lunedì 27 dicembre 2010

Piccolo il mondo visto con i miei occhi

Con i miei occhi nuovi vedo soltanto una parte del mondo che mi gira intorno: un mondo grande e un mondo piccolo, perché io stesso sono piccolo. Ma quel che conta non sono i pochi oggetti quotidiani delle mie attenzioni, ma il fatto che esse siano per me delle novità assolute, cose ancora senza un nome per definirle e che riescono a meravigliarmi ogni giorno di più. 
Con i miei occhi nuovi colgo solo il mio punto di vista e Piccolo il mondo è il racconto di ciò che vedo, il diario, in prima persona, di una nascita: la mia.

Nda: come spiego nella presentazione del blog, dovremmo provare a cambiare prospettiva, soprattutto in presenza di un bambino appena nato. Così, ho provato a mettermi nei suoi panni, per la verità un po' stretti. Ma, fra tutte, è quella mentale, per noi adulti, la dimensione meno elastica, quella che più di qualsiasi altra siamo costretti ogni giorno ad affrontare.

domenica 26 dicembre 2010

Il nostro amore

E' la prima volta che lo faccio: non il prendermi una licenza poetica, perché questo l'ho già fatto altre volte, ma il dedicare una poesia su questo blog soltanto a mia moglie, che generosamente mi ha dato un altro figlio appena qualche giorno fa.


Il nostro amore

Il nostro amore non è una fune sospesa
sulla linea dell'orizzonte
su cui ballano due giocolieri professionisti
con un gancio di salvataggio alla schiena
e sopra una rete di protezione

Il nostro amore non somiglia all'eternità
Non è perfetto né infallibile né romantico
Il nostro amore è fatto di istanti
gli stessi che riempiono le nostre valigie
nel pazzo viaggio della vita

Il nostro amore solca la linea del tempo
E come un marinaio alla deriva
su una zattera priva di bussola
attraversa tempeste e lagune
oceani gelidi e mari de sud

Il nostro amore non è immortale
ma è un amore fin troppo umano
pieno di gioia e disperazione
Senza promesse e denso di dubbi
fitti come la nebbia del mattino

Il nostro amore se ne va per conto suo
dove lo conduce una strada sconosciuta
E se nel cuore della notte si ferma
lo fa per riposare un istante
e non per guardarsi alle spalle

Il nostro amore è pieno di sbagli
Il nostro amore è colmo di notte
Il nostro amore è zuppo come la tempesta
Il nostro amore brucia come il deserto
Il nostro amore è un bimbo perso nell'oscurità

Ma il nostro amore ha il dono inatteso
di una primavera senza più nuvole
e dell'acqua fresca che placa la sete
Del mattino improvviso
e di un'alba di luce che non ti aspetti

Il nostro amore colora le pareti
Come fa il giorno dopo la notte
quando entra dalla finestra
senza bussare senza chiedere permesso
Senza buoni o cattivi pretesti

Il nostro amore appartiene a noi soltanto
Come le nostre povere vite
rinchiuse nelle gabbie del tempo
Come il nostro dolore infinito
O come la nostra breve felicità. (2010)

giovedì 16 dicembre 2010

Anche questa è violenza

Mi ricollego per un momento al post precedente sugli scontri a Roma fra studenti e forze dell'ordine e sull'auspicio che ho espresso perché mio figlio non si trovi mai a parteciparvi. Lo faccio soltanto per aggiungere che ritengo gli episodi di violenza di martedì paragonabili alla violenza a cui ho assistito oggi.
Ministero dell'Istruzione, due giorni dopo la guerriglia nella capitale, ore 11: gli studenti della scuola elementare sono schierati come marionette, messi in riga dalle insegnanti, pronti ad accogliere il ministro Gelmini e il sindaco Alemanno per la presentazione del progetto 'La scuola per Roma 2020', che ha l'obiettivo di coinvolgere le scuole italiane nella promozione della candidatura della capitale alle Olimpiadi che si svolgeranno fra 10 anni e, come recita il comunicato, di "diffondere fra i più giovani i valori dello sport e dello spirito olimpico". 
Fin qui nulla di inconsueto, a parte l'ammaestramento, per necessità coreografiche, dei bambini che tengono in mano grandi cerchi olimpici colorati e tendono lunghi nastri, delle stesse tonalità, a formare un tunnel sotto al quale transitano le personalità tanto attese. E niente di strano neanche nel vedere l'eccitazione degli studenti all'arrivo delle rock star istituzionali, accolte dai flash delle loro macchinette fotografiche e da grida di gioia. Nel copione, ovviamente, anche l'Inno d'Italia, con le sue strofe assurde "Stringiamoci a coorte, / siam pronti alla morte. / Siam pronti alla morte, / l'Italia chiamò".
Dunque, per davvero non c'è niente di strano in scene di questo tipo e a cui abbiamo fatto l'abitudine? Non stonano queste messe in scena, di una scuola perfetta e di un ministero pieno di buoni propositi a soli due giorni dai disastri di Roma? E non fanno rabbrividire parole come "siam pronti alla morte", pronunciate da figli che non hanno nemmeno dieci anni? E poi, dietro agli studenti, c'è anche quel cartellone con lo slogan: "Contro la violenza facciamo squadra", in riferimento - suppongo - alle azioni di guerriglia viste l'altro giorno.
Quello che credo è che anche questa - di addestrare giovani menti, di manipolarle a fini propagandistici, di rispondere con queste rappresentazioni 'edificanti' a tutto ciò che è capitato nel mondo della scuola, nei mesi passati fino all'altro ieri - sia violenza. E delle più orribili, perché perpetrata contro dei bambini usati come mezzi politici.
Sì, anche questa è violenza e anche qui, come nella guerriglia di Roma, non vorrei mai vedere mio figlio coinvolto. 

mercoledì 15 dicembre 2010

Scontri a Roma, se mio figlio fosse stato lì in mezzo

Ieri ero in mezzo a loro, i guerriglieri studenti e i guerriglieri poliziotti, nella più grande esaltazione generale mai veduta (in entrambe le parti). Una triste follia collettiva è ciò che ho potuto osservare, fra le lacrime, che sono riuscito a trattenere a stento, per il dispiacere che queste scene mi hanno causato: giovani e giovanissimi che combattevano tutti contro tutti, anche fra di loro, maschere di sangue, poliziotti, anch'essi vittime, che reagivano alla violenza con altrettanta, ferma violenza.
Ciò che ho visto è stato il solito crudele gioco delle parti, in cui gli studenti dovevano portare all'esasperazione il loro ruolo previsto per quel giorno e le forze dell'ordine dovevano rispondere, per dimostrare che lo Stato c'è e che la città non può essere abbandonata ai disordini. Ma ciò che ho visto è stato anche il massacro delle parti, nella mischia dove le divise e le bandiere si confondono e gli occhi e le menti sono accecati dai lacrimogeni e dagli scoppi delle bombe-carta.
Il caos che c'è stato nel centro di Roma è imputabile prima di tutto a un caos mentale: nelle due onde che si sono contrapposte non ho mai sentito una sola voce fuori dal coro che dicesse: "E' sbagliato quel che stiamo facendo! Basta con questa assurda violenza! Fermiamoci, torniamo a casa! Pace!". E' mancato lo spirito critico di chi si chiedesse se le proprie azioni fossero giuste.
Ovviamente, ho anche immaginato mio figlio fra quei ragazzi e quegli uomini e gli ho augurato di non essere lì il giorno in cui avrà la loro età. Non perché desideri che egli non affronti i problemi sociali o non manifesti pubblicamente il proprio pensiero, ma perché voglio che fugga dalla violenza cieca, come dalla peste. 
Non per codardia, né perché può far male, ma semplicemente perché, in quanto fine a se stessa, la violenza è il male.

