venerdì 5 marzo 2010

Questo era mio padre

Mia moglie l'altra sera ha capito che razza di uomo fosse mio padre. Mi ha letto questa frase, tratta dal libro che abbiamo a casa sulla cura e l'allevamento del bambino: "I genitori mettono al mondo i figli perché amano i bambini e vogliono averli. Li amano anche perché ricordano di essere stati, a loro volta, tanto amati dai propri genitori, quando erano piccoli". E dopo mi ha domandato: "Era così, tuo padre?".
"Sì, era così mio padre", ho risposto a mia moglie che non ha potuto conoscerlo di persona. Ciò che non le ho raccontato di lui glie lo scrivo qui di seguito.

Mio padre era anzitutto un uomo. Un genitore che amava i figli che, per lui, erano la cosa più importante. Una persona che ci voleva bene con l'istinto e il cervello. Un essere umano forte, ma anche debole, come ognuno di noi. La sua dote più grande era quella di saper capire: gli bastava uno sguardo e con i suoi occhi azzurri sapeva leggerti tutto ciò che serbavi nell'animo.

E poi era uno che sapeva parlare anche senza usare le parole: con un gesto, un'espressione del viso, un abbraccio. Ci dicevamo tutto soltanto guardandoci. Capivamo ogni cosa semplicemente ascoltando le vibrazioni che i nostri corpi emanavano. Così, la felicità come la tristezza taciute erano colte lo stesso, sia dall'uno che dall'altro. Anche quando facevamo finta di niente o quando ci mostravamo indifferenti.

Mio padre non c'è più e adesso ci sono io, a far da padre a mio figlio. In molti mi dicono che nel rapporto che ho col mio bambino gli assomigli e questo lo penso anch'io. Sono stato amato da lui e forse, come dice il libro, è proprio per questo che amo, altrettanto visceralmente, mio figlio.

Da quando mio padre è andato via da questa terra e da quando mio figlio sulla stessa terra è arrivato, pensando a mio padre, nel ricordarlo, mi accorgo di quanto davvero io sia simile a lui. E allo stesso tempo, nel guardare il mio bambino, rivedo me stesso da piccolo, ogni giorno che passa: me stesso fanciullo, attraverso gli occhi miei e quelli di mio padre.

Ecco, di questo mi ha fatto dono mio padre: un momento di eternità che passa dal padre al figlio. Qualcosa che ancora non riesco a comprendere appieno, ma che a volte mi sembra più vicina a un miracolo che a una cosa propria di questo mondo.


2 commenti:

Alessandro Spadoni ha detto...

E' proprio vero. Il ricordo delle persone care ci aiuta a vivere meglio. Il loro esempio, il loro modo di interpretare il mondo, i loro errori, le loro debolezze,tutto è importante per crescere ed essere in qualche modo migliori.
Ricordare il proprio padre, raccontarlo e, perchè no, teantare di superarlo è, a mio avviso, il modo più giusto per rendergli onore e per fare in modo che di lui resti traccia in noi e nei nostri figli. In un certo senso è questa la vera immortalità...o no? Viva i padri se ci aiutano a crescere e far crescere i nostri figli!

desian ha detto...

immenso tema quello dell'immortalità come senso dell'esistenza: è il centro del rapporto figli-genitore, e soprattutto al maschile (lo dice Zoja, lo dicono in molti). Ed è assolutamente singolare come le donne spesso parlano delle loro madri in maniera critica e tormentata, mentre di un padre (anche nei casi di rapporti niente affatto idilliaci) si ha sempre un'idea più aderente, un po' mistica (cattolicesimo italiano) un po' enfatica. E' su queste contraddizioni che noi padri/uomini dovremmo riflettere per capire molte cose di noi e di come vediamo il mondo, di come si svolga il nostro ruolo e di quali "conseguenze" comporta. Infine, ultimo ma non meno importante, cosa può esserci di più umano che un rapporto tra persone. L'amore è terreno, "materiale", viscerale, anima: quella è la divinità, se proprio dobbiamo trovarne una. La grandiosità dell'essere umano, terreno. E la memoria. Grazie della bella riflessione.