venerdì 30 aprile 2010

Semplici riflessioni

Forse è bassa letteratura oppure sono semplici riflessioni dette ad alta voce da uno qualunque. Questo blog non è autorevole, né lo è il suo autore: qui c'è un diario, qualche opinione (non la Verità), nulla di scientifico. Insomma, prendete ciò che leggete per quel che sono: fatti e pensieri personali messi a vostra disposizione. Nient'altro che questo.

Per esempio, Ciao papà, qui di sotto, come altri post, non è altro che l'occasione per riflettere sul male necessario e sulle medicine per vivere che fin da piccoli siamo costretti a ingoiare. E sull'accettazione della brutta realtà che subiamo già da bambini, ovvero fin dal momento della spensieratezza o del pensiero astratto, e che uomini e società adulte ci inculcano sin dai primi giorni di vita.

Lo so che "è normale che questo accada", lo so che "così si cresce", lo so che "in tal modo si diventa uomini", come so, purtroppo, che cominciamo a divenire adulti sin dal primo vagito. Ma è proprio questa mia presa di coscienza a terrorizzarmi: è assurdo, ma iniziamo a perdere la nostra fanciullezza quando siamo ancora in fasce. Tutto il mondo è schierato per questo scopo e combatte contro un'età definita 'della formazione'. Un età di passaggio, dunque, che nulla ha a che fare col presente, tutta proiettata, com'è, verso il futuro.

Il futuro, invece, ovvero il mio presente lo vedo talmente insignificante: ma, lo stesso, è verso questo futuro che tendiamo l'arco e proiettiamo i nostri figli.

"Funziona così": so anche questo. "Sono malinconico": forse. "Depresso?": no, mi dispiace, non lo sono affatto. Semmai realista: questo sì, lo sono.

mercoledì 28 aprile 2010

Ciao papà

E' sempre una questione di contesti: Dodokko mi ha detto tante volte "ciao papà", ma sempre quando ci siamo rivisti dopo una separazione più o meno lunga. Mai prima di ieri, invece, lo aveva fatto in modo così esplicito: quando cioè l'ho accompagnato all'asilo e l'ho salutato come sempre e lui mi ha risposto, per l'appunto: "Ciao papà".
Non so se sentirmi sollevato oppure dispiaciuto per un saluto dato nel momento in cui ci si accinge a separarsi e non dopo, quando invece ci si rincontra. Da una parte mi fa piacere che mio figlio accetti senza fare più drammi il fatto che ogni mattina ciascuno di noi debba prendere la propria strada. Dall'altra mi rendo conto di quanto, a neanche tre anni, sia costretto non solo a fare i conti con la realtà del distacco, ma addirittura con l'accettarla.
Come se la separazione fosse un male inevitabile oppure una malattia incurabile, di cui siamo costretti a soffrire ogni giorno. In silenzio e con un sorriso finto fino a sera, quando a giochi fatti ci rivediamo.

giovedì 22 aprile 2010

Il 'Conflitto' della Badinter e il fallimento della donna-madre



Da un po' di tempo si parla molto dell'ultimo libro di Elisabeth Badinter Le conflit. La femme et la mère (Flammarion). A stupirmi non sono molto gli articoli, pubblicati sui quotidiani e sui blog, del saggio della filosofa femminista francese, ma i commenti di tante persone, così tante madri, schierate dalla parte dell'autrice. Quando ho letto le recensioni del libro sui vari mezzi di comunicazione in cui sono apparse, la prima idea che mi è balenata è stata di trovarmi di fronte a un tentativo, per altro ben riuscito stando alle vendite in Francia, da parte della Badinter di dire cose volutamente sovversive parlando di maternità da un punto di vista del tutto innaturale. In sintesi, mi è parso che, sedendosi al tavolino, la scrittrice abbia 'teorizzato' in maniera del tutto aprioristica una sua visione dell'argomento che non tiene conto di un fatto imprescindibile: che i due elementi del binomio 'donna-madre' non sono antitetici fra loro, ma complementari nel senso stretto del termine, dove la parola madre completa (eventualmente) la parola donna.

Se poi, in questa società 'moderna' in cui viviamo, la donna non ritiene (e ha tutto il diritto di farlo) di realizzarsi (o completarsi) nella maternità, ma in altri ambiti, possiamo fare anche un ragionamento meramente logico sul binomio donna-madre. La donna-madre è donna in generale e madre in particolare (cioè rispetto al figlio), così come la donna-lavoratrice è sempre donna in generale e lavoratrice in particolare (rispetto al lavoro). Di esempi se ne potrebbero fare altri mille, ma ciò che deve essere chiaro, ancora una volta, è che 'donna' e 'madre' non sono termini contrapposti. Semmai, il secondo esprime una condizione del primo, senza necessariamente escluderlo.