lunedì 13 dicembre 2010

Un piccolo momento di celebrità: FiglioPadre è su Dazebaonews

Un piccolo momento di celebrità: FiglioPadre è su dazebaonews.it

Cancellare l'infanzia nell'attesa di giorni migliori

"Hai letto la notizia su Repubblica di stamattina? Sembra che i bambini che frequentano il nido andranno meglio a scuola", mi riferisce entusiasta un mio collega a pranzo. "Sì, l'ho letta. E tu hai visto che apprendono meglio l'italiano quei bambini ai quali i genitori sono soliti raccontare la propria giornata piuttosto che leggere loro un libro?", gli faccio eco citando 'lo studio' pubblicato sul Corriere della Sera.
Quante novità, oggi sui giornali! E quanti consigli per investimenti sicuri, a breve e medio termine, per il bene dei figli! Mi viene in mente la storiella secondo la quale il nido fa bene ai piccoli perché, ammalandosi continuamente, rafforzano il proprio sistema immunitario. Secondo i teorici di questa impostazione, sarebbe un bene che i neonati di pochi mesi si riempiano di antibiotici e di cortisonici per contrastare batteri e virus che, se inizialmente dannosi, non tarderanno prima o poi a rivelare le proprie benefiche virtù.
Mi sembra che il presente, come al solito, conti poco, talmente siamo proiettati e proiettiamo con noi nel futuro i nostri figli. Mi pare che l'oggi non abbia importanza alcuna per noi: si tratta di un tempo altamente sacrificabile in nome di un domani in cui raccoglieremo i frutti delle nostre rinunce e di quelle dei nostri bambini. Ma può anche l'infanzia prestarsi a questo gioco ed essere quasi cancellata nell'attesa di giorni migliori?
Non sono d'accordo con questo modo di ragionare e mi rattristo ogni qualvolta i genitori sacrificano il presente dei bambini nel nome di un futuro, vicino o lontano che sia, ma che i figli stentano a intravedere perfino con il cannocchiale.
Bisognerebbe tenere maggiormente in considerazione quelli che sono i bisogni e le aspettative dei bambini,  e non pensare soltanto a ciò che per noi è soddisfacente o che in futuro, secondo i genitori, li renderà adulti felici. Dobbiamo pensare di più alla loro contentezza di oggi e non smettere mai di chiederci, anzitutto, se i nostri figli sono - oggi e non domani - felici.
Secondo lo studio citato da Repubblica - che riporta una ricerca della Fondazione Agnelli firmata dalla Facoltà di Economia politica dell'Università di Torino - i bambini, che hanno frequentato il nido, alle elementari sono più bravi in italiano e in matematica: una notizia sorprendente, in un paese come l'Italia, dove esiste ancora "una forte diffidenza a far uscire da casa i propri piccoli almeno fino ai tre anni di vita". E in cui per fortuna "molti psicologi e psicoterapeuti mettono in guardia dal senso di sradicamento e di abbandono che può nascere in bebè affidati a sette, otto mesi a cure esterne alla famiglia".   
Nel Rapporto Ocse-Pisa citato dal Corriere, "lo studio più serio del mondo nel campo dell'istruzione", invece, il racconto della giornata dei genitori fatto ai figli dai sei anni in sù farebbe prendere 32 punti in più rispetto alla media agli stessi figli quindicenni sottoposti ai test di 'competenza in lettura'. Molto meglio, dunque, di quei bambini ai quali piace addormentarsi dopo aver letto Pinocchio.
Tutte buone motivazioni, quelle di desiderare che i propri figli siano più bravi in italiano e in matematica e sappiano leggere e comprendere meglio dei compagni. Ma a discapito di cosa? Nel primo caso, di un probabile prematuro distacco dalla famiglia per essere affidati, ancora in fasce, alle cure terze di un 'personale docente' rinunciando così a un rapporto affettivo continuativo con i genitori. Nel secondo, del gioco e della fantasia, sacrificati alla realtà del mondo adulto, molto più formativa se vogliamo, ma probabilmente molto poco interessante per i bimbi di prima elementare.

giovedì 9 dicembre 2010

I miei nobili, edificanti principi

"Papà, oggi non ci voglio andare all'asilo", mi dice stamattina Dodokko con voce implorante. E io gli rispondo, poco convinto, che "devi andare, perché impari tante cose e ti diverti...e poi a casa che faresti da solo, dato che mamma e papà vanno anche loro al lavoro?".
"Non ci andare al lavoro!", mi dice mio figlio. "Ma non posso non andare", gli assicuro. "Ma perché devi sempre andare al lavoro?", mi chiede con insistenza. E io, scavalcando ogni nobile principio edificante, gli spiego sinceramente che "ci vado perché in cambio mi danno dei soldi e che quei soldi ci servono per mangiare e per le spese di casa e anche per comprargli i regali".
Ciò che non gli racconto è che io vado a lavorare non perché mi piaccia farlo e nemmeno per qualche succitato nobile principio. Né che ci vado per arricchirmi, ché alla fine del mese non riesco a risparmiare neanche dieci euro! 
Ci vado soltanto per una necessità, che è la stessa della maggior parte della gente: per vivere. E il mio vero arricchimento ce l'ho quando sto con mio figlio. Il mio tempo migliore è quello che resta fra una giornata di lavoro e l'altra. Ed è questo distillato prezioso che dedico a lui, il solo che davvero possa rendermi felice.

martedì 7 dicembre 2010

Lo chiamarono Gesù Bambino

Lo chiamarono Gesù Bambino, 
esattamente com'è scritto, 
con due nomi: Gesù e Bambino. 
Primo, perché della parola Gesù 
trovavano bello quello strano accento, sulla u.
Secondo, perché il figlio era un bambino 
Un bambino in carne e ossa 
e quindi sulla parola Bambino 
il vero accento dovevano posare.

Gesù Bambino non era figlio di un dio e di una dea, 
ma di un uomo e di una donna neppure immacolati:
il suo papà e la sua mamma erano soltanto innamorati.
Senza grandi qualità e nemmeno troppi peccati,
misero al mondo un figlio nel giorno di Natale.
Un dono, fra i momenti perduti e i desideri ritrovati.
A lui i genitori non augurarono il miracolo 
di guarire il mondo dal male, ma salute e felicità. 
E aggiunsero: "Sii onesto, rispetta il prossimo".

Non gli insegnarono i dieci comandamenti
ma cento consigli gli raccomandarono.
E Gesù Bambino crebbe contento.
Non diventò un dio e nemmeno un re
ma un uomo capace di amare e di commuoversi. 
E di sorridere, perfino quando provava dolore.
I suoi genitori non ne desiderarono mai il sacrificio
perché amavano il figlio, a tal punto che quando stava male 
era come se sul fianco ricevessero una coltellata.

In simili occasioni cercarono più volte di prenderne il posto
ma loro erano fatti di carne e non di materia divina.
E quel baratto sulla croce, dio con l'uomo, 
a loro mai riusciva.

Infine, rimasero soddisfatti così
nelle loro vesti di gente semplice e finita
Persone umane, che almeno tentavano 
di essere felici.  (2010)

venerdì 3 dicembre 2010

Una questione di etichetta


Qualcuno ricorderà il post L'etichetta e l'otorino, nel quale raccontavo come mio figlio fosse un patito di etichette e un abile giocoliere, riuscendo nell'impresa straordinaria di ciucciarsi il pollice e, nello stesso tempo, di arrotolare l'etichetta del suo pupazzo preferito con lo stesso pollice e l'indice.
Ebbene, è da quando è nato che Dodokko stringe Lala dei Teletubbies fra le braccia, ne accarezza l'etichetta e si ciuccia il pollice sinistro. Nei momenti di sconforto o semplicemente di stanchezza, cerca Lala per tutta la casa con il pollice alzato, già pronto a infilarselo in bocca non appena abbia rinvenuto il peluche. 
La 'dipendenza' Lala-etichetta-pollice in bocca è evidente, tanto che spesso abbiamo pensato - senza mai avere avuto il coraggio di farlo - di far sparire Lala al fine di togliere a Dodokko il vizio del dito in bocca. In ogni caso ci ha pensato lui, qualche giorno fa, a recidere il cordone che univa il suo pollice all'etichetta del suo pupazzo.
"Vogliamo tagliare l'etichetta di Lala?", ha proposto. E io, anche se scettico: "Dai, prendiamo le forbici". E così, siamo andati in cucina, abbiamo preso lo strumento e tranciato di netto la stoffa consunta del peluche. Un po' di esitazione, in lui, e un'ombra di panico, in me, appena ultimata l'operazione: "E adesso, che farà?", mi sono chiesto preoccupato.
Niente di che: dopo un poco si è messo a letto con il pollice in bocca e fra le dita il 'moncherino' dell'etichetta di Lala. Ma così, con quel poco di stoffa, non riusciva a prendere sonno e quindi è andato a cercare Po, il pupazzo rosso dei Teletubbies, che aveva l'etichetta ancora integra.
Si è addormentato così: con Lala a destra e Po a sinistra, il pollice sempre e comunque fra i denti. E la nuova etichetta arrotolata fra le dita. E io che credevo bastasse tagliare un'etichetta per togliere un vizio! No, il fatto è che, come sostenevo l'altra volta, siamo circondati da etichette e nessuna è davvero insostituibile. E poi, per emanciparsi dai Teletubbies forse è ancora troppo presto.

giovedì 2 dicembre 2010

Lo scaldabanchi

Ogni tanto, periodicamente, è necessario riproporre questa poesia di Prévert. 
Perché sull'educazione dei figli si sbilanciano fin troppi saputelli arroganti. Gente dalle maniere un po' militari. Persone purtroppo poco sensibili e molto ignoranti.




Lo scaldabanchi


Con la testa dice no 
ma col cuore dice sì 
a chi ama dice sì
al professore dice no
sta in piedi
viene interrogato
e i problemi son tutti posti
all'improvviso gli prende la ridarella
e cancella tutto
le cifre e le parole
le date e i nomi
le frasi e i tranelli
e malgrado le minacce del maestro
fra gli strilli dei ragazzi prodigio
con gessi di tutti i colori
sulla lavagna della sofferenza
disegna il volto della felicità.

mercoledì 1 dicembre 2010

Insegna anche tu al tuo bambino la Regola del Quinonsitocca


Circa un bambino su cinque è vittima di varie forme di abuso o di violenza sessuale. Non permettere che accada al tuo bambino. Insegna al tuo bambino la Regola del Quinonsitocca, appena lanciata in Italia dal Consiglio d'Europa.
La Regola del Quinonsitocca è una guida semplice che aiuta i genitori a spiegare ai bambini dove non devono lasciarsi toccare, come reagire e dove cercare aiuto.
Che cosa è la Regola del Quinonsitocca? È semplice: un bambino non deve lasciarsi toccare le parti del corpo che sono generalmente coperte dalla biancheria intima. E non deve toccare gli altri in quelle parti.
La Regola aiuta inoltre a spiegare al bambino che il suo corpo gli appartiene, che ci sono segreti buoni e segreti cattivi, e modi di toccare buoni e modi di toccare cattivi. A tale proposito è possibile scaricare il libro in .pdf Kiko e la mano che può essere d'aiuto per insegnare la Regola del Quinonsitocca.

