mercoledì 30 dicembre 2009

Last minute baby

Se anche la speranza, ottimistico antidoto ai mali dell’uomo, fosse uscita dal vaso di Pandora, cosa sarebbe accaduto? Forse si sarebbe dispersa come vapore nell’aria e la fatica, la malattia, la vecchiaia, la pazzia, la morte e tutti gli altri guai che affliggono l’umanità si sarebbero trasformate in condanne inappellabili. Oppure, chi può saperlo, materializzandosi, la speranza avrebbe eliminato, una volta per tutte, ogni cosa che per l’uomo è nefasto. Mi piace propendere per la seconda ipotesi e immaginare che riuscì a fare anche questo, Prometeo il benefattore, una volta liberato dalla catene sulla montagna del Caucaso e tornato a casa del fratello. Mi piace pensare ai ‘last minute baby’ come all’ultimo regalo, in ordine di tempo, fatto dal titano al genere umano.
Così come i ‘last minute’ sono spesso l’ultima occasione per fare il viaggio da sempre agognato, i ‘last minute baby’ sono l’ultima occasione temporale per una coppia di avere un bambino e di realizzare un sogno. La scienza ha spostato molto in avanti le lancette biologiche della procreazione e, in un modo o nell’altro, oggi le donne riescono a concepire anche a 60 anni. Senza però dover necessariamente arrivare a simili punte di età, è un fatto che siano sempre di più le neo mamme in gravidanza dopo i quaranta. Un esempio fra tutti: la notizia, di domenica scorsa, della dolce attesa della 45enne Monica Bellucci, alla sua seconda esperienza di maternità dopo la prima, avvenuta nel 2004, quando l’attrice aveva sulle spalle già 40 primavere (e a cui si riferisce la foto sulla copertina di Vanity Fair).
In Italia, la donna-tipo che ha un bambino dopo i 40, in genere, non ha fatto male i suoi calcoli contraccettivi, ma ha deciso di concepire, spesso servendosi di tecniche di procreazione assistita. Di solito è al suo primo figlio e la scelta di averlo è avvenuta dopo che la stessa è stata lungamente rimandata per ragioni legate alla carriera professionale o a causa di pregresse relazioni affettive ‘instabili’. Ma che differenza c’è fra una donna (e una coppia) giunta agli ‘anta’ e una ragazza (e dei genitori) di venti anni? Andando a caso, sintetizzando molto e in linea di massima: più rischi di avere figli con malattie cromosomiche vs maggiori probabilità di nascita di bimbi sani; una gravidanza ponderata, desiderata da tempo e che, per questo, porta con sé una gioia incommensurabile vs una gravidanza molto spesso non desiderata e, anche se gioiosa, di frequente accettata in modo non del tutto consapevole; una maggiore sicurezza economica vs una situazione lavorativa ancora (e per molto tempo ancora) instabile.
Ora si apre il dibattito: i ‘last minute baby’ sono una possibilità positiva oppure negativa? Sono il segno di una deriva scientifica (una sorta di accanimento terapeutico) oppure il sogno realizzabile di chi non ha potuto pensare prima ad avere dei bambini? Insomma, i ‘figli dell’ultimo momento’ sono un bene o un male? Anche se mi piacerebbe vivere in una società dove perlomeno la procreazione fosse il baluardo estremo di un atto naturale, senza se, senza ma e soprattutto senza troppi pensieri e ripensamenti (vedi il post 'Il desiderio e l'incertezza di volere dei figli'), anche se vorrei (e non credo di dire nulla di scandaloso) che la decisione di avere dei figli fosse presa molto meno con il cervello e molto di più con il vero desiderio (e con tutto ciò che questo comporta, leggi: impegno e responsabilità) di averne, non posso prescindere dal momento storico e sociale in cui viviamo e che ci ‘costringe’ (spesso ci fa sentire costretti, vedi il post 'La mamma, il lavoro e la società dove tutto è rimandato') a fare i figli sempre più tardi. Per quanto mi riguarda ho già risposto al sondaggio: per me, i ‘last minute baby’ sono l’ultimo, bel regalo di Prometeo al genere umano.

giovedì 24 dicembre 2009

Ospedale per bambini

Prima o poi doveva succedere, di finire all'ospedale. E' capitato anche a Dodokko la scorsa settimana. Niente di grave, ora che tutto è finito. Ma finchè siamo rimasti lì, è stato come se il mondo ci fosse crollato improvvisamente sulla testa. Sei giorni di violenze per guarire, non si sa ancora bene da cosa. Sei giorni di disperazione da dover nascondere agli occhi di un bambino, ma che - lo so con sicurezza - in qualche modo Dodokko ha avvertito.
Di questo, appunto, voglio parlare: delle violenze inflitte ai piccoli pazienti e della disperazione dei genitori nei reparti di pediatria degli ospedali. Tacerò invece sugli argomenti che riguardano come sempre la sporcizia delle camere da letto e dei servizi igienici, il vitto scadente e improponibile, così come non mi sbilancerò sulle terapie "a scopo puramente preventivo" senza la presenza di alcuna diagnosi particolare, ma soltanto di..."ipotesi di diagnosi". Su questi temi, la mia opinione è tutta qui e non mi va di andare oltre: la medicina non è una scienza esatta: nella maggior parte dei casi si guarisce grazie a un proprio buon sistema immunitario e in ospedale ci si sta soltanto per controllare (monitorare: ma quanto e come?!) che la situazione non si aggravi ed eventualmente non precipiti.
Dunque, le violenze in ospedale. Qualsiasi azione, anche a fin di bene e di guarigione, si compia su un bambino è violenta: anche mettergli un termometro sotto l'ascella, se lo fa un infermiere sconosciuto, può essere un'esperienza traumatica. Figuriamoci cosa può essere il tentativo di infilare una cannula in una vena per idratarlo da una flebo! Eppure, anche i più piccini sono spesso dei numeri. E, come al supermercato, dopo il primo "avanti il prossimo, chè qui non c'è tempo da perdere!". E giù mani enormi che immobilizzano ogni tentativo di contorcersi, fra stupide storielle raccontate allo scopo di distrarre l'attenzione del piccolo nel momento cruciale della perforazione. E via con "i pizzicotti", come vengono chiamate le iniezioni intramuscolari, mentre le rassicurazioni dei genitori ("è un attimo" o "è l'ultima") si sprecano e si perdono fra le urla di chi non conosce ragioni. E vai anche e perfino con il misterioso e indolore anello che si infila su un dito della mano e che serve (ma il bambino non lo sa!) soltanto per misurare la pressione e la frequenza cardiaca.
Ciò che servirebbe negli ospedali e specialmente nei reparti pediatrici è una maggiore umanizzazione del personale sanitario. Porca miseria, sono bambini! Un po' di tatto, un po' di sensibilità, un po' di pazienza: se non sono pazienti per primi i medici e gli infermieri, come si può pretendere che lo siano gli stessi pazienti?! Di tatto e di sensibilià, poi, è vero che oggi non ce n'è quasi più in giro. Ma di fronte a degli infermi come è giustificabile, ad esempio, il boato della porta della camera che si apre di pomeriggio, mentre Dodokko dorme dopo che la notte precedente non ha chiuso occhio? Come è possibile che l'infermiera, invece di parlare a bassa voce quando entra nella stanza, urli o canti mentre sparecchia e sbatta di continuo piatti e coperchi? Anche questa è violenza. E perfino la festa di Natale organizzata dalla Croce Rossa lo è, se i volontari, dalle 15 in punto iniziano a entrare in camera ogni 10 minuti per avvisare, 'col megafono', che nella stanza affianco ci sono giocolieri e pagliacci pronti a intrattenere i piccoli ospiti dell'ospedale. Lo fanno come se fossero gli animatori di un villaggio vacanze della Valtur, solo che qui, sui letti, ci sono bimbi malati e indeboliti che magari alle tre in punto del pomeriggio preferiscono continuare a riposare piuttosto che andare ad assistere alle performance di improvvisati intrattenitori.
E, infine, la disperazione dei genitori. All'origine della quale c'è una assoluta mancanza di comunicazione con i medici. Vorrebbero sapere cosa ha il figlio, di cosa si è ammalato e fra quanto sarà dimesso. Ma si accorgono presto che i dottori sono edottissimi nel saper non rispondere: "Vediamo come evolve la situazione", dicono. "Stiamo facendo tutti gli accertamenti", garantiscono. "Le analisi effettuate sono tutte buone", annunciano. "Ma, allora, fra quanto esce mio figlio?". Mistero. "Noi lo lasceremmo ancora un po', sa, per precauzione...". E intanto antibiotici, perchè non si sa mai che in ospedale non si ammali: "Vede, ci sono le malattie nosocomiali". "Ma perchè, se sta bene, continua ad avere quel mal di pancia? Non potrebbe avvalersi della consulenza di un gastroenterologo?". "Qui non si fanno consulenze, ma fa tutto il medico-pediatra-generalista", è la risposta assurda e terribile..."Poi, se non avete fiducia, firmate e andate da qualche altra parte...", No comment!
E intanto il bimbo dimagrisce, è avvelenato da farmaci probabilmente inutili, ma prescritti inevitabilmente dal protocollo, subisce ogni giorno e ogni sera un assalto terapeutico. E i genitori sono sconfitti, anche loro ricoverati e non sanno come uscire dallo stallo e dalla disperazione. Finchè un bel giorno arriva improvvisa la decisione sperata ma a cui nessuno credeva ormai più: le dimissioni, il ritorno a casa, alla normalità, al sole che ci aspetta da quasi una settimana, lì di fuori. "A patto, però, che tra quattro giorni portiate qui vostro figlio per la visita di controllo". "D'accordo, abbiamo fatto trenta..."

mercoledì 23 dicembre 2009

Un pericoloso leopardo per bambini

Mettereste a tavola i vostri bambini seduti su un pericoloso leopardo? Credo proprio di no! Eppure, IKEA ne ha messo in vendita un modello probabilmente ancora più insidioso del felino in questione. A sentire le parole del colosso svedese infatti, nell'avviso alla clientela che campeggia su tutti i quotidiani di oggi, il seggiolone LEOPARD "potrebbe rompersi e causare la caduta del sedile all’interno della struttura, provocando la caduta del bambino. Se si staccano, le chiusure a scatto potrebbero comportare un rischio di soffocamento".
"IKEA ha ricevuto undici segnalazioni di rottura delle chiusure a scatto. In un incidente il sedile sul quale era seduto un bambino è scivolato all’interno della struttura e il bimbo ha riportato alcuni lividi sulle gambe. In un altro incidente un bambino ha messo in bocca una chiusura a scatto che si era staccata, ma questa è stata rimossa prima che potesse causare danni seri".
IKEA, comunque, risolve il problema e "si scusa per eventuali altri inconvenienti invitando i clienti che hanno acquistato il seggiolone LEOPARD a smettere immediatamente di utilizzarlo e a portare il sedile e la struttura al reparto Cambi & Resi del negozio IKEA, dove riceveranno il rimborso".
Nel suo avviso, IKEA fornisce perfino un numero verde (800 92 46 46), da contattare, però, "per ulteriori informazioni, (soltanto) dalle 9 alle 18, da lunedì a sabato".

