venerdì 29 gennaio 2010

Storia della paternità. Dal pater familias al mammo

Quella della paternità è una questione complessa e sfaccettata, non racchiudibile nel clichè del padre assente o del "mammo". In Storia della paternità. Dal pater familias al mammo, da oggi in libreria, Maurizio Quilici, giornalista che da anni si occupa dell'argomento e presidente dell'ISP (Istituto studi sulla paternità), ha analizzato più di quattromila anni di storia alla ricerca dei diversi significati che questa figura ha assunto nel tempo: dalla mitologia greca al ruolo misterioso che ricopriva nella cultura etrusca, dalla centralità nell'antica Roma alla modificazione della sua funzione sociale col cristianesimo, dalla nuova educazione illuminista alla nascita della psicoanalisi e del 'complesso di Edipo' fino al Novecento con le contestazioni giovanili, l'emancipazione femminile e la recente 'rivoluzione paterna'.
"E’ una ricerca corposa ma, spero, di piacevole lettura - afferma Quilici -, che può dare molte informazioni a chi si occupa a vario titolo di paternità e offrire numerosi spunti di riflessione, psicologica, giuridica, sociale. Le 'Storie della paternità' pubblicate in Italia sono poche, hanno un taglio molto particolare (psicoanalitico, antropologico…) o, se storiche, sono limitate ad un particolare aspetto (ad esempio l’autorità). Non sempre, inoltre, riflettono la storia del nostro Paese. Per questo credo di poter affermare che il libro affronta il tema in un’ottica nuova".
Un viaggio appassionate e singolare, dunque, nella tradizione culturale europea, riletta alla luce del pater familias: a volte affettuoso genitore, altre padre-padrone, complice o antagonista dell'altra metà del cielo. Ma sempre, per assenza o eccessiva presenza, una figura fondamentale con cui fare i conti. Un viaggio anche originale, dato che è ricchissima la letteratura sul rapporto madre-figlio e, invece, è molto più scarsa quella sulla relazione tra un padre e la sua prole. Elemento di spicco nell'organizzazione della famiglia e della società, un padre oggi deve necessariamente ripensare il proprio ruolo, essere capace di contrastare lo stereotipo materno secondo il quale i figli devono stare con la madre. Non solo fuori, ma, se necessario, anche dentro le aule dei tribunali.

giovedì 28 gennaio 2010

La strada

"Lui ci provava a parlare con Dio, ma la cosa migliore era parlare con il padre e infatti ci parlava e non lo dimenticava mai". Finisce così La strada di Cormac McCarthy, che ho appena letto. Un libro bello e terribile che non consiglio ad alcuno dei miei amici, poichè chiunque conosca è dotato di sentimenti ed è potenzialmente incline alla depressione.
Al centro della storia c'è la strada, che padre e figlio percorrono nel giorno della fine del mondo. Infatti, anche se la trama si sviluppa in uno spazio temporale maggiore di 24 ore, non è possibile parlare di 'domani' in un contesto apocalittico come quello descritto. Non c'è futuro, non c'è speranza e non ci sono nemmeno sogni nel racconto. Genitore e bambino 'sopravvivono alla giornata', eppure vanno avanti sulla strada, perchè fermarsi equivale a morire. Attorno a loro soltanto pericoli, assenza quasi totale di luce, freddo, cenere e distruzione. C'è solamente la strada, fusa e risolidificata, su cui trascinarsi.
E, sulla strada, il dialogo fra padre e figlio, la paura e l'incoraggiamento, la protezione e la cura, la forza (l'ultima) e la debolezza, la malattia e la morte. Infine, qualcosa che va oltre la vita e la fine di essa: il non dimenticare. Forse è proprio questo il mistero, svelato da McCarthy, del senso della nostra esistenza: "Il respiro di Dio è sempre il respiro di Dio, anche se passa da un uomo all'altro, in eterno".