Come insegnare la Regola del Quinonsitocca

La Regola del Quinonsitocca è stata studiata per aiutare i genitori e quanti si occupano dell’infanzia ad avviare un dialogo con i bambini sull’argomento. Può rivelarsi un mezzo efficace per prevenire gli abusi sessuali.

La Regola del Quinonsitocca comprende 5 aspetti importanti.

1. Il tuo corpo ti appartiene

Si deve insegnare ai bambini che sono padroni del loro corpo e che nessuno può toccarlo senza il loro permesso. Un dialogo aperto e diretto fin dalla più tenera età sulla sessualità e le “parti intime”, utilizzando i nomi corretti per i genitali e le altre parti del corpo, aiuterà i bambini a comprendere quello che non si deve fare. I bambini hanno il diritto di rifiutare un bacio o di essere toccati, anche da una persona che amano. Si deve insegnare ai bambini a dire “No”, immediatamente e con fermezza, a contatti fisici inappropriati, a fuggire da situazioni a rischio e a parlarne con un adulto fidato. È importante fargli comprendere che devono insistere fintanto che il problema sarà preso sul serio.

Nel libro, la mano chiede sempre il permesso a Kiko prima di toccare. Kiko dà il permesso. Quando la mano vuole toccare lì sotto, Kiko dice “No!”. I genitori e quanti si occupano dell’infanzia potranno utilizzare questa sequenza per spiegare ai bambini che possono dire “No” in qualsiasi momento.

2. Modo di toccare buono – modo di toccare cattivo

I bambini non riconoscono sempre se un palpeggiamento è appropriato o meno. Spiegate ai bambini che non va bene permettere a qualcuno di guardare o toccare le loro parti intime, o di accettare di guardare o di toccare le parti intime di qualcun altro. La Regola del Quinonsitocca li aiuta a riconoscere un limite evidente e facile da ricordare: la biancheria intima. Aiuta inoltre gli adulti ad avviare un dialogo con i bambini al riguardo. Se i bambini non sono sicuri che il comportamento di una persona sia accettabile, accertatevi che sappiano chiedere aiuto a un adulto fidato.

Nel libro, Kiko rifiuta di essere toccato sotto la biancheria intima. I genitori possono spiegare che certi adulti (le persone che si occupano di loro, i genitori, o i medici) possono avere bisogno di toccare i bambini, ma dovranno incoraggiare i bambini a dire “No” se una situazione li mette a disagio.

3. I segreti buoni – i segreti cattivi
La segretezza è la tattica principale utilizzata dagli autori di abusi sessuali. Per questo è importante insegnare la differenza tra i segreti buoni e i segreti cattivi e creare un clima di fiducia. Ogni segreto che li rende ansiosi, li mette a disagio, incute paura o li rende tristi non è un buon segreto e non deve essere mantenuto; deve essere raccontato a un adulto fidato (genitore, insegnante, poliziotto, medico).

Nel libro, la mano incoraggia Kiko a raccontare se qualcuno cerca di toccarlo in modo inappropriato. Questa sequenza può essere utilizzata per discutere la differenza tra un segreto buono (per esempio, una festa a sorpresa) e un segreto cattivo (qualcosa che rende triste e ansioso il bambino). I genitori devono incoraggiare i figli a rivelare loro i segreti cattivi.

4. La responsabilità della prevenzione e della protezione spetta a un adulto

I bambini vittime di abuso provano vergogna, senso di colpa e paura. Gli adulti devono cercare di evitare di creare tabù intorno alla sessualità e accertarsi che i bambini sappiano a chi rivolgersi se sono preoccupati, ansiosi o tristi. I bambini possono avere la sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato. Spetta agli adulti essere attenti e comprendere i loro sentimenti e i loro comportamenti. Ci possono essere delle ragioni perché un bambino rifiuta un contatto con un altro adulto o un altro bambino. Tale desiderio dovrebbe essere rispettato. I bambini dovrebbero sempre avere la sensazione che possono parlare liberamente con i loro genitori di questo argomento.

La mano nel libro è l’amico di Kiko. Gli adulti devono aiutare i bambini nella loro vita quotidiana. Prevenire la violenza sessuale è prima di tutto una responsabilità che spetta all’adulto ed è importante evitare che siano i bambini a sopportarne il peso.

5. Altri suggerimenti utili per corredare la Regola del Quinonsitocca

Segnalare e rivelare

Si deve indicare ai bambini che certi adulti possono fare parte del loro circolo di persone fidate che creano una rete di sicurezza per proteggerli. Dovremmo incoraggiarli a scegliere degli adulti che hanno la capacità di ispirare fiducia, sono disponibili ad ascoltarli e ad aiutarli. Soltanto un membro della rete di sicurezza dovrebbe vivere con il bambino; l’altro dovrebbe vivere al di fuori della stretta cerchia familiare. I bambini devono sapere come chiedere aiuto a questa rete di affetti e di fiducia.

Abusi attuati da persone conosciute

Nella maggior parte dei casi, l’autore degli abusi è una persona conosciuta dal bambino. È particolarmente difficile per dei bambini piccoli capire come sia possibile che qualcuno che li conosce possa abusare di loro. Non dimentichiamo il “grooming”, l’adescamento in rete utilizzato dagli abusanti potenziali per conquistare la fiducia dei bambini. Tra le regole stabilite in famiglia, deve esserci quella di informare regolarmente i genitori se c’è qualcuno che offre dei regali, chiede di mantenere dei segreti o cerca di passare del tempo da solo con un bambino.
Abusi attuati da persone sconosciute

In certi casi, l’autore degli abusi è uno sconosciuto. Insegna al tuo bambino delle regole semplici per i suoi contatti con gli sconosciuti: mai salire in auto con qualcuno che non si conosce, mai accettare regali o inviti da uno sconosciuto.

Chiedere aiuto

I bambini devono essere informati che esistono figure professionali che possono assisterli (insegnanti, assistenti sociali, difensori civici, dottori, psicologi scolastici, polizia) e che ci sono linee telefoniche speciali a cui i bambini possono chiedere consulenze ed aiuto.

Perché la Regola del Quinonsitocca?

Circa un bambino su cinque è vittima di varie forme di abuso o di violenza sessuale. Può succedere a bambini di entrambi i sessi, di ogni età, indipendentemente dal colore della pelle, dalla classe sociale e dalla religione. Spesso l’autore dell’abuso è qualcuno che il bambino conosce e di cui si fida. L’autore di abusi può anche essere un altro bambino.

Puoi fare in modo di evitare che accada al tuo bambino.

È fondamentale stabilire una buona comunicazione con i bambini. Implica apertura, determinazione, franchezza e un clima familiare amichevole e non intimidatorio.

La Regola del Quinonsitocca ti può aiutare in questo senso.

Non è mai troppo presto per insegnare a un bambino la Regola del Quinonsitocca, perché un abuso può avvenire a qualsiasi età.

Se ti senti a disagio nel parlare di questo argomento con il tuo bambino, non dimenticare che è probabilmente più difficile per te in quanto adulto, che per un bambino.

Che cosa fare se si sospetta un abuso?

Se hai il sospetto che il tuo bambino sia stato vittima di un abuso, è molto importante non essere in collera con il bambino. Non dargli la sensazione di avere commesso qualcosa di male.

Non interrogare il bambino. Puoi chiedergli cosa è successo, dove, e con chi, ma non chiedergli perché è successo.

Cerca di non mostrare al bambino che sei turbato. I bambini possono facilmente sentirsi in colpa e non rivelare delle informazioni.

Cerca di non trarre conclusioni affrettate basate su informazioni scarse o poco chiare. Rassicura tuo figlio dicendogli che può contare su di te e che te ne occuperai, e contatta qualcuno in grado di aiutarti, per esempio uno psicologo, uno specialista in assistenza pediatrica, un medico, un assistente sociale, o la polizia.

In alcuni paesi esistono linee telefoniche e centri speciali per assistere i bambini vittime di violenza sessuale. Possono fornire consulenze anche a te e dovrebbero essere contattati se si ritiene che un bambino sia stato vittima di violenza sessuale.