lunedì 21 dicembre 2009

Il Natale quest'anno non arriverà

Se dicessi, oggi 21 dicembre, che il giorno di Natale quest'anno c'è già stato. Oppure, che il prossimo 25/12 il Natale non verrà. O, peggio ancora, che è meglio che nel 2009 il Natale non arrivi proprio. Se pronunciassi frasi del genere, cosa pensereste voi e cosa penserebbe un bambino che per giorni, ultimamente, è stato riempito di aspettative?
Come ogni anno, anche quest'anno il mio desiderio riguardo il Natale è quello di fuggire dal Natale. Non sopporto praticamente nulla di questa festa: dagli auguri che arrivano da persone che non senti da almeno il Natale precedente o addirittura da gente del tutto sconosciuta alle riunioni di famiglia dove debbono incontrarsi per forza persone distanti fra loro e, anno dopo anno, sempre più estranee, richiamate da un sacro vincolo che il giorno di Natale, solo quel giorno, suona al campanello di casa.
Non sopporto l'ostentazione dei regali offerti difronte a troppi occhi, la fila di pacchi da scartare e i ringraziamenti da fare a chi ha comprato il tuo dono. Non mi piace l'albero di Natale! Anzi, lo trovo orrendo in tutte le sue possibili declinazioni. Così come non mi piacciono i presepi, specialmente tutto quel marrone dei presepi. Che ci fa un albero finto o tagliato nel salotto di una casa? Dovrebbe trovarsi in un giardino, non in un appartamento. E una Natività, nell'appartamento di chi in chiesa non è entrato nemmeno una volta negli ultimi 365 giorni, che c'entra? Se fossero belli, i presepi e gli alberi, li terremmo tutto l'anno e non per il solo periodo delle feste. Ovviamente, detesto anche tutti gli addobbi di Natale, dalle campanelle dorate appese sui portoni alle renne di stoffa, dai pupazzi di Babbo Natale che cantano con un volume talmente alto da ledere i timpani a quelli con scala incorporata che si arrampicano sui terrazzi e sulle finestre di tutte le abitazioni in tutte le vie della città.
Odio il consumismo e l'ipocrisia del Natale, il "volemose bene" di quel giorno, il cenone e il pranzo natalizi da dove ogni commensale non vede l'ora di svignarsela e, appena può, lo fa davvero e sotto gli occhi attenti di tutti. Eppure, il Natale ha anche il potere di commuovermi, se mi accorgo che i sentimenti di chi ho attorno sono sinceri. Ma allora, perchè aspettare il Natale, un anno intero, per esternarli? Non potrebbe essere Natale ogni giorno senza che, eventualmente, ci sia bisogno di chiamare "Natale" ogni giorno? E una cena normalissima, perfino misera, non potrebbe assumere, ogni sera, l'intensità di un cenone?
Quanto ai bambini, non vi è dubbio: il Natale è la loro festa. Ma non confondiamo i regali e i dolci, che si scartano per 15 giorni di seguito, con le vere attenzioni di cui hanno bisogno da parte dei genitori e delle persone che se ne prendono cura. A queste chiedo, come dono di Natale per i loro piccoli, più tempo, più dedizione, più partecipazione, più dolcezza. Chiedo più amore tutti i santi giorni, non solo quello di Natale. Chiedo che sappiano trasformare in Natale ogni singolo giorno che trascorreranno con i loro bambini.

lunedì 14 dicembre 2009

Crisi

"Uhuu...bello questo qui!". Dice proprio così, Dodokko, qualche domenica fa, appena si accorge distrattamente, mentre mangia, che in televisione c'è un tizio, con uno strano cappello in testa, che parla a una folla di persone ammirate. "Questo qui è il papa", mi affretto a spiegargli, credendo presuntuosamente che sia sufficiente la parola 'papa' per essere esaustivo. Mi accorgo subito, però, di aver fatto male i miei calcoli quando Dodokko, tornato alla carica, mi chiede: "A che serve il papa?". Decido di prenderla con ironia e, divertito, sia per la domanda stravagante che dal dubbio gusto estetico di mio figlio, cerco di aggirare la questione dell''utilità' del papa con una risposta che con questa non c'entra nulla: "Il papa - gli dico - è il capo della Chiesa". Per niente soddisfatto, ancora una volta Dodokko mi chiede: "Ma a che serve, il papa?!". "Non lo so", mi affretto a chiudere il discorso, un po' perchè non lo so davvero a che serva e un po' perchè in quel momento vengo preso immediatamente da altri pensieri.
Non ho la presunzione di credere che la domanda di Dodokko sia stata nulla di più che una domanda ingenua, nata dalla novità di vedere un uomo con la mitra in tv e di sentire un nome mai udito prima. E non penso affatto, ovviamente, che egli abbia voluto, attraverso una domanda 'maliziosa', mettere 'in crisi' un sistema, come quello clericale, contestandone il rappresentante principale. Tuttavia, dopo aver scoperchiato la scatola delle colombe, comincio a interrogarmi mentalmente sul concetto di 'crisi' e su quello, collegato, di 'critica'. Entrambi i nomi derivano dal greco 'Krìsis', che significa 'giudizio'. Esprimendo un giudizio, una valutazione o semplicemente un parere soggettivo (perfino estetico), in qualche maniera metto in 'crisi' un dato di fatto e rompo la pace preesistente la mia critica. Devasto uno scenario di quiete, sollevando dubbi ed entrando in una zona di conflittualità. E' per questo che la parola 'crisi' è praticamente interscambiabile con la parola 'conflitto'. Si pensi a locuzioni quali 'crisi familiare' oppure 'crisi mediorientale' o 'crisi economica' e a come la parola 'crisi' possa essere sostituita con 'conflitto': familiare, mediorientale, economico. Di esempi se ne potrebbero dare tanti altri, ma per chiudere la disquizione siano sufficienti le parole di Hegel il quale sosteneva che "ogni affermazione è negazione". Ossia, affermando che il cielo di notte è nero, allo stesso tempo nego che sia bianco o celeste.
Mi spiego meglio: ogni affermazione, ogni giudizio mette in crisi un sistema e accende un conflitto, fa sorgere un dibattito che è all'origine della ricerca della verità. Crisi e critica sono parole positive, perchè aprono la strada della conoscenza e portano alla soluzione, temporanea (cioè finchè non si aprirà una nuova crisi), di un determinato problema. Che paradossalmente poteva essere esistente, in modo latente, anche nella situazioni di pace apparente. "Ma guarda - si sente qualche volta dire -. Chi avrebbe mai immaginato che quella persona, tanto per bene, avrebbe avuto la capacità di sterminare la propria famiglia. Sembravano andare tutti così d'accordo: mai una lite, una discussione. Deve aver avuto una crisi di nervi...". Beh, in questo caso evidentemente sarebbe stato meglio risolvere prima certi problemi...ma non andiamo oltre.
Ciò che voglio dire, parlando di 'crisi' e di 'critica', è che mi piacerebbe che Dodokko in futuro continuasse spesso a comportarsi come ingenuamente ha già iniziato a fare: ovvero a mettere in discussione la realtà così come gli si presenta. Non sempre, ovviamente, perchè lo aspetterebbe una vita infernale. Ogni qual volta, però, in cui il problema da affrontare è importante e, criticamente, vale la pena di affrontarlo. E vorrei inoltre che, nell'approcciarsi criticamente ai problemi, ragionasse sempre in maniera intellettualmente onesta. Che analizzasse e giudicasse senza faziosità, senza prese di posizione aprioristiche, senza convinzioni precostituite e senza ragionamenti veicolati allo scopo di giungere a conclusioni premeditate. Vorrei che, nel far le domande e nel porsele, fosse neutrale, disposto ad accettare qualsiasi conclusione, anche sgradita. E, al limite, a rimetterla successivamente in crisi, in discussione, ma sempre con mezzi che nascano grazie alla ragione e si basino sulla sua ragionevolezza. Mi piacerebbe che Dodokko, anche in futuro, fosse in grado di provare il senso della meraviglia e dello stupore che possiede oggi. E di domandare sempre ingenuamente, con il sorriso sulle labbra ma con le orecchie ben aperte.

mercoledì 9 dicembre 2009

Il lupo e Cappuccetto Rosso

Il massimo della suspense e della tensione giungono sul più bello della favola, quando la voce si fa grossa. "Per mangiarti meglio!", urla il lupo alla constatazione 'ingenua' di Cappuccetto Rosso "Nonna, nonna, che bocca grande hai...". Una volta Dodokko e una volta io, la sera prima di dormire, interpretiamo la parte del lupo e, dopo aver svelato il perchè di una bocca tanto grande, facciamo finta di mangiarci a vivenda, intercalando fra un morso e l'altro vari "ahm" e molti "buono-buono".
La storia illustrata di Cappuccetto Rosso e una delle tante che leggiamo sul lettone, di gran lunga preferita alle favole dei tre porcellini, dei tre caproni, della gallina operosa, della topina piccina, del mostro e dell'asinello. Dodokko la trova talmente bella da volere che gli sia raccontata anche due volte di seguito. A seconda delle versioni di cui disponiamo, all'inizio la bimba prepara assieme alla mamma dei biscottini o una torta da portare alla nonna ammalata. Poi attraversa il bosco dove incontra il lupo che, dopo aver svolto accurate indagini, corre come il vento a casa della nonna, la divora, si veste con i suoi abiti, indossando tanto di cuffietta da notte e occhiali, si infila sotto le coperte e aspetta a letto l'arrivo di Cappuccetto Rosso.
L'epilogo sembra scontato, con il lupo che mangia la bambina, ma qui improvvisamente interviene la provvidenza, nei panni del cacciatore o del boscaiolo (sempre a seconda delle diverse edizioni del libro). Il quale sventra il povero animale e libera sia la nonna che Cappuccetto Rosso, ingoiate intere poco prima e non ancora digerite, e assieme a loro subito dopo va a mangiare i biscottini (o la torta).
Non so se faccio bene, ma durante la narrazione evito di dire sia che il lupo mangia la nonna e la nipotina, sia che il boscaiolo squarcia lo stomaco della sfortunata bestiola. Questo perchè mi sembrano azioni piuttosto cruente, soprattutto difficili da spiegare a un bambino di due anni e mezzo. Invece, dico semplicemente che (1) "il lupo si mette nel letto al posto nonna"; (2) non racconto niente quando arriviamo al momento in cui Cappuccetto Rosso sta per essere sbranata (ci pensano a farlo i nostri realistici ma ludici "ahm" e "buono-buono"); infine (3) che il boscaiolo "fa uscire la nonna e la bimba". Per fortuna, Dodokko non chiede nulla a proposito della fine che fa la nonna al punto (1), non 'verifica' se anche la bimba venga sbranata (2) e non domanda (3) "da dove" escano le due vittime.
Ma la favola del lupo e di Cappuccetto Rosso non finisce quando Dodokko e io chiudiamo il libro e ci mettiamo a dormire. A volte prosegue di giorno e con esiti sorprendenti. Come quando l'altra volta siamo andati in pineta per una passeggiata. Qui, seguiamo un gruppo di persone, intente a raccogliere dei funghi e che attira la nostra attenzione, e ci addentriamo nella macchia, lì dove il sole filtra a malapena fra gli alberi. All'improvviso mio figlio mi domanda: "C'è il lupo?". Rispondo che il lupo non vive in pineta e gli chiedo: "Perchè, hai paura di incontrarlo?". "Sì", dice lui e mi spiega: "Perchè mangia la nonna".
"I lupi non mangiano le nonne", tento di rassicurarlo. "Quello di Cappuccetto Rosso è un lupo finto, inventato: non esiste!", cerco di convincerlo. Ma mentre lo faccio mi rendo conto di essere anch'io poco convinto di quanto gli vado dicendo a proposito delle favole. Perchè per i bambini le favole non solo possono esistere anche nella realtà, ma esistono (nel vero senso della parola e non è affatto una cosa scontata) nei libri, dove le figure si 'animano' e prendono vita e da dove, a volte, sono in grado di sconfinare e uscire, per prendere improvvisamente vita altrove. Magari nel momento esatto in cui i raggi del sole filtrano a malapena fra gli alberi di una pineta.

