mercoledì 30 dicembre 2009

Last minute baby

Se anche la speranza, ottimistico antidoto ai mali dell’uomo, fosse uscita dal vaso di Pandora, cosa sarebbe accaduto? Forse si sarebbe dispersa come vapore nell’aria e la fatica, la malattia, la vecchiaia, la pazzia, la morte e tutti gli altri guai che affliggono l’umanità si sarebbero trasformate in condanne inappellabili. Oppure, chi può saperlo, materializzandosi, la speranza avrebbe eliminato, una volta per tutte, ogni cosa che per l’uomo è nefasto. Mi piace propendere per la seconda ipotesi e immaginare che riuscì a fare anche questo, Prometeo il benefattore, una volta liberato dalla catene sulla montagna del Caucaso e tornato a casa del fratello. Mi piace pensare ai ‘last minute baby’ come all’ultimo regalo, in ordine di tempo, fatto dal titano al genere umano.
Così come i ‘last minute’ sono spesso l’ultima occasione per fare il viaggio da sempre agognato, i ‘last minute baby’ sono l’ultima occasione temporale per una coppia di avere un bambino e di realizzare un sogno. La scienza ha spostato molto in avanti le lancette biologiche della procreazione e, in un modo o nell’altro, oggi le donne riescono a concepire anche a 60 anni. Senza però dover necessariamente arrivare a simili punte di età, è un fatto che siano sempre di più le neo mamme in gravidanza dopo i quaranta. Un esempio fra tutti: la notizia, di domenica scorsa, della dolce attesa della 45enne Monica Bellucci, alla sua seconda esperienza di maternità dopo la prima, avvenuta nel 2004, quando l’attrice aveva sulle spalle già 40 primavere (e a cui si riferisce la foto sulla copertina di Vanity Fair).
In Italia, la donna-tipo che ha un bambino dopo i 40, in genere, non ha fatto male i suoi calcoli contraccettivi, ma ha deciso di concepire, spesso servendosi di tecniche di procreazione assistita. Di solito è al suo primo figlio e la scelta di averlo è avvenuta dopo che la stessa è stata lungamente rimandata per ragioni legate alla carriera professionale o a causa di pregresse relazioni affettive ‘instabili’. Ma che differenza c’è fra una donna (e una coppia) giunta agli ‘anta’ e una ragazza (e dei genitori) di venti anni? Andando a caso, sintetizzando molto e in linea di massima: più rischi di avere figli con malattie cromosomiche vs maggiori probabilità di nascita di bimbi sani; una gravidanza ponderata, desiderata da tempo e che, per questo, porta con sé una gioia incommensurabile vs una gravidanza molto spesso non desiderata e, anche se gioiosa, di frequente accettata in modo non del tutto consapevole; una maggiore sicurezza economica vs una situazione lavorativa ancora (e per molto tempo ancora) instabile.
Ora si apre il dibattito: i ‘last minute baby’ sono una possibilità positiva oppure negativa? Sono il segno di una deriva scientifica (una sorta di accanimento terapeutico) oppure il sogno realizzabile di chi non ha potuto pensare prima ad avere dei bambini? Insomma, i ‘figli dell’ultimo momento’ sono un bene o un male? Anche se mi piacerebbe vivere in una società dove perlomeno la procreazione fosse il baluardo estremo di un atto naturale, senza se, senza ma e soprattutto senza troppi pensieri e ripensamenti (vedi il post 'Il desiderio e l'incertezza di volere dei figli'), anche se vorrei (e non credo di dire nulla di scandaloso) che la decisione di avere dei figli fosse presa molto meno con il cervello e molto di più con il vero desiderio (e con tutto ciò che questo comporta, leggi: impegno e responsabilità) di averne, non posso prescindere dal momento storico e sociale in cui viviamo e che ci ‘costringe’ (spesso ci fa sentire costretti, vedi il post 'La mamma, il lavoro e la società dove tutto è rimandato') a fare i figli sempre più tardi. Per quanto mi riguarda ho già risposto al sondaggio: per me, i ‘last minute baby’ sono l’ultimo, bel regalo di Prometeo al genere umano.