martedì 30 novembre 2010

L'ubiquità di Babbo Natale


Sulle ringhiere dei balconi e fuori dalle finestre di ogni casa, in tutte le vie di qualsiasi città: questi Babbi Natale che si arrampicano fin dal giorno dopo la fine dell'estate e che sfidano ogni legge di gravità e qualunque condizione metereologica sono ovunque. Fermi e impassibili, nella stessa e identica posizione, per giorni e per mesi, sotto la pioggia che li sferza e nel sole che li acceca, di notte e di giorno sulle facciate dei palazzi, resistono ben oltre le feste natalizie e a volte fanno il giro di boa, restando inchiodati lassù fino al Natale successivo.
E i bambini - i bambini che credono in Babbo Natale - stanno lì e li osservano: ma quanti sono? Ma Babbo Natale non era uno? E' vero, si presentava in ogni dimora, puntualmente a mezzanotte, carico di regali, ma nessun fanciullo si chiedeva la ragione di questa ubiquità, in casa sua e in quella del vicino. La sua - di essere in ogni posto nello stesso tempo - era una facoltà della fantasia e non una caratteristica evidente, visibile con gli occhi, tangibile.
Non era una qualità sostanziale, com'è invece oggi e tale che se un bambino vede Babbo Natale in una via e poi gira l'angolo e se lo ritrova nell'altra e poi decide repentinamente di tornare indietro, lo ritrova ancora una volta nella prima via. No, con tutta evidenza non si tratta dello stesso Babbo Natale, ma di due Babbi Natale ben distinti, di cui uno è un impostore e l'altro è quello vero oppure - forse è più probabile - sono tutti e due dei grandi imbroglioni, dato che si assomigliano anche in ogni dettaglio.
I bambini - e Dodokko fra loro - e tutti questi Babbi Natale: l'altro giorno mio figlio ha aspettato per un ora che un finto Babbo Natale scendesse dal balcone dove si era arrampicato chissà quanti giorni prima. Dopo un lunghissima ed estenuante trattativa e dopo tanti, e tanto accorati quanto vani, appelli perché il pupazzo rosso col sacco e senza renne si decidesse a venire giù, decidiamo di andar via, sicuro, io, non molto convinto, lui, che tanto ne avremmo trovato un altro, di Babbo Natale, in un'altra strada non lontana.
E così è successo: un nuovo Babbo Natale ci aspettava appena dietro l'angolo, con la stessa schiena e la medesima corda per arrampicarsi del primo. Ma Dodokko non ha sorriso per la contentezza di aver ritrovato la persona che si era appena lasciata alle spalle. Ha capito che quello era un fantoccio...che si poteva comprare, così me ne ha chiesto uno, da mettere anche noi sul nostro balcone. Anzi, per la verità ha detto: "Da mettere dentro casa, così la pioggia non lo bagna".
Ho accettato e siamo andati nel negozio dei cinesi vicino a dove abitiamo e dove di solito questo tipo di articoli non manca mai. Chiediamo e il commesso ci indica lo scaffale dove trovarlo. Ed eccolo, finalmente! E si può toccare con le mani, non solo vederlo da lontano, dal basso verso l'alto! Però è piccolo, davvero troppo piccolo: Babbo Natale dovrebbe avere la statura media di un uomo, cioè almeno un metro e settanta! Dico a mio figlio: "Ma dai, prendiamolo lo stesso". "No, no, non mi piace", mi dice lui dopo aver adocchiato una scatola del puzzle. E "voglio quella", dice senza esitare, e io glie la compro e sollevato mando al diavolo questi Babbi Natale imbroglioni di oggi, ché ce ne sono davvero già troppi in giro.

mercoledì 24 novembre 2010

Il sonno di papà

Tre anni e mezzo, compiuti da pochissimi giorni: sono circa 1288 notti, da quando cioè Dodokko è nato, che il mio sonno non è stato più come era prima della sua nascita.

All'inizio, ho avuto un sonno 'disturbato' da qualsiasi gemito e lamento di mio figlio. Poi il mio riposo notturno è stato interrotto anche da alcuni suoi silenzi troppo prolungati e dall'apprensione che in me ne scaturiva.

Spesso mi sono alzato senza essere stato nemmeno chiamato e, come un sonnambulo, sono andato ad accertarmi che mio figlio dormisse coperto.

Anche oggi, che Dodokko dorme nella stanza vicina alla mia, mi accorgo che il suo e il mio respiro hanno la stessa frequenza e che i nostri toraci si alzano e si abbassano con lo stesso ritmo. Ciascuno di noi concilia il sonno dell'altro, ma qualsiasi disturbo dell'uno si propaga nella mente di chi gli è vicino.

Ci separa un muro, è vero, ma le pareti di casa nostra sono fatte di vetro e in mezzo ci scorre tutta l'aria che vogliamo.

Siamo simbiotici più che mai nel sonno: gli occhi di papà sono chiusi e anche lo orecchie riposano, ma la mente, che per ogni altra cosa è incosciente, resta sempre sintonizzata sulla frequenza di quella del figlio.

Tutto ciò capita da tre anni e mezzo e a tutto questo ho fatto ormai l'abitudine. Il mio sonno è tale da essere composto da intermezzi di veglia e al mattino mi sento riposato, rassicurato nel vedere l'alba oltre le lame della serranda.

lunedì 22 novembre 2010

Unforgettable, ovvero quando papà fa gli gnocchi

Prendo 'in prestito' questo post 'indimenticabile' dal blog Mamma non basta. Il motivo - lo capirete dopo averlo letto - è che trovo le cinque righe che lo compongono un condensato di poesia, come a volte può essere anche la vita familiare per chi è capace, come R., di afferrarne certi aspetti fugaci.

Unforgettable
Apro il pc solo per fissare questo singolo momento.
Un sabato davvero unico per le mie emozioni.
Idem e Scienziatino che fanno gli gnocchi in cucina...(oggi gli ha preso così...)
Stellina che gioca con Barbie e Winx... ( anzichè con Gormiti e Pokemon...)
E io...che me li "assaporo" tutti... (gnocchi compresi...)

giovedì 18 novembre 2010

Due corpi e una sola anima

Ci sono due cose meravigliose di cui voglio parlarvi. Due avvenimenti, che nascono da un'unica tragedia di cui invece non voglio minimamente fornire dettagli, per rispetto verso chi me l'ha raccontata.

Riuscireste a immaginare la sala di rianimazione di un reparto di neonatologia di un ospedale pediatrico? Forse non tanto bene, ma è qui che si compie la prima delle vicende di cui ora vi dico.
Il neonato appena partorito è incubato e intubato, apparentemente isolato dal mondo. Ma quando sua madre gli si avvicina e si mette a piangere accanto a lui, i suoi parametri vitali (come il battito cardiaco, la pressione arteriosa e la frequenza respiratoria) si abbassano e i medici non possono far altro che allontanarla.

Succede sempre - spiega il personale sanitario - a tutti i figli appena nati ogni volta che la loro genitrice manifesta la propria sofferenza. Anche i piccoli ne risentono. Soffrono quanto la loro mamma. E' straordinario: il cordone è stato reciso, ma è come se i rispettivi cervelli e cuori di due essere umani distinti fossero uno soltanto. Empatia, nel senso originario (senza le evoluzioni culturali successive) e stretto del termine. Oppure - lasciatemelo dire - due corpi e una sola anima: forse mamma e figlio erano proprio così nella pancia della prima.

Il secondo dei 'miracoli' - li chiamo così perché sempre più di questo mi sembra di parlare - riguarda il papà del bimbo in questione: ateo schietto e convinto, ogni mattina va in chiesa a pregare prima di andare a trovare il figlio. Quando lo incontri, te lo racconta senza problemi: "Sì, sono stato in chiesa, anche se non ci ho mai creduto". 

Un comportamento irrazionale, lo definirà qualcuno. Ma non tutto quel che facciamo o succede deve necessariamente avere una spiegazione che ci convince.

E poi, vorrei aggiungere questo poscritto: mi piacerebbe davvero che un giorno la mamma del bambino potesse sorridere, seduta accanto al lettino del figlio. E che infine lo facesse inaspettatamente anche lui. Vorrebbe dire che è guarito e questo è il mio augurio più sincero. 

martedì 16 novembre 2010

I nostri figli sono pionieri: stanno plasmando il futuro della società

“I nostri figli, come i vostri, sono pionieri: stanno plasmando il futuro della società”. Sono parole, dense di ottimismo, che ho letto nel blog The Queenfather. Chi è Queenfather? Un papà italiano che vive da anni a Londra, che è sposato con un altro uomo e assieme al quale ha un figlio di 18 mesi nato grazie alla maternità surrogata e di cui si occupa a tempo pieno.
Marco mi ha colpito per la grande chiarezza e sicurezza che lo contraddistinguono quando parla di paternità e di omosessualità: “Esiste un limite all’amore ed entusiasmo verso i propri figli - dice - prescritto dal sesso del genitore? Essere un padre premuroso non basta più? Dove sono i confini tra ciò che un padre dovrebbe fare e ciò che una mamma dovrebbe fare? Un genitore non e’ semplicemente...un genitore?
Sono domande che mi sono sempre fatto da quando sono genitore e a cui Marco ha saputo rispondere in modo sintetico e netto. Così l'ho contattato per conoscerlo meglio e mi ha raccontato un poco della sua vita: ha 35 anni e sta con la stessa persona, sposata sei anni fa, da dieci anni. Gabriel è nato un anno e mezzo fa in California per mezzo della maternità surrogata.
“Sono diventato papà a tempo pieno - mi dice - da quando è nato nostro figlio, prima mi occupavo a livello europeo della direzione dell’immagine delle boutiques di un famosissimo fashion-brand italiano. Organizzavo eventi, trunk shows e press events”.

“Se esiste una distinzione, ti senti più mamma o papà?”, gli chiedo volendo intendere se si rifà a un modello genitoriale in particolare.

“Scusa se mi permetto la risata (ah ah ah). La tua domanda non vuol dire molto. Cosa significa sentirsi più mamma o papà? Sono un genitore, come tutti gli altri. Nel senso, ok, sono un uomo, quindi sì, rientro nelle schematiche dei papà, ma rimane comunque riduttiva come definizione, considerando il profilo sociale e culturale di cui questa figura gode, soprattutto in Italia. Diciamo che sono un papà moderno…. O un papà che si dà da fare. Un papà che cucina, lava, stira, si alza tremila volte durante la notte per coccolare il piccolo che sta attraversando l’incubo della dentizione, un papà che passa le giornate per terra a giocare, o al parco a passeggiare col suo piccolo. Un papà che si preoccupa, si entusiasma, si emoziona. Un papà che ama. Tutto sommato, non sono molto diverso da te suppongo.
In retrospettiva, credo che la tua domanda sia dettata dagli stereotipi di cui spesso parlo (e sparlo…) nel mio blog: mamma a casa a fare la casalinga e tirare su i figli, papà al lavoro e quindi logicamente più distaccato dall’avventura quotidiana che è la famiglia, anche se molto devoto al suo ruolo di ‘approvvigionatore’. Comunque, ognuno fa il suo lavoro all’interno di una coppia e una famiglia. E’ un lavoro di squadra”.

