mercoledì 31 marzo 2010

La neve


Fu forse la mia lettura preferita quando ancora ero uno studente della scuola media: una storia a fumetti della vita di Napoleone Bonaparte. Un volume misteriosamente scomparso dalla mia biblioteca e a cui ero molto affezionato per un'unica immagine: il futuro imperatore ancora bambino, rinchiuso nel collegio militare di Brienne, che guarda assorto da una grande vetrata i fiocchi di neve che cadono lenti sul cortile della scuola, imbiancandone il pavimento e gli alberi. Lo sfondo, invece, tremendamente scuro nella notte.
Ricordo con grande nostalgia questa scena, la sola che mi sia rimasta in mente di tutto il libro, per alcuni motivi: la solitudine - di cui mi resi conto - che circondava il giovane Napoleone, il divieto di andare a giocare con la neve, la rigidità attorno a lui, non dovuta alla temperatura esterna, ma alle regole inflessibili del sistema educativo a cui il padre lo aveva consegnato all'età di dieci anni e a cui il bambino dovrà sottostare per cinque lunghissimi anni.
Rammento alla perfezione il viso del piccolo generale schiacciato contro il vetro gelido di una possibilità cancellata, di una realtà insormontabile. Soprattutto non dimentico la solita grande capacità di concentrazione che hanno i bambini: se il loro sguardo è rivolto verso la neve, tutto il resto che c'è intorno a loro cessa improvvisamente di esistere, si sgretola in un attimo. Da un certo momento in poi, per loro c'è solamente la neve ed essi stessi diventano la neve, con tutto il carico di conseguenze che a volte ciò comporta: desideri infranti, sogni spezzati, speranze vane, illusione/delusione, precipizi senza fine.

Qualche settimana fa siamo andati con Dodokko sulla neve per due giorni. In un solo week end ho visto mio figlio trasformarsi, da incerto camminatore quasi treenne quale era in un abile scalatore. Abbiamo fatto due pupazzi, uno con il cappello nero e uno ispirato a Paperino e ho seguito il suo consiglio di usare i guanti per loro realizzazione, “perché sennò prendi freddo”. Al termine della giornata di sabato, tornati in albergo, la sera ha iniziato improvvisamente a nevicare: ci siamo messi di fronte al davanzale e ho preso mio figlio in braccio per consentirgli di assistere meglio allo spettacolo. Il cielo era nero di notte, ma i fiocchi erano meravigliosamente candidi contro la luce dei lampioni. Parevano un regalo di Dio, la realizzazione di un desiderio qualunque, così tanti da sembrare elargiti a piene mani da un gigante buono, come presi da un pozzo infinito e distribuiti gratuitamente a chiunque li volesse.
Non so a quale sogno appena realizzato abbia pensato Dodokko, sempre che ne abbia avuto uno. Ciò che so è di aver riconosciuto in un istante i suoi occhi di neve e mi sono reso conto che quella nevicata era tutta per lui. Sono stato felice in quel breve, lunghissimo momento in cui il cielo nero si è tinto di bianco, perché ho avuto la certezza che lo sguardo assorto di mio figlio era talmente pieno di neve da non lasciare alcuna ipotesi di spazio ai precipizi senza fine.

martedì 30 marzo 2010

Tempo di bilanci

Voglio fare un bilancio dell'inverno appena trascorso soltanto sul calendario e che qui, alle mie latitudini e non per questioni metereologiche, ancora persiste, gelido e pesante. Voglio farlo con lo sguardo rivolto verso due direzioni: mio figlio, la mia famiglia, la mia 'media' classe sociale e verso il cosiddetto ceto 'alto', con cui ogni tanto mi capita di entrare in contatto.

Quella non ancora terminata e che è iniziata addirittura a ottobre non è stata, dal punto di vista della salute, una buona stagione nella mia famiglia: ogni mese, a rotazione o contemporaneamente, ci siamo presi dei malanni, a partire da Dodokko, l'anello più debole della catena, che è riuscito a frequentare il nido mediamente due settimane di fila su quattro. Ogni 15 giorni, infatti, lo ha colpito la febbre assieme alla bronchite o alla gastroenterite o altra malattia esantematica.