lunedì 25 gennaio 2010

Indipendenza, privacy e regole: quando il laboratorio chiude per ferie

Sabato e domenica, il weekend, le feste di Natale e di Pasqua, le ferie estive e i ponti. Chiudono tutti, nei giorni in cui non si lavora: non solo gli uffici e i negozi, ma anche i laboratori dove si fanno gli 'esperimenti' sui bambini. E in questi periodi, parole come 'indipendenza', 'privacy' e 'regole' assumono un significato opposto a quello che di solito hanno nei giorni feriali. Se infatti, quando si lavora, 'indipendenza' vuol dire dare (per forza) al figlio indipendenza anche non richiesta, durante le ferie i genitori allentano la presa e diventano meno vigili, fino a consegnare ("ma fa un po' come ti pare!") il bambino al cieco caso. La stessa cosa succede con la privacY e le regole, tanto declamate fino al venerdì sera e improvvisamente dimenticate il sabato mattina, quando 'privacy' e 'regole' si trasformano nel loro contrario e il nuovo imperativo recita: rompete le righe, dimenticate gli ordini, toglietevi di torno e non rompete le scatole.
Ieri, domenica, ho visto con i miei occhi, appunto, i bambini che avevano rotto le righe, che avevano dimenticato le regole, che si erano tolti di torno e che non rompevano le scatole ai genitori. Questi ultimi invece, seduti assieme a tanti altri commensali al tavolo di un ristorante, mangiavano e chiacchieravano fra loro, a poca distanza dai figli. Parlavano di come fosse buono il pesce e fresco il pane, ma anche, ancora una volta, di regole e di buona educazione. Il tutto mentre, sotto ai loro occhi, lievitava come un pezzo di pasta per il pane e prendeva forma una situazione di esilarante anarchia, in cui piccoli uomini e donne fra i due e i dieci anni facevano liberamente qualsiasi cosa passasse loro dalla mente. Dalla trasformazione, da trasparente in azzurrina, dell'acqua in un bicchiere tramite tuffo di un pennarello e bagno di fogli colorati appena disegnati, all'asciugatura di salviettine detergenti per le mani al profumo di Vim liquido di fronte a una rovente stufa-camino per acciaieria, alle corse rasenti pericolosi spigoli di tavoli e in mezzo a strettoie di sedie e piante a rischio di inciampo su tovaglie strattonate ormai giunte al livello dei piedi dei commensali.
Quando poi l'ambiente diventava inspiegabilmente troppo ristretto e non bastavano più né bicchieri versati e né nascondigli vari, si rendeva necessaria la corsa al bagno, nella sala attigua, da dove però si accedeva attraverso una porta esterna al ristorante. E' qui che, ogni tanto, si recavano i nostri eroi all'insaputa di tutti: uscivano ed entravano nel locale, passando per la strada, senza controllo e senza che nessuno se ne accorgesse. Avevano preso davvero alla lettera la regola di togliersi dai piedi. Anche un altro bambino, che non si era mai mosso dalla sedia, in realtà lo aveva fatto, rimanendo incollato con gli occhi per almeno tre ore al suo videogioco portatile: per tutto il tempo, infatti, non si era trovato al ristorante con altre persone, ma invischiato in qualche battaglia spaziale con chissà quali alieni.
Certo è che i ragazzini del pranzo di domenica non hanno toccato cibo quasi per niente. Questo nonostante i genitori avessero 'concordato' precedentemente con loro le ordinazioni. Così, sono tornate in cucina, praticamente integre, porzioni di spaghetti al sugo e con le vongole, 'salutari' anelli di totano fritti e pesci al forno. Soltanto un piatto di patate (fritte), ordinato in extremis, si è salvato ed è riuscito a distogliere i bambini dalle loro occupazioni ludiche. Qualche genitore, quasi commosso alla vista di quest'ultima scena, ha manifestato e ha voluto condividere con gli altri il proprio apprezzamento nei riguardi del figlio appetente. Ne ha cantato le lodi e ha detto agli altri quanto fosse obbediente il suo bambino. Un altro genitore, invece, ha raccontato che i suoi marmocchi alle 20,30 sono già a letto, dato che la mattina entrano a scuola alle 8,20. Un altro, infine, non potendo fare a meno di tacerle, ha esaltato le doti ginniche del suo principino della giungla, non appena il piccolo Tarzan si è arrampicato sul tavolo e ha zampettato fra le tazzine di caffè.

giovedì 21 gennaio 2010

Se figlio e papà sono amici (e non 'soci')

Pubblico di seguito lo scambio di idee, sul tema dell'amicizia fra genitore e figlio, avuto con il presidente dell'Istituto di studi sulla paternità Maurizio Quilici dopo la mia risposta al suo editoriale 'Mammo? No, grazie!' apparso sul numero 4/2009 di ISP notizie.

Maurizio Quilici: Il tema è talmente complesso e articolato che a sua volta il tuo scritto mi stimolerebbe a inviartene un altro con osservazioni e riflessioni. Il termine "amicizia", per esempio, richiederebbe da parte mia alcune importanti (per me e per te) precisazioni, poiché nel mio editoriale lo spazio non mi permetteva di essere troppo selettivo. Dirò solo che la mia contrarietà alla "amicizia" riguarda non tanto una forma di amicalità quale può esserci "in verticale" (si pensi all'amicizia - senza vincoli di parentela - fra una persona matura, o anziana, e un ragazzo, fra un docente e un discente...), ossia ad una amicizia nel quale il rapporto stesso si esprima su due piani diversi, ma a quella di chi è "compagno". Il mio disaccordo va piuttosto ad un rapporto di tipo orizzontale, quale può esserci, per esempio, fra compagni di classe. Purtroppo, non esistendo un corrispettivo di "compagno" come esiste per "amico" "amicizia" (il termine più appropriato che mi viene in mente è "sodalità") e soprattutto usandosi comunemente (e a mio avviso impropriamente) la parola "amicizia" per entrambi i tipi di rapporto, mi è talvolta complicato formulare la distinzione. L'ho fatto quando le circostanze - un articolo senza limiti di spazio, una conferenza... - me lo consentivano.
Un bell'argomento, non c'è che dire...