“Frequentate altri genitori omosessuali, con vostro figlio? Frequentate genitori eterosessuali?”

“Vivendo nel Regno Unito, abbiamo la fortuna di essere circondati da una società estremamente eterogenea sotto tutti i punti di vista. Nel nostro circolo di amici abbiamo diverse coppie omosessuali con figli, coppie eterosessuali, interrazziali e famiglie monogenitoriali. Il panorama che offriamo a nostro figlio gli permetterà di avere una visione d’insieme della famiglia come entità sociale, e di conoscere una realtà molto diversa da quella italiana. Qui in UK, anche a livello giuridico e legislativo, ogni nucleo familiare ha la sua validità, i suoi diritti ed il suo posto nella società civile. Indipendentemente dal sesso o dal numero dei genitori presenti”.

“Forse adesso è presto - dato che tuo figlio è ancora molto piccolo - ma come gli spiegate o spiegherete la presenza della madre (donna) all'interno di altre famiglie?”

“Come dicevo sopra, gli verrà spiegato allo stesso modo di quando gli spiegheremo che in alcune famiglie c’è solo una mamma, o solo un papà, o due genitori ‘di colore diverso’ o famiglie adottive. La differenza sta nel fatto che nostro figlio crescerà sapendo di non essere l’unico al mondo con due genitori dello stesso sesso. Questa consapevolezza risolve tanti problemi ed aiuta ad inserire il concetto di normalità all’interno di una situazione a volte percepita come ‘anomala’ dall’esterno. Ricordo benissimo quanto fosse importante per me essere uniforme al modello vigente (almeno prima della ribellione dell’adolescenza, quando facevo di tutto per essere diverso dagli altri…). Il fatto è che il modello vigente qui non esiste. Per fortuna”.

“Cosa ti auguri per il tuo bambino e come pensi evolverà la società grazie alle nuove figure di genitori omosessuali?”

“Mi auguro che cresca con il coraggio di essere se stesso, senza compromessi, ed essere amato, felice e soddisfatto. Spero di riuscire ad insegnargli come essere una persona piena di compassione per il prossimo e di profondità di pensiero, un membro della società che può far la differenza. Come evolverà la societa’? Mah, non saprei. Di sicuro però la realtà delle famiglie omosessuali sta aiutando tutte le altre famiglie ‘anomale’ ad uscire dall’ombra e reclamare lo stesso rispetto e gli stessi diritti di cui godono le altre. Mi auguro che si arrivi a capire che c’è tanto da imparare dagli altri e da chi vive in situazioni diverse dalle nostre e a rendersi conto che i pregiudizi tagliano le gambe a tutti. La società non cambia da sola, cambia perché ci sono elementi che la spingono a cambiare. Noi tutti, come genitori abbiamo l’opportunità di cambiare la società attraverso i nostri figli, insegnando loro la tolleranza, il rispetto ed il valore di sani principi al di là di tutti i dogmi prefabbricati dalla religione. Ama e rispetta il tuo prossimo, non perché lo ha detto Gesù, o Maometto o il Grande Puffo, ma perche’ e’ giusto, umano e…bellissimo!”

Ma le cose più belle sul figlio e sul suo rapporto con lui, Marco le scrive nel suo sito: “Un bambino come il nostro, nato dalla speranza, non può che essere un regalo per una società di sedicenti giusti e così malata di egoismo”.

“Come uomo, un padre e un omosessuale, so che sto facendo il meglio che posso e so che quello che mio figlio mi dimostra ogni giorno è la prova costante che sto andando alla grande!”

“Sto cercando di essere un bravo genitore, un padre amorevole e premuroso, un modello da seguire per mio figlio, un'ispirazione e un educatore. Io sto dando a mio figlio l'amore che mi è stato dato dai miei genitori”.

mercoledì 10 novembre 2010

Amarli (senza se e senza ma)

Amarli senza se e senza ma è il titolo con cui è uscito in Italia Unconditional Parenting, il libro di Alfie Kohn che ho appena finito di leggere. Quello presente nella traduzione italiana, pubblicata da Il leone verde, rappresenta un bel modo di definire l'argomento che vi è trattato, 'l'amore incondizionato', senz'altro meno tecnico e schematico che non nel titolo della versione originale. Il tema è quello di un nuovo approccio educativo da parte dei genitori verso i figli, non più basato sulla logica dei premi e delle punizioni, ma sull'amore e la ragione. Un modo di educare - se ci si pensa - rivoluzionario, perché generalmente le tecniche adottate più o meno inconsciamente da tutti si rifanno al cosiddetto 'comportamentismo'. Ossia, per sintetizzare, a uno schema tipo: mio figlio si comporta bene? Allora lo premio. Si comporta male? Lo punisco. Secondo l'autore americano invece, bisogna superare questi schematismi, con tutta la gamma (ovviamente) di gradi di premi e di punizioni, per approdare a una forma di rapporto in ogni caso basata sull'amore. 
Seguendo la logica del comportamentista, è poi da vedere e capire cosa intenda lui per bene e per male e se questo bene e questo male coincidano effettivamente con il bene e il male per il figlio (e non per il genitore). Per chi mette in pratica l'amore incondizionato invece, ossia chi non nega il proprio amore in alcun caso, prevale la domanda: "Perché mio figlio si comporta così?". Un tale genitore cerca, insomma, di indagare le ragioni di un determinato comportamento, ne ricerca l'origine, la radice. Su questa vuole lavorare, perché considera il comportamento come la facciata esteriore, il modo di manifestarsi di un problema, una reazione a uno stato d'animo.
In ogni caso, chi sposa l'amore incondizionato, non priva mai i figli del proprio amore, nemmeno per un istante, nemmeno per la breve durata di una punizione o di un castigo. Neanche per un istante. Egli, infatti, non perde di vista quella che è - e maggiormente conta - la percezione del bambino rispetto alla punizione, il quale, ogni volta che si trovi in questa situazione, si sente trascurato e non amato.
Conta molto di più - dice Kohn - il 'perspective taking', ovvero il mettersi nei panni del figlio e assumere il suo punto di vista. Cosa non facile, soprattutto se si ha che fare, come spesso accade, con genitori che non vogliono e non possono rinunciare alla loro autorevolezza (a volte, all'autoritarismo) nei confronti dei figli e che non sono pronti a fare qualche concessione.
Ma io credo sia una sfida da non farsi sfuggire, nonché una buona occasione per un genitore, quella di adottare 'la tecnica' proposta da Kohn e che consiste, in ultima analisi, nel mettersi ad ascoltare i figli. E capire le loro esigenze, i loro problemi e angoscie. Guardare il mondo il più possibile con i loro occhi. 
C'è una bella frase di Jean Piaget che l'autore cita all'inizio del libro e che voglio riferire: "Quanto più prezioso di tutte le regole del mondo è un briciolo di umanità". Penso siano parole e un atteggiamento validi soprattutto se rivolti a dei figli da parte di genitori che desiderano il loro bene.

domenica 7 novembre 2010

Le colpe dei genitori-non genitori

Venerdì scorso sul Corriere della Sera c'era un bell'articolo di Isabella Bossi Fedrigotti sul tema dell'assenza dei genitori di ragazzine come Noemi, Ruby, Nadia e le altre al centro delle cronache di questi giorni. Sono i genitori-non genitori - così li definisce la giornalista -, gente che ha abbandonato i propri figli, li ha incentivati ad assumere stili di vita inaccettabili, ne ha nascosto le azioni più ignobili e favorito comportamenti senza moralità. Persone che hanno trasmesso ai figli falsi valori e che hanno abdicato al loro ruolo di genitori. Genitori assenti, dunque, o, più semplicemente, non genitori.