Tempo 48 ore e la stessa sorte è toccata ai genitori a turno o insieme, a causa - che puoi farci - dell'inevitabilità dei contatti con il figlio. Non voglio dire che la nostra è una famiglia con un sistema immunitario deficitario, anzi, quella nostra è la medesima situazione in cui vive la maggior parte delle coppie lavoratrici con prole, costrette, proprio dal fatto che non possono rinunciare al lavoro, ad affidare i figli all''asilo dell'obbligo' durante l'orario di lavoro.

Famiglie costrette, quindi, non solo ad allontanare da sé, in maniera innaturale e prematura, i figli - ma che vuoi farci se noi stessi siamo figli di questa anomala società - ma anche, successivamente a fare i conti con una nuova stagione di malattie e infezioni varie che non ricordavamo più dai tempi delle elementari e che oggi ci riprendiamo, tutte, assieme ai nostri bambini. Costrette, ancora, a riavvicinarsi a loro soltanto in tali casi d'emergenza: grazie al fatto che stiamo anche noi male e che, quindi, non possiamo recarci al lavoro oppure grazie all'utilizzo di giornate di ferie o di permessi, retribuiti o meno, per assistere i nostri piccoli cari bisognosi di cure (e qui un sentito ringraziamento speciale per tanta magnanimità va al nostro amato padrone-datore di lavoro).

La seconda direzione dello sguardo del mio bilancio - avevo detto, ma non voglio dilungarmici troppo come nella prima - va verso il ceto alto, che tante volte ho avuto la fortuna di poter osservare da vicino, 'in azione' con i propri rampolli. Sto parlando di politici, imprenditori, personaggi dello sport, attori, insomma, gente in carriera che non rinuncerebbe mai a una convention, a una conferenza stampa, a una riunione, a una partita, a un provino, eccetera eccetera per star vicina ai propri figli ammalati. A questo pensano - e sono profumatamente pagate per farlo - orde di tate, prestigiose baby sitter made in UK e, in casi di emergenza, primari sempre reperibili per visite a domicilio (personalmente, di rado posso contare perfino sul mio pediatra di base e assolutamente mai di sabato o di domenica).

Non penso affatto che quest'ultima categorie di persone, in tanti modi e per tante ragioni lontana da me, sia più fortunata della mia famiglia: non la invidio e credo anzi che viva in una sorta di schiavitù permanente nei confronti delle loro 'mission' professionali, dei loro tempi ristretti e delle loro agende. E' gente che si ritiene il centro del mondo, il sole verso cui 'gli altri', perfino i figli, devono guardare. Noi, invece, siamo la gente comune che, per quanto gli è possibile, pone al centro dell'universo i propri figli. Persone che non si arricchiranno mai e che ogni mattina vanno a lavorare con un nodo alla gola dopo aver dato un ultimo bacio ai loro bambini. Uomini e donne che si ammalano ogni volta che stanno male i loro figli e che per fortuna ancora guariscono assieme a loro.


venerdì 26 marzo 2010

Vestiti lasciati da soli

Sono forse la cosa che più di tutte riesce a inquietarmi: i vestiti lasciati da soli, da qualche parte in casa, senza nessuno che, per molto tempo, li indossi più. Non parlo soltanto degli abiti fuori posto, ma anche di quelli che si trovano, ordinati, negli armadi.
I vestiti sono forme per i corpi che li abitano, forme anomale, forme assurde, forme senza forma quando nessuno li veste. Il corpo li riempie di sostanza, ma, stranamente, anche di forma. Senza il corpo, gli abiti sono pesi morti, senza consistenza, non solo quando si trovano afflosciati su una sedia oppure ripiegati su se stessi in un cassetto, ma anche quando pendono dalle stampelle.
Mi hanno fatto sempre molta impressione gli indumenti sopravvissuti ai loro proprietari, quando questi sono morti oppure partiti per sempre. Ogni volta che ho visto armadi pieni di effetti personali di chi, per un motivo o per un altro, li ha abbandonati, mi sono chiesto come sia possibile che la forma informe, ovviamente non l'opera d'arte, resti e chi, fino a ieri l'ha animata, se ne sia andato. Com'è possibile che l'oggetto rimanga e l'uomo scompaia? Dovremmo portare tutto con noi, quando ce ne andiamo. Dovremmo preparare valigie enormi e avere la forza di trascinarcele dietro. Oppure avere soltanto un vestito: la nostra seconda pelle, che esce con noi quando varchiamo la soglia.

