sabato 31 ottobre 2009

Case per padri separati

Vita non facile, quella dei padri separati, spesso stretta fra difficoltà economiche e figli visti col contagocce. L'Assessorato alle Politiche Sociali del Campidoglio si è posto il problema e ha pensato ad una prima soluzione concreta: un "alloggio di transito" con mini-appartamenti per papà separati e single, dove passare il tempo con i bambini come in casa.
La "casa" potrà accogliere fino ad un massimo di venti padri, residenti a Roma e in temporanea difficoltà economica. Ognuno potrà restarvi – con facoltà di ospitare i figli – per non più di un anno (ma il limite è superabile in casi di particolare difficoltà, documentati e autorizzati dal Dipartimento Politiche Sociali).
Con un contributo di 200 euro al mese si potrà risiedere in uno dei piccoli appartamenti, dotati di angolo cottura, camera da letto, saloncino con tv, bagno e lavatrice. Il complesso avrà giardini e spazi per il gioco dei bambini. Al suo interno, operatori sociali e psicologi daranno assistenza e supporto dalle 11 alle 19. Di notte, tra le 19 e le 7 del mattino, la casa sarà sorvegliata da vigilantes.
Il bando per trovare gli ambienti in cui realizzare la casa è pubblico dalla fine del mese scorso e scade il 16 novembre. Per la struttura il Comune pagherà oltre 346 mila euro. Dal loro canto, i padri interessati dovranno inviare le domande ai Municipi di residenza, che poi le gireranno al Dipartimento Politiche Sociali.
L'alloggio di transito, ha sottolineato l'assessore Belviso, nasce come risposta alle reali difficoltà che sorgono quando le coppie con figli si separano: oltre al trauma, "l'improvviso aumento delle spese con impoverimento generale della famiglia". Una situazione che colpisce maggiormente "i genitori non affidatari, solitamente i papà"; che, oltre a versare l'assegno di mantenimento, devono lasciare la casa.
Fonte: Comune di Roma

venerdì 30 ottobre 2009

"Aiutateci a prendere il killer"

"Aiutateci a prendere il killer". E' questa la motivazione ufficiale con cui ieri la Procura di Napoli ha diffuso il video dell'uccisione di un uomo in un vicolo del capoluogo partenopeo. L'esecuzione si è vista integralmente su tutti i principali siti d'informazione, parzialmente su tutti i tg e la sequenza fotografica oggi primeggia su tutte le prime pagine dei quotidiani. Ma a stupire non è soltanto la freddezza dell'assassino e la naturalezza con cui in pochi secondi egli tolga la vita a un altro uomo. A colpire, più della sua pistola, è soprattutto la tranquillità e la mancanza di scrupoli da parte di tutto il sistema dell'informazione nel trasmettere le immagini di quello che, più che un regolamento di conti, sembra un gioco da bambini.
Gioco da bambini, appunto. Non mi dilungherò molto oltre, ma voglio premettere che chi parla è contrario a qualsiasi forma di censura e ritiene che l'opinione pubblica debba esser messa a conoscenza di ogni fatto rilevante. Non oggi, però, e non con queste modalità, perchè per aiutare gli inquirenti a riconoscere il killer sarebbe bastato diffondere le foto dell'uomo, non della sua azione.
Un'ultima cosa, sulla confusione che può generare il filmato negli spettatori più piccoli, che ancora non sanno distinguere la realtà dalla fiction. Gli esperti affermano che quando i bambini guardano la televisione (in questo caso anche internet e le foto), lo fanno per conoscere il mondo e per loro anche un cartone animato può essere scambiato con la realtà, così come accade quando si legge loro una favola e credono che la fata turchina esista veramente.
Le immagini trasmesse insegnano che uccidere e morire è facilissimo, che sono sufficienti pochi attimi per farlo. Insegnano inoltre che morire è senza dolore, che non c'è commozione né pietà. Insegnano l'indifferenza dei passanti che scavalcano un corpo disteso. Insegnano che la vita non ha alcun valore, nessun senso e che uccidere è semplice e banale, come acquistare un pacchetto di caramelle.

giovedì 29 ottobre 2009

E' già tempo di ricordi

Alcuni momenti nella vita sono come dei segnalibri: sono talmente importanti da funzionare da spartiacque, fra il prima e il dopo. Alcuni ricordi scandiscono il nostro tempo, sono come i cerchi rossi che si tracciano su certi giorni del calendario appeso in cucina. Finito l'anno, puoi buttarlo via ma ti accorgi che le macchie del pennarello hanno oltrepassato la carta su cui erano scritti i mesi e adesso restano, indelebili, sul muro a cui il calendario era attaccato.
Non ho dubbi: il momento fondamentale della mia vita è stato la nascita di Dodokko e da quell'istante in poi la mia esistenza è stata scandita da questa nuova persona. Da quel momento, nel pensare o nel parlare di qualsiasi cosa, è esistito soltanto un prima di Dodokko e un dopo la sua venuta al mondo. Mio figlio è diventato il punto di riferimento, il termine di paragone, la nuova centralità della mia vita, il baricentro su cui mi appoggio e che mi fa restare in piedi. Ma ora mi stupisco un po' di come sia possibile che sia già tempo di ricordi, dopo neanche due anni e mezzo dall'incontro che ha cambiato il corso della mia esistenza e le ha regalato una nuova dimensione. Ci diciamo spesso, mia moglie e io, "ti ricordi di quando Dodokko era piccolo...Ti ricordi quando ancora non camminava... Ti ricordi quella sera in cui, sul letto, si era messo a ridere perchè io facevo lo stupido e lui non la finiva più di scompisciarsi e non riusciva a smettere, finchè ha vomitato tutta la cena? Ti ricordi la scorsa estate, quando ha preso la parola, nel vero senso, quando si è impossessato del linguaggio?".
Ricordi e ricordi, ne ho già più di un milione e uno ne richiama subito un altro. E' per questo che inauguro questa nuova rubrica, che riempirò ogni qualvolta penserò a Dodokko e a come era prima. Per ora parto dai primi giorni e dai pannolini, dagli scaffali dei supermercati da cui adesso non passo più. Ricordo che all'inizio avevano il numero 1 impresso sui bustoni e il 'sottotitolo' recitava 'newborn'. Ho in mente, anche, che per questo genere di pannolini non sono mai esistite offerte promozionali e sconti, mentre per i numeri 2 e seguenti gli scaffali ne pullulavano, una settimana per una marca e l'altra per quella concorrente. Sintomo evidente che i neo genitori, alle prime armi, sono accecati dall'ansia e non possono soffrire troppo la pupù dei pargoletti, come ben sanno i 'piazzatori' del marketing. Nei reparti prima infanzia e poi anche a casa, migliaia di salviettine 'usa e getta' detergenti al profumo di bebè, idratanti e protettive. Bagnoschiuma senza schiuma, saponi non-sapone, olioshampo, olii secchi e olii che non ungono. Bombolette spray no-gas, no-alcol, senza profumo e senza test sugli animali. Polveri aspersorie all'amido di riso e all'avena, talchi mentolati, profumati e non. Creme dopo bagnetto, creme alla glicerina e creme allo zinco, con nickel e nickel-free, fluide e in pasta, in tubetto e in barattolo. Gocce oculari e nasali, soluzioni fisiologiche e flaconcini mono-dose di acqua di mare. Garze, garzette e garzine, più o meno sterili...