Potete leggere l'articolo collegandovi al link di seguito

giovedì 4 novembre 2010

Volto pagina: nasce figlio-padre.com

Mi chiamavano 'mammo' ma sono sempre stato un papà. Mi occupavo di mio figlio neonato e mi dicevano che mi comportavo come una madre. Nacque così SOS Mammo, per una mia reazione a una mentalità antiquata secondo la quale le mamme devono fare le mamme, mentre i papà devono fare i papà. Non ero e non sono d'accordo con questa distinzione, in quanto per me esistono solamente 'genitori', senza differenze di sesso e di ruolo. Nel prendermi cura di mio figlio, mi sentivo un papà, ero e sono un padre, ma - mi dicevo - voi chiamatemi pure come volete, non mi importa.
Però il titolo del blog, SOS Mammo, col tempo si è dimostrato fuorviante, nonostante io abbia spiegato bene e molte volte, sia nella presentazione del sito che in altre occasioni, cosa pensassi della parola 'mammo': ossia che è una presa in giro, che è un modo riduttivo e spesso offensivo di rivolgersi a un papà.
Anche ultimamente, dopo più di un anno dalla nascita del blog, mi sono sentito chiedere da un giornalista che voleva un'intervista: "Ma tu ti senti un 'mammo'?". 
Dunque, è passato un anno e ho deciso di voltare pagina e di rinunciare al titolo ironico e provocatorio che avevo scelto per raccontare il mio rapporto con mio figlio. Il nome di questo blog andrà man mano a scomparire per essere sostituito da figlio-padre.com. Cambierà soltanto l'intestazione ma sarà sempre lo stesso diario personale che ho scritto fino a oggi. Credo - e mi auguro sia così - che con questo nuovo nome resterà poco spazio per altri equivoci.
Ancora una spiegazione, che riguarda la scelta del nuovo nome FiglioPadre: osservando giorno dopo giorno il mio rapporto con mio figlio, ho scoperto di non poter prescindere da me stesso in quanto a mia volta figlio e, di conseguenza, anche dalla figura di mio padre. Anche di questo ho parlato tante volte: quando guardo mio figlio, quando parlo con lui, rivedo me stesso alla sua età e contemporaneamente io divento in qualche modo il mio genitore: rivivo il mio rapporto con mio padre quando avevo l'età di mio figlio.
Non so come spiegarlo bene, ma è come se fossi spettatore di una compresenza che unifica il mio passato, il nostro presente e il suo futuro. Insomma, ultimamente ho sempre più l'impressione che mio figlio sia l'anello di una catena forgiata molto tempo prima di me. E che io e lui siamo anelli non molto dissimili e che i nostri ruoli siano in qualche modo speculari. Ecco il perché di un nome come FiglioPadre: perché io sono un padre ma non riesco a non sentirmi anche un figlio e, non da ultimo, semplicemente perché qui si parla di un padre, di suo figlio e della loro amicizia.

martedì 2 novembre 2010

Genitore è chi si prende cura del figlio

Genitore è chi si prende cura del figlio, sia che lo abbia messo al mondo e sia che non lo abbia fatto: questa è la mia opinione riguardo il tema della discussione lanciata giovedì scorso. Genitore è colui che, prendendosi cura del figlio, ne rinnova giorno dopo giorno il momento della nascita. Genitore è la persona che tiene in vita il figlio, che lo aiuta e che lo salva, così come fa chiunque si prenda cura di qualcuno o di qualcosa: la fa sopravvivere il più a lungo possibile, la salvaguarda, cerca di evitarne - in ultima analisi - la morte. In questo senso, sono genitori sia quelli naturali, sia quelli adottivi e sia le coppie gay.
Ma chi per prima si prende cura del figlio è proprio chi lo mette al mondo, la madre che lo porta in grembo nel corso della gravidanza. Lo fa, custodendolo dentro di sé e nutrendolo, ogni minuto che passa per nove mesi. Cerca di portare a termine la gestazione consentendo al feto di formarsi e di svilupparsi al meglio, permettendogli di rafforzarsi prima di affrontare il mondo.
Quando poi il figlio nasce, il più delle volte i genitori se ne prendono cura e il loro è un lavoro destinato a non avere mai una fine: infatti, i genitori si prendono cura dei figli anche quando questi diventano maggiorenni, anche quando hanno un lavoro, anche quando, a loro volta, hanno dei figli propri. Lo fanno intervenendo ogni volta che sono in difficoltà: si prendono cura dei figli da quando li aspettano a tutto il resto della loro vita.
E vero: ci sono figli non voluti, figli nati per un calcolo anticoncezionale sbagliato, figli desiderati ma senza troppa convinzione e nati lo stesso. Ci sono figli partoriti e gettati nel secchio della spazzatura oppure lasciati fuori dagli ospedali o, come si faceva una volta, fuori dai conventi. Questi figli - quando hanno avuto fortuna - hanno trovato altri genitori, migliori di chi li ha partoriti e abbandonati davanti a una chiesa: gente che si è presa cura di loro. 
E poi ci sono figli non abbandonati per la strada, ma abbandonati a se stessi. Bambini e ragazzi di cui i genitori non hanno avuto cura: persone cresciute senza genitori. Sono i figli più sfortunati, i più soli al mondo, assieme a quelli sui quali i genitori hanno tiranneggiato.
Ci sono figli mai nati: abortiti quanto prima o "prima che fosse troppo tardi". E ci sono genitori - anche questi - mai 'venuti al mondo' o a cui è capitato di diventarlo "quando ormai era troppo tardi" e il danno era stato fatto.
Prendersi cura dei figli: per me un genitore è quello che lo fa, preferibilmente lo stesso dal concepimento alla fine dei suoi giorni. In tutti gli altri casi, è colui che subentra al posto di chi ha partorito - e non ha potuto farlo oppure si è reso latitante - e che si prende cura di loro al posto di chi doveva farlo e non lo ha fatto.

domenica 31 ottobre 2010

Con i tuoi stessi occhi di bambino

Perfino le favole
gli stessi cartoni animati
e i giocattoli che animi
i libri che 'leggi'
i tuoi pensieri
i tuoi sorrisi
Tutto di te mi parla d'amore.

Io che sono talmente disincantato
mi ritrovo a resuscitare storie
e a credere finalmente
in realtà a lieto fine.

Immagino favole
che hanno occhi di bambino
Fate e cavalieri con il tuo sguardo
streghe di Halloween
oppure di Biancaneve
senza mele avvelenate.
Peter Pan che volano
e che qualche volta si riposano.

Con i tuoi stessi occhi di bambino
osservo mondi inabissati e poi riemersi
Isole dove tu mi vuoi per ora
ma dove io non ho spazio
perché appartengono a te
A te soltanto

Ancora per un poco sono ospite
nei tuoi stessi sogni.  (2010)

giovedì 28 ottobre 2010

Un genitore è chi fa un figlio o chi se ne prende cura?


E' la prima volta che lo faccio: lanciare un sondaggio-discussione sul tema 'genitori'. Voglio proporlo perché non è per niente scontato e pacifico il fatto di avere tutti la stessa opinione sulla definizione del termine e proprio ieri ho avuto uno 'scontro' di vedute sull'argomento.

La parola 'genitore' si addice di più a coloro che mettono al mondo dei figli oppure a coloro che se ne prendono cura? E' più facile fare dei figli o farli crescere?

Insomma, la domanda è questa: che cos'è per voi un genitore? Attendo risposte, definizioni, opinioni e quant'altro, che potete inviare a cristiano@figliopadre.com e che pubblicherò in ordine di arrivo in questo post.

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Francesco, il 28 ottobre ha detto: "Sul mio dizionario c'è scritto: i genitori sono coloro che generano i figli e che danno la vita ai figli".

Antonio, il 28 ottobre ha detto: "Il padre e la madre".

Luisa, il 28 ottobre ha detto: "I genitori sono coloro che si prendono cura dei figli".

Federico, il 28 ottobre ha detto: "E' facile fare dei figli e poi dimenticarsene. Penso che il vero genitore sia chi se ne prende cura".

Maria, il 28 ottobre ha detto: "Sono d'accordo con Federico: si pensi ai genitori adottivi".

Sicampeggia, il 28 ottobre ha detto: Appena partorito ho pensato che una mamma naturale fa molto di più di una adottiva. Adesso, che mio figlio ha quasi due anni, capisco quanto mettere al mondo un figlio sia solo il primo passo. Tutto quello che viene dopo è talmente tanto importante, faticoso e fantastico da ridimensionare il peso di quel primo momento. C'è talmente tanto da dare ad un bambino che anche se ci si perde quel primo momento ci si può sentire comunque BUONI Genitori.

Mamma non basta, il 29 ottobre ha detto: "Essere genitore è di certo il mestiere più complicato del mondo...nessuno è immune da errori...ogni età dei propri figli necessita di particolari attenzioni, responsabilità e anche maturità.Nonchè di un'infinita pazienza. Tutto ciò non è possibile se non li si ama svisceratamente e incondizionatamente.
Un genitore, per me, è senz'altro chi se ne prende cura giorno dopo giorno, capriccio dopo capriccio, carezza dopo carezza...
Fare un figlio è la cosa più semplice...e spesso, da molti, la meno voluta... ".

Luca, il 29 ottobre ha detto: "La mia risposta a: Un genitore è chi fa un figlio o chi se ne prende cura? Per me è fuori di dubbio che genitore è chi si prende cura del figlio e ritengo altrettanto importante mettere al mondo un figlio con il coinvolgimento che ciò comporta. Dopo la nascita di mia figlia è nata per lei e per me un'avventura indimenticabile, che vorrei non finisse mai. Se non mi prendessi cura di lei ogni giorno e questo da pochi minuti dopo la sua nascita, come potrei gioire di tutto ciò?