giovedì 24 dicembre 2009

Ospedale per bambini

Prima o poi doveva succedere, di finire all'ospedale. E' capitato anche a Dodokko la scorsa settimana. Niente di grave, ora che tutto è finito. Ma finchè siamo rimasti lì, è stato come se il mondo ci fosse crollato improvvisamente sulla testa. Sei giorni di violenze per guarire, non si sa ancora bene da cosa. Sei giorni di disperazione da dover nascondere agli occhi di un bambino, ma che - lo so con sicurezza - in qualche modo Dodokko ha avvertito.
Di questo, appunto, voglio parlare: delle violenze inflitte ai piccoli pazienti e della disperazione dei genitori nei reparti di pediatria degli ospedali. Tacerò invece sugli argomenti che riguardano come sempre la sporcizia delle camere da letto e dei servizi igienici, il vitto scadente e improponibile, così come non mi sbilancerò sulle terapie "a scopo puramente preventivo" senza la presenza di alcuna diagnosi particolare, ma soltanto di..."ipotesi di diagnosi". Su questi temi, la mia opinione è tutta qui e non mi va di andare oltre: la medicina non è una scienza esatta: nella maggior parte dei casi si guarisce grazie a un proprio buon sistema immunitario e in ospedale ci si sta soltanto per controllare (monitorare: ma quanto e come?!) che la situazione non si aggravi ed eventualmente non precipiti.
Dunque, le violenze in ospedale. Qualsiasi azione, anche a fin di bene e di guarigione, si compia su un bambino è violenta: anche mettergli un termometro sotto l'ascella, se lo fa un infermiere sconosciuto, può essere un'esperienza traumatica. Figuriamoci cosa può essere il tentativo di infilare una cannula in una vena per idratarlo da una flebo! Eppure, anche i più piccini sono spesso dei numeri. E, come al supermercato, dopo il primo "avanti il prossimo, chè qui non c'è tempo da perdere!". E giù mani enormi che immobilizzano ogni tentativo di contorcersi, fra stupide storielle raccontate allo scopo di distrarre l'attenzione del piccolo nel momento cruciale della perforazione. E via con "i pizzicotti", come vengono chiamate le iniezioni intramuscolari, mentre le rassicurazioni dei genitori ("è un attimo" o "è l'ultima") si sprecano e si perdono fra le urla di chi non conosce ragioni. E vai anche e perfino con il misterioso e indolore anello che si infila su un dito della mano e che serve (ma il bambino non lo sa!) soltanto per misurare la pressione e la frequenza cardiaca.
Ciò che servirebbe negli ospedali e specialmente nei reparti pediatrici è una maggiore umanizzazione del personale sanitario. Porca miseria, sono bambini! Un po' di tatto, un po' di sensibilità, un po' di pazienza: se non sono pazienti per primi i medici e gli infermieri, come si può pretendere che lo siano gli stessi pazienti?! Di tatto e di sensibilià, poi, è vero che oggi non ce n'è quasi più in giro. Ma di fronte a degli infermi come è giustificabile, ad esempio, il boato della porta della camera che si apre di pomeriggio, mentre Dodokko dorme dopo che la notte precedente non ha chiuso occhio? Come è possibile che l'infermiera, invece di parlare a bassa voce quando entra nella stanza, urli o canti mentre sparecchia e sbatta di continuo piatti e coperchi? Anche questa è violenza. E perfino la festa di Natale organizzata dalla Croce Rossa lo è, se i volontari, dalle 15 in punto iniziano a entrare in camera ogni 10 minuti per avvisare, 'col megafono', che nella stanza affianco ci sono giocolieri e pagliacci pronti a intrattenere i piccoli ospiti dell'ospedale. Lo fanno come se fossero gli animatori di un villaggio vacanze della Valtur, solo che qui, sui letti, ci sono bimbi malati e indeboliti che magari alle tre in punto del pomeriggio preferiscono continuare a riposare piuttosto che andare ad assistere alle performance di improvvisati intrattenitori.
E, infine, la disperazione dei genitori. All'origine della quale c'è una assoluta mancanza di comunicazione con i medici. Vorrebbero sapere cosa ha il figlio, di cosa si è ammalato e fra quanto sarà dimesso. Ma si accorgono presto che i dottori sono edottissimi nel saper non rispondere: "Vediamo come evolve la situazione", dicono. "Stiamo facendo tutti gli accertamenti", garantiscono. "Le analisi effettuate sono tutte buone", annunciano. "Ma, allora, fra quanto esce mio figlio?". Mistero. "Noi lo lasceremmo ancora un po', sa, per precauzione...". E intanto antibiotici, perchè non si sa mai che in ospedale non si ammali: "Vede, ci sono le malattie nosocomiali". "Ma perchè, se sta bene, continua ad avere quel mal di pancia? Non potrebbe avvalersi della consulenza di un gastroenterologo?". "Qui non si fanno consulenze, ma fa tutto il medico-pediatra-generalista", è la risposta assurda e terribile..."Poi, se non avete fiducia, firmate e andate da qualche altra parte...", No comment!
E intanto il bimbo dimagrisce, è avvelenato da farmaci probabilmente inutili, ma prescritti inevitabilmente dal protocollo, subisce ogni giorno e ogni sera un assalto terapeutico. E i genitori sono sconfitti, anche loro ricoverati e non sanno come uscire dallo stallo e dalla disperazione. Finchè un bel giorno arriva improvvisa la decisione sperata ma a cui nessuno credeva ormai più: le dimissioni, il ritorno a casa, alla normalità, al sole che ci aspetta da quasi una settimana, lì di fuori. "A patto, però, che tra quattro giorni portiate qui vostro figlio per la visita di controllo". "D'accordo, abbiamo fatto trenta..."