mercoledì 28 ottobre 2009

Televisione talebana

Ora non ricordo bene come iniziò tutto. Forse molto semplicemente: la tv, di punto in bianco, si spense, smise di funzionare e lui non ne acquistò mai più un'altra. Ho bene in mente invece la moglie di Roberto, ai primi tempi disperata, che chiedeva a quel talebano del marito di ripararla o di prenderne una nuova. Ma niente da fare e, oscillando fra l'ironico e l'adirato, Roberto rispondeva sempre che "la televisione fa male, soprattutto ai bambini" e che veicola messaggi subliminali, facendo "il lavaggio del cervello" a chi la guarda.
Quando i bambini di Roberto erano molto piccoli e il mio non era ancora nato, frequentavo abbastanza spesso la casa del mio amico e trovavo le scenette di questo tipo molto interessanti, soprattutto da un punto di vista sociologico-economico. Era presente un'offerta di mercato, dei possibili consumatori e lo stesso mercato, saltato in aria però, assieme alla cintura e al kamikaze che la indossava. Restavano, così mi apparivano in quel salotto, dei superstiti, impossibili clienti di fronte a una bancarella ormai muta. Ma della quale, fortunatamente, incominciavano a poter fare a meno.
Per anni la televisione del talebano restò al suo posto in quella stanza, senza accendersi mai più e senza più esser degnata di uno sguardo da chi le passava accanto: era diventata un mobile o un soprammobile, ormai apparentemente privo di significato. Ma dopo tanto tempo, ritornando nella casa dove l'avevo dimenticata chissà quando, nel rivederla al suo posto, proprio lì, esattamente dove l'avevo scordata, non potevo non pensare che quello schermo grigio si era nel frattempo trasformato, da monitor quale era, in monito per le future generazioni.
E l'ammonimento, ovviamente, doveva riguardare in qualche modo anche Dodokko, che nello stesso periodo stava iniziando il suo training televisivo: sempre più tempo trascorso di fronte al mezzo, anche se, per ora, resta entro parametri accettabili. "Non sarò anch'io un talebano", mi sono detto, ma che la tv sia vista con moderazione: è dell'altra sera, nata dopo un paio di episodi isterici, la decisione di non far guardare la televisione a Dodokko prima di andare a dormire. Gli basti quel poco che gli è riservato il pomeriggio. E il tempo passato insieme, soprattutto serale, consacriamolo, invece, con attività dove le nostre coscienza siano più sveglie: meno addormentate e passive e non assogettate al totem bugiardo che ci prende in giro, fingendo di essere governato soltanto perchè ci ha regalato un telecomando.

martedì 27 ottobre 2009

Bimbi-chiave, bimbi-agenda e bimbi-Teletubbies

Chiamali come vuoi: bimbi-chiave oppure bimbi-agenda, tanto all'origine del problema è sempre la solitudine. I nostri figli sono soli nel tempo libero perchè quello dei genitori è un tempo che viaggia su binari paralleli a quelli su cui transita il tempo dei bambini: linee che non si incrociano mai. Se il lavoro, per gli uni, e la scuola, per gli altri, sono due sfere distinte, accettate e da cui non si può prescindere, non si capisce come mai nel dopo-lavoro e nel dopo-scuola la famiglia non si incontri.
Ecco dunque - ci racconta oggi Repubblica - da cosa e come nascono le categorie di bimbi-chiave e di bimbi-agenda: i primi sono i giovanissimi che, già dalle scuole elementari, sono costretti a diventare indipendenti e che, dopo la scuola, se ne tornano da soli a casa, aprono la porta con la loro chiave e lì aspettano, tutto il pomeriggio e sempre da soli, il ritorno dei genitori. I secondi invece sono i bambini super impegnati, la cui agenda è fittissima di appuntamenti sportivi e artistici, come ballo, nuoto, canto, inglese, ecc., impegni che spesso non sono altro che un pretesto per riempire il tempo, in attesa che la famiglia si ricongiunga a tarda sera.
Come al solito, alle due categorie appartengono classi sociali ben distinte ed è facile intuire come alla prima facciano capo i più disagiati, mentre all'altra i più abbienti. Una delle ragioni per la quale è presente una tale situazione fra i giovanissimi è che nessun genitore oggi, col mondo che c'è, se la sente di lasciare che i figli escano da soli, per frequentarsi fra loro in giardini pubblici, piazzette o nel vecchio oratorio. Quindi, l'unica soluzione spesso è la casa oppure l'impegno programmato.
Chiamali anche, se vuoi, bimbi-teletubbies. Mio figlio è ancora troppo piccolo per andare a scuola e soprattutto per avere le chiavi di casa o per dedicarsi al tennis e al canto. Dopo l'asilo, resta in compagnia dei nonni, pendolari anche loro a causa del lavoro di baby-sitting, fino al rientro di noi genitori a casa, che facciamo salti mortali e piroette per arrivare il più presto possibile. Nel frattempo, Dodokko ha dormito, giocato, visto un po' (spero molto poco) di televisione e fatto merenda. Si è distratto ed è stato in compagnia, è stato impegnato e si è divertito.
Ma a volte succede, al mio ritorno a casa, ciò che è capitato ieri, ovvero che io trovi mio figlio seduto sul divano assieme alla mamma, con il peluche della consolatrice Lala dei Teletubbies sotto a un braccio e il solito pollice sinistro in bocca. Lo sguardo è quello triste di chi, a volte, è senza entusiasmo: un'espressione che non accetto in un bambino di due anni e mezzo. Ho cercato quindi di 'rianimarlo', proponendogli diversi giochi, invitandolo a cucinare insieme e ad andare a comprare il pane sotto casa. Dopo aver fatto quest'ultima scelta, Dodokko è rinsavito ed è tornato a essere il bimbo euforico di sempre. In me, però, è rimasta come un'ombra, quasi un presentimento: ma è mai possibile che, anche quando ci si trova in compagnia, ad un certo punto, come una forza misteriosa, nella nostra coscienza si faccia spazio, fino a prevalere e a impossessarsi di noi, sempre e soltanto la solitudine?

venerdì 23 ottobre 2009

Co-bedding, co-dreaming: dormire e sognare insieme

Nel mondo anglosassone lo chiamano 'co-bedding' o 'co-sleeping': una parola che suona strana in italiano ma che non vuol dire nulla di più che dormire insieme, in compagnia, dividere lo stesso letto. Ora non dirò se, per me, quella di dormire affianco ai propri figli nello stesso lettone sia una buona o cattiva pratica (sul tema, nel mondo, esistono correnti di pensiero opposte). Dirò soltanto che è una cosa bella, anzi bellissima per tutti: figli e genitori. E aggiungerò che questa abitudine può riservare delle belle sorprese. Come stamattina.
Penso sia facile, mentre si dorme, sognare qualcuno che ti sta vicino, qualcuno a cui tieni molto e a cui vuoi bene. Qualcuno a cui dai calore e da cui ne ricevi. Bene, stamattina verso le cinque, ero intento a sognare Dodokko e avevo stampato sul mio faccione un bel sorriso (in realtà non so se fosse proprio un 'bel' sorriso, ma so che era quello tipico di chi sta facendo un bel sogno). Come lo so che mentre dormivo sorridevo? Semplice: perchè proprio sul più bello del mio sogno (del cui contenuto, però, non ricordo un'acca, a parte il fatto che stessi sognando mio figlio) sono stato svegliato da un urlo di Dodokko che, mentre dormiva al mio fianco, aveva gridato, allarmato, "papà!". Anche lui, dunque, stava sognando me e, svegliandomi con la sua voce ad alto volume, aveva fotografato la mia espressione, cogliendomi nel momento più bello del mio sogno.
Ora non so se possa essere credibile affermare che io e Dodokko stessimo facendo lo stesso sogno nello stesso momento. Certo è, però, che l'uno stesse sognando l'altro nel medesimo istante. Anzi, a essere onesti, visti il mio sorriso e il suo urlo, probabilmente io stavo immaginando una situazione piacevole, mentre lui, forse, ne stava immaginando una non troppo felice. Sta di fatto, comunque, che nei rispettivi sogni eravamo presenti entrambi. E questa è stata la sorpresa del 'co-sleeping': il 'co-dreaming', appunto, ovvero il dormire e sognare insieme.

giovedì 22 ottobre 2009

Pollice destro pollice sinistro, ovvero 'Dell'altruismo'