Ieri sera sono tornato tardi a casa e, diversamente dal solito, l'appartamento dove vivo a quell'ora era vuoto. Dodokko e mia moglie erano usciti e le stanze erano deserte. Non si sentivano voci, non c'era un rumore di televisione accesa o il minimo odore di cena cucinata. Ad accogliermi, c'erano soltanto alcuni indumenti lasciati da soli all'ingresso: il cappottino e la sciarpa di mio figlio appesi alla maniglia del passeggino e il suo cappello su una sedia.
Oggetti inanimati, senza respiro, improvvisamente senza vita: abiti che tra poco, non appena sarà un po' più grande, Dodokko non indosserà più perché saranno diventati troppo stretti per lui. Ho pensato, senza riuscire a impedirmi di farlo, che moriamo un poco ogni giorno, ogni volta che lasciamo dietro di noi qualcosa, ogni momento che lasciamo andar via qualcuno. Ogni volta che arriviamo tardi. Perfino ogni secondo che passa mentre la nostra mente è altrove.


mercoledì 24 marzo 2010

Fosse per loro, non la smetterebbero mai di giocare...


Ho sentito tante di quelle volte dire questa frase assurda: "Fosse per loro, non la smetterebbero mai di giocare". Come se i bambini non avessero questo diritto o dovessero avercelo per un periodo limitato di tempo: una frazione compatibile con le esigenze dei grandi, una concessione che ha un inizio e una fine prestabiliti. Mi sono chiesto cosa sia il gioco e guardando mio figlio ho capito che non è soltanto divertimento. Molto più spesso il gioco per i bambini è un pretesto per astrarsi, per evadere dalla realtà, dalle determinazioni, per creare un universo nuovo, frutto della fantasia, molto più bello e interessante di quello reale.
Ma sulla parola 'reale' voglio correggermi subito: chi ha detto che il nostro mondo, quello degli adulti, è più reale di quello inventato dai bambini nei loro giochi? Fino a che punto i grandi hanno il diritto di interrompere certi sogni piacevoli per far precipitare i più piccoli in dimensioni molto più ristrette di prima? Chi ci ha dato il diritto di ridimensionare, appunto, la realtà, di normalizzare, di far rientrare nei ranghi il prossimo? Dovremmo rispettare di più chi gioca, concedere (che brutta parola!) tutto il tempo che si desidera a chi è capace di fantasticare, non mettere fretta, non inquadrare subito.
C'è tempo, ci sarà tempo per smettere di giocare. Fosse per me, ricomincerei fin da ora e ogni tanto mi succede di farlo, con mio figlio. Ma, diversamente da lui, il mio giocare non è un'astrazione. E' più una brutta imitazione dei suoi giochi che altro, perché la mia mente resta con i piedi piantati nel posto dove mi trovo: so di giocare, ma so anche che sto fingendo e so che non volo veramente verso mondi nuovi assieme a mio figlio e che in questo viaggio lui è solo. Ma so anche che lui mi immagina con sé e questo mi rende contento.
Fosse per loro, non la smetterebbero mai di giocare. Fosse per me, neppure. Ma, davvero, non dipende più da me, ormai, questa mia incapacità di farlo.

domenica 21 marzo 2010

L’emozione non ha bisogno di parole

Il primo pensiero che mi è venuto in mente è stato che l’emozione non ha bisogno di parole, quando la sera della festa del papà ho visto Dodokko che mi aspettava seduto sul divano, un po’ intimidito, diversamente dal solito in silenzio. Invitato dai nonni a recitarmi la poesia imparata all’asilo, ha iniziato a dirmela, ma con un tono di voce sottile, basso, più esitante, diverso da quello che aveva durante le prove generali dei giorni prima. Una voce, la sua, che mi ha colpito molto di più delle parole della poesia mandata a memoria. Una voce in cui ho colto per la prima volta l’emozione, il timore di non ricordare e addirittura il desiderio di fare una bella figura: con me – vi rendete conto – con me che sono il padre.