Al di là delle analisi, ora voglio dire cosa penso io della faccenda. E cioè che abbiamo raggiunto un livello di ignoranza senza precedenti nella storia dell'umanità: un'ignoranza che imputo anche alla filosofa. Un'ignoranza che non ha a che fare con quanto si conosce, con quanti libri si sono letti e quanti se ne sono scritti, ma con le nostre coscienze. Ma è davvero possibile credere di poter razionalizzare la realtà e pensare che la natura sia un'emanazione della ragione e non viceversa? Per la Badinter, i figli - lo dice senza mezzi termini - sono una schiavitù e sono all'origine della mancata realizzazione della donna all'interno della società: da qui il titolo del suo libro 'Il conflitto' e il dilemma che ne scaturirebbe fra essere donna oppure madre. Ove, nell'accezione di donna sarebbero comprese tutte le forme di realizzazione culturali, professionali ed economiche possibili, mentre il termine madre, evidentemente molto più limitativo, conterrebbe la causa nefasta della mancata realizzazione della prima. Ma veramente - mi chiedo - dobbiamo dare la colpa dei nostri fallimenti personali, sociali e lavorativi ai nostri bambini? Una volta le femministe lottavano per una società diversa, perché fosse riconosciuto il ruolo della donna al suo interno, per la parità dei diritti con l'uomo. Oggi, mi sembra, le femministe non sanno più con chi prendersela. Oppure lo sanno: con i figli.

La realizzazione di ognuno di noi non può essere forzata, non può mai, ripeto, mai, partire da un'idea razionale, così come sembra voler dire la Badinter. La nostra realizzazione, il nostro completamento passa attraverso la nostra natura. Diverremo noi stessi solamente quando ci saremo trasformati in ciò che già siamo in nuce. Così come fa la quercia, che diventa l'albero bello e forte che conosciamo soltanto quando la ghianda riceve la giusta dose di acqua e di luce e quando si pianta nel terreno più adatto. Eccola la vera idea della quercia: la sua ghianda e le giuste condizioni per crescere. E' l'idea della natura delle cose: le cose che hanno la possibilità di esistere semplicemente grazie al fatto che riproducono se stesse infinite volte.

Infine, allo stesso modo in cui la quercia mai e poi mai penserebbe di essere in conflitto con la sua ghianda, la donna non dovrebbe sentirsi in conflitto con la propria natura di madre. Sempre, ovviamente, che la maternità faccia parte della sua natura di donna. Perché? Semplice: perché il figlio per la donna, così come la ghianda per la quercia, è se stessa, sono la donna e la quercia stessa. Madre e figlio sono le facce della stessa medaglia. Tante volte quanto questo sarà possibile, tante volte finché, anche qui, non ci metteremo mano noi, proprio come fa la Badinter, con la nostra testa e con la nostra folle volontà di razionalizzare la natura.

lunedì 19 aprile 2010

Merda

Se la sintesi di tutto fosse racchiusa proprio in questa parola: merda? Pare che l'essenza del rapporto fra genitori e figli, degli uni verso gli altri e viceversa, in ogni senso lo si legga, sia esattamente quella di prendersi cura, prima o poi, della merda altrui. Almeno, stando agli ultimi due libri che ho letto, che a parte la merda, figurata o vera e propria che sia, hanno a che fare molto poco l'uno con l'altro. Si tratta de' La cena e di Patrimonio, rispettivamente di Herman Koch e di Philiph Roth. Non un gran che il primo, avendo deluso la mia aspettativa di trovarvi una sorta di dilemma sofocleo. Senz'alto migliore e, come sempre, fatto molto bene, quello dell'autore americano.

Ma torniamo all'argomento di partenza, alla merda. Nel racconto dello scrittore olandese i genitori debbono togliere dai guai il figlio, responsabile, assieme al cugino, di un omicidio orrendo. E lo faranno proteggendolo in maniera certamente diseducativa (ma ciò non conta se sei con le spalle al muro) e con mezzi poco ortodossi. Nel romanzo autobiografico di Roth, invece, la merda in questione è quella vera, quella di cui l'autore riesce a farti sentire, fra le pagine, addirittura la puzza. Quella che il vecchio padre ammalato non riesce a trattenere e che esplode inondando a 360 gradi tutto ciò che trova intorno. Merda che il figlio dovrà pulire per non far sentire ulteriormente mortificato il padre e con cui si sporcherà dopo aver lavato il genitore e dopo che questi, sfinito, si sarà addormentato.