"No, perchè sei soltanto un piccolo e inutile nanetto!". Fu proprio con queste tenere parole che due estati fa una bambina di tre anni rispose a Dodokko, il quale in tutta tranquillità le chiedeva, nemmeno troppo insistentemente, di giocare con lei sul bordo di una piscina. Mio figlio aveva un anno e tre mesi e osservava, senza fare una piega e con una faccia che sembrava addirittura divertita, quella che sarebbe dovuta essere (e non lo era) una spilungona, al suo cospetto, la bimba 'tremenda' che gli aveva riservato quella risposta di gran classe. Dentro di me, invece, sentivo il sangue ribollire e mi dicevo: "Ma come è possibile che una persona così piccola d'età possa pronunciare frasi talmente cattive". Subito dopo avevo pensato all'ingenuità di Dodokko, che per fortuna non poteva capire e sentirsi offeso da tanta crudeltà. E poi, mi era venuto in mente: "Chissà se anche lui non diventi come lei fra un anno o due, egoista e senza cuore".
Ricordo di aver letto, durante la stessa estate, uno studio pubblicato su 'Nature', secondo cui è del tutto normale che i bambini siano egoisti e tirannici dai tre ai sette-otto anni. Sono andato a ricercare quell'articolo: solamente a partire dall'età scolare - riferiva la rivista scientifica britannica citando una ricerca dell'università di Zurigo - essi diventano capaci di essere altruisti, anche se in un modo molto particolare: acquistano sì doti di giustizia e uguaglianza, ma soltanto nei confronti dei membri della loro cerchia. Quindi non un altruismo assoluto e generico, ma solo per qualcuno che si conosce bene e che, probabilmente, potrebbe tornare utile per se stessi, prima o poi. Se nei primi anni, dunque, a prevalere è un egoismo necessario a soddisfare i propri bisogni primari, nei successivi si fa strada una sorta di altruismo egoistico o interessato basato sulla cooperazione e finalizzato all'evoluzione sociale. Campanilismo, si direbbe, oppure "parochialism", come si legge su 'Nature' e che suona bene, rende meglio l'idea e fa pensare ai membri di una stessa parrocchia.
Insomma, adesso volete sapere finalmente il perchè di tutto questo polpettone sull'egoismo, l'altruismo interessato, ecc. ecc.? Semplicemente per dire che, poco più di un anno dopo gli avvenimenti succitati, Dodokko è ancora nella fase egoistico-moderata, ma precorre i tempi (è in vantaggio di almeno quattro anni!) di quella altruistico-interessata. Un esempio fra tutti? I suoi pollici sinistro e destro. Il primo se lo ciuccia da quando è nato, anzi, mi correggo, da quando era ancora nel pancione della mamma (ecografia 'canta'). E' esclusivamente suo e non lo presterebbe a nessuno e, non mi faccio illusioni, nemmeno a me che sono il padre. Quindi nemmeno a parlarne, quando gli ho chiesto di farmelo assaggiare. Invece, con mia grande sorpresa, quella volta mi ha offerto il secondo, il pollice della mano destra, facendomi capire con ottime maniere, come non potesse 'regalarmi' il suo ditino sinistro, il suo preferito. Una seconda scelta, è vero, ma che non avrebbe mai riguardato persone non vicine. Almeno secondo lo studio svizzero.

mercoledì 21 ottobre 2009

I bambini leggano il 'Libro degli altri'

Chissà se in futuro scoppierebbero ancora guerre di religione se, fin dalla scuola, facessimo leggere ai bambini il "Libro degli altri'. Certo è, come afferma Amos Luzzatto in un'intervista su Repubblica di ieri, che "se ai cattolici facciamo leggere il Vangelo, ai musulmani il Corano e agli ebrei la Torah, ognuno nel suo orticello didattico, l'integrazione va a farsi friggere". Secondo l'ex presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche, "non può esserci vera integrazione senza reciproca conoscenza. L'Islam lo devono studiare anche il bambino ebreo e quello cattolico. Ognuno deve poter aprire il Libro dell'altro".
Insomma, un "no" secco ai ghetti culturali: soltanto stando insieme e mescolandosi, per Luzzatto "la gente può accettare che affianco al suo modo di essere e di credere, c'è un altro modo di essere e di credere. E la scuola deve fare la sua parte". A partire dalla scuola e dai bambini, dunque, potrebbe realizzarsi un giorno una vera integrazione. E forse non ci sarebbero più anche guerre ideologiche o di religione o, perlomeno, simili pretesti per farsi la guerra.

martedì 20 ottobre 2009

Padri, famiglia e lavoro

Una lettrice mi segnala una notizia apparsa oggi sul Guardian, che cita una ricerca della britannica 'Equality and Human Rights Commission': non solo le mamme, ma anche i papà desiderano un giusto equilibrio fra ruolo di genitore e carriera. Non si tratta di una rivendicazione scontata, dato che questa ha riguardato da sempre solamente le donne. Soltanto, qui cambia il punto di partenza: mentre le mamme vogliono, giustamente, anche delle soddisfazioni professionali, i lavoratori di sesso maschile vogliono, altrettanto giustamente, anche un appagamento che derivi dall'essere genitori.
Il rapporto dell'EHRC 'Padri, famiglia e lavoro' sottolinea come i papà siano "sotto pressione" quanto le mamme nella gestione del lavoro e della vita familiare. Il tempo è la costante dell'insoddisfazione che ne deriva: troppo poco quello dedicato ai figli a dispetto di quello, troppo grande, riservato al lavoro, con un 54 per cento di padri con figli al di sotto dell'anno di età che ritiene di non dedicare abbastanza tempo alla prole.
"Il desiderio di molti padri di passare più tempo con i figli può essere frustrato da lunghi orari e da posti di lavoro non elastici e fa scaturire tensioni fra lavoro e famiglia", dice lo studio, sottolineando che soltanto il 46 per cento dei papà ritiene di trascorrere "la giusta quantità di tempo" al lavoro, contro il 61 per cento delle mamme. Inoltre, i 'padri lavoratori' non si sentirebbero a proprio agio nel chiedere mansioni più flessibili ai datori di lavoro, con due papà su cinque preoccupati che richieste simili possano avere ripercussioni negative sulla carriera. Ancora, nonostante possano usufruire di un permesso di paternità retribuito, il 45 per cento dei papà non si avvale di questo diritto, ammettendo tuttavia che gli sarebbe piaciuto farlo.
Justine Roberts, cofondatrice della rete on line per genitori 'Mumsnet', rivolgendosi ai papà commenta: "Benvenuti nel nostro mondo! Le vostre prospettive di carriera si affievoliscono mettendo al primo posto la famiglia: è ciò con cui combattono le donne da anni". Ma si dice contenta dell'aumento di pressioni da parte dei papà per un tipo di lavoro più flessibile, perchè questo riduce gli sforzi delle donne per ottenerlo a loro volta.

lunedì 19 ottobre 2009

Luce e ombra

Ogni mattina, prima di andare all’ ‘asilo dell’obbligo’, mio figlio mi chiede di passare a vedere il mare. Ce lo porto sempre, prima di scappare al lavoro. Anche stamattina.