mercoledì 23 dicembre 2009

Un pericoloso leopardo per bambini

Mettereste a tavola i vostri bambini seduti su un pericoloso leopardo? Credo proprio di no! Eppure, IKEA ne ha messo in vendita un modello probabilmente ancora più insidioso del felino in questione. A sentire le parole del colosso svedese infatti, nell'avviso alla clientela che campeggia su tutti i quotidiani di oggi, il seggiolone LEOPARD "potrebbe rompersi e causare la caduta del sedile all’interno della struttura, provocando la caduta del bambino. Se si staccano, le chiusure a scatto potrebbero comportare un rischio di soffocamento".
"IKEA ha ricevuto undici segnalazioni di rottura delle chiusure a scatto. In un incidente il sedile sul quale era seduto un bambino è scivolato all’interno della struttura e il bimbo ha riportato alcuni lividi sulle gambe. In un altro incidente un bambino ha messo in bocca una chiusura a scatto che si era staccata, ma questa è stata rimossa prima che potesse causare danni seri".
IKEA, comunque, risolve il problema e "si scusa per eventuali altri inconvenienti invitando i clienti che hanno acquistato il seggiolone LEOPARD a smettere immediatamente di utilizzarlo e a portare il sedile e la struttura al reparto Cambi & Resi del negozio IKEA, dove riceveranno il rimborso".
Nel suo avviso, IKEA fornisce perfino un numero verde (800 92 46 46), da contattare, però, "per ulteriori informazioni, (soltanto) dalle 9 alle 18, da lunedì a sabato".

lunedì 21 dicembre 2009

Il Natale quest'anno non arriverà

Se dicessi, oggi 21 dicembre, che il giorno di Natale quest'anno c'è già stato. Oppure, che il prossimo 25/12 il Natale non verrà. O, peggio ancora, che è meglio che nel 2009 il Natale non arrivi proprio. Se pronunciassi frasi del genere, cosa pensereste voi e cosa penserebbe un bambino che per giorni, ultimamente, è stato riempito di aspettative?
Come ogni anno, anche quest'anno il mio desiderio riguardo il Natale è quello di fuggire dal Natale. Non sopporto praticamente nulla di questa festa: dagli auguri che arrivano da persone che non senti da almeno il Natale precedente o addirittura da gente del tutto sconosciuta alle riunioni di famiglia dove debbono incontrarsi per forza persone distanti fra loro e, anno dopo anno, sempre più estranee, richiamate da un sacro vincolo che il giorno di Natale, solo quel giorno, suona al campanello di casa.
Non sopporto l'ostentazione dei regali offerti difronte a troppi occhi, la fila di pacchi da scartare e i ringraziamenti da fare a chi ha comprato il tuo dono. Non mi piace l'albero di Natale! Anzi, lo trovo orrendo in tutte le sue possibili declinazioni. Così come non mi piacciono i presepi, specialmente tutto quel marrone dei presepi. Che ci fa un albero finto o tagliato nel salotto di una casa? Dovrebbe trovarsi in un giardino, non in un appartamento. E una Natività, nell'appartamento di chi in chiesa non è entrato nemmeno una volta negli ultimi 365 giorni, che c'entra? Se fossero belli, i presepi e gli alberi, li terremmo tutto l'anno e non per il solo periodo delle feste. Ovviamente, detesto anche tutti gli addobbi di Natale, dalle campanelle dorate appese sui portoni alle renne di stoffa, dai pupazzi di Babbo Natale che cantano con un volume talmente alto da ledere i timpani a quelli con scala incorporata che si arrampicano sui terrazzi e sulle finestre di tutte le abitazioni in tutte le vie della città.
Odio il consumismo e l'ipocrisia del Natale, il "volemose bene" di quel giorno, il cenone e il pranzo natalizi da dove ogni commensale non vede l'ora di svignarsela e, appena può, lo fa davvero e sotto gli occhi attenti di tutti. Eppure, il Natale ha anche il potere di commuovermi, se mi accorgo che i sentimenti di chi ho attorno sono sinceri. Ma allora, perchè aspettare il Natale, un anno intero, per esternarli? Non potrebbe essere Natale ogni giorno senza che, eventualmente, ci sia bisogno di chiamare "Natale" ogni giorno? E una cena normalissima, perfino misera, non potrebbe assumere, ogni sera, l'intensità di un cenone?
Quanto ai bambini, non vi è dubbio: il Natale è la loro festa. Ma non confondiamo i regali e i dolci, che si scartano per 15 giorni di seguito, con le vere attenzioni di cui hanno bisogno da parte dei genitori e delle persone che se ne prendono cura. A queste chiedo, come dono di Natale per i loro piccoli, più tempo, più dedizione, più partecipazione, più dolcezza. Chiedo più amore tutti i santi giorni, non solo quello di Natale. Chiedo che sappiano trasformare in Natale ogni singolo giorno che trascorreranno con i loro bambini.