lunedì 7 dicembre 2009

La mano

Mentre ancora dorme
gli accarezzo i capelli
e guardo la mia mano
La mia grande mano
con la pelle da adulto.
La mia mano di padre
la stessa di mio padre

Dodokko dorme ancora
forse sta sognando
di essere al mare
Il mio mezzo sogno
è invece più lontano
Incompiuto o forse vicino
Già realizzato. (2009)

sabato 5 dicembre 2009

Poche parole sull'asilo-lager di Pistoia

Qualcuno mi ha chiesto e non avrei voluto che lo avesse fatto: "Ma come: nel tuo blog non hai parlato dell'asilo dell'orrore di Pistoia!". Ho risposto dicendo la verità e pensando di riuscire a fermarmi qui: "Ho avuto occhi per guardare quelle immagini, ma non ho parole per esprimere il senso di disgusto che sento dentro". Dunque, non dirò i miei sentimenti, ma mi limiterò soltanto a chiedermi, a chiedere: "Come si può fare del male a degli indifesi? Come si può farlo per mesi o per anni, ripetutamente?".
"Come si può fare del male didatticamente, di-dat-ti-ca-men-te? Come si può schiaffeggiare un neonato di dieci mesi di fronte a una platea di bambini al di sotto dei tre anni di età, seduti per terra con le spalle contro un muro a guardare, come fossero al cinema, le immagini in tre dimensioni di un cartone animato agghiacciante?".
"Non trovo parole per definire le due maestre dell'asilo-lager di Pistoia e per capire la solidarietà che può essere nata fra loro, il 'contratto' stipulato e rispettato per comportarsi come hanno fatto. E purtroppo non ho parole per accarezzere quei bambini, come vorrei, sulle guance, lì dove hanno ricevuto soltanto schiaffi".
"Non riesco a esprimere, infine, perchè non ce ne sono a sufficienza, parole di conforto per i genitori che hanno affidato i loro piccoli a quella struttura 'educativa' e la cui fiducia è stata tradita nel peggiore dei modi. Immagino il loro senso di colpa nei confronti dei figli: anzi, non lo immagino, non posso essere in grado di immaginarlo".
"Affidare un figlio a qualcuno significa esattamente che, mentre tu non ci sei, quel qualcuno prende il tuo posto. Che sei tu quel qualcuno e che quel qualcuno, durante la tua assenza, è te. E allora significa pure che sei stato tu a compiere quelle violenze e questa colpa la avvertono sia i genitori che i figli".
"Un asilo, una baby sitter, un parente, un conoscente, quando si occupano dei figli di altre persone, incarnano il ruolo di genitori. E non c'è tradimento più grande, più disonesto, più vergognoso, per loro, di quello di tradire la fiducia dei propri figli. Così come, per i bambini, non c'è tradimento più grande, più disonesto, più vergognoso di quando a tradire la fiducia sono i propri genitori".

venerdì 4 dicembre 2009

Un pellicano sul litorale di Roma

Ecco com'era il mare stamattina






Ed ecco cosa c'era sulla spiaggia





"Un pellicano, papà!"

(Ps: D'accordo, il pellicano ce lo abbiamo messo noi! Però il mare e il cielo c'erano già al nostro arrivo ed erano proprio così come sono nelle foto. Che il pellicano fosse già lì oppure no è del tutto superfluo. Per gli occhi di un bambino la realtà è come appare, non come è o (peggio!) come dovrebbe essere. E la fantasia è qualcosa di concreto, non semplice immaginazione: per lui, ciò che conta è il presente, il momento che vive, l'ora, più d'ogni 'prima' o 'dopo'. E in quel momento un pellicano sulla spiaggia di Roma c'era, c'è da giurarlo. Guardate ancora una volta le foto e provate a metterlo in dubbio).

La famiglia indiana

A volte il futuro te lo ritrovi davanti agli occhi senza aspettartelo. Magari sta seduto di fronte a te, nello scompartimento di un treno che tutti i giorni fa su e giù dal centro di Roma alla periferia. Seduto ogni giorno per anni, tanti anni, fino al momento in cui il futuro diventa presente.
La famiglia di indiani l'ho incontrata almeno tre volte. Sempre alla stessa ora, sempre intenta nelle stesse occupazioni e i membri che la compongono occupano sempre la medesima posizione. In ordine, da sinistra a destra: bambino, papà, mamma, bambina.
Si vede che sono una famiglia per bene, semplice e serena: gente che lavora tanto e che guadagna poco. I due bimbi, prima ancora che il treno parta, hanno tirato fuori libri e quaderni da zaini più grandi di loro. Cominciano a leggere e a scrivere: fanno i compiti in lingua italiana e, sempre in italiano, chiedono ai genitori di essere aiutati. Nonostante la stanchezza evidente, questi ultimi non si risparmiano in consigli e, quando sbagliano qualcosa, correggono garbatamente i figli.
Rifletto un po' dopo essermi chiesto perchè quella famiglia indiana abbia attirato tanto la mia attenzione e alla fine mi accorgo che ciò che più mi ha colpito è la sua grande disponibilità. Disponibilità nei bambini ad adattarsi a fare i compiti su un treno sovraffollato e a scrivere su quaderni che si afflosciano sulle ginocchia dove sono posati. Disponibilità nei genitori ad aiutare i loro piccoli in qualsiasi condizione. Una generosità oggi rara, che si legge con chiarezza sui loro volti, nei loro sorrisi, nei loro sguardi.
Senza rendermene conto e senza volerlo, li confronto con altre facce che ho attorno: sono stanche, arrabbiate, nervose o, come si dice di questi tempi, stressate. Nessun segno di serenità, di pace e di felicità fra le altre persone che viaggiano insieme a me. Se non infelici, al massimo possono apparire distratte: dal telefonino che strilla, dall'Sms che stanno componendo oppure dal lettore di Mp3 incastrato nelle orecchie o, ancora, dalla copia accartocciata del quotidiano 'free press' passato, fin dal mattino, di mano in mano troppe volte.
Ecco perchè ho scritto che il futuro, a volte, lo ritrovi seduto davanti a te, inaspettatamente: perchè quella degli indiani è una famiglia fatta da persone vive e generose, pronte ad offrire tutto il poco che posseggono e al cui cospetto gli altri sono passeggeri già morti, senza un domani, perchè non possiedono nulla da dare al prossimo. Quei bambini, con i loro sorrisi, preannuciano già da oggi un futuro colmo di possibilità: le stesse che molti altri hanno gettato già via.

giovedì 3 dicembre 2009

Mammo? No, grazie!

Ricevo e pubblico l'anticipazione dell'Editoriale del prossimo numero di ISP notizie, notiziario dell'ISP, Istituto di studi sulla paternità (si tratta del n.4/2009, ottobre/novembre/dicembre) a cura di Maurizio Quilici, presidente ISP. Ho trovato l'articolo dal titolo Mammo? No, grazie! molto interessante e sono convinto che darà luogo a numerosi spunti di riflessione.


Mammo? No, grazie! (di Maurizio Quilici, presidente ISP)

