lunedì 26 luglio 2010

"Papà parla bene"

"Hai sentito cosa ha detto Dodokko?", mi chiama mio suocero, l'altra mattina, nel momento esatto in cui sto per aprire la porta di casa e uscire per andare al lavoro. Torno indietro e chiedo: "Che ha detto?". "Che papà parla bene", mi riferisce testualmente il nonno di mio figlio davanti a lui.
La cosa mi fa piacere, ovviamente, ma saluto di nuovo e vado via, mentre fra me penso a come possa fare un bambino di tre anni a distinguere se uno parla bene oppure male.
Rifletto ancora un po' su quella frase e alla fine giungo alla conclusione che ciò che Dodokko ha voluto dire veramente è che "papà (mi) parla (bene)". Ossia che noi, quando stiamo insieme, semplicemente passiamo molto del nostro tempo a parlare. E questo sì , invece, che il mio bambino lo sa.
Noi due parliamo sempre, di tutto, senza censure, senza risparmiarci con spiegazioni, commenti, analisi e risate. Non soltanto da parte mia, ma anche da parte sua. Siamo due veri interlocutori e tra noi non ce n'è uno maggiore e uno minore, uno che prevale e l'altro che soccombe, uno che ha sempre ragione e l'altro che ha sempre torto.
Siamo molto democratici, lui e io, e non solo conosciamo a memoria l'articolo 21 della Costituzione, ma lo mettiamo in pratica ogni giorno.
E' un riconoscimento, il suo, che mi ha commosso, soprattutto perché saper parlare vuol dire anzitutto sapere ascoltare molto bene. E io, come d'altronde lui - mi sembra - teniamo le orecchie molto ben aperte quando parliamo fra noi.

giovedì 22 luglio 2010

All'angolo della strada

Quando io stesso ero mio figlio
l'estate mi tirava per la maglietta
e il giorno era della stessa materia
con cui è costruita l'eternità
Durava quel tanto che doveva
ma la felicità mai esauriva.

Quando io stesso ero mio figlio
momenti di totale disperazione
aspettavano all'angolo della strada
E io afferravo anche quelli
con le mani in tasca
e il sorriso sul volto.

Ora che sono diventato mio padre
posso dirlo che non c'è mai stata
questa linea di confine
fra ciò che era prima
e ciò che dopo è accaduto
Ché c'ho girato intorno alla vita.

All'angolo della strada
ho trovato quel che avevo perduto
Le foglie sono volate via una sera
e poi sono tornate a colorare l'albero
Sotto al cielo aperto le radici
sono mani che scavano nella terra. (2010)

mercoledì 21 luglio 2010

Vite parallele

E' sempre così: come passare davanti a un cinema e non entrare. Restarsene a guardare le locandine, lì di fuori, mentre il film inizia. Ma può essere anche così: come entrare nel cinema e vedere un pezzo soltanto del film. Uscire a metà della storia, il racconto che prosegue comunque, con o senza di te.
Gli ospedali mi fanno uno strano effetto, dovuto al tipo di esistenza, quella degli ammalati, che si svolge al loro interno, mentre la tua ha un corso completamente differente, fuori dal cancello o dalle vetrate dei reparti. Vite e storie diverse, che non si incontrano mai: parallele, vicine eppure distantissime fra loro.
Non cambia niente se te ne stai dentro, ricoverato, oppure fuori, sano come un pesce. Il punto di vista di partenza non ha alcuna influenza sullo svolgersi delle storie parallele dei sani e degli ammalati. Il fatto è che ciascuna ha un orizzonte costruito con un muro di mattoni e che le finestre stanno sempre troppo in alto per guardare dall'altra parte.
Sei sano e la tua esistenza quotidiana ha i ritmi normali della vita di tutti i giorni. Sei ricoverato e quelle quattro mura della tua stanza diventano il tuo unico mondo: ti auto-adatti alla nuova dimensione.
Il mondo prosegue la sua storia sia che tu stia dentro e sia che ti trovi fuori. Il film inizia anche se non entri nel cinema e prosegue anche se ne esci prima.
Ora, si tratta soltanto di immaginare, senza muri e senza finestre, piccole storie che hanno avuto corso anche senza di te.
Sabato sono ritornato nell'Ospedale per bambini, quello dove Dodokko è stato ricoverato a dicembre. Ho ritrovato le stesse stanze, gli stessi padiglioni e corridoi, gli stessi giochi. Ho rivisto gli stessi bambini. E ho rivisto anche mio figlio fra loro, come se da lì non fosse mai uscito. Ho rivisto un film dell'orrore, che replica giorno dopo giorno anche senza che io stia lì a guardare. Lo stesso identico film interpretato da attori quasi sempre al debutto: storie vecchie e nuove, vicende che si svolgono in un mondo a parte, spesso ignorato, ma che hanno un inizio, un corso e una fine. Che lo si voglia oppure no.