Nel suo libro, Roth afferma che è appunto questa merda da pulire l'eredità che il padre gli ha lasciato, il suo patrimonio. Io sono totalmente d'accordo con lui: nella relazione fra genitori e figli ciò che davvero conta è la solidarietà che si instaura e che si manifesta nel momento del bisogno. Sia quando i genitori decidono di proteggere i figli, sempre e comunque, e sia nel corso di un episodio disgustoso, quando però a prevalere è quella sensibilità e, ancora una volta, quel senso di protezione verso un padre senza più forze. L'eredità che ci viene consegnata dai nostri genitori è quella che ci insegna ad aiutare il debole e a sostenerlo. Un patrimonio da spendere sia con i bambini che con gli anziani.

giovedì 15 aprile 2010

Le orecchie

Ora non venitemi a dire che le orecchie non sono la cosa più importante quando si comunica con qualcuno. La bocca serve per parlare, questo si sa. Ma le orecchie sono fondamentali quando si vuole capire chi ancora non parla bene. Ieri ho rivisto alcuni filmati dell'anno scorso, quando Dodokko era più piccolo e si esprimeva ancora per mezzo di bisillabi. Diceva: "Do-do, la-la, qua-qua", eccetera, ma per me che lo ascoltavo le sue parole primitive contenevano dei significati e riuscivamo a comunicare e a capirci. Sentire oggi, a distanza di relativamente poco tempo, le sue frasi di allora e il suo linguaggio dimenticato mi ha fatto sentire come uno che ascolta una persona straniera parlare in una lingua sconosciuta.
Paragonando le parole di quel tempo al modo in cui mio figlio parla oggi, mi sono domandato come facessi a capirlo. La risposta che ho trovato è racchiusa, appunto, nella storia delle orecchie. Quando si vuole comprendere qualcuno, quando si vuole intendere cosa ci domanda, quando si devono conoscere i suoi bisogni, quando si debbono trovare delle risposte, quando si deve reagire è necessario aprire al massimo i padiglioni auricolari. Ci si protende con tutto il corpo verso chi si ama, ci si mette nei suoi panni, ci si concentra, apriamo al massimo i recettori. A quel punto i sensi si risvegliano e diventano attivi più che mai. In una parola, si diventa sensibili all'ennesima potenza e, dunque, sentiamo. In modo fisico, metafisico, spirituale, epidermico o timpanico, mettetela come volete: sentiamo. Con le orecchie o altro o con qualcosa di più, non ha importanza: sono cose che accadevano un anno fa, per caso o per sbaglio. O semplicemente perché, tra mio figlio e me, ancora non c'era maniera migliore per comunicare.

martedì 13 aprile 2010

Piazza Navona


Che bella Roma stamattina
e che meraviglia piazza Navona
col ritorno della tramontana

Non c'è nulla che stia fermo
attorno alle statue della fontana
E' tutto un gran fermento di voci

E corpi che fluttuano in ogni direzione
Un paesaggio disegnato dall'acqua
e dal via vai continuo

Fermi come in una fotografia
soltanto i turisti che mangiano la pizza
sulle panchine di marmo

I loro figli masticano
e sembrano sorridere
davanti al sole. (2010)

domenica 11 aprile 2010

Treni


Treni

Ho cenato con qualcuno
ho riempito un po' il tempo
tappato qualche buco
Per un istante ho lasciato
scivolarmi addosso i pensieri

Poi ho digerito la cena
e ho ricominciato il giro
Prendendo autobus e treni
che invece di andare avanti
fanno sempre lo stesso percorso

Come al solito rimango fermo
al punto di partenza
Alla stazione di origine
con cui ogni giorno di più
la mia destinazione coincide

Vado da qualche parte
e ritorno indietro
L'unica cosa che cambia
è che ho mani sempre più vuote
e sono sempre più stanco

Quando prende il treno
mio figlio ignora dove stia andando
Ma il suo viaggio è appena all'inizio
e ogni collina ogni casa
sono una scoperta dell'America

Si riempie stomaco e occhi
con qualsiasi oggetto veda
Mangia con appetito
una cena non precotta
I suoi binari viaggiano uniti
A senso unico. (2010)


venerdì 9 aprile 2010

La partita di pallone


Un pallone che rimbalza sull'asfalto di un marciapiede: è questa la macchina del tempo con cui, l'altro giorno, ho compiuto uno dei miei soliti viaggi nel passato. Seduto su una panchina durante la pausa pranzo, osservo il bambino di otto anni che tira calci a una palla contro un muro. Ripercorro all'indietro tutti i miei anni fino a ritrovare me stesso a quell'età: sullo slargo di fronte la mia scuola elementare, il pallone che rimbalza dalla facciata arancione dell'edificio alla macchina parcheggiata lì davanti. Sudato come soltanto i bambini sono capaci di essere, le guance arrossate e la pelle già rinfrescata dal vento, vestiti e capelli bagnati, a ogni tiro un sogno: il gol del campione, il calcio imparabile perfino per il portiere più bravo del mondo.