Dodokko, sei stato bravo a ricordare tutte le strofe, anche le ultime, quelle che nei giorni scorsi ancora non sapevi: “Caro papà, eccomi qua / con tanti auguri di felicità / e ti dico con bene profondo / tu sei il papà…più buono del mondo”. Hai detto tutte le parole della poesia, ma la cosa più bella è stata accorgersi della tua emozione: un’emozione che non ha bisogno di parole per essere detta.


venerdì 19 marzo 2010

Festa del papà, errata (intuizione) corrige


Ancora un'anteprima, ieri sera 18 marzo, della poesia per la festa del papà: durante la nuova esibizione, Dodokko ha svelato cosa si nascondesse dietro ai puntini di sospensione del giorno prima. Ecco la versione completa della composizione, senza omissis e, ahimè, corretta: "Caro papà/eccomi qua/con tanti auguri/di felicità".
Come si potrà notare, non c'è la parola "bene", come preannunciato l'altro ieri, sostituita da "felicità", che Dodokko pronuncia "benicità" e che mi aveva fatto sperare in qualcosa di più.
Una piccola delusione dunque, ma non la sola. Perché dopo aver recitato la poesia al sottoscritto, Dodokko l'ha dedicata anche a Tigro di Winnie the Pooh e a Lala dei Teletubbies.
Buona festa del papà a tutti quanti, allora, e speriamo che la serata di oggi non riservi altre sorprese.


giovedì 18 marzo 2010

Prove generali per la festa del papà

Ieri sera, dopo cena, del tutto inaspettatamente, Dodokko mi si è piazzato davanti e ha iniziato a dire: "Caro papà, eccomi qua...". All'inizio ho pensato: "Lo so che sei qua", ma questo non glie l'ho detto. Poi però ho fatto caso che sulla parola "caro" si accarezzava una guancia e che sulla frase "eccomi qua" mimava un abbraccio. Sui puntini di sospensione, invece, ha farfugliato alcune parole incomprensibili, non perché non sappia pronunciarle, ma perché - ho capito - non le ricordava. Tuttavia, ha voluto riempire lo stesso, a modo suo, lo spazio vuoto di quella che era - l'ho intuito subito dopo - la poesia per la festa del papà che dovrebbe recitarmi domani e che sta imparando all'asilo.
Appena capito ciò che lui e la sua maestra stanno architettando, ho cercato di estorcere a mio figlio il resto della composizione che sarebbe dovuta restare segreta fino al 19 marzo, invitandolo a più riprese a dirmene il seguito. La mia apprensione era talmente palese che Dodokko ha giocato un po' al gatto e al topo con me, prima fingendo di dover sistemare alcuni dvd sul tavolino del salotto e successivamente cercando di compiere un'impresa impossibile: attaccare senza la colla le mani di Paperina che poco prima aveva staccato dalla stessa statuetta di ceramica. Tentativi vani e ripetuti - mi è parso - all'infinito.
La mia strategia allora è stata quella di fingere improvvisamente disinteresse per la lirica sbucciando una mela. La tattica ha funzionato e lui si è deciso a rivelarmi le strofe segrete: ha iniziato ripetendo le stesse parole senza senso di prima e ha chiuso la recita con la parola "bene". A me ha lasciato il compito di decifrare il finale: ho deciso di riempire quei puntini di sospensione con la frase "ti voglio (bene)", ma come stanno veramente le cose lo saprò domani, sempre che per domani (fra soltanto 24 ore!) Dodokko riesca a ricordare ogni singola parola della sua poesia.


lunedì 15 marzo 2010

Però anche le galline sono belle



“Però anche le galline sono belle”: è stato questo il commento finale con cui Dodokko ha sintetizzato la domenica trascorsa all'agriturismo. Fra cavalli, asini, mucche, vitelli, galline e oche, mio figlio prima ha deciso che erano queste ultime le più belle della fattoria, ma a fine giornata ha avuto una parola buona anche per le galline, appunto. Sul podio anche loro, dunque, a pari merito con le cugine bianche.