lunedì 14 dicembre 2009

Crisi

"Uhuu...bello questo qui!". Dice proprio così, Dodokko, qualche domenica fa, appena si accorge distrattamente, mentre mangia, che in televisione c'è un tizio, con uno strano cappello in testa, che parla a una folla di persone ammirate. "Questo qui è il papa", mi affretto a spiegargli, credendo presuntuosamente che sia sufficiente la parola 'papa' per essere esaustivo. Mi accorgo subito, però, di aver fatto male i miei calcoli quando Dodokko, tornato alla carica, mi chiede: "A che serve il papa?". Decido di prenderla con ironia e, divertito, sia per la domanda stravagante che dal dubbio gusto estetico di mio figlio, cerco di aggirare la questione dell''utilità' del papa con una risposta che con questa non c'entra nulla: "Il papa - gli dico - è il capo della Chiesa". Per niente soddisfatto, ancora una volta Dodokko mi chiede: "Ma a che serve, il papa?!". "Non lo so", mi affretto a chiudere il discorso, un po' perchè non lo so davvero a che serva e un po' perchè in quel momento vengo preso immediatamente da altri pensieri.
Non ho la presunzione di credere che la domanda di Dodokko sia stata nulla di più che una domanda ingenua, nata dalla novità di vedere un uomo con la mitra in tv e di sentire un nome mai udito prima. E non penso affatto, ovviamente, che egli abbia voluto, attraverso una domanda 'maliziosa', mettere 'in crisi' un sistema, come quello clericale, contestandone il rappresentante principale. Tuttavia, dopo aver scoperchiato la scatola delle colombe, comincio a interrogarmi mentalmente sul concetto di 'crisi' e su quello, collegato, di 'critica'. Entrambi i nomi derivano dal greco 'Krìsis', che significa 'giudizio'. Esprimendo un giudizio, una valutazione o semplicemente un parere soggettivo (perfino estetico), in qualche maniera metto in 'crisi' un dato di fatto e rompo la pace preesistente la mia critica. Devasto uno scenario di quiete, sollevando dubbi ed entrando in una zona di conflittualità. E' per questo che la parola 'crisi' è praticamente interscambiabile con la parola 'conflitto'. Si pensi a locuzioni quali 'crisi familiare' oppure 'crisi mediorientale' o 'crisi economica' e a come la parola 'crisi' possa essere sostituita con 'conflitto': familiare, mediorientale, economico. Di esempi se ne potrebbero dare tanti altri, ma per chiudere la disquizione siano sufficienti le parole di Hegel il quale sosteneva che "ogni affermazione è negazione". Ossia, affermando che il cielo di notte è nero, allo stesso tempo nego che sia bianco o celeste.
Mi spiego meglio: ogni affermazione, ogni giudizio mette in crisi un sistema e accende un conflitto, fa sorgere un dibattito che è all'origine della ricerca della verità. Crisi e critica sono parole positive, perchè aprono la strada della conoscenza e portano alla soluzione, temporanea (cioè finchè non si aprirà una nuova crisi), di un determinato problema. Che paradossalmente poteva essere esistente, in modo latente, anche nella situazioni di pace apparente. "Ma guarda - si sente qualche volta dire -. Chi avrebbe mai immaginato che quella persona, tanto per bene, avrebbe avuto la capacità di sterminare la propria famiglia. Sembravano andare tutti così d'accordo: mai una lite, una discussione. Deve aver avuto una crisi di nervi...". Beh, in questo caso evidentemente sarebbe stato meglio risolvere prima certi problemi...ma non andiamo oltre.
Ciò che voglio dire, parlando di 'crisi' e di 'critica', è che mi piacerebbe che Dodokko in futuro continuasse spesso a comportarsi come ingenuamente ha già iniziato a fare: ovvero a mettere in discussione la realtà così come gli si presenta. Non sempre, ovviamente, perchè lo aspetterebbe una vita infernale. Ogni qual volta, però, in cui il problema da affrontare è importante e, criticamente, vale la pena di affrontarlo. E vorrei inoltre che, nell'approcciarsi criticamente ai problemi, ragionasse sempre in maniera intellettualmente onesta. Che analizzasse e giudicasse senza faziosità, senza prese di posizione aprioristiche, senza convinzioni precostituite e senza ragionamenti veicolati allo scopo di giungere a conclusioni premeditate. Vorrei che, nel far le domande e nel porsele, fosse neutrale, disposto ad accettare qualsiasi conclusione, anche sgradita. E, al limite, a rimetterla successivamente in crisi, in discussione, ma sempre con mezzi che nascano grazie alla ragione e si basino sulla sua ragionevolezza. Mi piacerebbe che Dodokko, anche in futuro, fosse in grado di provare il senso della meraviglia e dello stupore che possiede oggi. E di domandare sempre ingenuamente, con il sorriso sulle labbra ma con le orecchie ben aperte.