Cristiano, il 29 ottobre ha detto: "Così come ho già detto per e-mail ai lettori che mi hanno scritto direttamente e che hanno la vostra stessa opinione sul tema, sono d'accordo con voi: prendersi cura dei figli è la cosa più importante, che rinnova giorno dopo giorno il momento della loro nascita. Si è genitori quando si generano dei figli, ma soprattutto ogni volta che ci si prende cura di loro.
Mentre attendo altri nuovi interventi, vi preannuncio che la prossima settimana vorrei trarre le conclusioni di questa discussione in un nuovo post".

venerdì 22 ottobre 2010

'Quote azzurre': solo forza simbolica? Non credo

L'Europarlamento ha stabilito che i neo papà possano usufruire di un congedo dal lavoro di due settimane a stipendio pieno. Mi da lo spunto per una serie di riflessioni il commento a questa notizia del giornalista Paolo Di Stefano, il quale, sul Corriere della Sera di oggi, p. 29, afferma che, se sul piano pratico non cambia quasi nulla - dato che mamme e nonne hanno sicuramente più esperienza dei papà -, la decisione del Parlamento europeo è destinata a incidere invece sulla sfera simbolico-emotivo-affettiva dei padri. "Dunque - esorta il giornalista - non buttiamola via questa proposta della Ue di rendere obbligatorio il congedo paterno per quindici giorni dopo il parto". "Obbligatorio - sottolinea -. Il che significa che non lascerebbe scampo agli alibi di impegni lavorativi e di responsabilità inderogabili esterne alla famiglia".
Secondo Di Stefano - lo si scopre ancora di più continuando a leggere l'articolo - la maggior parte dei papà vivrebbe la nascita di un figlio come un onere o come una distrazione da impegni più importanti come, appunto, quelli professionali. Quindi - sembra dire - ben venga una legge che richiami alle responsabilità familiari. D'altro canto - secondo lui - con la venuta al mondo di un bebè, non cambia il peso della gestione, che ricade sempre sulle spalle della madre: "In genere, dopo le due settimane, sarebbe comunque lei, la mamma, a sopportare lo stress post-parto delle notti in bianco o quasi (papà lasciamolo dormicchiare...), dei pianti e delle colichette (...). E dopo - dice ancora -, peggio che andar di notte (le notti insonni di cui sopra): provate ad andare in un pomeriggio qualunque davanti ai cancelli di una scuola materna a scelta e a contare i padri...Eventualmente, per aver numeri più confortanti - suggerisce - si passi ai giardinetti il sabato mattina o la domenica".
Per Di Stefano, le due settimane di congedo costituiscono, se non altro, un passaggio culturale rispetto alla cultura dei padri mediterranei in genere, "la cui intelligenza è radicata in un terreno compatto di tradizioni, convinzioni, convenzioni e abitudini antiche per non dire arcaiche. Giusto. Tant'è vero che oggi in Italia i padri che usufruiscono del congedo facoltativo sono una percentuale minima. Ma è a questo punto che interviene la forza simbolica che dovrebbe portarlo a riflettere, il padre, sulle esigenze di una nuova famiglia dentro una nuova società e un nuovo mondo. Perché se cambia tutto attorno a noi, sarebbe bene che cambiassero anche le dinamiche familiari, che agli ottimisti sembrano inossidabili e invece rischiano di essere incancrenite e vetuste".
Il giornalista finisce il suo pezzo parlando di "alibi biologico" dei padri e di "resistenza al cambiamento" da parte della società e dei datori di lavoro in cui mal si inserirebbero le nuove istanze presentate dall'Unione europea e che quindi, in un contesto simile, avrebbero scarsa possibilità di attuazione. Sono, queste ultime, questioni che poco mi interessano di fronte a idee di paternità, come quelle di Di Stefano, a mio parere del tutto anacronistiche. Penso, infatti, che il paradigma paterno, così come lo ha presentato, non appartenga più alla società in cui viviamo e in cui la rivoluzione culturale, che potrebbe essere apportata dalle disposizioni europee, è qualcosa di già avvenuto. Il modello di padre di cui si parla sul Corsera è quello tipico degli anni '50 e, dal punto di vista del piccolo osservatorio sulla paternità, costituito da questo blog e dalle numerose idee che scambio sul tema con molti altri papà blogger, emerge una realtà del tutto diversa. Un contesto, evidentemente nuovo per Di Stefano, dove i padri non solo collaborano e sono sempre più parte attiva nella cura della prole, ma vogliono esserlo anche in presenza di ostacoli come il lavoro.
Quanto poi allo scarso utilizzo dell'astensione facoltativa dal lavoro per i papà (nel 2009 ne hanno usufruito soltanto il 5,8 per cento, un trend comunque in crescita del 36 per cento rispetto all'anno precedente), questa è imputabile soltanto alla massiccia decurtazione degli stipendi che ne deriva (l'80 per cento!) e non alla mancanza di responsabilità all'interno della famiglia oppure al voler delegare ogni incombenza alle mogli. A questo proposito, l'anno scorso sul Guardian era riportata una ricerca della britannica 'Equality and Human Rights Commission', secondo cui non solo le mamme, ma anche i papà desiderano un giusto equilibrio fra ruolo di genitore e carriera. Non si trattava di una rivendicazione scontata, dato che questa ha riguardato da sempre solamente le donne. Soltanto, qui cambiava il punto di partenza: mentre le mamme vogliono, giustamente, anche delle soddisfazioni professionali, i lavoratori di sesso maschile vogliono, altrettanto giustamente, anche un appagamento che derivi dall'essere genitori.
Il rapporto dell'EHRC 'Padri, famiglia e lavoro' sottolineava come i papà siano "sotto pressione" quanto le mamme nella gestione del lavoro e della vita familiare. Il tempo è la costante dell'insoddisfazione che ne deriva: troppo poco quello dedicato ai figli a dispetto di quello, troppo grande, riservato al lavoro, con un 54 per cento di padri con figli al di sotto dell'anno di età che ritiene di non dedicare abbastanza tempo alla prole.
"Il desiderio di molti padri di passare più tempo con i figli può essere frustrato da lunghi orari e da posti di lavoro non elastici e fa scaturire tensioni fra lavoro e famiglia", diceva lo studio, sottolineando che soltanto il 46 per cento dei papà ritiene di trascorrere "la giusta quantità di tempo" al lavoro, contro il 61 per cento delle mamme. Inoltre, i 'padri lavoratori' non si sentirebbero a proprio agio nel chiedere mansioni più flessibili ai datori di lavoro, con due papà su cinque preoccupati che richieste simili possano avere ripercussioni negative sulla carriera. Ancora, nonostante possano usufruire di un permesso di paternità retribuito, il 45 per cento dei papà non si avvale di questo diritto, ammettendo tuttavia che gli sarebbe piaciuto farlo.

giovedì 21 ottobre 2010

Europarlamento: ai papà 2 settimane di congedo a stipendio pieno

Due settimane di congedo a stipendio pieno per i papà, anche in caso di unioni al di fuori del matrimonio, e 20 per le mamme retribuite al cento per cento. L'Europarlamento ha modificato la direttiva Ue in materia di congedo parentale e, dopo la conciliazione con i 27 stati membri, i padri naturali dei neonati potranno restare a casa per occuparsi dei bebè senza drastiche decurtazioni dello stipendio. Il testo della relatrice portoghese, l'eurodeputata socialista Edite Estrella, approvato dal Parlamento europeo, non cambia di fatto la durata dell'astensione dal lavoro per le mamme italiane (mentre cambia in altri stati membri in cui il congedo è di 14 settimane). Modifica invece la retribuzione, che in alcuni casi qui da noi è all'80 per cento del salario.
In Italia la nuova direttiva dell'Europarlamento costituisce invece una vera rivoluzione per i papà, che oggi possono godere di giorni di congedo solo in casi particolari (ad esempio, se la madre non può usufruirne a causa di una malattia, cfr l'art 28 della legge 151/2001). Ma Francia, Germania e Gran Bretagna si sono dette subito contrarie ad adottare la nuova risoluzione a causa dell'aumento dei costi da sostenere.

mercoledì 20 ottobre 2010

Latte materno: - 2 cm di filiera al Salone del Gusto


Alimenti biologici, filiera corta, dal produttore al consumatore, cultura del cibo, slow food: sono espressioni nate negli ultimi tempi e che sono sempre più in voga. Eppure, la filosofia legata a questo modo di parlare non è una moda, ma è vecchia almeno quanto l'uomo. Si pensi al latte materno: i bambini allattati dalla mamma hanno da sempre accesso, per diversi mesi, a un cibo preparato appositamente per loro e lo consumano nel luogo di produzione.
Si tratta dunque della filiera più corta che esista, a - 2 centimetri, che è la lunghezza del capezzolo nella bocca del lattante. Inoltre, il neonato allattato al seno gode di un privilegio unico: apprende i sapori della sua terra che gli vengono trasmessi dalla mamma attraverso il suo latte. Insomma, mangia un cibo locale, che oltre a nutrimento, anticorpi e ad altre sostanze preziose, trasmette cultura.
E' per tali motivi che anche quest'anno la La leche League sarà presente, da domani fino al 25 ottobre, al Salone del Gusto di Torino, per ricordare, cioè, che allattare al seno è l'esempio perfetto del mangiare sano e naturale, locale e slow.

lunedì 18 ottobre 2010

La stagione dell'amore tornerà


Ieri sera, sul divano ci sono una spada di gomma piuma, una pistola ad acqua e un pugnale di plastica: mio figlio ha deposto le armi con le quali ha combattuto per tutto il pomeriggio. Alle prime note de' La stagione dell'amore di Battiato, Dodokko assume un'aria ispirata e si mette a ballare come Roberto Bolle. Proprio lui, che non ha mai assistito a un balletto classico, improvvisa coreografie, fa salti e piroette, inventa passi di danza, devo ammettere...armonici.
Poi, distende braccia e schiena in avanti, socchiude gli occhi e prova a cantare, a modo suo: "La stagione dell'amore tornerà / con le paure e le scommesse questa volta quanto durerà. / Se penso a come ho speso male il mio tempo / che non tornerà, non ritornerà più".
Mio figlio balla e canta e, mentre lo fa, mi parla al cuore: molte cose non ritorneranno più, già lo sapevo. Ma tante altre non le lascerò scappare via e questo invece lo so da ieri sera.
Sul divano stamattina ci sono ancora una spada, una pistola e un pugnale, assieme alla mia promessa. Il salone è vuoto, mentre Dodokko dorme ancora, di là nella sua cameretta, nell'ora più bella del sonno.