I fatti salienti, agli occhi di Dodokko, di una scampagnata diversa dalle solite:

I cavalli erano uno bianco e l'altro marrone ma Dodokko li ha battezzati entrambi Jimmy. Hanno mangiato erba dalle nostre mani, ci hanno fatto vedere i dentoni ma non hanno sorriso quando mio figlio, volendo scattare una foto, ha detto loro “cheese”. Pensando che forse non comprendessero l'inglese, a uno di loro ha ordinato: “sorridi”. Ma anche in questo caso niente da fare: i cavalli non sanno né l'inglese e né l'italiano.

Gli asini o, meglio, l'asina e l'asinello. Quest'ultimo, nato poche ore prima, non si reggeva in piedi quando lo abbiamo visto. Un fattore indiano ha cercato di aiutarlo a poppare il latte dalla madre, sorreggendolo da sotto la pancia con una mano e con l'altra avvicinandone la testa alle mammelle. Ci è sembrato più un accanimento terapeutico che altro, dato che tanto la madre quanto il figlio non volevano saperne di fare come voleva il fattore. Lo spettacolo dell'animale che sembrava più in fin che in inizio di vita non ci ha entusiasmato molto.

I vitelli invece sì che bevevano il latte, eccome. Dodokko li ha osservati bene e poi ha chiesto: “Ma anche la mucca beve il latte?”. “No, la mucca beve l'acqua e fa il latte per i figli”, è stata la risposta. E' stato bello vedere il muso delle bestiole scomparire sotto le pance delle loro mamme. E' stata una sorpresa, inoltre, accorgersi di quanto velocemente le mucche siano capaci di correre da cucciole: assomigliano un poco ai cani San Bernardo a sei mesi di età, ossute, con la pelliccia folta e con poca dimestichezza nel controllo dei freni durante il galoppo.

Abbiamo assistito poi al pranzo delle galline, portato dallo stesso fattore degli asini, che lo ha versato in terra sull'aia da un secchio della spazzatura: avanzi dal ristorante. Assieme ai pennuti hanno banchettato anche alcuni gatti, amici stranamente conviviali, ma non è questo il punto: il punto è che mentre Dodokko era compiaciuto per l'appetito dimostrato dagli animali, io non ho potuto accettare la stranezza di vedere una gallina con le tagliatelle al ragù che le penzolavano dal becco. Le tagliatelle, rigorosamente della casa, erano fatte con le uova di quelle stesse galline: una situazione vagamente anomala. Ma il culmine del pranzo delle galline era costituito dagli avanzi del pollo arrosto che a un certo punto le stesse hanno iniziato a beccare, fra bucce di patate e fette di zucchine. Cannibalismo - ho pensato - ma forse in campagna si è sempre usato fare così: gli animali da cortile mangiano gli avanzi del pasto del padrone, punto. Siamo ancora lontani – ho riflettuto – dalla mucca pazza che impazzì mangiando farine di animali simili a lei: lì si trattava di un erbivoro trasformato in carnivoro, mentre qui abbiamo a che fare con onnivori cannibali. E nessun onnivoro è mai impazzito mangiando suoi consanguinei. Riflessioni che non ho condiviso con Dodokko, il quale infatti – come si sa – ha trovato belle anche le galline.

Ma le più belle agli occhi di Dodokko restano le oche. Forse perché si sono avvicinate più degli altri animali a noi, forse perché starnazzavano e facevano un chiasso infernale, forse perché provano in continuazione a beccarci. Oppure perché hanno dei colori magnifici su un disegno di una semplicità e linearità assolute: un corpo bianco che si allunga sul collo, senza una piuma fuori posto e che sembra di gomma, due grandi zampe palmate arancioni, un becco dello stesso colore e due occhi azzurri all'interno di un cerchio ancora una volta arancione.


sabato 13 marzo 2010

Conchiglie


Mi è capitato almeno due volte ultimamente e anche questo credo faccia parte dell'essere un genitore: pensare alla possibilità concreta di morire quando ti ammali più o meno seriamente. Penso sia il senso di responsabilità che hai nei confronti di tuo figlio e che ti fa temere per la tua vita, oltre che per la sua: un'esistenza vissuta da un certo momento in poi senza di te.
In queste due distinte occasioni ho immaginato mio figlio lontano da me, sopravvivere nonostante tutto, farsi grande fino a diventare un uomo della mia età.

