mercoledì 26 maggio 2010

Ti piace quando rido, papà?

"Ti piace quando rido, papà?". Me lo ha chiesto Dodokko domenica mattina, appena usciti di casa, mentre camminavamo su un marciapiede inondato dal sole. Gli ho risposto di sì, ovviamente: "Certo che mi piace - gli ho detto -. Anzi, dovresti sorridere sempre. Vorrei che fossi sempre felice e che non piangessi mai".

Mio figlio ha cominciato subito ridere, appena dopo aver ascoltato le mie parole: ha preso alla lettera ciò che gli ho detto. Il suo è stato un sorriso bello, anche se non troppo spontaneo. Un sorriso voluto, ma non forzato, per nulla artificiale: un sorriso contento.

martedì 18 maggio 2010

La valigia del cavalier Strombazza


Tanto è una storia basata su degli equivoci. Capirla oppure no non faceva differenza. L'importante era divertirsi. E Dodokko si è divertito eccome domenica, alla sua 'Prima' al teatro dei burattini San Carlino di Roma. Fra tanti bambini urlanti, ha urlato anche lui dalla platea come mai lo avevo sentito fare. Soprattutto, gli sono piaciute le bastonate che si sono date Pulcinella, Arlecchino e Grattone. E ha anche voluto interagire con loro, indirizzando ogni tanto contro questi personaggi il raggio (elettrico?) che parte dal suo dito. Poi si è voltato spesso in direzione della sua cuginetta un po' più grande di lui, facendole sentire la sua grassa risata soddisfatta e per condividere con lei il suo godimento della rappresentazione.
Equivoci, dicevamo. Che nascono per due valigie identiche, nel caso del racconto a cui abbiamo assistito, ma anche a causa di due realtà contrapposte e che a un certo punto sono entrate in contatto fra loro. Dodokko, al termine di una bella giornata, aveva la febbre e il giorno dopo lo abbiamo trascorso a casa, fra medicine, giochi, discorsi, ricordi raccontati. Uno di questi ultimi è stato il riepilogo del pomeriggio al teatro: "Ti ricordi, c'era Tommaso e Iaia"; "Ti ricordi, ho mangiato le patatine"; "Ti ricordi, c'era quella signora vestita da strega di Biancaneve...però non era la strega...ci assomigliava...però non era la strega...".
Ecco, quel che voglio dire a proposito degli equivoci è che i bambini, almeno quelli piccoli come il mio, così come i burattini, non si soffermano molto a considerare la realtà per quella che è. Noi adulti, se stiamo male, non ci divertiamo affatto e se, in queste condizioni, dobbiamo proprio partecipare a una festa, come minimo ne conserviamo un ricordo nero.
Insomma, noi cerchiamo di non equivocare e tendiamo a distinguere i fatti, a ordinarli, a propendere per l'oggettività, a ponderare le conseguenze future. Loro invece vivono in un presente infinito e conferiscono alla realtà tutta la forma che essi stessi desiderano. Scambiare il male con il bene, un malessere con una sensazione piacevole è un'abilità dei più piccoli. Equivocare è per loro un gioco congeniale.

giovedì 13 maggio 2010

Lo strano caso della cicogna di Lodi (I indizio: il tiglio)


E' una storia vera e una favola triste quella accaduta qualche giorno fa a Caselle Lurani, vicino Lodi. Ne ha parlato il Corriere della Sera e, sulle stesse pagine, ne ha scritto un commento perfino il poeta Tonino Guerra.
Protagonista di questa storia e di questa favola è una cicogna, anzi un cicogno, morto in circostanze ancora non del tutto chiare, probabilmente per salvare il suo nido e la sua covata, due uova (ma c'è chi dice fossero addirittura tre!), la sua discendenza, la sua prossima generazione di cicogne.
Ora, giornale alla mano, ascoltati alcuni testimoni diretti della vicenda, voglio raccontarvi come sono andate veramente le cose, quali sono state le dinamiche reali dei fatti e, soprattutto, dirvi per ultimo qual è il movente dell'omicidio. Sì, avete sentito bene, dell'omicidio, perché di questo trattasi e non di incidente come vuol farci intendere la cronaca. E voglio anche cogliere l'occasione per invitare i lettori, che abbiano a loro volta sentito parlare della vicenda o abbiano assistito in prima persona ai fatti, a farsi vivi e a dire senza timore ciò che hanno appreso.
Iniziamo dal tiglio, l'albero sul quale una coppia di cicogne aveva nidificato dopo Pasqua. Se osserviamo bene il taglio del tiglio, la cima del tronco, le fronde di foglie attorno alla sommità del fusto, noteremo che la pianta in questione assomiglia più a un palo di legno che a un albero. Senza alcuna chioma rigogliosa, il traliccio è praticamente il piedistallo sopraelevato del nido, essendo stato, con tutta evidenza, potato all'inizio dell'inverno. Un tronco senza rami è come un busto senza braccia e come un collo senza testa: in ogni caso, qualcosa di macabro e di per sé malaugurante. Ma tant'è, la cicogna Elisabetta ne aveva scelta la sommità per stabilirvi il domicilio, per costruirvi la nursery della sua figliata e per crescervi la prole. Era il posto ideale per Elisabetta, l'osservatorio migliore sulla faccia del pianeta, un punto privilegiato da cui poter vedere a 360 gradi ciò che attorno al suo nido accadeva, fra il profumo dolce che le foglie del tiglio avevano cominciato a emanare fin dall'inizio della primavera.
E ciò che era accaduto era stato scorgere il cicogno Clooney, vederlo planare sul nido con le sue ali maestose, accoglierlo senza esitazione: amore a prima vista, direbbe qualcuno, e così fu davvero, perché l'uccello era senza dubbio ciò che di meglio era mai passato da quelle parti negli ultimi tempi. Ma se il tiglio era senza dubbio un ottimo punto d'osservazione, allo stesso modo non era facile non essere osservati per gli stessi Elisabetta e Clooney. E il loro incontro era stato inevitabilmente 'registrato' dagli occhi di un altro cicogno: Teodoro.
Anni prima che questa storia incominciasse, Teodoro aveva corteggiato Elisabetta ma era stato respinto senza appello a causa del suo carattere aggressivo, che a volte sfociava in episodi addirittura violenti. Come quando si era presentato con le piume tutte gonfie e aveva stretto fra le ali robuste la povera Elisabetta, che da un eventuale partner non avrebbe desiderato altro che un po' di dolcezza. Insomma, alla cicogna piacevano i tipi romantici, non i bulletti da due soldi che sapevano soltanto pavoneggiarsi e mostrare i muscoli. Le piacevano di più quelli che la invitavano a cena senza saper celare un certo imbarazzo nel farlo e che magari le portavano, se non un topo, almeno un lombrico da mangiare: un sogno, dunque, d'altri tempi.
Così pensava Elisabetta, fino al giorno in cui conobbe Clooney, il giorno che le cambiò la vita...