mercoledì 9 dicembre 2009

Il lupo e Cappuccetto Rosso

Il massimo della suspense e della tensione giungono sul più bello della favola, quando la voce si fa grossa. "Per mangiarti meglio!", urla il lupo alla constatazione 'ingenua' di Cappuccetto Rosso "Nonna, nonna, che bocca grande hai...". Una volta Dodokko e una volta io, la sera prima di dormire, interpretiamo la parte del lupo e, dopo aver svelato il perchè di una bocca tanto grande, facciamo finta di mangiarci a vivenda, intercalando fra un morso e l'altro vari "ahm" e molti "buono-buono".
La storia illustrata di Cappuccetto Rosso e una delle tante che leggiamo sul lettone, di gran lunga preferita alle favole dei tre porcellini, dei tre caproni, della gallina operosa, della topina piccina, del mostro e dell'asinello. Dodokko la trova talmente bella da volere che gli sia raccontata anche due volte di seguito. A seconda delle versioni di cui disponiamo, all'inizio la bimba prepara assieme alla mamma dei biscottini o una torta da portare alla nonna ammalata. Poi attraversa il bosco dove incontra il lupo che, dopo aver svolto accurate indagini, corre come il vento a casa della nonna, la divora, si veste con i suoi abiti, indossando tanto di cuffietta da notte e occhiali, si infila sotto le coperte e aspetta a letto l'arrivo di Cappuccetto Rosso.
L'epilogo sembra scontato, con il lupo che mangia la bambina, ma qui improvvisamente interviene la provvidenza, nei panni del cacciatore o del boscaiolo (sempre a seconda delle diverse edizioni del libro). Il quale sventra il povero animale e libera sia la nonna che Cappuccetto Rosso, ingoiate intere poco prima e non ancora digerite, e assieme a loro subito dopo va a mangiare i biscottini (o la torta).
Non so se faccio bene, ma durante la narrazione evito di dire sia che il lupo mangia la nonna e la nipotina, sia che il boscaiolo squarcia lo stomaco della sfortunata bestiola. Questo perchè mi sembrano azioni piuttosto cruente, soprattutto difficili da spiegare a un bambino di due anni e mezzo. Invece, dico semplicemente che (1) "il lupo si mette nel letto al posto nonna"; (2) non racconto niente quando arriviamo al momento in cui Cappuccetto Rosso sta per essere sbranata (ci pensano a farlo i nostri realistici ma ludici "ahm" e "buono-buono"); infine (3) che il boscaiolo "fa uscire la nonna e la bimba". Per fortuna, Dodokko non chiede nulla a proposito della fine che fa la nonna al punto (1), non 'verifica' se anche la bimba venga sbranata (2) e non domanda (3) "da dove" escano le due vittime.
Ma la favola del lupo e di Cappuccetto Rosso non finisce quando Dodokko e io chiudiamo il libro e ci mettiamo a dormire. A volte prosegue di giorno e con esiti sorprendenti. Come quando l'altra volta siamo andati in pineta per una passeggiata. Qui, seguiamo un gruppo di persone, intente a raccogliere dei funghi e che attira la nostra attenzione, e ci addentriamo nella macchia, lì dove il sole filtra a malapena fra gli alberi. All'improvviso mio figlio mi domanda: "C'è il lupo?". Rispondo che il lupo non vive in pineta e gli chiedo: "Perchè, hai paura di incontrarlo?". "Sì", dice lui e mi spiega: "Perchè mangia la nonna".
"I lupi non mangiano le nonne", tento di rassicurarlo. "Quello di Cappuccetto Rosso è un lupo finto, inventato: non esiste!", cerco di convincerlo. Ma mentre lo faccio mi rendo conto di essere anch'io poco convinto di quanto gli vado dicendo a proposito delle favole. Perchè per i bambini le favole non solo possono esistere anche nella realtà, ma esistono (nel vero senso della parola e non è affatto una cosa scontata) nei libri, dove le figure si 'animano' e prendono vita e da dove, a volte, sono in grado di sconfinare e uscire, per prendere improvvisamente vita altrove. Magari nel momento esatto in cui i raggi del sole filtrano a malapena fra gli alberi di una pineta.