Mi pare che il “mammo” incontri meno favore di una volta. Sempre più spesso, infatti, mi capita di leggere o ascoltare opinioni (non solo di studiosi) che stigmatizzano la eccessiva femminilizzazione del maschio-padre italiano e auspicano una qualche inversione di tendenza.
Il 23 novembre scorso, assieme a Cristiano Camera, creatore di un simpatico blog dal titolo “SOS Mammo”, sono stato ospite della trasmissione di RAI3 “Cominciamo bene”, in una puntata dedicata appunto al “mammo”. E questo mi dà lo spunto per tornare sull’argomento.
Come sempre, la prima cosa da fare è… intenderci. C’è infatti una questione di forma e una di sostanza, come spesso accade legate fra loro. Cominciamo dalla forma, ossia da quel sostantivo, coniato dai miei colleghi giornalisti (anche Camera lo è, dunque lo sa bene). Conosco la comodità di certe formule che hanno il vantaggio di essere brevi (sulla carta stampata è importante per motivi di titolazione) e di dire molte cose in poco spazio. E “mammo” – isolato da ogni contesto – ha indubitabilmente un suo appeal per definire un fenomeno. Peccato che lo faccia in modo superficiale e approssimativo, anzi errato.
Dietro un tono scherzoso che può ispirare persino simpatia, quel termine nasconde un sottile effetto riduttivo o, peggio, dispregiativo. Suggerisce che un uomo non possa fare il padre in modo diverso da quello delle generazioni precedenti se non copiando la madre. Ora, è vero che i cosiddetti “nuovi padri” (espressione anch’essa giornalistica ma molto più seria) nell’affrontare terreni fino ad oggi sconosciuti finiscono col rifarsi a modelli femminili: la propria partner e la propria mamma. Ma è anche vero che essi stanno facendo notevoli sforzi per creare un fisionomia nuova – ed autonoma – di paternità. E il termine “mammo”, un ibrido svalutativo, finisce con il sancire una impossibile maturazione per questi papà, se non nella scia e nel riflesso della madre. Non solo: “mammo” sta anche a significare: attento, stai invadendo un terreno che non è il tuo, non ti è congeniale e non ti è dovuto.
Non sto drammatizzando, ma è un termine infelice e ingiusto. Perché un padre è e deve essere un padre. Diverso, certo, da quello di una volta così rigido e distante; più femminile, più materno, se vogliamo, ma senza perdere la sua fisionomia maschile a paterna.
E qui veniamo alla sostanza. Se per “mammo” intendiamo un padre che con grande perizia cambia i pannolini o prepara le pappe, porta il figlio al parco, lo accompagna a scuola, non lesina coccole … beh, questo mi pare un “mammo” apprezzabile (purché, ripeto, si smetta di chiamarlo così). Se invece con questo termine ci si riferisce a un padre che oltre a tutto ciò ha uno spiccato senso di possesso – tipicamente materno – nei confronti dei figli (della serie “i figli sono miei: li ho fatti io!”), manifesta la classica apprensione delle mamme (“non correre, ti fai male…”, “attento, non sudare…”) e non fa nulla per nascondere un forte senso di protezione che lo spinge a scoraggiare regolarmente i momenti di autonomia dei figli, fino a quando, in perfetta complicità con la loro madre, farà di tutto per rimandare il momento del distacco da casa da parte del “pupo” trentenne… Beh, questo padre ha abdicato a buona parte delle sue funzioni storiche (e, quel che più conta, psicologiche). Questo è il “mammo” che non vogliamo.
Soprattutto non lo vogliamo quando la sua omologazione, meglio identificazione, con la madre lo porta ad assumere atteggiamenti di grande permissivismo quando, da figura che pone dei limiti, che sa dire anche “no”, che dà delle regole – come era il padre di una volta – si trasforma in un doppione materno tendente alla concessione, al cedimento, al consenso sempre e comunque.
E’ la figura del “padre amico”, o peggio ancora “compagno”, subdolo equivoco dei tempi moderni, quando si finge di ignorare che un adolescente non ha bisogno di amici; di questi, infatti, ne ha oggi moltissimi, anche se il termine “”amicizia” ha connotati più superficiali e meno impegnativi di quelli di un tempo, e basti pensare alla formula “amico” e “amicizia” di Facebook.
La madre ha sempre svolto un ruolo di mediatrice e giustissima era la sua maggiore accondiscendenza, il suo chiudere un occhio, poiché serviva a controbilanciare una severità paterna talora eccessiva. Non necessariamente un “gioco delle parti”, ma un ruolo necessario e importante di equilibrio, di omeostasi familiare (il famoso ruolo “espressivo” della madre teorizzato dal sociologo Talcott Parsons, in contrapposizione al ruolo “funzionale” paterno). Ma è evidente che se non c’è più una posizione maschile da smussare, da ammorbidire alla ricerca di un compromesso, fra padre e madre si duplica inutilmente un identico comportamento.
Qualcuno potrebbe pensare che il problema si risolve semplicemente se i due genitori presentano ai figli un modello educativo comune che sia già il risultato del compromesso, ovvero se la madre riduce la soglia della tolleranza e il padre allontana quella della severità. Ma il meccanismo non è così facile, perché secoli di divisione dei compiti hanno cristallizzato i ruoli paterni e materni e anche solo modificarli (non dico invertirli) comporta facili disorientamenti, incertezza, esiti discutibili se non, in qualche caso, disastrosi.
Allora ben venga il padre capace di rinunciare a qualcosa del suo lavoro (come quasi sempre sono costrette a fare le madri) e del suo svago, che sa trascorrere gioiosamente il tempo con i figli anche piccoli, che collabora attivamente in casa e non solo nell’accudimento. Un padre capace di quella dote, finora attribuita a torto solo alle madri, che è l’empatia nei confronti di un bambino. E capace di esprimere tenerezza, dolcezza, senza anacronistiche “corazze”. Questo non è il “mammo”, ma un padre che ha rinunciato sapientemente e felicemente a un ruolo stereotipato di durezza, di severità, di distacco.
Tuttavia questa strada non deve condurre a un doppione della figura materna. Non deve scomparire colui che naturaliter è portatore, più della madre, di regole, di limiti (su queste stesse colonne ho parlato dei padri di oggi come di “padri del sì”). C’è già, nella società attuale, una costante femminilizzazione di molte professioni, specialmente quelle che operano nel campo dell’infanzia (qualcuno parla di “maternizzazione”). Con i suoi pro, ma anche con molti rischi.
Se in famiglia il modello maschile subisce un appannamento e sfuma nell’indistinzione, non avremo più un padre e una madre, avremo due madri (o una madre e un “mammo”, che è quasi la stessa cosa). Qualcuno potrà considerare positiva l’ipotesi di questo scenario, così come qualcuno considera positivo che ci possa essere una madre biologica senza un padre. Ma mi sembra difficile da sostenere, almeno fino a quando la formazione della propria identità dovrà fare i conti con l’altro, ossia dovrà, in primo luogo, armonizzare un elemento maschile e uno femminile.

domenica 29 novembre 2009

La bambina che non camminava

Dall'egoismo moderato all'altruismo puro, senza passare necessariamente per quello interessato. Qualcuno ricorderà l'articolo di ottobre 'Pollice destro pollice sinistro' e tutta la questione dei bambini tirannici fra i tre e i sette anni e del campanilismo fra quelli in età scolare ovvero della cooperazione finalizzata all'evoluzione sociale. Nel post in questione avevo scritto che "Dodokko è ancora nella fase egoistico-moderata, ma precorre i tempi (è in vantaggio di almeno quattro anni!) di quella altruistico-interessata" e avevo spiegato il perchè. Ora però, dopo l'episodio di mercoledì scorso, sono felicemente costretto a smentirmi, dovendo affermare invece che Dodokko è un altruista disinteressato.
Non eravamo mai andati prima di quel giorno nel giardino pubblico dove si sono svolti i fatti: un posto brutto, prevalentemente di cemento, dove, distanziati razionalmente fra loro, affioravano dalla pavimentazione coperta da foglie giallo-castane pochi platani piantati in buche quadrate di un metro per un metro. Oltre il prato punteggiato di grigio e marrone, oltre la nebbia che quella mattina freddissima rendeva cupi l'atmosfera e lo stato d'animo, ci accorgiamo appena dei quattro giochi per bambini messi a disposizione dal Comune: uno scivolo, un'altalena, un trenino di legno e una pedana senza senso e senza pretese, sulla quale poter salire e dalla quale poter scendere attraverso due scalette antistanti fra loro.
Arrampicata su questa stuttura troviamo una bambina inglese, sorretta dalla babysitter romena (un coppia che ormai è diventato uno stereotipo nei nostri incontri mattutini). Una bimba gracile di 25 mesi (come mi dice la badante), che però mostra appena la metà dei suoi anni, che 'parla' con piccoli versi anzichè con parole e che ancora non cammina. Non chiedo nulla a proposito degli eventuali problemi della bimba: mi basta ciò che vedo e soprattutto mi colpisce il fatto che Dodokko, compresa la situazione, si dimentica immediatamente di me per dedicarsi, anima e corpo, a quella piccola creatura in difficoltà. In un attimo si arrampica sulle scale, la raggiunge sulla pedana dove la bambina sta gattonando e le porge una mano. L'aiuta ad alzarsi e, nel farlo, compie un tentativo più grande di lui, uno sforzo che non è della sua età ma che appartiene al mondo degli adulti e non sempre, ma soltanto quando essi sono veramente (e naturalmente) altruisti. Per tutta la mezz'ora in cui stiamo assieme alla piccola, Dodokko non l'abbandona mai e la segue come un'ombra ovunque, sempre pronto ad aiutarla in caso di difficoltà. E da quel giardino orribile vuole andar via soltanto quando deve andar via anche la sua nuova amica.
A pensarci bene, quel giorno di nebbia in quel posto orrendo, ho scoperto la generosità di Dodokko, di cui ha fatto dono disinteressato a una sconosciuta che probabilmente non rivedrà più e che sicuramente ha già scordato. Ecco di cosa sono capaci i bambini: di dare e, subito dopo, di dimenticare. Facile per loro, come bere un sorso d'acqua. Un po' più difficile, invece, per noi adulti.

venerdì 27 novembre 2009

SOS Mammo su Raitre (video)

Chi volesse vedere o rivedere la puntata di 'Cominciamo bene' a cui ha partecipato SOS Mammo, su Raitre il 23 novembre scorso, può cliccare qui. video

SOS Mammo su Raitre

Per una volta una notizia che riguarda noi: è stata davvero una bella soddisfazione essere presentati su un canale televisivo nazionale a nemmeno due mesi dalla nascita. Lunedì 23 novembre SOS Mammo è stato ospite in diretta della trasmissione 'Cominciamo bene', condotta su Raitre da Fabrizio Frizzi ed Elsa Di Gati. L'argomento è stato quello del papà 'mammo', affrontato in studio dal sottoscritto e da Maurizio Quilici, presidente dell'Isp (Istituto di studi sulla paternità). Salita recentemente alla ribalta delle cronache per le dichiarazioni di Gianfranco Fini, che da Lucia Annunziata ha 'ammesso' di cambiare i pannolini alla figlioletta di un mese, e per la sentenza del Tribunale del lavoro di Firenze, che a una papà ha dato la possibilità di avvalersi di un congedo di paternità di cinque mesi, la questione del 'mammo' è stata trattata, inevitabilmente e comprensibilmente, in maniera superficiale, soprattutto a causa dei tempi ristretti della tv (appena 20 minuti), troppo scarsi per la quantità di argomenti sollevati. D'altro canto lo spazio televisivo dedicato al tema non si era proposto di approfondirlo in modo esauriente, ma soltanto di fare una panoramica, a volo di uccello, su di esso. Per quel poco che mi compete, cercherò allora io, in questa sede, di dire qualcosa di più sulle questioni trattate a 'Cominciamo bene', rifacendomi alla scaletta della trasmissione, sperando nell'intervento costruttivo di qualche lettore e soprattutto confidando, se gli sarà possibile, in quello autorevole di Quilici (che qui invito ufficialmente).
Il primo argomento di cui si è parlato è stato quello della sentenza di Firenze n. 1169 del 16 novembre: per la prima volta un tribunale italiano ha riconosciuto a un papà il diritto ad astenersi dal lavoro per l'intero periodo del congedo di maternità previsto per le mamme dal Testo unico. A casa, dunque, per tutti e cinque i mesi, due dei quali precedenti la data di nascita presunta. L'articolo 28 del Dlgs 151/2001, infatti, riconosce "al padre lavoratore il diritto al congedo di paternità per tutta la durata del congedo di maternità", proprio come spetta alla lavoratrice madre. Non solo, nell'emanare la sentenza il giudice si è ispirato al chiarimento del 1987 della Corte costituzionale circa la locuzione "lavoratrice madre", con la quale si deve intendere "madre", non importa se lavoratrice oppure no, poichè il bene da tutelare non è soltanto quello della salute della donna, ma anche quella del nascituro. Per questo anche il padre lavoratore ha un suo "diritto autonomo alla fruizione del congedo di paternità, a prescindere dal fatto che la madre sia stata lavoratrice, e dunque anche dal di lei diritto al trattamento connesso al regolare pagamento dei contributi".
Il caso specifico riguarda infatti una coppia toscana in cui la madre, lavoratrice autonoma, colpita da una importante malattia, non aveva chiesto alcuna indennità all'Inps. A farlo però, aveva pensato il padre, lavoratore dipendente, che ne aveva fatto richiesta all'istituto di previdenza ma che si era visto riconoscere unicamente i tre mesi dopo il parto all'80 per cento della retribuzione. Secondo l'Inps, non solo non c'era alcuna domanda da parte della madre per i due mesi antecedenti la data del parto ma neppure erano stati versati i relativi contributi nella gestione previdenziale di riferimento.
Il secondo argomento ha riguardato il perché del titolo SOS Mammo e del relativo blog. E’ un titolo ironico nei confronti di coloro che mi hanno descritto come un mammo perché, come spiego nella presentazione del blog (qui a fianco), non credo nella distinzione radicale dei due ruoli materno e paterno. SOS Mammo è principalmente un grido di allarme verso chi critica un atteggiamento tradizionalmente considerato materno. Una critica che oggi non ha più motivo di esistere. SOS Mammo non è quindi un confessionale che raccoglie i disagi di chi si sente mamma nonostante la natura lo abbia creato padre. SOS Mammo è il titolo del mio diario sulla mia esperienza di genitore, al principio della quale ho incontrato numerosi detrattori a causa di un comportamento che fin dall’inizio mi è parso invece naturale e che ho sempre considerato tale, anche prima di diventare padre.
Terzo argomento: rischi nella tradizionale divisione di ruoli? Non ne vedo. I ruoli all’interno della famiglia del papà e della mamma sono ormai interscambiabili. D’altro canto, la famiglia rappresenta, in piccolo, ciò che la società è in grande. Se infatti nella società sono auspicabili pari opportunità, per esempio nel mondo del lavoro, fra uomo e donna, queste devono esserlo anche all’interno della famiglia, seppure da un punto di partenza opposto. Farò un esempio: se nel mondo del lavoro la donna ambisce ad avere le stesse opportunità dell’uomo, quest'ultimo nella famiglia chiede sempre di più un coinvolgimento nelle mansioni domestiche e nell’accudimento dei figli. Lo scorso mese è stato pubblicato uno studio della britannica 'Equality and Human Rights Commission' secondo cui non solo le mamme, ma anche i papà desiderano un giusto equilibrio fra ruolo di genitore e carriera. Non si tratta di una rivendicazione scontata, dato che questa ha riguardato da sempre solamente le donne. Mentre le mamme vogliono, giustamente, anche delle soddisfazioni professionali, i lavoratori di sesso maschile vogliono, altrettanto giustamente, anche un appagamento che derivi dall'essere genitori. Il rapporto dell'EHRC 'Padri, famiglia e lavoro' sottolinea come i papà siano "sotto pressione" quanto le mamme nella gestione del lavoro e della vita familiare. Il tempo è la costante dell'insoddisfazione che ne deriva: troppo poco quello dedicato ai figli a dispetto di quello, troppo grande, riservato al lavoro, con un 54 per cento di padri con figli al di sotto dell'anno di età che ritiene di non dedicare abbastanza tempo alla prole.
Quarto argomento: affidamento dei minori in caso di divorzio. Il 20 novembre l'Istat ha diffuso l'annuario statistico 2009 e, riguardo alla crisi delle famiglie, risulta che in caso di divorzio la separazione consensuale è la scelta più diffusa (86,3% dei casi). Nel 2007 aumentano sia i divorzi (2,3%, in totale 50.669), sia le separazioni (1,2%, totale 81.359). Cresce di molto anche l’affidamento condiviso dei figli, pari alla metà dei casi di divorzi (era 28% nel 2006) e ai due terzi per le separazioni; l’affidamento esclusivo alla madre diminuisce: 25,6% per le separazioni (era 58,3) e 46,1 per i divorzi (67,1%).
Quinto argomento: padre amico oppure autorevole? Il padre, a mio avviso deve essere sia amico che autorevole (ovviamente, mai autoritario!). Deve essere un compagno di giochi, un confidente, ma poi e soprattutto successivamente anche qualcuno che mostri di saperne di più, che ha maggiore esperienza e che sia accanto al figlio durante la sua formazione, indirizzandolo e correggendolo, mentre lo conduce verso l'indipendenza. Deve essere soprattutto un amico e un compagno di giochi nei primi anni di vita del figlio. Con la crescita del bambino deve essere soprattutto una guida: ciò non toglie ovviamente che possa restare anche un amico.