martedì 11 maggio 2010

Violenza (ancora sulla libertà e l'intolleranza)


Sulla libertà che suscita l'intolleranza, una poesia di Paolo Bellino detto Rotafixa. Uno che ama la bicicletta e il senso di libertà che questo oggetto produce.


violenza

Non conto più le volte che mi hanno minacciato
insultato
mandato a quel paese.

Non so perchè.
O meglio lo so: sono un ostacolo.
Un uomo di traverso sulla strada del progresso.
Un nemico dell'economia.

Questi mi vogliono fare fuori perchè sono in mezzo alle scatole.
Me lo dicono, non è uno scherzo.
E non è neanche uno stato centroamericano sfigato la cui produzione principale é cocaina.
Questa é l'Italia.
Una violenza insensata, fortunatamente finora senza sbocchi.

Dovremmo passare il tempo a baciarci e invece sogniamo di scannare qualcuno.


(Paolo Bellino detto Rotafixa http://www.movimentofisso.it/)

venerdì 7 maggio 2010

Libertà e intolleranza quotidiane

Meravigliosa la frase sentita stamattina, rivolta a me in presenza di mio figlio: "Io questo qui lo ammazzerei!". Ora vi spiego come è nata, chi l'ha detta e, ovviamente, anche il perché. Dunque, come ogni giorno, stavo accompagnando Dodokko all'asilo, in bicicletta. Per farlo, essendo la mia un tipo di bici non predisposta per il seggiolino, durante tutto il tragitto sorreggo col braccio sinistro mio figlio mentre con il destro tengo il manubrio. Poi pedalo sul marciapiede, perché è più sicuro della strada, con tutte le macchine che passano. Durante la nostra breve passeggiata, fra un sorriso e una frase, incrociamo ed evitiamo alberi, buche, negozi, cani e persone. Ogni mattina, più o meno, sempre gli stessi alberi, buche, negozi, cani e persone. Come il gruppetto di pescivendole, fuori dalla pescheria, che chiacchierano fra loro.
Non so se improvvisamente o se ci pensasse da tempo, fatto sta che una di loro, appunto, stamattina evidentemente ha preso coraggio, è ha detto la frase stupenda che ho riferito.
Cosa può avere infastidito la pescivendola fino a farla parlare in quel modo? Il fatto che porti in maniera non ortodossa mio figlio in bicicletta? Oppure il fatto che pedali sul marciapiede (anche se ad almeno due metri da lei)? O il fatto che attraversiamo il 'suo' territorio, il suo piccolo appezzamento di fronte al suo feudo senza chiederle il permesso?
Si, sono convinto che siano un po' tutte queste le sue 'ragioni'. Ma la principale, quella che più la irrita, sono sicuro che sia la nostra libertà: di sorridere spensierati mentre andiamo in bicicletta come degli acrobati su una fune sospesa sul marciapiede di tutti. D'estate come d'inverno, con il caldo o con la pioggia che ci fanno un baffo, con le buche e i pedoni che evitiamo, con la nostra gioia talmente evidente e che non abbiamo motivo di nascondere.
E' la nostra libertà che suscita l'invidia e l'intolleranza degli altri. La libertà che mio figlio mi insegna e che io stesso gli insegno. La libertà che viviamo un poco ogni giorno e di cui non possiamo fare a meno. La stessa libertà che custodisco per lui, per quando sarà grande. La libertà irrinunciabile che un giorno dovrà portare con sé e accompagnarlo ovunque sarà diretto.