martedì 20 luglio 2010

La cosa fondamentale


"Ci fermammo di fronte a un altro dipinto: - Questa è sua moglie, questi sono i suoi due bambini. Guarda lo sfondo, è nero. La moglie è stanca, affaticata dalla vita. I due bambini sono spauriti, guardano da qualche parte, con inquietudine. Tre figure ritagliate su uno sfondo buio. Sembra che il pittore dica: ecco che cosa sono riuscito a strappare alla morte" (Tiziano Scarpa, Le cose fondamentali, Einaudi, p. 159).

Questa volta non ho scritto alcuna premessa, non ho messo le mani avanti come nel post precedente 'Figli come opere d'arte', ma ho voluto andare diritto al punto, alla 'cosa fondamentale' del libro sulla paternità di Tiziano Scarpa. E cioè che per tutta la loro vita l'opera d'arte dei genitori consiste nello strappare i figli alla morte. Nell'allontanare il più possibile questo momento inesorabile, che invece deve colpire loro, per primi. E lo fanno ogni giorno, passo dopo passo, ogni momento che se ne prendono cura.
"Strappare alla morte", non abbiamo timore di dirlo, è ciò che fanno i genitori con i figli e gli artisti quando creano un'opera d'arte. Anche se ciò che resta li sopravvive per uno spazio temporale comunque breve, è questa dilatazione del tempo che conta e tale prolungamento della vita, questo sforzo immane e immanente dell'uomo, che tende verso un infinito che termina generazione dopo generazione ma che allo stesso tempo prosegue palpitante, è la cosa fondamentale: in poche parole, la lotta della vita con la morte e la loro coesistenza imprescindibile.

Errata corrige: nel post precedente ho scritto di aver letto molti commenti negativi riguardo il libro di Scarpa: è un'inesattezza e quelli che ho trovato lasciano il tempo che trovano. Non avrei dovuto scrivere che forse faccio parte di una minoranza, dato che Le cose fondamentali a me è piaciuto. La verità è che, digitando su google il titolo del libro fra virgolette, il primo risultato che appare fa riferimento a un sito su cui c'è una bella recensione a cui segue però una serie di brutti commenti non motivati, di poche righe e che ho letto distrattamente.
Sono cose che possono accadere con Internet e con i motori di ricerca, che non 'piazzano' i risultati delle ricerche seguendo un ordine qualitativo, ma - non me ne intendo molto - probabilmente seguendone uno quantitativo, basato sul numero di clic che un certo sito riceve.
Invece, a guardare bene, il web è pieno di critiche positive del libro di Scarpa e a queste desidero aggiungere anche il mio modesto contributo e la mia ottima opinione.

lunedì 19 luglio 2010

Figli come opere d'arte

Una premessa, anzitutto: non sono un critico letterario, quindi, ciò che dirò del libro di Tiziano Scarpa, Le cose fondamentali, che ho appena finito di leggere, riguarda il mio gusto personale e, soprattutto, ciò che penso della letteratura e dell'arte in generale. Cioè che essa deve essere espressione (in bella forma) dei nostri pensieri.
Tengo a fare questa precisazione perché, appena chiuso il volume, ho fatto una ricerca sul web per trovare qualche recensione del libro e molti commenti che ho letto sono semplicemente negativi. Eppure, a me il libro è piaciuto...ma può anche darsi il caso che io non l'abbia capito, dato che mi pare di trovarmi in minoranza.