lunedì 7 dicembre 2009

La mano

Mentre ancora dorme
gli accarezzo i capelli
e guardo la mia mano
La mia grande mano
con la pelle da adulto.
La mia mano di padre
la stessa di mio padre

Dodokko dorme ancora
forse sta sognando
di essere al mare
Il mio mezzo sogno
è invece più lontano
Incompiuto o forse vicino
Già realizzato. (2009)

sabato 5 dicembre 2009

Poche parole sull'asilo-lager di Pistoia

Qualcuno mi ha chiesto e non avrei voluto che lo avesse fatto: "Ma come: nel tuo blog non hai parlato dell'asilo dell'orrore di Pistoia!". Ho risposto dicendo la verità e pensando di riuscire a fermarmi qui: "Ho avuto occhi per guardare quelle immagini, ma non ho parole per esprimere il senso di disgusto che sento dentro". Dunque, non dirò i miei sentimenti, ma mi limiterò soltanto a chiedermi, a chiedere: "Come si può fare del male a degli indifesi? Come si può farlo per mesi o per anni, ripetutamente?".
"Come si può fare del male didatticamente, di-dat-ti-ca-men-te? Come si può schiaffeggiare un neonato di dieci mesi di fronte a una platea di bambini al di sotto dei tre anni di età, seduti per terra con le spalle contro un muro a guardare, come fossero al cinema, le immagini in tre dimensioni di un cartone animato agghiacciante?".
"Non trovo parole per definire le due maestre dell'asilo-lager di Pistoia e per capire la solidarietà che può essere nata fra loro, il 'contratto' stipulato e rispettato per comportarsi come hanno fatto. E purtroppo non ho parole per accarezzere quei bambini, come vorrei, sulle guance, lì dove hanno ricevuto soltanto schiaffi".
"Non riesco a esprimere, infine, perchè non ce ne sono a sufficienza, parole di conforto per i genitori che hanno affidato i loro piccoli a quella struttura 'educativa' e la cui fiducia è stata tradita nel peggiore dei modi. Immagino il loro senso di colpa nei confronti dei figli: anzi, non lo immagino, non posso essere in grado di immaginarlo".
"Affidare un figlio a qualcuno significa esattamente che, mentre tu non ci sei, quel qualcuno prende il tuo posto. Che sei tu quel qualcuno e che quel qualcuno, durante la tua assenza, è te. E allora significa pure che sei stato tu a compiere quelle violenze e questa colpa la avvertono sia i genitori che i figli".
"Un asilo, una baby sitter, un parente, un conoscente, quando si occupano dei figli di altre persone, incarnano il ruolo di genitori. E non c'è tradimento più grande, più disonesto, più vergognoso, per loro, di quello di tradire la fiducia dei propri figli. Così come, per i bambini, non c'è tradimento più grande, più disonesto, più vergognoso di quando a tradire la fiducia sono i propri genitori".

venerdì 4 dicembre 2009

Un pellicano sul litorale di Roma

Ecco com'era il mare stamattina






Ed ecco cosa c'era sulla spiaggia





"Un pellicano, papà!"

(Ps: D'accordo, il pellicano ce lo abbiamo messo noi! Però il mare e il cielo c'erano già al nostro arrivo ed erano proprio così come sono nelle foto. Che il pellicano fosse già lì oppure no è del tutto superfluo. Per gli occhi di un bambino la realtà è come appare, non come è o (peggio!) come dovrebbe essere. E la fantasia è qualcosa di concreto, non semplice immaginazione: per lui, ciò che conta è il presente, il momento che vive, l'ora, più d'ogni 'prima' o 'dopo'. E in quel momento un pellicano sulla spiaggia di Roma c'era, c'è da giurarlo. Guardate ancora una volta le foto e provate a metterlo in dubbio).

