopi, la nostra lontananza. Chilometro dopo chilometro, finalmente la vedo ridursi fino ad azzerarsi, a scomparire del tutto.
Stasera incontrerò mio figlio, torneremo tutti a casa. Lui si addormenterà in macchina dopo la prima curva e si risveglierà nel suo lettino senza che si sia accorto del viaggio notturno. La sua sarà una conferma, avendo avuto ragione, ancora una volta, a pensare, a gridare "vieni da me, ora!", perché il mondo è piccolo ormai, come la capocchia di uno spillo.

mercoledì 4 agosto 2010

Così dev'essere


Nel post precedente ho scritto che anche i bambini non sono esenti dai condizionamenti e che "ciò che mi sconcerta davvero è propriamente l'azione - per così dire - dal basso, dal banale, dal quotidiano più stupido, finalizzata al controllo, all'ortodossia, al 'così dev'essere'".
Ho appena terminato di leggere Caino, l'ultimo libro pubblicato da Feltrinelli di José Saramago, il premio Nobel per la letteratura, lo scrittore ateo e materialista morto a giugno, già autore del Vangelo secondo Gesù Cristo.
Vorrei citare alcuni estratti di Caino, senza commentarli, così come si usa mentre si guardano le immagini parlanti di un film muto. Si tratta - questa volta - di esempi di azioni dall'alto, finalizzate come sempre al 'così dev'essere' e dirette verso l'Umanità tutta, bambini inclusi. Anzi, qui certamente si ha a che fare con l'Esempio e l'Azione, con le lettere maiuscole. Esempio e Azione, tuttavia, imperscrutabili.

"Ad eva e adamo restava ancora la possibilità di generare un figlio per compensare la perdita di quello assassinato, ma è ben triste davvero chi non ha altro scopo nella vita se non quello di fare figli senza saperne il perché né a che pro. Per perpetuare la specie, dicono quelli che credono in un obiettivo finale, in una ragione ultima, sebbene non abbiano alcuna idea di quali siano e che non si sono mai domandati in nome di cosa la specie dovrà perpetuarsi come se fosse soltanto lei l'unica ed estrema speranza dell'universo".

"Il lettore ha letto bene, il signore ha ordinato ad abramo di sacrificargli proprio il figlio, e il tutto con la massima semplicità, come chi chiede un bicchiere d'acqua quando ha sete, il che significa che era una sua abitudine, e ben radicata. La cosa logica, la cosa naturale, la cosa semplicemente umana sarebbe stata che abramo avesse mandato il signore a cagare, ma non è andata così".

"Domandò isacco, Padre, che male ti ho fatto perché tu abbia voluto uccidermi, proprio io che sono il tuo unico figlio, Male non me ne hai fatto, isacco, Allora perché volevi tagliarmi la gola come se fossi un agnello, domandò il ragazzo, (...) L'idea è stata del signore, che voleva fare la prova, La prova di che, Della mia fede, della mia obbedienza, E che razza di signore è questo che ordina a un padre di uccidere il proprio figlio, E' il signore che abbiamo, il signore dei nostri antenati, il signore che c'era già quando siamo nati, E se quel signore avesse un figlio, farebbe uccidere anche lui, domandò isacco, Lo dirà in futuro".

"caino disse, Ho un pensiero che non mi abbandona, Che pensiero, domandò abramo. Penso che a sodoma e nelle altre città che sono state incendiate c'erano degli innocenti, Se ci fossero stati, il signore avrebbe rispettato la promessa che mi ha fatto di risparmiargli la vita, I bambini, disse caino, quei bambini erano innocenti, Mio dio, mormorò abramo, e la sua voce fu come un gemito, Sì, sarà pure il tuo dio, ma non è stato il loro".