Cristiano Camera: Quanto al termine amicizia, avevo intuito che quando dici che non vedi di buon occhio quella fra genitori e figli, ti riferissi a qualcosa come la sodalità, il sodalizio, l'associazione fra loro: è chiaro, genitori e figli non possono essere soci o, peggio, complici, sempre e in ogni caso. Ma ciò che intendo io per amicizia, come ti ho scritto, non è accondiscendenza e sodalità, ma al limite solidarietà e anche criticità. Per come la vedo io, un vero amico ha il diritto-dovere di rimproverare il suo amico quando si accorge che questo sta sbagliando. Anche al costo di perdere l'amicizia stessa.
Credo che su questo eventuale tipo di amicizia fra genitori e figli ti troverai d'accordo, così come sono d'accordo io con te nel giudicare nefasta un'amicizia sodale. Non sono sicuro, tuttavia, del fatto che il tipo di amicizia che io intendo sia necessariamente verticale, così come sono certo che quella fra compagni non sempre sia orizzontale. Anzi, spesso chi è sodale con chi sbaglia si pone, spesso furbescamente, su un piano più elevato dell'altro, inaugurando un tipo di rapporto impari. Allo stesso modo, in un rapporto verticale, per esempio fra un docente e un discente dalle mentalità aperte anche alla reciproca critica, le istanze dell'uno e dell'altro sono talmente visibili e ben accette che difficilmente esso può essere definito come 'rapporto verticale' in senso stretto, dove esiste un vertice e una base. A volte, quando esistono certe condizioni di apertura mentale, esso si trasforma in un rapporto paritario, dunque orizzontale, anche se c'è chi ne sa di più.
Direi, a questo punto, data anche la mancanza di fissità nella relazione di amicizia e il suo continuo trasformarsi da verticale in orizzontale e viceversa, che lo schema geometrico che rappresenta al meglio questo tipo di relazione sia una linea obliqua, una sorta di retta cartesiana che nasce dalle due assi di genitore e figlio.
Insomma, per farla breve, io sono per un approccio dialogico anche fra genitori e figli: come ho scritto nell'articolo 'Se figlio e papà sono amici', io non riesco a prescindere da questa condizione, così come nell'amicizia non posso fare a meno dell'elemento della reciprocità. Reciprocità che mi aspetto anche dal figlio.

martedì 19 gennaio 2010

Indipendenza, privacy e regole: quando il bambino è un laboratorio

Mi sono ritrovato di recente a scambiare con alcuni genitori le mie opinioni su temi quali l'indipendenza, la privacy e le regole nei riguardi di un neonato. Questi argomenti per così dire 'forti', perchè riferiti a un rapporto fra adulti e figlio di neanche un anno, nascono dal fatto che le parole per descriverli sono state usate, ricorrentemente, dagli stessi genitori. Quindi, quando essi parlano di indipendenza, privacy e regole, descrivono e sembrano conoscere il modello educativo a cui si ispirano e che mettono in pratica. Vorrei che la discussione proseguisse su questo blog. Pertanto, oltre a invitare a esprimere ulteriormente il proprio pensiero chi ha suscitato il dibattito, invito a parteciparvi anche gli altri lettori di SOS Mammo.

Indipendenza: il neonato dorme da sempre da solo, mai stato nel lettone con mamma e papà. Seppur non condivida la scelta, niente da ridire, ovviamente: si tratta di una decisione legittima. Ma la spiegazione data, "gli serve ad acquistare indipendenza", mi lascia perplesso e contrariato: indipendenza a quell'età?! Quando oggi l'indipendenza non si raggiunge nemmeno a trent'anni?! Mi suona strano parlare di indipendenza riguardo a un figlio praticamente fin dal giorno dopo il parto. P.S.: Lo dice uno che fino a poco fa, sulle pagine di questo blog, ha sostenuto strenuamente la causa dell'indipendenza e che lo farà sempre. Ma deve essere un tipo di indipendenza desiderata attivamente anzitutto da se stessi. L'indipendenza non può infatti essere qualcosa di imposto e nemmeno di regalato, ma deve essere guadagnata, attraverso il dialogo e addirittura con il conflitto.

Privacy: "Il piccolo è meglio che dorma solo anche per una questione di privacy". "Privacy? Nei riguardi di un bimbo di quell'età? Ma in che senso? Rispetto alla sfera sessuale?". "Non solo per questo...". Sinceramente, non comprendo quali altri sensi. E poi, due genitori dovrebbero avere dei momenti privati rispetto a un neonato? Forse sì, ma di cosa si accorgerà mai a quell'età e che 'idea' potrebbe farsi del papà e della mamma? Davvero non ci arrivo e forse è colpa mia. Ma anche la parola privacy mi suona strana alle orecchie.

Regole, regole, regole: darne da subito, da sempre. Anzi, prima si stabiliscono e meglio sarà dopo. Una di queste regole recita: non giocare in casa d'altri. Di conseguenza, è un maleducato il bambino che tocca e gioca con oggetti che non sono i suoi in un posto che non gli appartiene e in modo giudicato forse troppo esuberante. A volte però è soltanto allegria, entusiasmo, curiosità, voglia di conoscere nuovi strumenti. Spesso, in questi casi, niente va mai rotto o perduto in casa d'altri.

