martedì 12 gennaio 2010

Se figlio e papà sono amici

Così come la parola ‘papà’ fa il paio con la parola ‘figlio’, ho sempre creduto che la parola ‘amico’ debba far coppia con la stessa parola: ‘amico’. Ossia, ho sempre ritenuto la reciprocità indispensabile e alla base dell’amicizia. E non sono mai riuscito a essere amico di qualcuno che non fosse a sua volta mio amico. Questo soprattutto per un forte senso di rispetto che ho sempre avvertito nei miei confronti. Da un po’ di tempo, man mano che i mesi passano e che Dodokko diventa più grande e sempre di più in grado di comunicare verbalmente, mi chiedo se non sia proprio mio figlio a essere, oggi, il mio migliore amico.
Passeggiando insieme, parlando fra noi, mi rendo conto come la mia concentrazione verso Dodokko sia sempre massima e la stessa cosa riguarda lui: ci guardiamo dritti negli occhi mentre ci diciamo ciò che pensiamo e, quando ce ne andiamo in giro, sembriamo una sola persona con quattro gambe. Ogni proposta è quasi sempre ben accetta e, quando non lo è, è ben accetta l’idea di cambiare programma. Insomma, lo spirito è quello giusto per la nascita o il consolidamento di una buona amicizia.
C’è chi è convinto che genitori e figli non possano essere amici in quanto gli uni e gli altri non si trovano e non possono essere sullo stesso piano, con i primi che danno delle direttive e i secondi che le seguono (o rifiutano di farlo). Eppure, anche in questo caso, io non riesco a prescindere da ciò che da sempre mi porto dentro: un approccio dialogico con il prossimo. E in questo prossimo includo anche mio figlio. Nel chiedergli di fare delle cose, gli spiego anche il motivo che mi induce a farlo e aspetto che anche egli esprima la propria opinione in proposito. A volte, è vero, lui non vuole sentire ragioni e letteralmente se ne frega di ogni possibile spiegazione. Sonda il terreno, compie prove di forza, tenta di scompigliare gli equilibri e, quando sta per prendere in mano la situazione, io glie la strappo dalle dita e gli faccio capire chi sia, davvero, a condurre il gioco.
Non si tratta di essere all’improvviso violenti, ma di smettere di ragionare con chi per primo si rifiuta di farlo tappandosi le orecchie. Come sempre, anche qui va bene l’amicizia, ma finché è cosa reciproca. Lo so, è necessario ancora del tempo perché questo sentimento maturi. Ma esso va di pari passo con la crescita di mio figlio e, perché no, anche della mia. E fa il paio, l’ho già detto, con il rispetto di sé e dell’altro e coincide con il saper ascoltare il prossimo, guardandolo dritto negli occhi. Anche se la via da percorrere è ancora lunga, Dodokko e io siamo sulla buona strada e camminare non ci costa fatica, finché lo facciamo con un corpo solo e con quattro gambe.

Nessun commento: