martedì 2 febbraio 2010

‘Del tutto casualmente’

L’argomento della conversazione fra Roberto e me viene fuori ‘del tutto casualmente’, qualche giorno fa. Di solito, quando ci incontriamo, dopo esserci salutati scambiamo poche parole e poi ognuno di noi fila dritto per la sua strada. Invece, l’altra volta ci mettiamo a chiacchierare un po’ di più e non so nemmeno io quando il mio amico inizia a parlarmi, e perché lo faccia, del suo problema: la dislessia.
Non avrei mai immaginato, se prima non me lo avesse detto, che Roberto fosse dislessico. “Ma – mi assicura – lo sono, eccome. Non sai che sforzi ho compiuto per riuscire a parlare correttamente”. “Beh – gli dico – visto che ora ti esprimi bene, vuol dire che hai superato le tue difficoltà e che non soffri più di dislessia”. “Le cose non sono così semplici come possono sembrare – mi spiega -. Ogni volta che dico una frase devo stare attento a non sbagliare. Ora sono soltanto più allenato di prima, ma dalla dislessia non si guarisce mai”.
“Di norma, quando si parla o si legge – mi fa notare il mio amico – le parole esprimono e seguono automaticamente i pensieri: vengono ‘riconosciute’ mentre sono lette o pensate e quindi sono ‘dette’ con estrema facilità. Nei dislessici, invece, è come se le parole pronunciate fossero tali per la prima volta. Ogni qual volta sono dette vengono ‘conosciute’, non riconosciute. Ecco lo sforzo che faccio e di cui nessuno oggi si accorge, ma soltanto perché sono molto allenato: ogni volta che apro la bocca mi ritrovo di fronte a un nuovo mondo lessicale”.
“Quando ero piccolo – mi confida Roberto – le parole uscivano dalla bocca ‘del tutto casualmente’. Non seguivano il corso dei pensieri. Adattarle a essi era un’operazione ardua per uno scolaro che frequentava le elementari. Un’impresa molto più grande di un bimbo di sette anni. E, non avendo capito la mia disabilità, a scuola i maestri pensavano e dicevano che ero stupido, ritardato e, quando andava bene, che ero pigro. Insomma, a quell’età fui addirittura bocciato”.
“Anche in famiglia si erano fatti la stessa idea e perfino io ormai credevo di non essere una persona con un’intelligenza normale. Finché, ‘del tutto casualmente’, feci amicizia con il mio vicino di casa, una persona che mi aiutò davvero, che fu paziente, che riuscì a far crescere la mia autostima. Successivamente, molti anni dopo, il salto di qualità avvenne grazie alla mia prima fidanzata. Una ragazza che capì quale fosse il mio problema e che, da non esperta, incominciò a documentarsi e mi coinvolse nel fare gli esercizi che oggi mi hanno portato ad esprimermi correttamente” .

“E’ soltanto una casualità il fatto che Roberto sia oggi una persona ‘normale’”, mi dico mentalmente mentre si allontana alla fine della nostra conversazione. Ancora oggi, il più debole fra gli animali, colui che non è dotato né di denti e né di artigli per difendersi, colui che dovrebbe essere protetto e salvaguardato dalla famiglia e dalla scuola, dalla società, soprattutto quando è piccolo, deve fare i conti con chi gli sta intorno: soggetti fallaci come tutti noi, ma che, lavorando o avendo a che fare con dei bambini e proprio in quanto coltivano il futuro, hanno e devono avere maggiori responsabilità di chi, invece, nella vita si occupa d’altro. C’è, come in tutte le cose, una casualità nelle relazioni con gli altri, una casualità nel capitare nella classe giusta e con la maestra intelligente, una casualità nel nascere nella famiglia che ti aiuta e ti incoraggia a superare le tue difficoltà, invece di arrendersi di fronte alle ‘sentenze’ di chi dovrebbe intendersi di certi problemi ma che magari, proprio nel caso che ti riguarda, quella volta lì si è sbagliato. Di solito, situazioni, come quelle con cui ha dovuto vedersela, quando era piccolo, Roberto, rovinano le persone, i bambini così come i futuri adulti. ‘Rovinano’ nel senso stretto del termine: ovvero, sciupano ciò che può essere un tesoro, negano una felicità, rendono lugubre un’alba piena di promesse, costringono alla tenebra la vista.
A volte, però, ‘del tutto casualmente’, da dentro di noi vengono fuori delle risorse inedite, addirittura insospettabili: nell’istante in cui tutto sembra perduto, la vita compromessa e ogni ipotetica reazione vana, magari di nuovo aiutato dal caso, interviene a salvarci una specie di nostro sistema immunitario, un istinto probabilmente innato che nel corso del nostro naufragio ci fa aggrappare a una zattera minima, a un pezzo di legno che, seppur leggero, è sufficiente a sostenerci quel po’ che basta per non farci sprofondare finché le acque non si calmano. E col mare fermo, grazie a orizzonti senza precedenti, col cielo ancora una volta azzurro, improvvisamente la vita torna a essere capace di prendere un nuovo corso.

2 commenti:

desian ha detto...

a volte quel pezzo di legno così leggero può essere una mano che si tende e ti sorregge, può essere l'incontro con una casualità ma anche con una responsabilità ben precisa in chi, tra noi, ha o dovrebbe avere il ruolo di tenderla, quella mano. Io credo in questa responsabilità, come babbo e come cittadino, di averla pronta quella mano, per il giorno che potrebbe servire a qualcuno. Magari a tuo figlio, magari a tua sorella, magari a chiunque. Magari.

Cristiano Camera ha detto...

Caro Desian, noi stessi e, purtroppo/per fortuna, anche i nostri figli, siamo zattere...che vagano nel mare della casualità. Noi genitori cerchiamo di limitare i pericoli, offriamo appigli, tendiamo mani. Questo è tutto: il resto sfugge inevitabilmente al nostro controllo.
Ciao, Cristiano