Regole e ancora regole: supportate da questo o da quell'autore di questo o di quel famoso libro. Lo psicologo, il pedagogo, il neuropsichiatra infantile, l'accademico pluridecorato e il divulgatore di turno, i quali dall'alto dei loro studi e grazie a essi, alle loro esperienze e alla loro autorevolezza, "hanno dimostrato", "hanno prodotto indiscutibili evidenze scientifiche", e, successivamente "modelli da adottare" tali da non essere più contestabili. Peccato che i paradigmi ispiratori neo costruiti si smentiscano sempre l'uno con l'altro, in quanto lo psicologo, il pedagogo, il neuropsichiatra infantile, l'accademico pluridecorato e il divulgatore di turno affermano sempre tutto e il contrario di tutto. Spesso, però, per risolvere la controversia è sufficiente sciegliere da che parte schierarsi, con chi stare, quale santone adorare e quale metodo educativo consigliato adottare.

Conclusioni: In fondo, i bambini sono anche un laboratorio per gli esperimenti dei genitori che, per carità, fanno tutto per il bene dei figli e, in questo, sono spesso 'spalleggiati' da scienzati prossimi premi Nobel. Anch'io ho letto qualcuno di questi manuali e frasi illuminanti tipo "la prima sera lasciatelo piangere nel suo lettino, poi non piangerà più e si addormenterà. La seconda o terza sera non piangerà nemmeno, dato che nessuno arriverà a 'soccorrerlo', e si addormenterà felicemente". E devo confessare anche di aver provato, una volta soltanto però, il metodo in questione e la sera dopo, dato che Dodokko mi sembrava tutt'altro che felice, ho lasciato perdere. Questo nonostante il risultato del test di laboratorio dicesse.,a chiare lettere e senza possibilità di equivoci, che mio figlio si sarebbe addormentato 'felicemente'.

P.S.: Dimenticavo, dato che le regole da ricordare sono tante, la numero 321, che non si legge "trecentoventuno", ma "3" (pausa breve), "2" (pausa breve), "1" (pausa più lunga, come di attesa). Cosa si attende? Facile, che il bambino la smetta, immediatamente, di fare ciò che sta facendo. Che sicuramente è qualcosa che non va fatto. E se non la smette e il bambino continua? I genitori non me lo hanno detto, ma, mi hanno assicurato che il figlio la smette sempre e subito, non appena essi pronunciano l'ultimo numero magico della serie.

lunedì 18 gennaio 2010

Se figlio e papà sono amici: l'in-dipendenza

Un post dal titotolo 'In-dipendenza' sul blog 'Psicologica_mente' di Lella Contursi sui 'comportamenti di addiction' recentemente è stato lo spunto per parlare, ancora una volta, di dipendenza, di reciprocità e di rapporto paritario nella relazione fra genitori e figli. Lo scambio di opinioni che è nato sul sito di Lella è interessante, tanto che ho voluto replicarlo in questa sede. E, ovviamente, qualsiasi contributo verrà apportato alla discussione sarà 'dirottato' anche su Psicologica_mente.

Cristiano: Alla base della relazione di amicizia, per come la penso io, ci deve essere la condizione della reciprocità. Cosa che manca in qualsiasi comportamento di addiction. Dipendere da qualcosa o da qualcuno è una cosa terribile e dannosa e dimostra il poco senso di rispetto che nutriamo verso noi stessi.
Persino nel rapporto genitori-figli, non amo la dipendenza degli uni nei confronti degli altri, e auspico invece una relazione paritaria, anche se basata sul confronto e sulla critica.
C'è chi sostiene che figli e genitori non possano e non debbano essere amici, in quanto la loro relazione non può e non deve essere paritetica, con i primi dipendenti dei secondi.
Ecco, io non sono affatto d'accordo con questa visione: non voglio e non mi piacciono i figli 'genitori-addicted'.

Lella: Il tuo punto di vista è stimolante, anche se mi trova d'accordo solo in parte. In effetti la condizione di parità di cui parli è suggestiva, ma non proprio realistica. Come può essere paritario un rapporto in cui io detto le regole, in quanto genitore e responsabile della tua educazione, e tu sei "costretto" a rispettarle. Certo io posso spiegartele, aprire con te un confronto, ma alla fine, che tu lo voglia o meno, sei costretto a fare come dico io. Questo serve ai figli, quando sono piccoli, ad interiorizzare le regole (cosa che permetterà loro di distinguere il bene dal male), e quando sono adolescenti a giocare il classico "elastico", contestando, arrabbiandosi e differenziandosi. E' attraverso questo gioco che si riesce ad affermare la propria identità. Sono invece d'accordo sul fatto che questa relazione non sia e non debba essere, una relaizone di "dipendenza", anzi, al contrario, credo che sia la vera e genuina relazione di Indipendeza e Identità che porta ciascun individuo a diventare Uomo.