Tutto questo mi è tornato alla mente stamattina, proprio oggi che è una giornata bellissima, durante la passeggiata al mare con Dodokko, la prima davvero lunga dopo un inverno impietoso. Gli stessi pensieri che ho avuto accanto durante la malattia sono ricomparsi improvvisamente, nel momento in cui il mio bambino ha cercato di tirarare alcune conchiglie in mare.

Conchiglie che si sono fermate sulla battigia e che hanno raggiunto l'acqua solamente quando un'onda si è ricordata di riprendersele.


mercoledì 10 marzo 2010

Domande domande domande

Sapevo che sarebbe arrivato anche il momento delle domande dirette, fredde e circostanziate. Gli animali, prima o poi, imparano a procurarsi il cibo da soli. I piccoli uomini, invece, a un certo punto della loro crescita, chiedono e vogliono risposte. Chiedono e non mollano, finchè non sentono con le proprie orecchie spiegazioni convincenti. Prima di questa fase, i bambini fanno domande generiche e soprattutto si accontentano di ogni tipo di spiegazione, anche fantasiosa. Soprattutto, con grande 'presunzione', dicono molto la loro e stanno a sentire poco la ragione degli altri, alla quale sono minimamente interessati.

Due mattine fa, per la prima volta, la piccola intelligenza mi ha domandato in modo diverso ciò che da sempre ogni mattina mi chiede: "Vai al lavoro?". "Sì", ho risposto. "Perchè?", ha ribattuto. "Per guadagnare dei soldi", ho detto introducendo così l'incipit del capitolo che di solito prosegue con "...perchè i soldi ci servono per comprare da mangiare e per comprare i giocattoli...". Fortunatamente, però, tanto lunga spiegazione non è servita in quanto Dodokko ha improvvisamente dirottato la direzione della conversazione: "Sì, ma come ci vai al lavoro?", ha voluto sapere. "Col treno". "Ma dove lo prendi il treno?". "Alla stazione". "Qui vicino?". "Sì". E poi?". "E poi arrivo in un'altra stazione". "Lontana?". "Sì". "E poi, prendi la bicicletta?". "Sì". E arrivi al lavoro?". "Già". "E lì che fai?...".

Insomma: dettagli, dettagli e ancora dettagli. Mi sono detto sorridendo: "Ha quasi tre anni e non puoi farci niente!". E poi, aspettando il treno per andare al lavoro ho pensato che no, non è soltanto il bisogno di spiegazioni. E' anche la voglia che Dodokko ha di stare ancora un po' insieme a parlare la mattina e magari di immaginarmi in qualche posto preciso quando non è con me. Un modo come un altro perchè io non mi allontani troppo e per sentirmi più vicino, anche quando non ci vediamo.


martedì 9 marzo 2010

Due giorni interi con mio figlio

Due giorni interi con mio figlio

Avete mai osservato un orizzonte marino
per ore?

Allora, come evapora la marea
che si addensa tra le palpebre? (2010)


venerdì 5 marzo 2010

Questo era mio padre

Mia moglie l'altra sera ha capito che razza di uomo fosse mio padre. Mi ha letto questa frase, tratta dal libro che abbiamo a casa sulla cura e l'allevamento del bambino: "I genitori mettono al mondo i figli perché amano i bambini e vogliono averli. Li amano anche perché ricordano di essere stati, a loro volta, tanto amati dai propri genitori, quando erano piccoli". E dopo mi ha domandato: "Era così, tuo padre?".
"Sì, era così mio padre", ho risposto a mia moglie che non ha potuto conoscerlo di persona. Ciò che non le ho raccontato di lui glie lo scrivo qui di seguito.

