mercoledì 14 ottobre 2009

La mamma, il lavoro e la società dove tutto è rimandato

C’è un bell’articolo oggi su Repubblica che spero sia soprattutto un buon augurio per le mamme che lavorano. Una ricerca della Bocconi smentirebbe molti stereotipi sulla maternità nei luoghi di lavoro e dimostrerebbe che le mamme fanno bene agli affari. Ma è giusto – a mio avviso – sottolineare quanto la realtà oggi sia ancora molto diversa: se è vero infatti che le donne che fanno figli costituiscono un costo tanto ridicolo quanto sconosciuto per l’azienda, pari allo “0,23 per cento in più dei costi diretti e indiretti del personale” e se è vero anche che al rientro dalla maternità la lavoratrice “supera i colleghi per efficienza e produttività”, è altrettanto vero quanto evidenzia Cinzia Sasso, ossia che il cliché della lavoratrice potenzialmente in maternità, con tutto ciò che questo potrebbe comportare per l’azienda, “è duro a morire”. E ciò la esclude spesso e inevitabilmente da molti posti di lavoro, anche quando le qualifiche e il curriculum sono impeccabili.
L’articolo prosegue citando gli stereotipi da sfatare e che rendono la situazione quella che è a causa di una cultura “arretrata e di pregiudizi”. E’ presente un excursus sui paesi europei dove la donna lavoratrice in maternità è trattata meglio che da noi (come al solito, le eccellenze riguardano la Danimarca, dove la mamma può restare a casa sei mesi con lo stipendio al 100 per cento; la Norvegia, con ben dieci mesi retribuiti; seguono Spagna e Svezia, dove è previsto anche un congedo di paternità). Sono elencate infine alcune aziende (si contano sulle dita di una mano) dove si cerca di conciliare il più possibile il lavoro con le esigenze della mamma e dove gli orari sono appunto ‘familyfriendy’, come la San Pellegrino-Nestlè, la Shell Italia e la Kraft Foods Italia.
Ciò che lo studio non riferisce però (non fa parte dell’argomento) è l’età, sempre più avanzata, in cui in Italia le donne arrivano a occupare un posto di lavoro e una retribuzione dignitosi, oltre che l’età in cui le stesse acquistano una ‘stabilità’, se non proprio da posto fisso, che riguardi perlomeno la qualifica, tale da potersi rivendere nell’ipotesi di un cambio di occupazione. La stabilità nel lavoro, per la donna come per l’uomo, arrivano in media ormai a 36 – 37 anni. Il percorso è uguale per tutti: scuola, università, specializzazione, diversi stage, lavori precari, corsi d’aggiornamento, corsi di lingua e d’informatica, lavori precari che spesso c’entrano ben poco con la formazione acquisita negli anni dedicati allo studio. Ma nella donna, più che nell’uomo, il percorso per la stabilità faticosamente raggiunta, sempre che nel frattempo sia stato accompagnato da una relazione affettiva stabile in tutto questo tempo, mal si concilia con il richiamo fisiologico della maternità, il cui urlo viene avvertito come un’emergenza e un allarme non appena tutte le tappe che portano ad avere un lavoro decente sono state toccate.
Stiamo vivendo – ci diciamo spesso mia moglie e io – in una società dove tutto è rimandato: anche ciò che non è rimandabile o deve esserlo entro limiti accettabili. Siamo circondati da neogenitori sempre più anziani, quarantenni che una volta sarebbero stati dei nonni, non papà e mamme di bimbi appena nati. Persone – di cui facciamo parte anche noi – che hanno atteso decenni prima di fare la cosa più naturale che si possa fare, non solo da quando l’uomo e la donna sono sul pianeta Terra, ma da quando è iniziata la vita stessa: ossia riprodursi. Si dovrebbe fare – concludiamo sempre – un po’ come fanno nelle società più povere e ‘arretrate’ della nostra, che dal domani non si aspettano più del giusto, dove il lavoro è inteso semplicemente come ciò che serve a soddisfare alcuni bisogni primari e dove solamente i figli costituiscono e rappresentano il loro vero futuro: la vita che va avanti.

1 commento:

simo ha detto...

la nostra società ti spinge a fare figli tardi e pochi, visto che la maternità non viene affatto tutelata come negli altri paesi e non c'è alcuna considerazione per genitori che lavorano a tempo pieno e vivono anche lontano dal luogo di lavoro, basti pensare anche alla scuola pubblica che prevede un orario massimo fino alle ore 16.