Cristiano: per me un rapporto è paritario quando si dialoga e si discute e in quanto i due interlocutori possono esprimere liberamente i propri punti di vista, giungendo a un risultato soddisfacente per entrambi. Per quanto riguarda la successiva decisione da prendere, la cosiddetta 'sintesi', essa sarà il risultato delle reciproche posizioni, non una forzatura. Nella maggior parte dei casi, la sintesi, la ragione, sarà più vicina al genitore (che in teoria e date le proprie maggiori esperienze dovrebbe sapere più cose del figlio). Soltanto quando il figlio non converrà con le ragioni (la ragione) del genitore, quest'ultimo lo forzerà a obbedire.
Il rapporto, a quel punto, non sarà più paritario? Non credo, perchè il primo che avrà 'violato' il patto del dialogo e del ragionamento sarà stato il figlio. Il quale, in tal modo, si sarà posto su un piano anti dialettico nei confronti del genitore e avrà adoperato per primo una forzatura. Alla quale ne avrà contrapposta una anche il genitore, probabilmente entrando così in una sfera di (temporanea) conflittualità col figlio ma ristabilendo in realtà una relazione paritaria, perlomeno sul piano delle reciproche forzature.
E' chiaro, sarebbe stato preferibile non giungere a tanto, ma perchè anche la conflittualità e le forzature rimangano parte di una relazione paritaria, è necessario che alla forzatura non si sostituisca la forza, maggiore, del genitore. Insomma, la forzatura sia 'calibrata' su quella del piccolo.
Poi, può succedere che il figlio abbia ragione e il genitore torto. E qui è il genitore a dover compiere un gesto enorme di umiltà e riconoscere il proprio errore: così facendo il genitore, anche qui verrebbe rispettata la parità del rapporto.

Lella: Quando un individuo ha torto e riesce ad ammetterlo, dimostra di essere in grado di non confondere il riconoscimento dei propri limiti con la debolezza. Questa capacità appare tanto più importante con i propri figli, in relazione al fatto che acquisisce anche una valenza educativa. In relazione alla declinazione di questo nostro confronto, vorrei rilanciare il dibattito sulla questione della dipendenza/indipendenza. Il rischio forte che intravedo nella generazione di genitori che ho occasione di conoscere, sia al servizio di Tutela Minori che in consultazione, è quello in un certo senso opposto a quanto paventato da Cristiano: non figli "genitori addicted", ma genitori "figli addicted". Sembrerebbe una questione di lana caprina, o un puro esercizio lessicale, se non fosse che, quando si perdono le distanze (dipendere è perdere le distanze tra me e l'altro), non si è più in grado di permettere all'altro quegli spazi propri che sono il nucleo centrale della differenziazione.
Un esempio che mi torna alla mente è quello di una madre che, al rifiuto del figlio di andare a scuola, si ritrova nell'incapacità di mantenere una funzione educativa, e quindi di affrontare il conflitto, per timore di "perdere" l'affetto del figlio.
E' suggestiva dunque l'idea che tu proponi di un rapporto tra pari, ma richede una maturità e un equilibrio tali da permettere di non perdere mai di vista che si è genitori con tutti gli oneri che questo ruolo comporta.
Infine vorrei ringraziare Cristiano per l'iniziativa di "gemellaggio" di due blog, nati con presupposti differenti, ma che in comune hanno l'amore e l'interesse per la discussione e il confronto.

Cristiano: Su questo punto sono completamente d'accordo con Lella: "quando un individuo ha torto e riesce ad ammetterlo, dimostra di essere in grado di non confondere il riconoscimento dei propri limiti con la debolezza". E concordo anche sul fatto che una tale capacità di ammissione dei genitori sia un buon insegnamento per i figli. Evidentemente, così come esistono genitori 'figli-addicted', ci sono anche figli 'genitori-addicted'. Ma il rapporto fra pari di cui parlo non contempla, in nuce, tale possibilità, né da una parte e né dall'altra. Se così non fosse, infatti, si tratterebbe di un rapporto di dipendenza e non basato sulla parità. Parità e onestà che deve essere mantenuta, oltre che principalmente nel dialogo, anche nelle situazioni di conflittualità. Dove nessuno dei due contendenti deve mai arrendersi, se non convinto, ma eventualmente deve concordare, una volta persuaso, con le ragioni dell'altro. Il che non è dipendenza, ma una decisione liberamente presa.

Antonella: io penso che il rapporto genitori figli si evolve nel tempo: quando i bambini sono piccoli sono dipendenti dai genitori, dal momento in cui i figli diventano intelocutori dei genitori il rapporto diventa alla pari, e successivamente quando i genitori invecchiano i ruoli si ribaltano e diventano dipendenti dai figli che spesso tendono a liberarsene come un peso. Fortunatamente il periodo del rapporto alla pari è quello più lungo e il confronto è necessario anche se in alcuni casi si arriva allo scontro verbale per le posizioni assunte.