Luce e ombra

Vorrei tentare di raccontare
la storia della luce e dell’ombra
Parlare della tramontana
che stamattina ha spazzato via
ogni ipotesi di nuvola
Dire qualcosa anche del mare
gelido e sterminato
anche se la linea di confine con il cielo
è nettissima
come il contorno delle figure
che i bambini disegnano
con una matita nera

Ora vorrei provare a immaginare
la cosa più difficile
Gli occhi degli stessi bambini
di fronte a questa meraviglia
Subito dopo lo spazio
che si rimpicciolisce
La luce che perde intensità
E soprattutto l’ombra
che si disegna nei loro sguardi
quando il genitore decide
di far terminare lo spettacolo
Come quando si spegne la tv
con un clic del telecomando. (2009)

venerdì 16 ottobre 2009

Buonanotte Pinocchio

Immaginate la scena, con i genitori che ad alta voce ordinano: "Bambini, adesso a letto. Buonanotte!", la luce che si spegne e il silenzio che accompagna i figli nel sonno. Immaginate ora il risultato che questo silenzio può avere in un paese come la Gran Bretagna: più di 100mila bambini in età scolare che non sono in grado di costruire frasi semplici o, addirittura, hanno una capacità linguistica pari a quella che di solito si ha a 18 mesi. Il dato, impressionante, è riportato dal Times, che cita il ministero dell'Istruzione di Londra, seconda cui la responsabilità di quanto accade nel Regno Unito (ma probabilmente anche da noi) è dovuta al fatto che i genitori non leggono più favole ai figli quando questi ultimi vanno a dormire e non conversano con loro durante i pasti, preferendo invece guardare la tv.
Riferisce Jean Gross, responsabile Comunicazione del dicastero, che questi bambini, a 5 anni (l'età nella quale oltre Manica dal 1870 scatta l'obbligo scolare e che di recente viene finalmente considerata prematura e controproducente), si comportano come fossero degli stranieri in classe, incapaci di comprendere istruzioni semplici o di esprimere bisogni elementari, "appaiono sperduti e cercano suggerimenti dai compagni per capire ciò di cui si parla".
A tutto questo si aggiungono poi le disparità sociali, con i bimbi più poveri che ascoltano in media soltanto 600 parole in un'ora, contro le 2000 espresse nelle famiglie più agiate. Anche le lodi e i rimproveri fanno qui la differenza: nel primo gruppo, un complimento ogni due ammonimenti; nel secondo, sei parole d'incoraggiamento contro una sgridata. "Gli adulti conducono una vita troppo piena di impegni, ormai, e non sono più in grado di dedicare tanto tempo ai figli, come facevano le generazioni precedenti", avverte la signora Gross, sottolineando come tutto ciò porti inevitabilmente alla conseguenza di figli che lasceranno la scuola senza aver prima acquisito delle qualifiche, con problemi mentali e un'inclinazione a delinquere: "Problemi che non interessano soltanto le famiglie più povere, ma tutti i gruppi sociali".
I bambini e gli adolescenti trascorrono circa sei ore al giorno di fronte a televisione, computer e videogiochi e ciò, lo hanno dimostrato numerosi studi, non aiuta il loro lessico. Meglio dunque tornare alla vecchia, bella favola raccontata prima della buonanotte. Che, oltre ad aiutare a esprimersi meglio, sviluppa la fantasia dei piccoli e il più delle volte riesce, tanto per citare Pinocchio, a trasformare un burattino in un bambino in carne, ossa e...parola.

mercoledì 14 ottobre 2009

Leche League, allattare è multiculturale

Tutti ormai sanno che le Consulenti de La Leche Lea­gue (Lega per l’Allattamento Materno) sono mamme che per pas­sione forniscono informa­zioni e soste­gno ad altre mamme che deside­rano allat­tare. Ma forse non tutti sanno che le 140 Consulenti presenti in tutto il territorio italiano possono rispondere alle telefonate del numero unico 199 432326 (attivo dalle 8 alle 20 tutti i giorni compresa la domenica) o ai moduli dell’help form presente sul sito de La Leche Lea­gue Italia (http://www.lllitalia.org/) in almeno 13 lingue diverse.
Infatti fra le Consulenti, oltre alle molte che parlano inglese, tedesco, francese, ci sono alcune mamme che sono in grado di sostenere donne che parlano olandese, spagnolo, russo, giapponese, finlandese, hindi, urdu, serbo-croato-bosniaco e perfino l’esperanto. Una Consulente organizza anche incontri con una traduttrice per la lingua italiana dei sordi. In alcune città si sfrutta l’aiuto di un mediatore culturale per le donne che parlano altre lingue.
In ogni numero della rivista 'Da mamma a mamma' è presente l'elenco con le indicazione sulle lingue parlate da ciascuna Consulente. Inoltre, il Manuale de La Leche League 'L’Arte dell’Allattamento Materno', giunto alla 14a ristampa, è disponibile in ben 12 lingue, fra cui francese, inglese, olandese, ebraico, spagnolo. Le lingue sono tante, ma l’aiuto da mamma a mamma parla sempre la stessa lingua, perché il linguaggio del corpo di una mamma che allatta il proprio bambino è certamente un segno universale, comprensibile in qualunque Paese del mondo.
La Leche Lea­gue è un’organizzazione internazionale di volontariato, apolitica, aconfessionale, non è a scopo di lucro, è costituita per fornire informazioni, sostegno ed incoraggiamento alle mamme che vogliono allattare i loro bambini. Le Consulenti de La Leche Lea­gue assistono in tutta Italia le madri nella normale gestione dell’allattamento, attraverso contatti telefonici, via Internet e cicli di incontri mensili. Negli incontri de La Leche Lea­gue le mamme possono trovare tutte le informazioni pratiche che occorrono per affrontare al meglio l’allattamento e i primi mesi di maternità, ma anche uno spazio nel quale scambiare liberamente le esperienze, ricevere sostegno e stringere nuove amicizie. In media ogni consulente aiuta e sostiene circa 150 mamme all’anno: più di 22.500 mamme in Italia ogni anno ricevono l’aiuto de La Leche Lea­gue.

La mamma, il lavoro e la società dove tutto è rimandato

C’è un bell’articolo oggi su Repubblica che spero sia soprattutto un buon augurio per le mamme che lavorano. Una ricerca della Bocconi smentirebbe molti stereotipi sulla maternità nei luoghi di lavoro e dimostrerebbe che le mamme fanno bene agli affari. Ma è giusto – a mio avviso – sottolineare quanto la realtà oggi sia ancora molto diversa: se è vero infatti che le donne che fanno figli costituiscono un costo tanto ridicolo quanto sconosciuto per l’azienda, pari allo “0,23 per cento in più dei costi diretti e indiretti del personale” e se è vero anche che al rientro dalla maternità la lavoratrice “supera i colleghi per efficienza e produttività”, è altrettanto vero quanto evidenzia Cinzia Sasso, ossia che il cliché della lavoratrice potenzialmente in maternità, con tutto ciò che questo potrebbe comportare per l’azienda, “è duro a morire”. E ciò la esclude spesso e inevitabilmente da molti posti di lavoro, anche quando le qualifiche e il curriculum sono impeccabili.
L’articolo prosegue citando gli stereotipi da sfatare e che rendono la situazione quella che è a causa di una cultura “arretrata e di pregiudizi”. E’ presente un excursus sui paesi europei dove la donna lavoratrice in maternità è trattata meglio che da noi (come al solito, le eccellenze riguardano la Danimarca, dove la mamma può restare a casa sei mesi con lo stipendio al 100 per cento; la Norvegia, con ben dieci mesi retribuiti; seguono Spagna e Svezia, dove è previsto anche un congedo di paternità). Sono elencate infine alcune aziende (si contano sulle dita di una mano) dove si cerca di conciliare il più possibile il lavoro con le esigenze della mamma e dove gli orari sono appunto ‘familyfriendy’, come la San Pellegrino-Nestlè, la Shell Italia e la Kraft Foods Italia.
Ciò che lo studio non riferisce però (non fa parte dell’argomento) è l’età, sempre più avanzata, in cui in Italia le donne arrivano a occupare un posto di lavoro e una retribuzione dignitosi, oltre che l’età in cui le stesse acquistano una ‘stabilità’, se non proprio da posto fisso, che riguardi perlomeno la qualifica, tale da potersi rivendere nell’ipotesi di un cambio di occupazione. La stabilità nel lavoro, per la donna come per l’uomo, arrivano in media ormai a 36 – 37 anni. Il percorso è uguale per tutti: scuola, università, specializzazione, diversi stage, lavori precari, corsi d’aggiornamento, corsi di lingua e d’informatica, lavori precari che spesso c’entrano ben poco con la formazione acquisita negli anni dedicati allo studio. Ma nella donna, più che nell’uomo, il percorso per la stabilità faticosamente raggiunta, sempre che nel frattempo sia stato accompagnato da una relazione affettiva stabile in tutto questo tempo, mal si concilia con il richiamo fisiologico della maternità, il cui urlo viene avvertito come un’emergenza e un allarme non appena tutte le tappe che portano ad avere un lavoro decente sono state toccate.
Stiamo vivendo – ci diciamo spesso mia moglie e io – in una società dove tutto è rimandato: anche ciò che non è rimandabile o deve esserlo entro limiti accettabili. Siamo circondati da neogenitori sempre più anziani, quarantenni che una volta sarebbero stati dei nonni, non papà e mamme di bimbi appena nati. Persone – di cui facciamo parte anche noi – che hanno atteso decenni prima di fare la cosa più naturale che si possa fare, non solo da quando l’uomo e la donna sono sul pianeta Terra, ma da quando è iniziata la vita stessa: ossia riprodursi. Si dovrebbe fare – concludiamo sempre – un po’ come fanno nelle società più povere e ‘arretrate’ della nostra, che dal domani non si aspettano più del giusto, dove il lavoro è inteso semplicemente come ciò che serve a soddisfare alcuni bisogni primari e dove solamente i figli costituiscono e rappresentano il loro vero futuro: la vita che va avanti.