giovedì 19 novembre 2009

Rapporto Unicef sulla condizione dell'infanzia nel mondo

In occasione del 20° anniversario della Convenzione sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, adottata dall'Assemblea generale dell'ONU nel 1989, l'UNICEF ha lanciato un rapporto speciale sulla condizione dell'infanzia nel mondo, che mostra l'impatto della Convenzione sui diritti e delinea le sfide che rimangono da affrontare.
«Oggi, alla vigilia del 20° anniversario della Convenzione sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, adottata dall'Assemblea generale dell'ONU nel 1989, l'UNICEF lancia un rapporto speciale sulla condizione dell'infanzia nel mondo, che mostra l'impatto della Convenzione sui diritti e delinea le sfide che rimangono da affrontare» ha dichiarato il Presidente dell'UNICEF Italia Vincenzo Spadafora.«La Convenzione sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza è stato ratificato da 193 paesi, un record nella storia dei trattati sui diritti umani . Ha cambiato il modo di percepire, pensare e trattare i bambini e gli adolescenti in tutto il mondo». A Roma, alla presentazione nazionale del Rapporto, è intervenuto l'on.le Walter Veltroni. I paesi firmatari della Convenzione si impegnano a garantire i diritti universali a tutti i bambini, come il diritto all'identità, ad un nome e ad una nazionalità, all'istruzione, alla salute e alla protezione dagli abusi e dallo sfruttamento. Tali diritti sono basati su quattro principi fondamentali - il diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo; la non discriminazione; l'interesse superiore dei minori nelle questioni che li riguardano; il rispetto per le loro opinioni. La Convenzione individua anche l'obbligo da parte dei governi di fare tutto il possibile per garantire questi diritti e riconosce un ruolo speciale ai genitori nell'educazione dei figli. Il rapporto UNICEF sulla condizione dell'infanzia nel mondo mette in luce l'importanza storica della Convenzione. Più di 70 paesi hanno inserito nella legislazione nazionale una normativa basata sulle disposizioni della Convenzione. "Sono notevoli i progressi compiuti in questi ultimi venti anni" - ha ricordato il Presidente Spadafora - «Il numero annuale dei decessi sotto i cinque anni di età è sceso da circa 12,5 milioni nel 1990 a circa 8,8 milioni nel 2008, con una diminuzione del 28%; tra il 1990 e il 2006 circa 1,6 miliardi di persone hanno avuto accesso a fonti d'acqua migliorata; a livello globale, circa l'84% dei bambini in età scolare frequentano la scuola e il divario di genere si sta nettamente riducendo; sono state adottate importanti misure contro l'arruolamento dei bambini soldato, la tratta, la prostituzione e la schiavitù domestica; l'età dei bambini che contraggono matrimonio è in crescita in alcuni paesi e il numero di ragazze sottoposte a mutilazioni/escissioni genitali è in graduale diminuzione». Secondo l'UNICEF i diritti dei bambini non vengono, ad oggi, ancora tutelati nella giusta misura: «E 'inaccettabile che i bambini continuino a morire per cause prevenibili, come la polmonite, la malaria, il morbillo e la denutrizione» ha affermato il Direttore generale dell'UNICEF Ann M. Veneman. «Molti bambini del mondo non andranno mai a scuola, e a milioni di bambini mancherà la protezione adeguata contro violenza, abuso, sfruttamento, discriminazione e abbandono». Il rapporto contiene alcuni saggi speciali scritti da rappresentanti esperti del settore pubblico e privato e fornisce inoltre una serie di buone pratiche che mirano a consolidare i progressi in materia di diritti dei bambini. Oltre 160 eventi si svolgeranno in tutto il mondo per celebrare il 20° anniversario della Convenzione. «La grande sfida dei prossimi 20 anni è quella di mettere al centro di ogni attività umana il superiore interesse dei bambini», ha affermato Ann M. Veneman. «E' una nostra responsabilità collettiva tutelare i diritti di ogni bambino per garantire sopravvivenza, sviluppo, tutela e partecipazione».

I papà come le mamme: congedo per 5 mesi

I papà come le mamme. A stabilire nuove 'pari opportunità' fra i genitori ci ha pensato il tribunale di Firenze che ha deciso che anche il padre lavoratore può usufruire del congedo di maternità (o meglio, di paternità) per cinque mesi, proprio come ha diritto di fare la madre lavoratrice. Non solo, il papà può avvalersi di questa possibilità a partire da due mesi prima della data presunta della nascita del figlio e l'Inps è tenuta a corrispondergli l'80 per cento dello stipendio per tutto il periodo di astensione dal lavoro: la stessa e identica opzione e lo stesso e identico trattamento economico che spetta alle donne.
Il presidente della sezione Lavoro del tribunale di Firenze, Giampaolo Muntoni, ha deciso, con una sentenza destinata a fare giurispudenza, che un papà lavoratore, a cui l'Istituto di previdenza aveva rifiutato di corrispondere l'indennità all'80 per cento nei due mesi precedenti al parto della moglie, debba essere retribuito per cinque mesi, ossia per tutto il periodo di astensione dal lavoro, così come previsto dalla legge 151 del 2001 in caso di maternità della moglie.
Con l'estensione a cinque mesi del concongedo di paternità, di cui due prima del parto, in qualche modo cambia il motivo ispiratore della legge, non più tesa soltanto a salvaguardare la salute della mamma, ma rivolta anche e soprattutto a quella del nascituro. Con questa sentenza, inoltre, la legge rivaluta il ruolo del padre, sottolineandone l'importanza nell'aiutare la futura mamma anche nel periodo di gravidanza e, allo stesso tempo, giudicandolo fondamentale per il benessere del bambino che sta per nascere.

In Italia 1.700.000 bambini vivono in povertà

Infanzia, Italia: mancano alcune importanti misure di attuazione della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia, come il Piano Nazionale Infanzia. Oltre 1.700.000 bambini vivono in povertà nel nostro Paese. Lo sottolinea Save the Children Italia, aggiungendo che mancano all’appello alcune fondamentali misure di attuazione della Convenzione Onu sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, quali il Piano Nazionale Infanzia. Sono inoltre a rischio di discriminazione particolari gruppi di minori, come i minori migranti e i minori residenti in regioni meno ricche. Non adeguatamente tutelato è il diritto alla partecipazione dei bambini e l’ascolto in particolare nell’ambito dei procedimenti giudiziari dove i minori sono spesso coinvolti sia come autori di reato sia come parte offesa o vittime di reati sessuali.
Alla vigilia del Ventennale dell’approvazione della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (il 20 novembre 1989), il Gruppo CRC - un network di 86 organizzazioni e associazioni del terzo settore, coordinato da Save the Children Italia - fa un bilancio della condizione dei bambini nel nostro Paese ne “I diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia”, 2° Rapporto Supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia. Il Rapporto, che è stato distribuito ieri a Napoli in occasione della Conferenza Nazionale sull’Infanzia e l’Adolescenza, verrà presentato anche alla Commissione Parlamentare per l’Infanzia e l’adolescenza il 24 novembre, e successivamente inviato alle Nazioni Unite.