Cristiano: Cara Antonella, la tua è una bella osservazione. Esistono infatti situazioni simili a quelle che descrivi. E sono anche le più comuni. Però ci sono anche situazioni nelle quali i piccoli non dipendono dai genitori, quando cioè, anche se figli piccoli, sono ugualmente interlocutori di genitori capaci di ascoltarli e di comprenderli. Esistono inoltre circostanze nelle quali figli e genitori non hanno un rapporto paritario, nemmeno in fasce di età medie e anagraficamente vicine fra loro. Infine, ci sono figli dipendenti di genitori anche anziani. In conclusione, forse è proprio il rapporto di dipendenza quello che dura più a lungo nel tempo, non la tanto auspicata indipendenza. Comunque, non solo sono d'accordo con te sul fatto che il rapporto fra genitori e figli si evolva nel tempo, ma probabilmente anche sul fatto che la questione della dipendenza-indipendenza degli uni verso gli altri sia cosa mobile, che si trasforma l'una nell'altra continuamente.

Lella: Concordo con Cristiano, ciascuno di noi oscilla continuamente sul un immaginario continuum dal polo della dipendenza a quello dell'indipendenza. Inoltre io penso che nessuna relazione al mondo può rimanere uguale a se stessa nel tempo. Credo che la staticità di una relazione sia in realtà una "non relazione". I rapporti, infatti, si costruiscono in una dinamica continua, fatta dai cambiamenti di ciascuno su se stesso e sull'altro. Certo è che nel tempo i rapporti mutano anche in base alle diverse esigenze che si mettono in campo ed è l'attenzione all'altro che ci permette di coglierle e di non vivere della sola idea che dell'altro ci siamo fatti.

venerdì 15 gennaio 2010

Mammo? No, grazie! Ma almeno che il genitore sia amico…

Rispondo all’editoriale di Maurizio Quilici dal titolo 'Mammo? No, grazie!' apparso sul numero 4/2009 di ISP notizie.
E’ vero, bisogna anzitutto accordarsi sul significato delle parole: ‘mammo’, così come non piace a Quilici, non è gradito nemmeno a me. Condivido appieno, proprio perché l’ho sperimentato sulla mia pelle, ciò che dice il fondatore dell’Istituto di studi sulla paternità, ossia che “dietro un tono scherzoso che può ispirare persino simpatia, quel termine nasconde un sottile effetto riduttivo o, peggio, dispregiativo. Suggerisce che un uomo non possa fare il padre in modo diverso da quello delle generazioni precedenti se non copiando la madre”. Sacrosanto! E, come spiego nella presentazione del mio blog ‘SOS Mammo!’, è con disappunto e delusione che mi sono sentito spesso etichettare con questa brutta parola da persone che mi conoscono e che spesso si sono mostrate addirittura sconvolte e infastidite quando, nell’osservarmi mentre mi prendevo cura del mio bambino, per loro ho occupato involontariamente spazi tradizionalmente riservati alle madri.
Ma l’ho fatto sempre in maniera del tutto naturale e partendo dalla convinzione – e qui probabilmente mi allontano dal punto di vista di Quilici – che oggi la distinzione 'ruolo materno' - 'ruolo paterno' non sia più attuale in quanto la società in cui viviamo ha spazzato via le peculiarità rispettivamente maschili e femminili di una volta e ai tempi nostri è più giusto parlare di 'ruolo di genitore' in generale, dove sia la mamma che il papà si occupano dei figli allo stesso modo, assieme o a turno. Non voglio però soffermarmi sull’accudimento, oggi condiviso dai genitori e su cui Quilici non ha nulla da ridire, ma concentrarmi sulle funzioni storiche e psicologiche del papà e della mamma che, secondo il presidente dell’Isp, devono essere mantenute: rispetto ai figli, il padre deve avere una funzione ‘normativa’ e non possessivo-protettiva (tipicamente materna) che ne rimanderà a tempo indeterminato l’autonomia. Inoltre, il padre non deve essere troppo permissivo (di solito lo è la madre) e non deve essere un amico, in quanto di ‘amici’ oggi il figlio ne ha fin troppi (oltre, come sempre, alla madre accondiscendente).
Così come sembra anche a me poco realistica l’ipotesi di una famiglia in cui venga ‘sperimentato’ un modello educativo unico e comune in cui la madre riduca il livello di tolleranza e il padre quello della severità, allo stesso modo non credo nel padre come portatore naturaliter di regole, così come non penso che un papà che non pone dei limiti ai figli sia una figura ‘maternizzata’. Di conseguenza, non sono d’accordo sul fatto che l’indistinzione dei ruoli genitoriali conduca necessariamente al risultato di ottenere due madri (o, all’opposto, due padri). Si tratta – e qui vengo al punto che davvero mi interessa in questa discussione – di due genitori, uno di sesso maschile e uno di sesso femminile, al cui genere non è legata per forza una caratteristica educativa, un funzione simbolica e reale, storica o psicologica, naturale oppure progettata a tavolino. Ciò che propongo è una famiglia al cui centro ci sia il bambino e attorno al quale ciascuno dei genitori si relazioni, senza per questo perdere di vista se stesso e né tanto meno l’altro. In un tale nucleo sarà portatore di regole il primo dei genitori che ne avvertirà l’urgenza o semplicemente la necessità, e di carezze e protezione chi dei due avrà la sensibilità di accorgersi subito di questo bisogno. In una società di questo tipo il baricentro si sposterà continuamente verso un genitore o l’altro, ogni qual volta si presenterà una situazione di squilibrio: chi si accorgerà della falla farà da tampone e da contrappeso, cercando di ristabilire l’equilibrio iniziale.
Mi piacerebbe che, in un contesto simile, il confronto fra i due genitori si mantenesse sempre vivo, così come vorrei che essi restassero negli anni i migliori amici dei e per i propri figli: il che non vuol dire che mi auguro che essi siano sempre accondiscendenti con loro, ma solidali e rassicuranti, a volte critici e perfino rimproveranti quando è il caso, così come un vero amico deve essere. Ma ciò che sarà nato nel seno di una sincera e reciproca amicizia – ne sono convinto – porterà i figli ad accettare di buon grado i consigli dei genitori e a ricambiarli, oltre che con l’affetto, anche e soprattutto con la stima. In tutto ciò, in un rapporto di amicizia simile, non può esserci spazio per la parola ‘mammo’, ché qui c’entrerebbe davvero poco o nulla.