lunedì 12 ottobre 2009

L'etichetta e l'otorino

Vi sono predisposizioni nei bambini che non emergerebbero se non esistesse anche l'humus ambientale e culturale su cui queste possano impiantarsi. Ad esempio, Mozart sarebbe diventato Mozart se fosse nato, anzichè a Salisburgo, fra i Boscimani africani? Magari sarebbe stato un campione dell'archetto che questo popolo suona tenendolo premuto contro la bocca. Ma chi l'avrebbe saputo, da laggiù, nell'Africa australe? E a chi sarebbe importato? E Picasso sarebbe stato Picasso senza un papà a sua volta pittore e insegnante di disegno, che aveva porto matite e colori al suo piccolo fin dalla prima infanzia? E Guernica sarebbe stata realizzata se il pittore andaluso non avesse visto con i propri occhi il risultato dei bombardamenti tedeschi sulla città basca? Credo di no.
Ora mi chiedo: se la nostra amica irlandese Benvon non avesse regalato a Dodokko per la sua nascita una copertina Taggies di pile quadrata, poco più grande di un fazzoletto, con cinque etichette colorate per lato (tot. = 20 etichette), mio figlio sarebbe stato tanto appassionato, com'è a tutt'oggi, di etichette? Probabilmente, quando gli capitava, se le rigirava in mano anche prima della Taggies, ma noi genitori ancora non c'eravamo accorti che, più del peluche che abbracciava o del lenzuolo che lo avvolgeva, ad attirarlo erano le etichette che accompagnavano questi oggetti e che Dodokko teneva strette, quasi nascoste, fra pollice e indice. Con la Taggies, poi, e l'esercizio costante, il talento non poteva che aumentare e a pochi mesi il nostro campione era già in grado di riconoscere l'etichetta vera della sua copertina di pile, quella per intenderci con le indicazioni sul tipo di materiale e il metodo di lavaggio, l'unica che ormai stringeva fra le dita, escludendo per sempre le altre, quelle 'finte' a uso specificatamente ludico. Dopo la passione, dunque, l'abilità!
La copertina un giorno è andata perduta: le cronache raccontano di uno smarrimento su un treno affollato, di cui il sottoscritto sarebbe responsabile, ma di cui chi scrive non ha alcuna memoria. La perdita non ha arrecato né tragedie e né danni cerebrali permanenti su mio figlio e, anzi, è scivolata via liscia come la stessa Taggies, che ora, mi auguro, sarà fra le mani di qualche altro bambino fortunato. Non vi sono state ripercussioni anche perchè siamo circondati da etichette, il mondo ne pullula e queste sono sempre più vistose ed enormi, a volte anche doppie e triple sullo stesso articolo. Onde per cui Dodokko ne ha potuto accarezzare e cingere fra le mani a decine e ovunque si trovasse. E ora, soprattutto nei momenti di sconforto o di noia oppure di stanchezza o, ancora, durante il sonno, non è difficile scorgere il piccoletto con l'etichetta di un pupazzo fra l'indice e il pollice e lo stesso pollice consolatore infilato in bocca. Un equilibrista dell'etichetta!
Un pomeriggio della scorsa estate Dodokko era sul letto con il pollice in bocca e fra lo stesso pollice e l'indice arrotolava l'etichetta consunta del suo peluche preferito, nel tentativo, quel giorno vano, di riuscire ad addormentarsi. Come al solito mi trovavo anch'io al suo fianco nel lettone e dato che era più di un'ora che la tiritera andava avanti, gli chiesi di insegnarmi il metodo dello strofinio dell'etichetta. Lui me lo spiegò, con molta pazienza, devo ammettere, e nei minimi dettagli: c'era una tecnica dietro, nonché una capacità rara. Poi acconsentì a farmi tentare e corresse spesso i miei errori: "Pitì, non pitì" ("Così, non così", ndt), fin quando non fui in grado a mia volta di strofinare l'etichetta nella maniera corretta. Un insegnante rigido e inflessibile, ma anche comprensivo!
Ultimamente la tecnica si è affinata ulteriormente e adesso Dodokko adopera le etichette ben arrotolate dei suoi pupazzi per ispezionare le mie orecchie e il mio naso quando, ormai sempre più frequentemente, mi addormento prima di lui sul lettone matrimoniale. Mentre scava nelle narici e nei labirinti alla ricerca di strane patologie otorinoiatriche, io faccio finta di continuare a dormire finchè non resisto più e mi metto a ridere per il solletico. A volte gli prendo il peluche dalle mani e con l'etichetta gli solletico anch'io naso e orecchie. Ma lui non sta al gioco e non accetta da me un pari trattamento terapeutico. Evidentemente la mia è un tecnica ancora troppo rozza. E soprattutto l'otorino è lui, non io!

venerdì 9 ottobre 2009

Con i tuoi occhi nuovi

E chi si meraviglia più di qualcosa? Chi di noi è ancora capace di spalancare la bocca di fronte a una novità o un fiore? Non ci stupiamo più di niente, andiamo per la nostra strada, verso la nostra destinazione e destino, senza farci corrompere e trasportare dalle distrazioni più belle. E così facendo non ci godiamo più nulla e sorvoliamo su tutto, senza imparare più niente. Andiamo in giro con i paraocchi perchè la nostra strada in realtà è segnata, l'abbiamo già percorsa e siamo già arrivati ancor prima di metterci in cammino. Abbiamo perduto per sempre il senso della meraviglia e la capacità di stupirci. In questo i bambini non ci somigliano. Per fortuna sono ancora diversi da noi.


Con i tuoi occhi nuovi

Con i tuoi occhi nuovi esplori il mondo
e ogni oggetto ha colori e nomi che inventi tu.
Così la fronda di un albero somiglia a un mostro marino
un lampione diventa un grattacielo
un chicco di riso una navicella spaziale.

Ma queste sono solo fantasie mie
I tuoi occhi nuovi non danno nomi agli oggetti
né conferiscono attributi o qualità.
Vorresti abbracciare mangiare prendere
tutto ciò che vedi per la prima volta.