Fonte Save the Children Italia

mercoledì 18 novembre 2009

Quando maternità fa rima con libertà

E' la prima volta che succede in un paese musulmano: una foto 'pornografica', come è stata definita da alcuni critici, di una donna incinta sulla copertina di novembre di Femmes du Maroc. Nadia Larguet, presentatrice di una trasmissione per bambini, si è fatta fotografare senza veli nella stessa posa che, nel '91 per Vanity Fair, fu di Demi Moore: con una mano copre il seno mentre l'altra sorregge il pancione. Le immagini dell'attrice americana e quella della donna marocchina sono speculari fra loro, ma la grande differenza, se le si osserva bene, non è il bianco e nero dell'una e il colore dell'altra e nemmeno l'anello sul dito medio della Moore e sull'anulare della Larguet. No, la vera differenza sta nello sguardo: quello dell'interprete di Gost è rivolto verso l'alto, mentre gli occhi della presentatrice puntano leggermente verso il basso.
E' una distinzione fondamentale e che descrive due società, americana e marocchina, completamente opposte: la prima più aperta e 'scanzonata' nel mostrare e recepire certe immagini, la seconda certamente più chiusa e meno disinvolta nell'accettarle. Come testimonia anche il sorriso un po' perplesso della Larguet, che ha dichiarato con una nota di speranza: "Di certo questa immagine scioccherà alcune persone, ma per altre rappresenterà un soffio di modernità inaspettata. Mi piacerebbe che la foto facesse riflettere i marocchini, perchè corrisponde al mio concetto di libertà e di indipendenza".

martedì 17 novembre 2009

La risata sul treno

I treni sono un mondo: nei vagoni puoi incontrare sempre la stessa gente e incontrare sempre gente diversa. Stamattina è stato il turno della zingarella, salita con fratellino e figlia di 13 mesi e che ha preso posto proprio di fronte a me. Soltanto venti anni e da poco più di un anno madre, la piccola le sta seduta sulle ginocchia e giocherella con l'auricolare del lettore di Mp3 della mamma e che fa la spola fra l'orecchio di questa e quello del fratello che le siede accanto. Fra un passaggio e l'altro, ad un tratto la zingarella decide di fare ascoltare la musica anche alla figlia. Così, le poggia la cuffia all'orecchio, ma appena lo fa, la bimba irrompe in un pianto disperato. La mamma stacca immediatamente lo strumento di tortura e le chiede: "Vuoi la 'teta'?". E appena la figlia dice di sì, si scopre un seno e comincia la bevuta.
La bambina adesso è serena, ciuccia beata e ha già scordato la 'tragedia' di poco prima, così come dimentica la lacrima ancora sospesa sotto al proprio occhio. Beve con gusto e guarda prima il viso della mamma e poi, più lontano, qualcosa della faccia dello zio che improvvisamente la costringe a staccare la bocca dal capezzolo e la fa scoppiare in una risata incontenibile. Una risata che è la stessa di tutti i bambini della sua età e che fa sorridere prima la mamma, poi lo zio e che infine contagia anche me, che fino a quel momento mi ero fatto gli affari miei. Una risata forte, come quella che aveva anche Dodokko, ormai tanto tempo fa, e che ha messo di buon umore tutti i passeggeri del treno.

lunedì 16 novembre 2009

Fini neo mammo, fra Camera e pannolini

"Cambiare i pannolini ai figli non è nè di destra nè di sinistra". Parola di Gianfranco Fini, che ieri a 'In mezz'ora' ha aggiunto che farlo significa essere soltanto dei "buoni papà". Benvenuto fra i 'mammi', dunque, anche al presidente della Camera e soprattutto auguri per la nascita della figlia avvenuta poche settimane fa.

giovedì 12 novembre 2009

Il doppio mal di schiena

Ci sono mal di schiena e mal di schiena. Ci sono quelli che non ti fanno proprio muovere e altri che ti fanno camminare chino per una settimana, come mi è successo la scorsa estate. Ora però non voglio andare tanto indietro nel tempo, ma raccontare un mal di schiena atipico che si chiama 'doppio mal di schiena', quello di ieri: doppio, appunto, perchè avvertito da Dodokko e da me contemporaneamente.
Dunque, ieri mi sono svegliato con un medio-forte dolore alla regione lombare e per tenermi in piedi mi sono aiutato con una compressa di paracetamolo, così ho potuto accompagnare Dodokko all''asilo dell'obbligo' camminando in posizione semieretta. Usciti di casa, ci dirigiamo verso il mare, da dove passiamo sempre prima di andare a scuola. Appena svoltato l'angolo però, mio figlio mi chiede: "Mi prendi in braccio, papà?". Io gli rispondo che quella mattina non ce la faccio proprio e gli spiego anche il motivo: "Mi fa male la schiena", gli dico. Allora Dodokko assume un aria pensosa e, mentre riflette, fa ancora una cinquantina di metri prima di decidere di tornare nuovamente all'attacco con una trovata a dir poco geniale. Infatti, gira la frittata e annuncia: "Mi fa male la schiena, papà. Mi prendi in braccio?".
Mentre profferisce queste parole, non riesco a non immaginare mio figlio che pensa: "Adesso vediamo quali delle due schiene conta di più!". Ma intanto non mi lascio ingannare e con fermezza gli dico che è la mia schiena a far male, non la sua. Ma lui non si da per vinto e ribadisce senza esitare il concetto: "Mi fa male la schiena. Mi prendi in braccio?". E, mentre lo fa, dentro di me rielaboro velocemente la situazione, mi rendo conto della trovata geniale che sempre mentalmente non esito a definire "sofistica", e giungo a proporre a Dodokko il compromesso del giorno, che per fortuna accetta: andrà a piedi fino al mare e poi dalla spiaggia all'asilo lo porterò in braccio. Tanto, mi dico, ho preso il paracetamolo e poi il mal di schiena è soltanto medio-forte, seppure doppio.

martedì 10 novembre 2009

Un prato o una farfalla

"Cosa hai voluto disegnare?". "Non me lo ricordo". Allora provo a interpretare io quelle righe verdi, fatte con i pastelli, trasversali rispetto al foglio e fra loro vagamente parallele. Il primo disegno di Dodokko è un prato luminoso che si interrompe al centro con altre righe rosa per poi riprendere di nuovo con il verde. Adesso sembra una farfalla: il corpo è quello in mezzo e le ali prendono il volo ai margini della carta bianca.
Svolazza qua e là, ma non è una bandiera: ho cercato, ma Stati che hanno quei colori non ne ho trovati. C'è il verde dell'Italia ma l'altra tonalità dovrebbe essere il rosso, non il rosa. No, proprio non è uno stendardo. E neanche è soltanto una farfalla o un prato verde. E' una farfalla che si è posata sull'erba dopo aver volato e cantato. E' la mia e la tua fantasia, i nostri mondi immaginari, senza appartenenze nè bandiere.
Allora fammelo dire quel che penso, Dodokko: che sei tu quella farfalla tanto bella, così libera e leggera, che distende le ali al sole mentre altre compagne sono ancora in volo, come vedi, lassù in alto a sinistra.

lunedì 9 novembre 2009

Benedetta malattia!

Sabato incontro sulla spiaggia una signora con figlia al seguito e con cui Dodokko fa subito amicizia. Così, mentre lui gioca con Nicole, io scambio due chiacchiere con la madre. Dopo i soliti "quanti anni ha tua figlia, come si chiama, ecc.", la mamma della bimba mi confida che con il marito stanno pensando di dare un fratellino alla figlia. Ma spera anche di non dovere passare, eventualmente, guai simili a quelli che le sono capitati dopo la nascita di Nicole. A causa di un problema di calcoli della colecisti, la signora ha dovuto fare i conti con forti coliche biliari durante tutto il periodo dell'allattamento, ritardando l'operazione per poter nutrire dal suo seno la figlia fino a quando questa ha compiuto cinque mesi. Dopo di che la donna si è sottoposta all'intervento chirurgico e adesso fortunatamente sta bene.
Ma il lato positivo di tutta questa storia, mi confida, è che durante la malattia e la convalescenza il marito ha dovuto occuparsi della neonata molto più di lei e soprattutto molto più di prima, assumendo un ruolo che, nella sua famiglia, durante i primi mesi era stato di stretta competenza materna. Il papà di Nicole, insomma, dall'oggi al domani ha dovuto vedersela con pannolini, biberon, pappette e tutto l'ambaradan che ruota attorno a una bimba appena svezzata. Ma, e questa è stata la sorpresa, con inedita abilità e grande soddisfazione per lui, tanto che oggi le cure riservate alla piccola vengono distribuite fra i due genitori e senza più distinzioni di ruoli o mansioni.
Benedetta malattia, dunque, soprattutto se è guaribile e se perfino questa può servire a far voltare la vita in senso positivo, a scoprire doti insospettabili dentro di sè e a unire ancora di più la famiglia. E partendo da questo punto di vista, voglio raccontare la mia bella malattia, che mi sono preso quando Dodokko aveva nove mesi e che mi ha fatto trascorrere, a tu per tu con lui, una sessantina di giorni indimenticabili. Quella che ho avuto è stata un'appendicite diagnosticata con una settimana di ritardo e che, per le sue conseguenze, mi ha spedito due settimane all'ospedale e mi ha messo 'a riposo' per due mesi a casa. Ma quello trascorso lontano dal lavoro è stato un tempo meraviglioso, scandito dai ritmi di mio figlio, un tempo in cui abbiamo vissuto non solo a stretto contatto, ma in vera simbiosi. Mangiavamo e dormivamo insieme, uscivamo per delle belle passeggiate o per fare la spesa tutti i giorni oppure ce ne stavamo fermi a chiacchierare e a prendere il sole sul balcone. Ci facevamo delle risate interminabili anche sul lettone, prima di crollare vinti dal sonno. Una volta ci siamo presi anche l'influenza, insieme. Dalla fine di febbraio, a tutto marzo e tutto aprile del 2008 il tempo è stato sempre stupendo. Almeno, lo ricordo sempre così, con Dodokko.