La famiglia indiana

A volte il futuro te lo ritrovi davanti agli occhi senza aspettartelo. Magari sta seduto di fronte a te, nello scompartimento di un treno che tutti i giorni fa su e giù dal centro di Roma alla periferia. Seduto ogni giorno per anni, tanti anni, fino al momento in cui il futuro diventa presente.
La famiglia di indiani l'ho incontrata almeno tre volte. Sempre alla stessa ora, sempre intenta nelle stesse occupazioni e i membri che la compongono occupano sempre la medesima posizione. In ordine, da sinistra a destra: bambino, papà, mamma, bambina.
Si vede che sono una famiglia per bene, semplice e serena: gente che lavora tanto e che guadagna poco. I due bimbi, prima ancora che il treno parta, hanno tirato fuori libri e quaderni da zaini più grandi di loro. Cominciano a leggere e a scrivere: fanno i compiti in lingua italiana e, sempre in italiano, chiedono ai genitori di essere aiutati. Nonostante la stanchezza evidente, questi ultimi non si risparmiano in consigli e, quando sbagliano qualcosa, correggono garbatamente i figli.
Rifletto un po' dopo essermi chiesto perchè quella famiglia indiana abbia attirato tanto la mia attenzione e alla fine mi accorgo che ciò che più mi ha colpito è la sua grande disponibilità. Disponibilità nei bambini ad adattarsi a fare i compiti su un treno sovraffollato e a scrivere su quaderni che si afflosciano sulle ginocchia dove sono posati. Disponibilità nei genitori ad aiutare i loro piccoli in qualsiasi condizione. Una generosità oggi rara, che si legge con chiarezza sui loro volti, nei loro sorrisi, nei loro sguardi.
Senza rendermene conto e senza volerlo, li confronto con altre facce che ho attorno: sono stanche, arrabbiate, nervose o, come si dice di questi tempi, stressate. Nessun segno di serenità, di pace e di felicità fra le altre persone che viaggiano insieme a me. Se non infelici, al massimo possono apparire distratte: dal telefonino che strilla, dall'Sms che stanno componendo oppure dal lettore di Mp3 incastrato nelle orecchie o, ancora, dalla copia accartocciata del quotidiano 'free press' passato, fin dal mattino, di mano in mano troppe volte.
Ecco perchè ho scritto che il futuro, a volte, lo ritrovi seduto davanti a te, inaspettatamente: perchè quella degli indiani è una famiglia fatta da persone vive e generose, pronte ad offrire tutto il poco che posseggono e al cui cospetto gli altri sono passeggeri già morti, senza un domani, perchè non possiedono nulla da dare al prossimo. Quei bambini, con i loro sorrisi, preannuciano già da oggi un futuro colmo di possibilità: le stesse che molti altri hanno gettato già via.

giovedì 3 dicembre 2009

Mammo? No, grazie!

Ricevo e pubblico l'anticipazione dell'Editoriale del prossimo numero di ISP notizie, notiziario dell'ISP, Istituto di studi sulla paternità (si tratta del n.4/2009, ottobre/novembre/dicembre) a cura di Maurizio Quilici, presidente ISP. Ho trovato l'articolo dal titolo Mammo? No, grazie! molto interessante e sono convinto che darà luogo a numerosi spunti di riflessione.


Mammo? No, grazie! (di Maurizio Quilici, presidente ISP)