Tutto è talmente bello fantastico interessante
da rapire i tuoi occhi nuovi
e meritare la tua esclamazione più bella
Quel meravigliato e meraviglioso "Ohoo"
che soltanto tu e nessun altro sa fare. (2008)

giovedì 8 ottobre 2009

Influenza suina e roditori: il ministero della Salute si affida a Topo Gigio mentre l’Acp ridimensiona l’allarme


Il ministero della Salute si affida a Topo Gigio, testimonial per la campagna di comunicazione per la prevenzione dell’influenza A, e alla sua inconfondibile vocina per diramare preziosi consigli per rallentare il diffondersi dell’epidemia, come lavarsi le mani e coprirsi la bocca se si starnutisce. Ma quello che sappiamo per certo – afferma l’Associazione Culturale Pediatri – di questo nuovo virus influenzale A/H1N1, è che per ora si è dimostrato meno aggressivo della comune influenza stagionale. Diventa perciò difficile capire perché sia stato dichiarato lo stato di pandemia modificando addirittura i criteri della definizione (è scomparsa ad esempio l’elevata mortalità), come spiega Tom Jefferson della Cochrane vaccines field in un’intervista a Spiegel. Nessuno è però in grado di dire se in futuro questo virus si modificherà e diventerà pericoloso. Il suo comportamento, come quello di tutti i virus, è assolutamente imprevedibile.
La bassa mortalità, ossia quanti morti rispetto ai casi, riscontrata finora nei paesi dove l’A/H1N1 è già circolato ampiamente (dello 0,3% in Europa e 0,4% negli USA), potrebbe essere in realtà ancora inferiore perché facilmente diversi casi con sintomi lievi sfuggono alla sorveglianza e alcuni decessi possono essere dovuti ad altre cause presenti e non al solo virus.
I sintomi della nuova influenza sono assai generici (febbre, tosse, raffreddore, dolori muscolari, malessere, vomito o diarrea) e, come quelli dell’influenza stagionale, possono essere causati da molti altri virus o batteri. Questo è uno dei motivi per cui il fenomeno “influenzale” nel suo complesso, viene generalmente sovrastimato.
I vaccini contro il nuovo virus A/H1N1 sono ancora in fase di sperimentazione. Nessuno è in grado oggi di sapere se e quanto saranno efficaci e sicuri. Ma per diventare aggressivo il virus dovrebbe cambiare (per mutazione? riassortimento con altri virus?), quindi i vaccini mirati al virus attuale, potrebbero non essere utili. Sulla sicurezza sia l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) che l’Agenzia del farmaco europea (EMEA), fanno presente la necessità di un’attenta sorveglianza post- marketing per rilevare eventuali effetti collaterali che potrebbero manifestarsi con l’uso su grandi numeri, anche perché alcuni vaccini sono allestiti con tecnologie nuove. Abbiamo già visto durante la pandemia del 1976, diversi casi di Guillain-Barré (una neuropatia periferica) associati alla vaccinazione di milioni di americani contro un virus anch’esso di derivazione suina. Chi decide di vaccinarsi, dovrebbe firmare un “consenso informato” che illustri con precisione benefici e rischi.
Quanto al vaccino contro l’influenza stagionale, recenti studi confermano i dubbi sulla sua efficacia sia nei bambini che negli anziani. E sotto i 2 anni di età, è risultato del tutto inefficace. Non si vedono quindi motivi per offrire la vaccinazione stagionale ai bambini sani, per la quale oltre a tutto, ci dice il Center for Disease Control europeo (ECDC), per prendere decisioni servono informazioni basilari come l’impatto della vera influenza (numero di casi, ricoveri e complicazioni) nelle varie età dell’infanzia. Informazioni che non abbiamo.
Riguardo agli antivirali a cui il nuovo virus è risultato sensibile in laboratorio - Oseltamivir (Tamiflu) e allo Zanamivir (Relenza) - non sappiamo quanto siano efficaci “in vivo”. Per ora non abbiamo studi al riguardo. Si sa però che entrambi sono poco efficaci verso l’influenza stagionale e sono già state segnalate resistenze del nuovo virus all’Oseltamivir, in alcuni paesi (Danimarca, Giappone, Cina, USA). Inoltre non va dimenticato che gli antivirali possono dare a volte effetti collaterali importanti. Il 18% dei bambini in età scolare del Regno Unito a cui è stato somministrato l’Oseltamivir in occasione dell’epidemia di A/H1N1, ha presentato sintomi neuropsichiatrici e il 40% sintomi gastroenterici. Gli antivirali vanno quindi usati solo su indicazione medica e solo per casi gravi o persone in cattive condizioni di salute.
Sull’uso dei vaccini e degli antivirali, c’è chi come Ernesto Burgio (direttore scientifico di ISDE, Medici per l’ambiente) esprime un’ulteriore perplessità: entrambi potrebbero favorire la mutazione del virus verso ceppi più aggressivi.

Cosa fare?
Andrà innanzi tutto mantenuta calma e lucidità, di fronte alle notizie allarmanti diffuse quotidianamente dai mezzi di comunicazione. Se i casi di influenza saranno più numerosi del solito o il virus dovesse diventare aggressivo, sarà importante permettere ai medici e alle strutture sanitarie di dedicarsi ai pazienti più gravi.
La chiusura delle scuole – con tutte le sue ricadute sociali - potrebbe essere presa in considerazione solo se in futuro dovesse circolare un virus altamente aggressivo (non l’attuale A/H1N1). In tal caso andrebbero chiusi anche tutti i luoghi di ritrovo come i cinema, le discoteche, ecc.
Potremo invece mettere in atto da subito le uniche misure che si sono dimostrate efficaci nell’impedire la diffusione di tutti i virus respiratori (come l’H1N1 anche se dovesse cambiare):
- lavarsi le mani spesso e accuratamente, con acqua e sapone
- ripararsi la bocca e il naso quando si tossisce o si starnutisce (e dopo lavarsi le mani)
- evitare di toccarsi occhi, naso e bocca, facili vie di entrata dei virus
- stare a casa quando si hanno sintomi di influenza
- evitare i luoghi affollati quando i casi di malattia sono molto numerosi
Per l’appunto, ciò di cui parlerà Topo Gigio durante gli spot del ministero della Salute. Nient’altro, dunque: anche l’uso della mascherina infatti è risultato efficace negli ambienti di assistenza sanitaria, mentre per altre circostanze l’efficacia non è stata stabilita.

martedì 6 ottobre 2009

Per necessità o per gioco: quando l'orsacchiotto va a cavallo (di mamma orsa!)

Una fotografia può essere una notizia e, non vi è dubbio, quella dell'orsacchiotto in groppa alla madre lo è, anche se ancora non si sa bene di che notizia si tratti. Lo scatto di Angela Plumb, una turista britannica in vacanza nell'arcipelago delle Svalbard, è dell'estate 2006, ma solo ora la Bbc ne ha parlato e i media italiani ne hanno rilanciato la relativa notizia. Molte e le più disparate sono le ipotesi degli scienziati riguardo allo strano e mai osservato prima comportamento di madre e figlio orsi, ma le conclusioni più interessanti e che riservo per ultime (sorpresa!) sono del nostro etologo Danilo Mainardi. Queste sono apparse oggi sulla prima pagina del Corriere della Sera e molto hanno a che fare con ciò di cui si tratta in questo blog.
Andiamo per ordine: in generale, gli esperti affermano che, nonostante non abbiano osservato spesso (si direbbe mai) un orsetto polare a cavallo di mamma orsa, questa potrebbe essere una pratica molto più in uso fra questi animali di quanto si pensasse prima (della foto). Secondo il professor Andrew Derocher dell'università di Alberta (Canada), la spiegazione è che, così facendo, i due orsi possono correre più velocemente e soprattutto nuotare e cacciare in tempi più rapidi. Come racconta infatti la signora Plumb, l'orsetto era già in groppa alla mamma mentre questa nuotava e vi era rimasto sopra per un lasso breve di tempo anche quando l'orsa era uscita dall'acqua, fino a quando, cioè, questa aveva scrollato via da sé il piccolo di sette mesi con uno scossone. Per il dottor Jon Aars del Norwegian Polar Institute di Tromso (Norvegia) invece, la mamma avrebbe dato un passaggio al figlio per proteggerlo dall'acqua gelida, dato che quando sono ancora molto piccoli gli orsi non possiedono ancora una quantità di grasso sufficiente per essere isolati termicamente.
Questa spiegazione lascia perplesso Mainardi se si considera che "spesso la nidiata è fatta di più cuccioli". E aggiunge: "C’è anche chi pensa, con non poca fantasia, a una nuova abitudine frutto di una mutazione genetica, e tira in ballo, per analogia, certi marsupiali come il koala e l’opossum, oppure i formichieri americani, o addirittura gli scorpioni, tutta gente che i figli se li porta a spasso abbarbicati alla schiena. Verrebbe poi in mente, in alternativa — e non sarebbe un’idea da buttar via — l’ipotesi del gioco. I giovani orsi, infatti, non solo sono assai ludici, ma quando si scatenano diventano decisamente creativi. D’altronde i documentari ce li hanno mostrati spesso mentre fanno giochi di lotta o si esibiscono in folli scivolate sui pendii innevati, oppure mentre fanno rotolare valanghe da essi stessi costruite".
"Quanto alle madri - dice ancora l'etologo (e qui veniamo alla parte che più ci interessa) - sanno essere molto tolleranti, se è il caso. Sanno infatti, o almeno lo sa quella sapienza innata che ogni orsa ha scritto nel suo Dna, che i cuccioli è opportuno lasciarli sempre giocare. Il gioco è infatti un esercizio che fa bene sia al fisico che alla mente. E gli orsi, garantito, ce l’hanno eccome una mente. Vien da pensare, generalizzando, che in natura ogni mamma, o per meglio dire ogni genitore (in molte specie esistono anche le cure paterne), ha scritto nei suoi geni tutte le istruzioni utili per tirar su, nel migliore dei modi, la prole. Sanno essere dolci e tolleranti oppure, quando serve, decisi e severi. Istruzioni, comunque, e questo è importante, sempre ben calibrate perché garantite dall’esame inflessibile che, una generazione dopo l’altra, mette in atto la selezione naturale".
"E noi? - si chiede Mainardi (ora dobbiamo prestare la massima attenzione) - Ebbene, per noi non è, né potrebbe essere così, perché noi ci siamo evoluti come produttori di cultura. Che è, si potrebbe dire, la nostra natura. Ciò fa sì che noi come allevare i figli dobbiamo inventarcelo, e basta andare indietro con la memoria per ricordarci di quante regole (tutte culturali) col tempo abbiamo sconfessato per sostituirle con altre ed altre ancora. Sarà sempre così, temo, e raramente, purtroppo, con risultati soddisfacenti".