venerdì 6 novembre 2009

Il desiderio e l'incertezza di volere dei figli

Un'amica solleva un problema molto attuale, tipico di questi tempi e della nostra generazione e del quale ho già fatto un piccolo accenno in passato. Giulia (il nome è di fantasia) vorrebbe avere dei figli, ma non trova il coraggio di prendere la decisione di farne. Glie lo impedisce la sua stessa vita, che descrive come caotica e priva di spazi per sé, e glie lo vieta il lavoro, poco appagante e distante da casa. Giulia afferma che desidera dei figli, ma allo stesso tempo si dice incerta di volerne. Non è soddisfatta della propria esistenza, non vede nessun punto fermo, nessuna stabilità: tutto le appare incerto, non solo il presente, ma anche il futuro che per lei è pieno di insidie.
Giulia mi chiede un consiglio non da esperto, che non sono, ma da amico. E da amico le rispondo pubblicamente, perchè mi piacerebbe che lei ricevesse anche dei consigli da voi che leggete. Io dico a Giulia di non preoccuparsi del presente e di essere più ottimista per il futuro. Bisogna pensare che certe situazioni non durano in eterno, quelle brutte così come quelle belle. Che tutto è in movimento e che i punti fermi esistono soltanto nella nostra povera fantasia di comuni mortali. Ci servono per fare ordine nei nostri cervelli e nelle nostre vite, per inquadrare la realtà secondo categorie ben precise. Il mondo, però, va altrettanto avanti anche se non lo controlliamo. E ogni tanto ci sorprende mostrandoci le sue risorse insospettabili. Non siamo indispensabili e tanto meno lo è il nostro voler afferrare, comprendere e controllare la realtà, che resta tale anche senza di noi.
Mi viene in mente Cratilo, un filosofo poco conosciuto ma che mi ha sempre affascinato. Un 'estremista' del concetto di divenire eracliteo, che ha portato fino alle conseguenze più esasperate. Egli sosteneva che non solo nello stesso fiume non puoi immergerti due volte, così come diceva il suo maestro Eraclito, ma addirittura neanche una volta, dato che l'acqua che avrà bagnato le dita del tuo piede non sarà più la stessa che ne bagnerà il tallone. Tutto è in trasformazione, in divenire, in movimento, secondo Cratilo, a tal punto che nemmeno con la parola puoi fermare gli oggetti, in quanto, appena hai dato loro un nome, già questi non sono più gli stessi di prima. Un esempio lampante per capire il pensiero del filosofo ateniese è ancora una volta quello del fiume: il nome 'Tevere' è sbagliato perchè ciò che hai appena chiamato 'Tevere' è già scorso via. E' presente una massa d'acqua, ma mentre la chiami per nome questa già non è più la stessa di prima. Cratilo si limitava perciò a indicare con la punta del dito gli oggetti, rinunciando a chiamare qualsiasi cosa per nome.
Il mio consiglio per Giulia è di lasciarsi trasportare dall'acqua del fiume, di immergersi nel flusso della vita, di non ricercare per forza situazioni ideali, che non esistono, e di fare ciò che più desidera, senza incertezze, perchè nulla è davvero certo nelle nostre esistenze.
Nella foto: Cratilo

giovedì 5 novembre 2009

Allattamento: prima difesa anche contro l’influenza A

Molte mamme chiamano e chiedono alle Consulenti de La Leche League di tutto il mondo: "Ho la febbre. Posso allattare il mio bambino?" Negli ultimi mesi ovviamente più preoccupate, dicono: "Ho la febbre, se fosse l'influenza A (virus H1N1.), devo smettere di allattare?"
Che sia influenza dei polli, dei maiali o degli umani, la risposta de' La Leche League è sempre la stessa. Non solo va benissimo allattare il propri bambini anche se si è influenzate, ma allattando si aumentano i benefici che loro ne possono trarre.
Molti germi non si trasmettono attraverso il latte; questa forma di influenza è comparsa di recente, tuttavia sappiamo dai casi di influenze passate che la trasmissione virale è estremamente rara e che i bambini che entrano in contatto con il virus dell’influenza e sono allattati si ammalano meno spesso e generalmente in forma più lieve di quelli non allattati. Una delle innumerevoli meraviglie del latte umano è che mentre il corpo della madre crea gli anticorpi per combattere la malattia, gli stessi anticorpi passano direttamente nel latte, proteggendo i figli e diminuendo la forza del contagio. Il latte materno, oltre a produrre anticorpi specifici per numerose malattie virali, ne offre anche per le infezioni batteriche che costituiscono le tipiche complicazioni dell’influenza, ad esempio la polmonite e la diarrea.
Non è necessario separare madre e bambino se la mamma è ammalata. I bambini vengono esposti al contagio di ogni malattia ben prima che le mamme sappiano di essere malate. Se la mamma ha l’influenza, vanno semplicemente prese le normali precauzioni di igiene (lavaggio delle mani, coprire naso e bocca quando si è in prossimità del bambino) già raccomandate dagli organismi competenti quando c’è un caso di influenza in famiglia. Se è il bambino ad ammalarsi, è ancora più importante che assuma latte materno. Il bambino ammalato ha bisogno di più liquidi e il latte materno è il miglior reidratante, e allo stesso tempo fornisce nutrimento e fattori per combattere la malattia.
La Leche League ricorda che molti farmaci sono compatibili con l’allattamento; anche nel caso dell’influenza e delle sue complicazioni il pediatra può prescrivere farmaci compatibili, così come è compatibile il vaccino. In caso di dubbi si può interpellare l’istituto Mario Negri di Milano (numero verde attivo 24 ore su 24 - 800883300).

Fonti: Leche League; NWS – Health Department – Influenza guideline for maternity Services; CDC - 2009 H1N1 Flu (Swine Flu) and Feeding your Baby: What Parents Should Know; ILCA: Tips for Parents: Protecting Your Baby Against Flu.

mercoledì 4 novembre 2009

Asino chi legge: Kellogg's aiuta il sistema immunitario

Tempi strani, quelli in cui viviamo. Tempi di influenze suine e di topi Gigio, di asini che leggono e di volponi famelici. Tutti insieme attorno alla grande tavola, riservata alle abbuffate con il numero di prenotazione H1N1. E attorno alla quale siedono purtroppo anche i bambini.
Così, succede che, dopo lo scoppio della pandemia, dopo che i media hanno azionato l'allarme e le case farmaceutiche prodotto tantissimi vaccini, che però ancora non si trovano, dopo che è stato scomodato perfino Topo Gigio con i suoi preziosi e rassicuranti consigli, i furbacchioni della Kellogg's, cavalcando l'ondata di panico e confidando nei genitori che farebbero di tutto, anche il superfluo, pur di far star bene i loro pargoli, lanciano sul mercato i nuovi Cocoa Krispies, sulla cui scatola troneggia, scritta a caratteri cubitali, la rassicurazione del momento: "Adesso aiuta a rafforzare il sistema immunitario dei bambini".
Secondo la logica del più grande produttore al mondo di cerali, "sono sufficienti un quantitativo di vitamine per rafforzare il sistema immunitario", afferma Kelly Brownell, direttore del Yale University's Rudd Center for Food Policy and Obesity. La scorsa settimana, riferisce Usa Today, l'amministrazione di San Francisco ha inviato una lettera alla Kellogg's e alla Food and Drug Administration (che fra le sue competenze ha anche quella di stabilire se i messaggi pubblicitari di alcuni prodotti siano ingannevoli) per chiedere alla multinazionale di "provare" la veridicità di quanto affermato sulla confezione dei Cocoa Krispies.
Intanto la Kellogg's si è difesa dicendo che la nuova linea di cerali "non è stata lanciata con lo scopo di ottenere dei profitti grazie alla situazione che si è creata con il virus H1N1, ma per il bisogno, espresso dagli stessi consumatori, di prodotti con un maggiore numero di ingredienti salutari". Asino chi legge...

martedì 3 novembre 2009

Piccole dita

Le piccole e abili dita di Suli sembrano essere molto adatte alla raccolta dei mirtilli. Ma le sue mani sono anche quelle di una bambina di cinque anni, trovata a lavorare in un campo di una grande azienda che produce i frutti di bosco per catene come Walmart e Kroger. Non stiamo parlando di sfruttamento del lavoro minorile nel terzo mondo, ma negli Stati Uniti - documenta un'inchiesta dell'Abc (http://abcnews.go.com/Blotter/young-children-working-blueberry-fields-walmart-severs-ties/story?id=8951044) - dove i piccoli braccianti impiegati nell'agricoltura hanno fra i 5 e gli 11 anni. Proprio come accade nell'azienda in questione, la Adkin Blue Ribbon Packing Company, e dalla quale Walmart si è affrettata a prendere le distanze, almeno "fino a quando non saranno noti i risultati dell'indagine avviata dalla commissione etica interna. Fino ad allora, non compreremo merce da questo produttore, poichè Walmart non tollera l'utilizzo del lavoro minorile".
C'è da sottolineare che i minori sono i figli della manovalanza che, come avviene anche in Italia, è fatta dagli immigrati e lavora nei campi. Bambini che partecipano al lavoro assieme ai propri genitori, contribuendo in tal modo a velocizzarne i tempi e ad abbatterne ulteriormente i costi già bassissimi. Perchè questa necessità? Perchè Walmart e tutti gli altri grandi della distribuzione, in competizione fra loro, attuano una corsa dei prezzi al ribasso, una gara dove vince chi è in grado di vendere a meno. E per poter competere e vendere a meno si deve produrre sempre di più, a costi sempre più bassi, anche a costo di sacrificare l'ambiente e la salute dei bambini. E assieme alle dita dei più piccoli, mettono in vendita i loro sogni e il loro futuro, a 'vantaggio', come mostra il video dell'Abc, di pance più fortunate e di piccole miss blueberry che non immaginano neanche minimamente cosa ci sia dietro ai mirtilli che ingoiano.
Foto: ABC news

lunedì 2 novembre 2009

Fra sole e luna

Qui la precisione conta molto
ore 17,02 di domenica 1 novembre 2009
Sulla spiaggia e sul mare il vento è gelido
Il sole a destra sta per tramontare
con la sua scia arancio-oro nell'acqua
Dall'altra parte la luna piena
già alta nel cielo color del bronzo

"Andiamo la?"
Fra sole e luna
il mio piccolo astronauta
ha fatto la sua scelta
Non una convivenza impossibile
ma ciò che stanotte avrà futuro
E domani? "Dov'è domani?". (2009)


sabato 31 ottobre 2009

Case per padri separati

Vita non facile, quella dei padri separati, spesso stretta fra difficoltà economiche e figli visti col contagocce. L'Assessorato alle Politiche Sociali del Campidoglio si è posto il problema e ha pensato ad una prima soluzione concreta: un "alloggio di transito" con mini-appartamenti per papà separati e single, dove passare il tempo con i bambini come in casa.
La "casa" potrà accogliere fino ad un massimo di venti padri, residenti a Roma e in temporanea difficoltà economica. Ognuno potrà restarvi – con facoltà di ospitare i figli – per non più di un anno (ma il limite è superabile in casi di particolare difficoltà, documentati e autorizzati dal Dipartimento Politiche Sociali).
Con un contributo di 200 euro al mese si potrà risiedere in uno dei piccoli appartamenti, dotati di angolo cottura, camera da letto, saloncino con tv, bagno e lavatrice. Il complesso avrà giardini e spazi per il gioco dei bambini. Al suo interno, operatori sociali e psicologi daranno assistenza e supporto dalle 11 alle 19. Di notte, tra le 19 e le 7 del mattino, la casa sarà sorvegliata da vigilantes.
Il bando per trovare gli ambienti in cui realizzare la casa è pubblico dalla fine del mese scorso e scade il 16 novembre. Per la struttura il Comune pagherà oltre 346 mila euro. Dal loro canto, i padri interessati dovranno inviare le domande ai Municipi di residenza, che poi le gireranno al Dipartimento Politiche Sociali.
L'alloggio di transito, ha sottolineato l'assessore Belviso, nasce come risposta alle reali difficoltà che sorgono quando le coppie con figli si separano: oltre al trauma, "l'improvviso aumento delle spese con impoverimento generale della famiglia". Una situazione che colpisce maggiormente "i genitori non affidatari, solitamente i papà"; che, oltre a versare l'assegno di mantenimento, devono lasciare la casa.
Fonte: Comune di Roma

venerdì 30 ottobre 2009

"Aiutateci a prendere il killer"