giovedì 14 gennaio 2010

Congedi parentali , la Ue 'incentiva' i neo papà

Congedo di paternità più lungo e orari di lavoro più flessibili per i neo papà: sono solo alcune delle novità dell'accordo siglato dal Consiglio europeo e che sarà formalizzato nei prossimi giorni. Secondo la direttiva firmata dai ministri europei lo scorso 1 dicembre, che sostituirà la 96/34/EC. e che dovrà essere adottata dagli Stati membri nel prossimo biennio, ogni genitore lavoratore avrà il diritto di astenersi dal lavoro per almeno 4 mesi dopo la nascita o l'adozione di un figlio. Di questo periodo di congedo, non sarà possibile trasferire almeno uno dei 4 mesi all'altro genitore, il che significà che se tale periodo di astensione non verrà goduto sarà perso. Un chiaro segnale per i padri, i quali si vedono incentivati in tal modo a prendere il permesso. La nuova direttiva, inoltre, garantisce migliore protezione contro la discriminazione, un più facile ritorno al lavoro e mette in pratica l'accordo fra le organizzazioni dei datori di lavoro europei e quelle sindacali.

Di seguito le novità principali della direttiva:

Congedi più lunghi: ciascun genitore potrà godere di 4 mesi di astensione dal lavoro per ogni figlio. Almeno uno di questi quattro mesi non potà essere trasferito da un genitore all'altro. In tal modo i papà saranno incoraggiati a usufruire di questo permesso (in passato molti padri lavoratori cedevano alle madri il loro diritto di astensione)

No discriminazione: il lavoratore che usufruirà del congedo parentale sarà protetto da trattamenti meno favorevoli per aver compiuto tale scelta.

Lavoro più flessibile: dopo il periodo di congedo, il genitore avrà il diritto di richiedere cambiamenti di orario di lavoro per un periodo limitato di tempo. Da parte sua, il datore di lavoro avrà il dovere di bilanciare le esigenze del lavoratore con quelle aziendali.

Genitori di figli adottati e bambini con disabilità o malattie croniche: Governi e sindacati saranno obbligati ad accertare i bisogni specifici di tali genitori.

Contratti di lavoro: i nuovi diritti saranno applicati a tutti i lavoratori, senza distinzione per il loro tipo di contratto (a tempo indeterminato, determinato, part-time, interinale, ecc.).

Tutto ciò che concerne il salario dei lavoratori nel corso del congedo parentale è materia degli Stati membri e/o dei loro Istituti sociali.