Dì: "papà"

Ok! Rompo il ghiaccio e inauguro dopo molte resistenze la rubrica 'poesie': lo faccio perchè credo da sempre, da molto prima di Dodokko, che i bambini siano poesia pura e ce ne accorgiamo semplicemente osservandoli, noi adulti, abitanti di un mondo ormai lontano, sempre più distante dal loro. La prima che pubblico qui è una poesia ironica e breve, ma i fatti che vi sono raccontati sono accaduti realmente .

Dì: "papà"

Primo fra tutti gli animali
hai imparato il verso del cane
e non poteva essere altrimenti
poi quello del grillo e della mucca.

Un giorno ti ho chiesto di dire "papà"
e tu hai risposto "mamma"!
Chi ti ha insegnato certi scherzi?
Così piccolo sei già un gran simpaticone! (2008)

venerdì 2 ottobre 2009

Azione dimostrativa di Save the Children

80 bambini lanciano EVERY ONE, la campagna di Save the Children per fermare la mortalità infantile. Appuntamento il 5 ottobre al Cortile del Palazzo della Provincia di Roma, alle ore 11,00
(Palazzo Valentini,Via IV Novembre, 119/a Roma).
Da una parte, la creatività, la fantasia e la “saggezza” di 80 bambini. Dall’altra, una enorme mano di gomma piuma che segna il numero 3. Sono gli elementi chiave dell’azione dimostrativa - di grande impatto simbolico e spettacolare - promossa da Save the Children per il lancio della nuova campagna mondiale EVERY ONE, che si propone di fermare la mortalità infantile. Il numero tre è infatti il simbolo della campagna e saranno proprio i bambini, nel contesto dell’azione dimostrativa, a raccontare perché.
Nella performance, la “manona” di gomma sostituisce il classico album da disegno: gli 80 bambini della quinta elementare della Scuola Primaria del 75° Circolo didattico di Roma potranno liberare la loro fantasia ed esprimere le loro emozioni legate agli obiettivi della campagna EVERY ONE.
Un vero e proprio laboratorio creativo, insomma, dove i bambini sono parte attiva e potranno offrire i propri suggerimenti per risolvere il problema della mortalità infantile: durante l’evento, infatti, ognuno di loro avrà l’opportunità di tradurre in colori, immagini e parole le proprie riflessioni sul tema, all’insegna della creatività e della fantasia.

Dolci invece di dolcezza

Dieta e comportamento. L'associazione è nota: si sa infatti che chi consuma molta carne è portato a essere più aggressivo di chi invece osserva una dieta strettamente vegetariana. Un po' quello che capita agli animali erbivori a cui non occorre uccidere per nutrirsi. Ma la notizia di oggi è un'altra e riguarda un'associazione dieta-comportamento insospettabile fino a ieri, ovvero quella che ha a che fare con il consumo di dolci e una conseguente aggressività comportamentale.
Secondo uno studio pubblicato ieri sul British Journal of Psychiatry, il consumo eccessivo di dolciumi in età infantile porterebbe i futuri individui adulti a essere violenti. I ricercatori della Cardiff University hanno dimostrato che il 69 per cento del campione di persone preso in esame (34enni violenti) avevano mangiato dolci e cioccolata quasi ogni giorno durante la loro infanzia.
Gli autori della ricerca suggeriscono molte spiegazioni sul collegamento dolci-aggressività e il capo ricercatore Simon Moore afferma che quella più plausibile sia che "dare regolarmente dolci e cioccolata ai bambini potrebbe impedire loro di imparare ad aspettare prima di ottenere ciò che chiedono. Non essere in grado di rimandare una gratificazione potrebbe spingerli verso un comportamento impulsivo che è spesso fortemente associato con la delinquenza".
"Aspettare", dunque...Ma cosa si aspettano in realtà i bambini dai genitori? E cosa aspettano i genitori a dare carezze anziché cioccolata? Forse i dolci diventano spesso un sostituto dell'amore in un determinato momento? Un palliativo affettivo? Un sostituto pratico e sbrigativo della nostra presenza? Proviamo allora a dare più dolcezza e meno dolci ai nostri bambini, ad aspettare prima di allungare un cioccolatino, a parlare con i nostri figli e qualche volta a non andare di fretta...impariamo ad aspettare anche noi.

(clicca su commenti, scrivi il tuo, nella finestra 'commenta come' seleziona 'Nome/URL', scrivi il tuo nome (se vuoi l'url non metterla), e infine posta ciò che hai scritto)

Appello dell'Unicef Italia per i bambini di Sumatra

L'UNICEF Italia ha lanciato una raccolta di fondi in favore dei bambini di Sumatra (Indonesia) e delle altre aree del Pacifico colpite in questi giorni da una serie di catastrofi naturali. «In queste ore purtroppo ci giungono da Sumatra notizie drammatiche, con un numero sempre più alto di vittime e migliaia di persone costrette a lasciare le proprie case. Un terzo delle persone colpite sono bambini», dichiara il Presidente dell'UNICEF Italia Vincenzo Spadafora. «Siamo anche preoccupati per i piccoli sopravvissuti al terremoto che sono a rischio estremo di contrarre malattie, infezioni respiratorie acute, diarrea ed epidemie. Il rischio di tetano è molto alto a causa di lesioni e ferite aperte. Migliaia di bambini necessitano di avere accesso all'acqua potabile, a rifugi e di poter usufruire di sostegno psicologico per superare le conseguenze del terremoto. Per questo rilancio l'appello per sostenere la nostra raccolta di fondi per i bambini di Sumatra». L'UNICEF Indonesia ha inviato sul luogo un team di emergenza per monitorare la situazione nei settori della salute, dell'acqua, dell'igiene, dell'istruzione e della protezione dell'infanzia.
Anche tu puoi aiutare i bambini delle Filippine vittime dell'inondazione, donando on line o con una delle seguenti altre modalità:
tramite cc postale n. 745.000 intestato a Comitato Italiano per l'UNICEF, causale: "Emergenza Sumatra/Pacifico"
con carta di credito telefonando al Numero Verde gratuito UNICEF 800-745.000
bonifico su cc bancario n. 000.000.510051, Banca Popolare Etica, IBAN: IT51 R050 1803 2000 0000 0510 051, intestato a Comitato Italiano per l'UNICEF, causale: "Emergenza Sumatra/Pacifico"
donazione presso la sede UNICEF della tua città (qui tutti gli indirizzi)

