giovedì 15 aprile 2010

Le orecchie

Ora non venitemi a dire che le orecchie non sono la cosa più importante quando si comunica con qualcuno. La bocca serve per parlare, questo si sa. Ma le orecchie sono fondamentali quando si vuole capire chi ancora non parla bene. Ieri ho rivisto alcuni filmati dell'anno scorso, quando Dodokko era più piccolo e si esprimeva ancora per mezzo di bisillabi. Diceva: "Do-do, la-la, qua-qua", eccetera, ma per me che lo ascoltavo le sue parole primitive contenevano dei significati e riuscivamo a comunicare e a capirci. Sentire oggi, a distanza di relativamente poco tempo, le sue frasi di allora e il suo linguaggio dimenticato mi ha fatto sentire come uno che ascolta una persona straniera parlare in una lingua sconosciuta.
Paragonando le parole di quel tempo al modo in cui mio figlio parla oggi, mi sono domandato come facessi a capirlo. La risposta che ho trovato è racchiusa, appunto, nella storia delle orecchie. Quando si vuole comprendere qualcuno, quando si vuole intendere cosa ci domanda, quando si devono conoscere i suoi bisogni, quando si debbono trovare delle risposte, quando si deve reagire è necessario aprire al massimo i padiglioni auricolari. Ci si protende con tutto il corpo verso chi si ama, ci si mette nei suoi panni, ci si concentra, apriamo al massimo i recettori. A quel punto i sensi si risvegliano e diventano attivi più che mai. In una parola, si diventa sensibili all'ennesima potenza e, dunque, sentiamo. In modo fisico, metafisico, spirituale, epidermico o timpanico, mettetela come volete: sentiamo. Con le orecchie o altro o con qualcosa di più, non ha importanza: sono cose che accadevano un anno fa, per caso o per sbaglio. O semplicemente perché, tra mio figlio e me, ancora non c'era maniera migliore per comunicare.

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