giovedì 14 ottobre 2010

Evviva la Svezia...e gli svedesi

L'altro giorno mi sono imbattuto nel blog congedoparentale.blogspot.com: è il diario di un papà sulle giornate che passa con le figlie grazie al permesso di astensione dal lavoro. Ho trovato i suoi post asciutti e, nonostante questo, pieni di sentimento. Ma la cosa che più mi ha colpito è proprio il fatto di aver incontrato, per la prima volta anche se virtualmente, un padre che usufruisse del congedo parentale...per quattro mesi!
Mi sono incuriosito e ho contattato l'autore del blog, Stefano, al quale ho rivolto per e-mail qualche domanda, fra le quali: "Come fai a vivere con il 30 per cento dello stipendio?", che è il motivo principale a causa del quale in Italia praticamente nessun papà decide di godere dell'astensione facoltativa dal lavoro.
Mi ha risposto che vive e lavora in Svezia. E ciò basterebbe a svelare l'arcano di una decisione, qui da noi, a dir poco originale. Ma ha aggiunto anche che il presidente della società per cui lavora - che a luglio lo ha nominato dirigente dopo che aveva già comunicato all'azienda la sua decisione di restare a casa - gli ha detto testualmente: "Non darei mai responsabilità del personale a una persona che non si prende la responsabilità della propria famiglia". Queste parole, pronunciate in ultima analisi da un datore di lavoro, fanno intendere che in Svezia il diritto al congedo parentale, finalizzato anche alla responsabilizzazione dei dipendenti, sia prima di tutto una mentalità e solo successivamente una parte integrante delle politiche per la famiglia del governo. In altre parole, il congedo è prima di tutto una cultura e, soltanto dopo, una legge.
Fra le altre cose, lontane anni luce dall'Italia, Stefano, genitore di due bambine di quasi 5 e 1 anno, mi ha raccontato che in Svezia l'astensione dal lavoro per i neo genitori prevede 14 mesi pagati all'80 per cento (in Italia l'indennità è pari al 30 per cento della retribuzione per un periodo massimo complessivo per entrambi i genitori pari a sei mesi) di una cifra sino a 3500 euro a seconda dello stipendio. Dei 14 mesi, 3 sono riservati alla madre, 3 al padre, gli altri si possono dividere e c'è un bonus per incentivare i papà a prendere più di 3 mesi.
"Società come la mia - dice ancora Stefano - incentivano il congedo 'completando' sino al 90 per cento dello stipendio nominale. Tieni poi conto che lo stato da a tutti circa 110 euro al mese per ogni figlio (a copertura del costo dell'asilo)".
Ciò che si forma fra padre e figli, durante una convivenza così lunga nei primi mesi di vita dei piccoli, per Stefano è "un rapporto forte". E, ricordando anche la sua prima astensione dal lavoro dopo la nascita della primogenita, afferma di essere convinto che "l'ottimo rapporto che ho con mia figlia e il suo interesse a essere bilingue svedese-italiano dipendono anche dalla quantità (non solo dalla qualità) del tempo che passiamo insieme".
Già, il tempo che passiamo insieme ai figli: a Stefano ho detto che qui in Italia nessun datore di lavoro si sognerebbe mai di posporre l'azienda al lavoratore, né tanto meno ai suoi figli e alla sua famiglia. E poi mi sono ricordato e gli ho raccontato del mio originale 'congedo parentale', quando mio figlio aveva 9 mesi. In quell'occasione ebbi la grande fortuna di stare con lui per 2 mesi grazie a...una mia malattia, di cui racconto brevemente qui sosmammo.blogspot.com/2009/11/benedetta-malattia.html. Fu un tempo meraviglioso e prezioso, quello passato assieme, ma che oggi lascia l'amaro in bocca al pensiero che in Italia, almeno nel mio caso, fu necessario ammalarsi per trascorrere del tempo con mio figlio.

martedì 12 ottobre 2010

Un pensiero bambino rivolto ai grandi

Ricevo dalla mia amica Ella e pubblico...

Un pensiero bambino rivolto ai grandi

Se il bambino vive nella critica,
impara a condannare.
Se vive nell'ostilità,
impara ad aggredire.
Se vive nell'ironia,
impara la timidezza.
Se vive nella vergogna,
impara a sentirsi colpevole.
Ma:
Se vive nella tolleranza,
impara ad essere paziente.
Se vive nell' incoraggiamento,
impara la fiducia.
Se vive nella lealtà,
impara la giustizia.
Se vive nella disponibilità,
impara ad avere fede.
Se vive nell'approvazione,
impara ad accettarsi.
Se vive nell'accettazione e nell'amicizia
impara a trovare l'amore nel mondo.

mercoledì 6 ottobre 2010

Leche League in piazza per la Settimana Mondiale dell’Allattamento


Si celebra quest’anno il ventesimo anniversario della Dichiarazione degli Innocenti di Firenze con la quale si sanciva il diritto dei bambini all’allattamento. È accertato ormai da anni che i servizi sanitari giocano un ruolo importantissimo nel successo dell’allattamento. In tutto il mondo i Dieci Passi (per gli ospedali) e i Sette Passi (per il territorio) forniscono un valido sostegno per aiutare le mamme a realizzare i loro progetti di allattamento e per preparare gli operatori sanitari ad aiutarle. Dal 1989 più di 20.000 reparti maternità in 152 paesi, (circa il 28% nel mondo), hanno attuato pienamente i Dieci Passi e sono stati riconosciuti dall’Iniziativa Ospedali Amici dei Bambini (BFHI).
L’incidenza di allattamento esclusivo al seno è aumentata in modo significativo. Purtroppo però siamo di fronte a un fenomeno, presso i reparti già riconosciuti, di stallo o addirittura di calo nelle percentuali di allattamento esclusivo al seno in molte realtà nazionali. È quindi giunto il momento di ripensare all’impostazione dell’iniziativa BFHI e di decidere in quale direzione procedere. Occorre potenziare i programmi formativi in modo da incrementare l’applicazione dei dieci passi. Gli obiettivi della SAM 2010 sono per questo focalizzati a promuovere azioni innovative e sinergie tra gli operatori nei Servizi Sanitari e sul territorio per sostenere le mamme nel raggiungimento dei loro obiettivi di allattamento. Il sostegno dell’allattamento è un diritto delle mamme, un diritto dei bambini e un diritto umano.
La Leche League Italia organizzerà in ottobre in varie piazze italiane banchetti e convegni per la diffusione di materiale sull’allattamento; ulteriori informazioni sono reperibili sul sito www.lllitalia.org. I materiali sulla SAM 2010 e l’elenco delle iniziative organizzate in Italia si possono scaricare dal sito del MAMI (http://www.mami.org/sam/sam10/sam10.html), mentre le iniziative a livello mondiale si trovano sul sito della WABA, World Alliance for Breastfeeding Action (http://www.waba.org.my/)

I 10 PASSI PER IL SUCCESSO DELL’ALLATTAMENTO AL SENO
Ogni struttura che fornisca servizi per la maternità e assistenza neonatale dovrebbe:
1) Definire un protocollo scritto per l’allattamento al seno da far conoscere a tutto il personale sanitario
2) Preparare tutto il personale per attuare completamente questo protocollo
3) Informare tutte le donne in gravidanza sui benefici e sui metodi di realizzazione dell’allattamento al seno
4) Aiutare la madre perché inizi ad allattare entro mezz’ora dal parto (Mettere il neonato a contatto pelle a pelle con la madre immediatamente dopo la nascita per almeno un’ora e incoraggiare la madre a comprendere quando il neonato è pronto per poppare, offrendo aiuto se necessario).
5) Mostrare alla madre come allattare e come mantenere la secrezione lattea anche nel caso in cui venga separata dal neonato
6) Non somministrare al neonato alimenti o liquidi diversi dal latte materno, tranne su prescrizione medica
7) Sistemare il neonato nella stessa stanza della madre in modo che trascorrano insieme 24 ore su 24 durante la degenza
8) Incoraggiare l’allattamento al seno a richiesta
9) Non dare tettarelle o succhiotti ai neonati che vengono alimentati al seno
10) Favorire la formazione di gruppi di sostegno all’allattamento al seno e indirizzarvi le madri dopo la dimissione dall’ospedale o dalla clinica (Promuovere la collaborazione tra il personale della struttura, il territorio, i gruppi di sostegno e la comunità locale per creare reti di sostegno a cui indirizzare le madri alla dimissione dall’ospedale).

I 7 PASSI DELL’INIZIATIVA COMUNITÀ AMICA DEI BAMBINI PER L’ALLATTAMENTO MATERNO (BFCI)
1) Definire una politica aziendale per l’allattamento al seno e farla conoscere a tutto il personale
2) Formare tutto il personale per attuare la politica aziendale
3) Informare tutte le donne in gravidanza e le loro famiglie sui benefici e sulla pratica dell’allattamento al seno
4) Sostenere le madri e proteggere l’avvio e il mantenimento dell’allattamento al seno
5) Promuovere l’allattamento al seno esclusivo fino ai 6 mesi compiuti, l’introduzione di adeguati alimenti complementari oltre i 6 mesi e l’allattamento al seno prolungato
6) Creare ambienti accoglienti per favorire la pratica dell’allattamento al seno
7) Promuovere la collaborazione tra il personale sanitario, i gruppi di sostegno e la comunità locale.