Mi pare che il “mammo” incontri meno favore di una volta. Sempre più spesso, infatti, mi capita di leggere o ascoltare opinioni (non solo di studiosi) che stigmatizzano la eccessiva femminilizzazione del maschio-padre italiano e auspicano una qualche inversione di tendenza.
Il 23 novembre scorso, assieme a Cristiano Camera, creatore di un simpatico blog dal titolo “SOS Mammo”, sono stato ospite della trasmissione di RAI3 “Cominciamo bene”, in una puntata dedicata appunto al “mammo”. E questo mi dà lo spunto per tornare sull’argomento.
Come sempre, la prima cosa da fare è… intenderci. C’è infatti una questione di forma e una di sostanza, come spesso accade legate fra loro. Cominciamo dalla forma, ossia da quel sostantivo, coniato dai miei colleghi giornalisti (anche Camera lo è, dunque lo sa bene). Conosco la comodità di certe formule che hanno il vantaggio di essere brevi (sulla carta stampata è importante per motivi di titolazione) e di dire molte cose in poco spazio. E “mammo” – isolato da ogni contesto – ha indubitabilmente un suo appeal per definire un fenomeno. Peccato che lo faccia in modo superficiale e approssimativo, anzi errato.
Dietro un tono scherzoso che può ispirare persino simpatia, quel termine nasconde un sottile effetto riduttivo o, peggio, dispregiativo. Suggerisce che un uomo non possa fare il padre in modo diverso da quello delle generazioni precedenti se non copiando la madre. Ora, è vero che i cosiddetti “nuovi padri” (espressione anch’essa giornalistica ma molto più seria) nell’affrontare terreni fino ad oggi sconosciuti finiscono col rifarsi a modelli femminili: la propria partner e la propria mamma. Ma è anche vero che essi stanno facendo notevoli sforzi per creare un fisionomia nuova – ed autonoma – di paternità. E il termine “mammo”, un ibrido svalutativo, finisce con il sancire una impossibile maturazione per questi papà, se non nella scia e nel riflesso della madre. Non solo: “mammo” sta anche a significare: attento, stai invadendo un terreno che non è il tuo, non ti è congeniale e non ti è dovuto.
Non sto drammatizzando, ma è un termine infelice e ingiusto. Perché un padre è e deve essere un padre. Diverso, certo, da quello di una volta così rigido e distante; più femminile, più materno, se vogliamo, ma senza perdere la sua fisionomia maschile a paterna.
E qui veniamo alla sostanza. Se per “mammo” intendiamo un padre che con grande perizia cambia i pannolini o prepara le pappe, porta il figlio al parco, lo accompagna a scuola, non lesina coccole … beh, questo mi pare un “mammo” apprezzabile (purché, ripeto, si smetta di chiamarlo così). Se invece con questo termine ci si riferisce a un padre che oltre a tutto ciò ha uno spiccato senso di possesso – tipicamente materno – nei confronti dei figli (della serie “i figli sono miei: li ho fatti io!”), manifesta la classica apprensione delle mamme (“non correre, ti fai male…”, “attento, non sudare…”) e non fa nulla per nascondere un forte senso di protezione che lo spinge a scoraggiare regolarmente i momenti di autonomia dei figli, fino a quando, in perfetta complicità con la loro madre, farà di tutto per rimandare il momento del distacco da casa da parte del “pupo” trentenne… Beh, questo padre ha abdicato a buona parte delle sue funzioni storiche (e, quel che più conta, psicologiche). Questo è il “mammo” che non vogliamo.
Soprattutto non lo vogliamo quando la sua omologazione, meglio identificazione, con la madre lo porta ad assumere atteggiamenti di grande permissivismo quando, da figura che pone dei limiti, che sa dire anche “no”, che dà delle regole – come era il padre di una volta – si trasforma in un doppione materno tendente alla concessione, al cedimento, al consenso sempre e comunque.
E’ la figura del “padre amico”, o peggio ancora “compagno”, subdolo equivoco dei tempi moderni, quando si finge di ignorare che un adolescente non ha bisogno di amici; di questi, infatti, ne ha oggi moltissimi, anche se il termine “”amicizia” ha connotati più superficiali e meno impegnativi di quelli di un tempo, e basti pensare alla formula “amico” e “amicizia” di Facebook.
La madre ha sempre svolto un ruolo di mediatrice e giustissima era la sua maggiore accondiscendenza, il suo chiudere un occhio, poiché serviva a controbilanciare una severità paterna talora eccessiva. Non necessariamente un “gioco delle parti”, ma un ruolo necessario e importante di equilibrio, di omeostasi familiare (il famoso ruolo “espressivo” della madre teorizzato dal sociologo Talcott Parsons, in contrapposizione al ruolo “funzionale” paterno). Ma è evidente che se non c’è più una posizione maschile da smussare, da ammorbidire alla ricerca di un compromesso, fra padre e madre si duplica inutilmente un identico comportamento.
Qualcuno potrebbe pensare che il problema si risolve semplicemente se i due genitori presentano ai figli un modello educativo comune che sia già il risultato del compromesso, ovvero se la madre riduce la soglia della tolleranza e il padre allontana quella della severità. Ma il meccanismo non è così facile, perché secoli di divisione dei compiti hanno cristallizzato i ruoli paterni e materni e anche solo modificarli (non dico invertirli) comporta facili disorientamenti, incertezza, esiti discutibili se non, in qualche caso, disastrosi.
Allora ben venga il padre capace di rinunciare a qualcosa del suo lavoro (come quasi sempre sono costrette a fare le madri) e del suo svago, che sa trascorrere gioiosamente il tempo con i figli anche piccoli, che collabora attivamente in casa e non solo nell’accudimento. Un padre capace di quella dote, finora attribuita a torto solo alle madri, che è l’empatia nei confronti di un bambino. E capace di esprimere tenerezza, dolcezza, senza anacronistiche “corazze”. Questo non è il “mammo”, ma un padre che ha rinunciato sapientemente e felicemente a un ruolo stereotipato di durezza, di severità, di distacco.
Tuttavia questa strada non deve condurre a un doppione della figura materna. Non deve scomparire colui che naturaliter è portatore, più della madre, di regole, di limiti (su queste stesse colonne ho parlato dei padri di oggi come di “padri del sì”). C’è già, nella società attuale, una costante femminilizzazione di molte professioni, specialmente quelle che operano nel campo dell’infanzia (qualcuno parla di “maternizzazione”). Con i suoi pro, ma anche con molti rischi.
Se in famiglia il modello maschile subisce un appannamento e sfuma nell’indistinzione, non avremo più un padre e una madre, avremo due madri (o una madre e un “mammo”, che è quasi la stessa cosa). Qualcuno potrà considerare positiva l’ipotesi di questo scenario, così come qualcuno considera positivo che ci possa essere una madre biologica senza un padre. Ma mi sembra difficile da sostenere, almeno fino a quando la formazione della propria identità dovrà fare i conti con l’altro, ossia dovrà, in primo luogo, armonizzare un elemento maschile e uno femminile.