"Aiutateci a prendere il killer". E' questa la motivazione ufficiale con cui ieri la Procura di Napoli ha diffuso il video dell'uccisione di un uomo in un vicolo del capoluogo partenopeo. L'esecuzione si è vista integralmente su tutti i principali siti d'informazione, parzialmente su tutti i tg e la sequenza fotografica oggi primeggia su tutte le prime pagine dei quotidiani. Ma a stupire non è soltanto la freddezza dell'assassino e la naturalezza con cui in pochi secondi egli tolga la vita a un altro uomo. A colpire, più della sua pistola, è soprattutto la tranquillità e la mancanza di scrupoli da parte di tutto il sistema dell'informazione nel trasmettere le immagini di quello che, più che un regolamento di conti, sembra un gioco da bambini.
Gioco da bambini, appunto. Non mi dilungherò molto oltre, ma voglio premettere che chi parla è contrario a qualsiasi forma di censura e ritiene che l'opinione pubblica debba esser messa a conoscenza di ogni fatto rilevante. Non oggi, però, e non con queste modalità, perchè per aiutare gli inquirenti a riconoscere il killer sarebbe bastato diffondere le foto dell'uomo, non della sua azione.
Un'ultima cosa, sulla confusione che può generare il filmato negli spettatori più piccoli, che ancora non sanno distinguere la realtà dalla fiction. Gli esperti affermano che quando i bambini guardano la televisione (in questo caso anche internet e le foto), lo fanno per conoscere il mondo e per loro anche un cartone animato può essere scambiato con la realtà, così come accade quando si legge loro una favola e credono che la fata turchina esista veramente.
Le immagini trasmesse insegnano che uccidere e morire è facilissimo, che sono sufficienti pochi attimi per farlo. Insegnano inoltre che morire è senza dolore, che non c'è commozione né pietà. Insegnano l'indifferenza dei passanti che scavalcano un corpo disteso. Insegnano che la vita non ha alcun valore, nessun senso e che uccidere è semplice e banale, come acquistare un pacchetto di caramelle.

giovedì 29 ottobre 2009

E' già tempo di ricordi

Alcuni momenti nella vita sono come dei segnalibri: sono talmente importanti da funzionare da spartiacque, fra il prima e il dopo. Alcuni ricordi scandiscono il nostro tempo, sono come i cerchi rossi che si tracciano su certi giorni del calendario appeso in cucina. Finito l'anno, puoi buttarlo via ma ti accorgi che le macchie del pennarello hanno oltrepassato la carta su cui erano scritti i mesi e adesso restano, indelebili, sul muro a cui il calendario era attaccato.
Non ho dubbi: il momento fondamentale della mia vita è stato la nascita di Dodokko e da quell'istante in poi la mia esistenza è stata scandita da questa nuova persona. Da quel momento, nel pensare o nel parlare di qualsiasi cosa, è esistito soltanto un prima di Dodokko e un dopo la sua venuta al mondo. Mio figlio è diventato il punto di riferimento, il termine di paragone, la nuova centralità della mia vita, il baricentro su cui mi appoggio e che mi fa restare in piedi. Ma ora mi stupisco un po' di come sia possibile che sia già tempo di ricordi, dopo neanche due anni e mezzo dall'incontro che ha cambiato il corso della mia esistenza e le ha regalato una nuova dimensione. Ci diciamo spesso, mia moglie e io, "ti ricordi di quando Dodokko era piccolo...Ti ricordi quando ancora non camminava... Ti ricordi quella sera in cui, sul letto, si era messo a ridere perchè io facevo lo stupido e lui non la finiva più di scompisciarsi e non riusciva a smettere, finchè ha vomitato tutta la cena? Ti ricordi la scorsa estate, quando ha preso la parola, nel vero senso, quando si è impossessato del linguaggio?".
Ricordi e ricordi, ne ho già più di un milione e uno ne richiama subito un altro. E' per questo che inauguro questa nuova rubrica, che riempirò ogni qualvolta penserò a Dodokko e a come era prima. Per ora parto dai primi giorni e dai pannolini, dagli scaffali dei supermercati da cui adesso non passo più. Ricordo che all'inizio avevano il numero 1 impresso sui bustoni e il 'sottotitolo' recitava 'newborn'. Ho in mente, anche, che per questo genere di pannolini non sono mai esistite offerte promozionali e sconti, mentre per i numeri 2 e seguenti gli scaffali ne pullulavano, una settimana per una marca e l'altra per quella concorrente. Sintomo evidente che i neo genitori, alle prime armi, sono accecati dall'ansia e non possono soffrire troppo la pupù dei pargoletti, come ben sanno i 'piazzatori' del marketing. Nei reparti prima infanzia e poi anche a casa, migliaia di salviettine 'usa e getta' detergenti al profumo di bebè, idratanti e protettive. Bagnoschiuma senza schiuma, saponi non-sapone, olioshampo, olii secchi e olii che non ungono. Bombolette spray no-gas, no-alcol, senza profumo e senza test sugli animali. Polveri aspersorie all'amido di riso e all'avena, talchi mentolati, profumati e non. Creme dopo bagnetto, creme alla glicerina e creme allo zinco, con nickel e nickel-free, fluide e in pasta, in tubetto e in barattolo. Gocce oculari e nasali, soluzioni fisiologiche e flaconcini mono-dose di acqua di mare. Garze, garzette e garzine, più o meno sterili...

mercoledì 28 ottobre 2009

Televisione talebana

Ora non ricordo bene come iniziò tutto. Forse molto semplicemente: la tv, di punto in bianco, si spense, smise di funzionare e lui non ne acquistò mai più un'altra. Ho bene in mente invece la moglie di Roberto, ai primi tempi disperata, che chiedeva a quel talebano del marito di ripararla o di prenderne una nuova. Ma niente da fare e, oscillando fra l'ironico e l'adirato, Roberto rispondeva sempre che "la televisione fa male, soprattutto ai bambini" e che veicola messaggi subliminali, facendo "il lavaggio del cervello" a chi la guarda.
Quando i bambini di Roberto erano molto piccoli e il mio non era ancora nato, frequentavo abbastanza spesso la casa del mio amico e trovavo le scenette di questo tipo molto interessanti, soprattutto da un punto di vista sociologico-economico. Era presente un'offerta di mercato, dei possibili consumatori e lo stesso mercato, saltato in aria però, assieme alla cintura e al kamikaze che la indossava. Restavano, così mi apparivano in quel salotto, dei superstiti, impossibili clienti di fronte a una bancarella ormai muta. Ma della quale, fortunatamente, incominciavano a poter fare a meno.
Per anni la televisione del talebano restò al suo posto in quella stanza, senza accendersi mai più e senza più esser degnata di uno sguardo da chi le passava accanto: era diventata un mobile o un soprammobile, ormai apparentemente privo di significato. Ma dopo tanto tempo, ritornando nella casa dove l'avevo dimenticata chissà quando, nel rivederla al suo posto, proprio lì, esattamente dove l'avevo scordata, non potevo non pensare che quello schermo grigio si era nel frattempo trasformato, da monitor quale era, in monito per le future generazioni.
E l'ammonimento, ovviamente, doveva riguardare in qualche modo anche Dodokko, che nello stesso periodo stava iniziando il suo training televisivo: sempre più tempo trascorso di fronte al mezzo, anche se, per ora, resta entro parametri accettabili. "Non sarò anch'io un talebano", mi sono detto, ma che la tv sia vista con moderazione: è dell'altra sera, nata dopo un paio di episodi isterici, la decisione di non far guardare la televisione a Dodokko prima di andare a dormire. Gli basti quel poco che gli è riservato il pomeriggio. E il tempo passato insieme, soprattutto serale, consacriamolo, invece, con attività dove le nostre coscienza siano più sveglie: meno addormentate e passive e non assogettate al totem bugiardo che ci prende in giro, fingendo di essere governato soltanto perchè ci ha regalato un telecomando.

martedì 27 ottobre 2009

Bimbi-chiave, bimbi-agenda e bimbi-Teletubbies

Chiamali come vuoi: bimbi-chiave oppure bimbi-agenda, tanto all'origine del problema è sempre la solitudine. I nostri figli sono soli nel tempo libero perchè quello dei genitori è un tempo che viaggia su binari paralleli a quelli su cui transita il tempo dei bambini: linee che non si incrociano mai. Se il lavoro, per gli uni, e la scuola, per gli altri, sono due sfere distinte, accettate e da cui non si può prescindere, non si capisce come mai nel dopo-lavoro e nel dopo-scuola la famiglia non si incontri.
Ecco dunque - ci racconta oggi Repubblica - da cosa e come nascono le categorie di bimbi-chiave e di bimbi-agenda: i primi sono i giovanissimi che, già dalle scuole elementari, sono costretti a diventare indipendenti e che, dopo la scuola, se ne tornano da soli a casa, aprono la porta con la loro chiave e lì aspettano, tutto il pomeriggio e sempre da soli, il ritorno dei genitori. I secondi invece sono i bambini super impegnati, la cui agenda è fittissima di appuntamenti sportivi e artistici, come ballo, nuoto, canto, inglese, ecc., impegni che spesso non sono altro che un pretesto per riempire il tempo, in attesa che la famiglia si ricongiunga a tarda sera.
Come al solito, alle due categorie appartengono classi sociali ben distinte ed è facile intuire come alla prima facciano capo i più disagiati, mentre all'altra i più abbienti. Una delle ragioni per la quale è presente una tale situazione fra i giovanissimi è che nessun genitore oggi, col mondo che c'è, se la sente di lasciare che i figli escano da soli, per frequentarsi fra loro in giardini pubblici, piazzette o nel vecchio oratorio. Quindi, l'unica soluzione spesso è la casa oppure l'impegno programmato.
Chiamali anche, se vuoi, bimbi-teletubbies. Mio figlio è ancora troppo piccolo per andare a scuola e soprattutto per avere le chiavi di casa o per dedicarsi al tennis e al canto. Dopo l'asilo, resta in compagnia dei nonni, pendolari anche loro a causa del lavoro di baby-sitting, fino al rientro di noi genitori a casa, che facciamo salti mortali e piroette per arrivare il più presto possibile. Nel frattempo, Dodokko ha dormito, giocato, visto un po' (spero molto poco) di televisione e fatto merenda. Si è distratto ed è stato in compagnia, è stato impegnato e si è divertito.
Ma a volte succede, al mio ritorno a casa, ciò che è capitato ieri, ovvero che io trovi mio figlio seduto sul divano assieme alla mamma, con il peluche della consolatrice Lala dei Teletubbies sotto a un braccio e il solito pollice sinistro in bocca. Lo sguardo è quello triste di chi, a volte, è senza entusiasmo: un'espressione che non accetto in un bambino di due anni e mezzo. Ho cercato quindi di 'rianimarlo', proponendogli diversi giochi, invitandolo a cucinare insieme e ad andare a comprare il pane sotto casa. Dopo aver fatto quest'ultima scelta, Dodokko è rinsavito ed è tornato a essere il bimbo euforico di sempre. In me, però, è rimasta come un'ombra, quasi un presentimento: ma è mai possibile che, anche quando ci si trova in compagnia, ad un certo punto, come una forza misteriosa, nella nostra coscienza si faccia spazio, fino a prevalere e a impossessarsi di noi, sempre e soltanto la solitudine?