Il pallone arriva ai miei piedi, mi alzo dalla panchina e comincio a giocare a calcio con quel bambino sconosciuto ma che in realtà so di conoscere bene. Gli rilancio la palla con movimenti, a dire il vero, un po' arrugginiti a distanza di una trentina di anni. Lui la raccoglie, tenta delle azioni di gioco di cui è incapace, cerca di fare il fenomeno con giocate da numeri 10, tira pallonate di collo e di punta, colpisce goffamente di tacco. Tenta e ritenta, mi chiede di lanciare alto per colpire il pallone di testa e lo faccio felice. Ma la palla finisce fra le macchine, proprio come accadeva ai miei tempi. La vado a recuperare, gliela consegno e gli dico che devo andarmene. "Perché te ne vai?", chiede dispiaciuto il bambino, a me, allo sconosciuto. "Perché devo tornare al lavoro", gli rispondo dicendogli la verità. Mi allontano, il bambino prosegue da solo la sua partita.

Lo so, perché lo sento, che quella data al bambino è una giustificazione che non regge: non me ne vado perché devo tornare al lavoro, non ci sono lavori al mondo che varrebbero quella partita. Invece, me ne vado perché capisco che le partite interrotte trent'anni prima non si riprendono, perché il campionato è terminato da molto tempo, perché la classifica adesso la sta scalando qualcun altro al posto mio. Sono passati trent'anni, dio mio, davvero un'eternità. Il bambino deve proseguire da solo la sua partita. La mia, al contrario, l'ho già giocata ed è terminata da un pezzo, definitivamente chiusa sul 2-0 per l'avversario, nessuna possibilità di tempi supplementari.



martedì 6 aprile 2010

Ottimismi

Esistono almeno due tipi di ottimismo.

Uno è il mio: un ottimismo consapevole, che non si scompone troppo di fronte agli avvenimenti e al loro esito. So che una cosa può andare bene o che può andare storta, ne conosco le conseguenze e, in qualche modo, cerco di accettarle anche se non dovessero essere gradite.
Lo so: un tale modo di ragionare assomiglia di più alla rassegnazione che all'ottimismo, ma io voglio chiamarlo lo stesso ottimismo, perché in genere preferisco restare con i piedi per terra e non amo volare alto con la fantasia.
Il mio è un ottimismo concreto, di chi conosce il duplice risvolto della realtà o, meglio, delle possibilità di essa, di chi non vuole allontanarsi dal mondo per vivere in un universo onirico.

Un altro tipo di ottimismo è quello assoluto, ingenuo e straordinario di mio figlio. Un ottimismo meraviglioso e pieno di belle possibilità, di cui gli adulti non sono più capaci e che, in questi giorni sempre più spesso, Dodokko mi annuncia con questo inizio di frase: “Quando sarò grande, anche io...”.


lunedì 5 aprile 2010

Onnipotenza


Vorreste voi essere dotati del potere di salvare il mondo o, più modestamente, di salvare qualcuno che, in grande difficoltà, si appella unicamente al vostro buon cuore, come se soltanto voi, gli unici ormai sulla terra, potreste risollevarlo dalla sua sciagurata sorte?
Non so: uno che ha fatto bancarotta e che vi chiede un milione o uno che è stato tradito dalla compagna e vi prega di convincerlo che lei lo ama ancora. Oppure, uno che ha perso qualcun altro e vi prega di restituirglielo o uno che ha smarrito il cane e vi chiede di riportarglielo.
Insomma, vorreste voi possedere la formula magica per regalare a uno qualsiasi quel milione o per convincerlo che l'amata lo ricambia con lo stesso sentimento o per far ritornare qualcuno o per restituire immediatamente ciò che si è perso?

Ebbene, fateci caso: questa forza ce l'avete. Tenete la mano di vostro figlio, se vi chiede di farlo, come ha fatto con me Dodokko ieri sera, dopo mezz'ora passata a rigirarsi nel letto senza riuscire ad addormentarsi. Glie l'ho stretta un poco, gli ho accarezzato i capelli e, nemmeno due minuti dopo, mio figlio dormiva serenamente, rassicurato, felice, tranquillo, come se improvvisamente niente al mondo potesse più turbarlo.
Non lo sapevate? Noi genitori, per i nostri figli, siamo onnipotenti: abbiamo poteri straordinari e, se è vero che non possiamo salvare il mondo o la maggior parte della gente in difficoltà, fin quando ci crederanno, potremo aiutare i nostri figli, anche con una semplice carezza sulla mano.