lunedì 2 agosto 2010

Mio figlio gioca con le bambole

Sono convinto che un figlio lo si debba amare per quello che è, non soltanto quando ci compiace. Fin dal primo giorno di vita, il bambino non appartiene ai genitori, non è - lo dimostrerà sempre di più - una loro emanazione. E' e sarà una persona unica, con qualche istruzione - ricevuta da parenti, insegnanti e amici, ma comunque rielaborata - che eventualmente avrà deciso di trattenere. Le esperienze che farà saranno soltanto sue e nessun avvertimento, nessun buon consiglio varrà quanto ciò che vivrà direttamente. Nessun insegnamento sarà per lui tanto fondamentale quanto la vera vita, quella vissuta.
Spero che mio figlio diventi il più possibile una persona indipendente. Tuttavia, già a partire da oggi, il mondo in qualche maniera rema contro questa mia e soprattutto sua aspirazione naturale. Lo fa in tanti modi, attraverso mille condizionamenti, ogni giorno che passa. Non siamo liberi: è questa la verità. Ma ciò che mi sconcerta davvero è propriamente l'azione - per così dire - dal basso, dal banale, dal quotidiano più stupido, finalizzata al controllo, all'ortodossia, al "così dev'essere".
E adesso, finalmente, parlo chiaro: Dodokko, tre anni e due mesi, finora non ha mai giocato con le pistole al cowboy, le macchinine lo annoiano, così come i videogiochi. Preferisce leggere, leggere tantissimo, le favole. Le sue preferite, ultimamente, sono: La bella e la bestia, La bella addormentata nel bosco, Biancaneve, Cenerentola, Gli Aristogatti, Winnie the Pooh, La spada nella Roccia, Trilly e tante altre che ora neanche mi vengono in mente. Ma il concetto credo sia chiaro comunque: mio figlio predilige le storie con protagonisti femminili. E di questi ha tutta una serie di gadget che il mercato ci ha imposto: bamboline raffiguranti le principesse della Disney, palloni con gli stessi personaggi femminili di queste favole, persino una tovaglietta per la prima colazione con Biancaneve e company.
Tutte cose che io stesso gli ho comprato, dopo che me le ha chieste, senza nessun problema e soprattutto perplessità riguardo la sua identità sessuale. Identità, qualunque essa sia, e inclinazione, qualunque essa sarà, che non mi interessano affatto: mi basta che mio figlio sia felice e soprattutto sereno da questo punto di vista. La sua sfera sessuale sarà un suo aspetto privato e veramente non vedo di che preoccuparsi in proposito.
Tuttavia - e qui torno al punto di partenza - non manca chi lancia allarmi, chi avverte di un problema imminente e chi lo fa anche davanti a lui, provocandogli - mi è stato raccontato - addirittura uno stato di ansia quando, ad esempio, qualche pomeriggio fa Dodokko voleva andare a dormire con la bambola di Biancaneve. Una volta sul letto con il pupazzo, si è improvvisamente rattristato e ha esclamato: "Ma io sono un maschio, Biancaneve è per le femmine". Noi genitori gli diciamo che non ci sono giocattoli e favole fatti appositamente per i maschi e per le femmine. Racconti e giocattoli, pupazzi e favole, se sono belli lo sono per tutti, a prescindere dal sesso di chi li usa.
Ma queste nostre rassicurazioni devono vedersela con una quotidianità fatta di obiezioni continue e in un solo weekend, quello appena trascorso, ne ho raccolte almeno tre: dal parente che, appena l'ha vista, ha detto davanti a lui e senza mezzi termini che la tovaglietta è da femmina; all'amico che ha detto la stessa cosa a proposito di una sua bamboletta; al bambino poco più grandicello incontrato al parco e che, dopo aver giocato con Dodokko con il pallone con le principesse per più di mezz'ora, si è accorto improvvisamente delle figure che vi erano ritratte e lo avvertito che quello non era un pallone da maschi, proponendogli di cambiarlo e di giocare con il suo, quello classico, quello con gli esagoni bianchi e neri. Quello molto più geometrico, più giusto, più regolare o, ancora meglio, regolamentare.