Mio padre era anzitutto un uomo. Un genitore che amava i figli che, per lui, erano la cosa più importante. Una persona che ci voleva bene con l'istinto e il cervello. Un essere umano forte, ma anche debole, come ognuno di noi. La sua dote più grande era quella di saper capire: gli bastava uno sguardo e con i suoi occhi azzurri sapeva leggerti tutto ciò che serbavi nell'animo.

E poi era uno che sapeva parlare anche senza usare le parole: con un gesto, un'espressione del viso, un abbraccio. Ci dicevamo tutto soltanto guardandoci. Capivamo ogni cosa semplicemente ascoltando le vibrazioni che i nostri corpi emanavano. Così, la felicità come la tristezza taciute erano colte lo stesso, sia dall'uno che dall'altro. Anche quando facevamo finta di niente o quando ci mostravamo indifferenti.

Mio padre non c'è più e adesso ci sono io, a far da padre a mio figlio. In molti mi dicono che nel rapporto che ho col mio bambino gli assomigli e questo lo penso anch'io. Sono stato amato da lui e forse, come dice il libro, è proprio per questo che amo, altrettanto visceralmente, mio figlio.

Da quando mio padre è andato via da questa terra e da quando mio figlio sulla stessa terra è arrivato, pensando a mio padre, nel ricordarlo, mi accorgo di quanto davvero io sia simile a lui. E allo stesso tempo, nel guardare il mio bambino, rivedo me stesso da piccolo, ogni giorno che passa: me stesso fanciullo, attraverso gli occhi miei e quelli di mio padre.

Ecco, di questo mi ha fatto dono mio padre: un momento di eternità che passa dal padre al figlio. Qualcosa che ancora non riesco a comprendere appieno, ma che a volte mi sembra più vicina a un miracolo che a una cosa propria di questo mondo.


martedì 2 marzo 2010

Biancaneve e la parola 'amore'

Un'ammissione, prima di iniziare: il cartone animato di Biancaneve non solo mi piace, ma mi commuove. Soprattutto il finale, quando il principe bacia la ragazza addormentata e lei si desta. E' un'esplosione di felicità, un inno alla gioia dove, a descrivere la scena, non ci sono più le parole ma soltanto un canto e il ballo della natura, che sembra risvegliarsi assieme a Biancaneve. Cerbiatti, scoiattoli, conigli, procioni, uccelli, prima di mettersi a danzare per il miracolo improvviso a cui assistono, camminavano mesti, dimessi, con passo lento e capo chino. Proprio come i nani, che in aggiunta avevano sopracciglia disegnate all'ingiù, a rimarcarne la tristezza, e procedevano verso la bara di cristallo e se ne allontanavano senza mai dare le spalle alla loro amica, in segno di grande rispetto.
Finalmente giunge il principe e tutti gli fanno largo, mentre si dirige verso l'amata che bacerà e risveglierà dal sonno profondo, in cui è piombata a causa dell'invidia della strega. Il suo arrivo è accompagnato da una dolce canzone che l'innamorato intona. Fra le parole che egli pronuncia fuori campo voglio sottolineare le seguenti: “...senti con quanto amore / questo mio cuore / batte per te...”. Sono le stesse su cui l'altro giorno si è soffermato Dodokko. Specialmente la parola 'amore' ha catturato la sua attenzione.

“'Amore'. Ha detto 'amore'!”, mi fa notare, urlando entusiasta, durante la visione del cartone animato, appena ascoltata la strofa in questione.
“'Amore'? - gli domando incuriosito – che vuol dire questa parola?”.
Prima di rispondere, Dodokko ci pensa un po', si concentra, prende tempo. Infine esclama: “E' il vento!”.
“Non ho capito bene: 'amore' significa 'vento', hai detto così?”, gli chiedo conferma.
“Sì – afferma convinto – l'amore è il vento”.

“L'amore è il vento”: mi piace questa frase detta da Dodokko. L'idea di un amore leggero, volatile, che soffia come il vento e che passa attraverso tutto e tutti. Quasi impercettibile, ma pronto a essere accolto da chi lo aspetta col cuore aperto e capace di dare allegria, dopo tanta rassegnazione e infelicità. E potente, in grado, com'è, di risvegliare la natura e ridestare Biancaneve, inoculandole il soffio vitale.