martedì 12 gennaio 2010

Se figlio e papà sono amici

Così come la parola ‘papà’ fa il paio con la parola ‘figlio’, ho sempre creduto che la parola ‘amico’ debba far coppia con la stessa parola: ‘amico’. Ossia, ho sempre ritenuto la reciprocità indispensabile e alla base dell’amicizia. E non sono mai riuscito a essere amico di qualcuno che non fosse a sua volta mio amico. Questo soprattutto per un forte senso di rispetto che ho sempre avvertito nei miei confronti. Da un po’ di tempo, man mano che i mesi passano e che Dodokko diventa più grande e sempre di più in grado di comunicare verbalmente, mi chiedo se non sia proprio mio figlio a essere, oggi, il mio migliore amico.
Passeggiando insieme, parlando fra noi, mi rendo conto come la mia concentrazione verso Dodokko sia sempre massima e la stessa cosa riguarda lui: ci guardiamo dritti negli occhi mentre ci diciamo ciò che pensiamo e, quando ce ne andiamo in giro, sembriamo una sola persona con quattro gambe. Ogni proposta è quasi sempre ben accetta e, quando non lo è, è ben accetta l’idea di cambiare programma. Insomma, lo spirito è quello giusto per la nascita o il consolidamento di una buona amicizia.
C’è chi è convinto che genitori e figli non possano essere amici in quanto gli uni e gli altri non si trovano e non possono essere sullo stesso piano, con i primi che danno delle direttive e i secondi che le seguono (o rifiutano di farlo). Eppure, anche in questo caso, io non riesco a prescindere da ciò che da sempre mi porto dentro: un approccio dialogico con il prossimo. E in questo prossimo includo anche mio figlio. Nel chiedergli di fare delle cose, gli spiego anche il motivo che mi induce a farlo e aspetto che anche egli esprima la propria opinione in proposito. A volte, è vero, lui non vuole sentire ragioni e letteralmente se ne frega di ogni possibile spiegazione. Sonda il terreno, compie prove di forza, tenta di scompigliare gli equilibri e, quando sta per prendere in mano la situazione, io glie la strappo dalle dita e gli faccio capire chi sia, davvero, a condurre il gioco.
Non si tratta di essere all’improvviso violenti, ma di smettere di ragionare con chi per primo si rifiuta di farlo tappandosi le orecchie. Come sempre, anche qui va bene l’amicizia, ma finché è cosa reciproca. Lo so, è necessario ancora del tempo perché questo sentimento maturi. Ma esso va di pari passo con la crescita di mio figlio e, perché no, anche della mia. E fa il paio, l’ho già detto, con il rispetto di sé e dell’altro e coincide con il saper ascoltare il prossimo, guardandolo dritto negli occhi. Anche se la via da percorrere è ancora lunga, Dodokko e io siamo sulla buona strada e camminare non ci costa fatica, finché lo facciamo con un corpo solo e con quattro gambe.

martedì 5 gennaio 2010

La mela di Biancaneve

Conoscete le Stark Red Delicious, quelle belle mele di Biancaneve che quando le mordi scrocchiano e quando le mastichi fanno uscire un succo dolce e senza acidità da una polpa per nulla farinosa e che misteriosamente scompare senza lasciare tracce e residui nella cavità orale? Questi frutti meravigliosi sono in grado di conservare la loro perfezione fino a quattro mesi, se tenuti nel frigorifero di casa, e per un anno intero se mantenuti in particolari celle dove l’atmosfera è modificata: temperatura di poco superiore allo zero, un alto livello di umidità e la quasi assenza di ossigeno. In pratica, per avere a disposizione questi pomi per lungo tempo, si deve congelarli e, nello stesso momento, mantenerli vivi. Si induce una sorta di coma terapeutico, si riduce il metabolismo e la frequenza cardiaca al minimo e li si nutre per via parenterale.
Ebbene, le mele di Biancaneve, delle quali perfino la buccia rosso-lucida è gradevole al palato, sono tutt’oggi il risultato ingannevole della perfidia della strega, convinta del fatto che un dono tanto lusinghiero non potesse essere rifiutato dalla sua vittima. Ne volete la prova? Lasciatele per una settimana fuori dal frigo e avrete sotto gli occhi la verità che celano: nemmeno sette giorni e la buccia è diventata grinzosa e opaca, la polpa farinosa e senza sapore, attorno al torsolo si sono annerite, a volte ammuffite, non profumano più: sono diventate immangiabili, da buttare nel cestino.
La verità che celano e la verità sotto gli occhi: non parliamo poi della verità invisibile a breve termine e che riguarda pesticidi, fitofarmaci e gli effetti della coltivazione intensiva sull’ambiente. Parliamo però di altre mele di Biancaneve. Diciamo qualcosa su come vengono allevati oggi i bambini, su come vengono ‘prodotti’ e ‘conservati’, ‘fatti crescere’ e ‘inscatolati’. Consideriamo i processi di ‘meccanizzazione’ della produzione, dove ormai l’‘agricoltore’ può anche non essere presente, in quanto gli basta impostare il ‘programma’ adatto e premere invio perché il processo parta in automatico…e vengano fuori 'frutti perfetti'.
Ma parliamone per una volta dal loro punto di vista, da quello delle mele, il cui tenero picciolo è staccato dall’albero troppo presto e troppo presto vengono affidate ad altre braccia da chi è convinto che soltanto così facendo si faccia loro del bene. Diciamo pure che spesso la bellezza è un sorriso teso a compiacerci ma che sovente nasconde una tristezza e una solitudine sconfinate. Ammettiamo inoltre che questa solitudine non si cancella con una overdose di impegni e di amicizie indotte, cartoni animati e cioccolatini, babysitter e badanti.
Osserviamo i bei volti dei nostri bambini e cerchiamo di scorgere i segnali dei loro disagi: a volte, l’eccesso di euforia è semplicemente nervosismo, mentre il sonno profondo e prolungato è il loro modo per dire che ciò che è programmato per la mattinata non è gradito e che il clima, fuori dal letto, è ostile. Infine, quel continuo “papà mio, papà mio, papà mio…”, mai pronunciato prima dell’altra sera e che all’inizio ti lusinga e rende felice ma che dopo un po’ ti fa sospettare che sia quasi un’implorazione, da dove diavolo esce fuori? È la mela di Biancaneve, non ho dubbi, bella fuori e avvelenata dentro, la mela che abbiamo mangiato in due: un morso mio figlio e un altro io.

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