giovedì 1 ottobre 2009

Il pesce fa bene ai bambini

Appena tornato dal lavoro, ieri sera ho tolto dal freezer tre hamburger per la cena. Eccoli scongelati che arriva a casa mia moglie con due buste della spesa piene che subito mi hanno insospettito. "Non ho resistito - esordisce - sono passata in pescheria è comprato qualche pesce per la cena". Le faccio notare che "ho scongelato la carne e che ormai è troppo tardi per rimetterla in frigorifero e che è tardi anche per preparare il pesce". "Allora - fa lei, rassegnata e un po' triste - lo mangeremo domani". A cena, dunque, hamburger.
L'indomani, allora, ovvero stamattina e la 'gestione' del pesce da parte del mammo: non ridano i maliziosi, ma occuparsi del pesce non è impresa da poco. La gestione dell'alimento che 'fa bene a grandi e piccini' consta di tre momenti fondamentali per affrontare i quali il fisico deve essere ben allenato. 1) L'acquisto: l'occhio del pesce e dell'acquirente devono essere vigili nella fase della scelta e il portafogli del cliente gonfio almento quanto la pancia della povera bestiola; 2) La preparazione: si deve avere uno stomaco forte a preparato di fronte allo svuotamento di stomaci altrui e soprattutto non perdere la propria testa nel corso della decapitazione, con il sangue che schizza a destra e a manca; 3) La cottura: il naso del cuoco deve essere munito di filtri altrettanto ottimali di quelli presenti nella cappa d'aspirazione. Se il pesce verrà fritto, prepararsi a macchiarsi d'olio, a ustionarsi con moderazione, a schizzare su fornelli e piastrelle. Se cotto in qualsiasi altro modo, l'odore vi perseguiterà per tutto il giorno, perchè avrà intriso per sempre capelli e vestiti, oltre a pentole e cucchiai.
In realtà c'è anche un quarto punto e consiste nel moltiplicare i momenti 2 e 3 per la quantità di pesce acquistata: e in questo mia moglie ha un talento più unico che raro. Per lei "qualche pesce per la cena" in questione significa: mezzo chilo di triglie, un chilo di alici, una passerella di mare, un merluzzo di taglia media, mezzo chilo di naselli, mezzo chilo di totani, e mezzo chilo di mazzancolle: il tutto per due adulti e un bambino! E se le si fa osservare che la spesa è un po' troppa, lei sentenzia che "mangeremo quello che ci va subito e il resto nei prossimi giorni". Sbigottito, a sentenza ormai emanata, il mammo aggiunge inutilmente che "il pesce non può essere conservato troppo a lungo e che si deve mangiare al più presto"...ma le sue parole già si perdono nel vento.
Stamattina alle 6,30, dunque, preso dall'ansia nata dalla sera prima, il mammo si è occupato prima di andare a lavorare del punto 2 della gestione del pesce: la preparazione e la pulizia delle diverse specie ittiche, esempio di biodiversità ancora presente (ma se mia moglie continua così ancora per molto poco!) nei nostri mari. Confortato dall'idea che il fosforo presente nel pesce fa bene al cervello di nostro figlio, ignorando volutamente invece che il mercurio presente (speriamo in minima concentrazione) è tossico, il mammo ha lavorato alacremente per un'oretta sperando che il figlio non si svegliasse presto come al solito e chiamasse il papà per essere portato in bagno a far pipì mentre le sue mani erano avvolte da una mistura di sangue, budella e squame. Per fortuna è andata bene, il bimbo si è svegliato a lavoro concluso, il mammo è andato al lavoro e non vede l'ora di tornare stasera per terminare il vero lavoro con la parte 3 della gestione del pesce, ovviamente moltiplicata per il punto 4.

Che bella giornaaata!

Prima di incominciare a raccontarvi questa, vorrei infrangere a metà un tabù e rivelare, se non il nome, almeno il soprannome di mio figlio, quello che si è dato da solo quando ha iniziato a pronunciare le prime parole: Dodokko. Non si tratta quindi di un qualsiasi nickname a uso internettiano ma del vero nomignolo del mio bimbo, quasi un vero nome e comunque sicuramente un soprannome molto autorevole visto che Dodokko si è battezzato, da solo e senza consultare nessuno, con questa parola quando era piccolissimo (d'altro canto, quando è nato, i genitori non gli hanno chiesto se gli piacesse il nome con cui è stato registrato all'anagrafe!). A ogni modo, il lungo preambolo serve soltanto per dire che da ora in poi chi scrive vuole usare il più possibile, anzichè i soliti "mio figlio", "il mio bambino" e via dicendo, "Dodokko".
Dunque, un paio di domeniche fa era una giornata tremendamente afosa, una brutta giornata senza un filo di vento e con grandi nuvoloni neri nel cielo fermo, una di quelle in cui cominci a sudare da fermo, senza che tu stia compiendo il minimo sforzo, in cui il corpo non si raffredda e il sudore non si asciuga e, nonostante la minaccia imminente di pioggia, sai che questa è ben lungi dal cadere. Una giornata così non passa facilmente e allora decidi che, se non arriva il vento a travolgerti quel minimo che basta a rinfrescarti un po', sei tu che devi muoverti, penetrare il muro d'aria e farti vento al contrario, magari camminando alla svelta. E così abbiamo fatto, Dodokko e io: siamo usciti in gran fretta di pomeriggio, subito dopo il sonnellino per andare alla pineta di Castel Fusano a vedere se potevamo incontrare Pippo, un cinghiale femmina dal nome maschile, semi-addomesticato ma soprattutto opportunista, che si avvicina spesso a un bar per ricevere da mangiare da un gruppetto di pensionati.
Nella pineta l'aria era leggermente più fresca, ma era pur sempre quasi irrespirabile. Tuttavia, mentre il cielo diventava ancora più nero, non mancava chi faceva jogging, ragazzini urlanti che si rincorrevano in bicicletta, famigliole con passeggini e marmocchi al seguito. Di Pippo, però, nemmeno una traccia: "Si sarà sentito male con quest'afa", ho detto, e con Dodokko deluso abbiamo ripiegato sulla ricerca di pinoli, che, tra parentesi, in questo periodo sono secchi o marci o vuoti. Ma tant'è e il tempo dovevamo pur riempirlo, quando, accucciati come scimmie che frugano fra ciuffi d'erba, ecco che una saetta nera ci passa davanti per infilarsi nella boscaglia. "E' Pippo", urla Dodokko, " 'colli' papà!"...e in men che non si dica abbandoniamo per terra i pinoli raccolti per darci all'inseguimento del cinghiale, che però, data l'ora, non si dirige verso il bar per mangiare e fa perdere, privo di tatto nei confronti di un bimbo pieno di speranze, le sue tracce.
Dopo affannosi quanto vani tentativi di trovarlo, Dodokko si rassegna alla libertà del suide, ma a quel punto pensa soltanto a voler tornare a casa e così ci mettiamo in cammino, sotto a un cielo da funerale e un'aria che ormai ha perso il suo stato gassoso per acquisirne uno stranamente liquido, più adatto a essere fruito da branchie che da polmoni. Attraversiamo un prato dietro l'altro, una serie di stradine, incrociamo qualche cane e infine un ragazzo che fa ginnastica e che al nostro triste e dimesso passaggio esclama sarcastico: "Che bella giornata!". Io quasi non mi accorgo della battuta, ma Dodokko sì e subito ripete: "Che bella 'giornaaata' !". Non credo alle mie orecchie e gli chiedo di ripetere quella frase. Dodokko la ripete di nuovo e la dice proprio così come ho scritto, con tre 'a' nella parola giornata e un sorriso e una naturalezza talmente spontanei che assieme alla sua bocca spalancano anche il cielo, fanno uscire il sole, rinfrescano l'aria e trasformano una brutta giornata in una meravigliosa, davvero bella giornaaata.