Sì, sono d'accordo: l'amore è il vento. E la vita e la bellezza. Ed è perfino la felicità, che da adulto non ti aspetti proprio da un cartone animato.

lunedì 1 marzo 2010

Chi troppo vuole...oltrepassare il confine dell'infelicità

Da qualche giorno noto che Dodokko è più felice quando l'accompagno all'asilo dell'obbligo. Non solo si è “rassegnato” all'inevitabile, come avevano predetto le sue maestre, ma a volte mi sembra addirittura contento di andarci. Credo di conoscere il motivo di questa inattesa felicità: è il dvd con i suoi cartoni animati preferiti che ultimamente vuole portare con sé a scuola. Ogni mattina a casa ne sceglie uno che poi mostrerà ai suoi compagni. Lo infiliamo nello zaino e, appena arrivati a destinazione, cerca la maestra per annunciarle la novità del giorno e non la molla finché lei non gli promette che, dopo pranzo, farà vedere alla classe i cartoni che ha portato.
Anche se è ancora l'unico, fra i tanti bambini presenti, ad avere quello sguardo triste nel momento del distacco dal genitore, non riesco a fare a meno di pensare, contento per questo, a quanto Dodokko sia diventato intraprendente. Ha piacere che si faccia una cosa e lo chiede, diversamente da come accadrebbe a me, senza imbarazzo. Non solo: ciò che gli piace vuole condividerlo con gli altri, fatta salva, probabilmente, la legge sul copyright. E' lui, infatti, il bambino che ha portato il dvd in classe e credo che la maestra questo lo dica quando ne annuncia agli altri la visione: sentendo pronunciare il proprio nome, ne sono certo, Dodokko si sente anche orgoglioso.
Stamattina tutto è scorso liscio: Dodokko ha bevuto il latte, ci siamo preparati abbastanza velocemente, ha scelto il cartone animato e ci siamo presentati in classe, in leggero ritardo come al solito, gli altri bambini che già stavano mangiando la frutta. Senza esitare, ha dato il dvd alla maestra. Poi ho preso in braccio mio figlio e l'ho 'consegnato' all'insegnante. Ci siamo guardati per un secondo appena mentre ci salutavamo, senza sorrisi da parte sua, ma anche senza lamentarsi. Infine, ormai sulla soglia, ho commesso l'errore di raccomandargli di “mangiare tutta la frutta”. Improvvisamente, senza avvisaglie, è scoppiato in lacrime. Sono tornato indietro, senza capire immediatamente. Gli ho domandato cosa fosse successo e mi ha risposto: “Non la voglio la frutta”. “E allora non mangiarla”, gli ho detto subito nel tentativo di arginarne immediatamente la crisi.
Dodokko ha smesso di piangere e io me ne sono andato. Ho riflettuto e ora credo di aver capito il motivo della sua improvvisa infelicità dopo alcuni episodi di inattesa felicità: mio figlio ha voluto mostrarmi di essersi adattato a frequentare l'asilo, ne ha individuato un possibile lato piacevole e addirittura ha trovato un buon motivo per andarci. Ma il padre non ha compreso immediatamente che la felicità del figlio non era una felicità spontanea, ma solamente il risultato dello sforzo, compiuto da lui negli ultimi mesi, per superare la propria infelicità. Dodokko ha dato di più di quanto potesse: ha voluto mostrarmi il suo nuovo approccio verso la scuola, sapendo che questo mi avrebbe reso contento, ma in realtà si trova ancora sulla linea di confine fra la felicità e l'infelicità, anche adesso che la mattina mostra di essere di buon umore. E' bastato infatti chiedergli di compiere l'ennesima prova, una cosa 'facile' come mangiare la frutta, perché tutta la sua impalcatura crollasse.
Oltrepassare il confine dell'infelicità non è semplice per nessuno. Fingere di riuscirci potrebbe essere un primo tentativo per farlo oppure un modo per convincersi di poterci riuscire. Ma quelle di un bambino restano gambe troppo corte, perfino per simili scorciatoie.