Ma veniamo alla sostanza: soprattutto mi è piaciuta, perché la condivido appieno e perché mi ha dato lo spunto per una serie di riflessioni, l'espressione dell'antagonista, nel racconto di Scarpa, secondo cui "i figli sono (devono essere) come delle opere d'arte". E' facile fare dei figli, molto più semplice che adottarli: non è richiesto alcun certificato medico ai genitori, nessuna analisi psicoanalitica, nessuna dichiarazione dei redditi, nessun tipo di conto in banca e nessuna storia familiare particolare.
Più difficile, molto più difficile è allevarli in modo 'giusto', perché divengano uomini e donne senza particolari problemi: 'normali', perché no: è questa la parola giusta. Ossia, un po' come tutti i loro coetanei, senza troppe stranezze o differenze, fatte salve le peculiarità che distinguono ciascuno di noi come individui.
Allora torniamo alla storia dei figli 'come opere d'arte' e del tentativo che i genitori dovrebbero fare per realizzare questi monumenti viventi. Una prova che inizia nel momento in cui essi incominciano ad amare i propri figli e valida anche se a un certo punto il padre dovesse accorgersi che quel bambino, proprio quello lì non è il suo figlio naturale. A questo punto, non fa e non può fare differenza se ha iniziato ad amare e ad allevare quel piccolo. Ormai è tardi e il senso di responsabilità nei confronti di quella creatura cresce giorno dopo giorno.
E giorno dopo giorno, di anno in anno, amare e incoraggiare, correggere e sostenere, indicare e guidare, ridere e piangere mentre la vita passa, significa dar forma a un pensiero e costruire un'opera d'arte che ci sopravviverà e in cui noi stessi, da genitori, in qualche modo continueremo a essere ospitati.

lunedì 5 luglio 2010

venerdì 2 luglio 2010

Papà spaziali


Sono sicuro che i nomi di Terry Virts e di Nicholas J.M. Patrick (primo e ultimo a destra nella foto Nasa) non diranno nulla ai più, ma sono quelli di due uomini che hanno realizzato un sogno comune alla maggior parte dei bambini. Anche loro da piccoli sognavano di fare gli astronauti e da grandi sono andati per davvero nello spazio. Lo hanno fatto con lo shuttle Endeavour lo scorso febbraio e ieri ho avuto occasione di incontrarli.
Oltre a raccontarmi quali fossero i loro sogni da bambini, mi hanno detto qualcosa del loro modo di essere padri oggi. Patrick ha tre figli, mentre Virts ne ha due. A entrambi ho chiesto se anche i loro bimbi desiderino diventare astronauti e mi hanno risposto di non incoraggiarli in questo e che per il momento hanno altri interessi. Poi ho domandato loro se sentono la mancanza dei figli quando sono in missione e mi hanno detto che hanno la possibilità di comunicare con loro video-telefonando attraverso un computer.

Infine, la domanda più importante dal mio punto di vista: "Siete preoccupati per i vostri bambini, quando siete nello spazio?", sottintendendo la possibilità che qualcosa possa andare storto mentre ci si trova a migliaia di chilometri da casa.
"Non c'è il minimo tempo per preoccuparsi, perché ci sono davvero tantissime cose da dover fare e a cui pensare mentre si è in orbita. La concentrazione è ai massimi livelli e siamo stati addestrati per far fronte alle emergenze", rispondono sorvolando - è proprio il caso di dire - sul senso vero della mia domanda.
E' dire che, personalmente, un poco di angoscia mi prende ogni qualvolta mi chiudo dietro la porta di casa e salgo sul treno per andare al lavoro.