giovedì 21 dicembre 2017

La matematica, i giudizi, infine il cane


Osserva il mondo che hai attorno – dice il matematico – e trai le tue conclusioni: la realtà non è che il risultato della combinazione di più fattori, ai quali è possibile risalire attraverso un viaggio, spesso breve, a ritroso nel tempo.
Trova – l'uomo reale, quello fatto di carne, ossa e sangue – corretta questa affermazione del matematico?
Pensa egli che la propria vita, e quella degli altri, sia riconducibile a un'equazione?
Veramente, nella realtà, un risultato, un numero a caso, poniamo il 3, è dato da 1+2 o da 4-1 o da 1x3 o da 9:3 o da tante altre operazioni (quante sono i numeri e le loro possibili combinazioni)?
I numeri sono infiniti, e finiti fin tanto che siamo capaci di contarli, e questi ultimi definiti, e gli altri, quelli che mancano all'appello, al massimo definibili.
Ma un uomo non è il risultato di un'operazione matematica, né la sua vita è il prodotto della combinazione di fattori definiti o definibili. Molte ragioni sono infatti indefinibili o non si trovano: se n'è persa la traccia nella notte dei tempi.
Per questo motivo è difficile, e oneroso, giudicare il prossimo. Però lo facciamo sempre, mentre quando ci giudicano gli altri non lo accettiamo o ci sentiamo incompresi, nel vero senso del termine: come può qualcun altro prenderci nella nostra interezza? Che ne sa egli veramente di noi?
E' una faccenda complicata, quella del giudizio, che risale a Parmenide: “l'Essere è”, affermava il filosofo di Elea, solo questo si può dire dell'Essere, concludendo che qualsiasi altra attribuzione è empirica, è dovuta all'esperienza, è data dall'opinione, dunque è fallace.
Improvvisamente, adesso penso al cane, soltanto perché è un animale che mi è vicino, probabilmente andrebbe bene un qualsiasi altro essere vivente, purché privo di intelletto.
E mi viene in mente quella poesia di Saramago che recita “Fatti cane del cane: tutto sai, del morsicare i deboli, se domini, del leccare le mani, se dipendi”. Anche se io non potrei mai fare né l'una e né l'altra cosa, perché non sono né servile, né opportunista, né tanto meno senza pietà e, per dirla tutta, sono invece poco elastico e poco adattabile. Anche se poi non pretendo che gli altri si adattino a me e come me la pensino: mi sento libero di essere me stesso e lascio gli altri a loro volta liberi di essere.
Appunto, non ho affatto una mentalità matematica e mai, come ho scritto all'inizio, saprei osservare il mondo che ho intorno e trarre delle conclusioni, anche perché io non mi sento un centro attorno a cui l'universo gira.
E' per questo motivo che esprimere dei giudizi non mi viene facile.
A proposito del cane, non è neanche vero che questi sia opportunista, servile e impietoso. Infatti, questi sono difetti (o qualità) tipicamente umani, perché hanno a che fare con il calcolo (a volte matematico) e con la morale ovvero la cultura di ciascuno di noi.

lunedì 18 dicembre 2017

Fratture, giudizi, autoaffermazione...e Socrate


Quello di come mi sono rotto il braccio per la seconda volta, a sedici anni, è un racconto ricorrente. Mi capita di parlarne quando c'è la neve o se incontro una persona che porta il gesso e desidera avere uno scambio di esperienze sull'argomento 'fratture', come mi è successo qualche giorno fa.
Lo racconto anche qui, perché è curiosa non tanto la dinamica del mio incidente, ma piuttosto l'opinione e il commento, spesso unanimi, che la mia esperienza suscita.
Ebbene, dopo la mia prima frattura all'avambraccio destro, dovuta a una caduta per essere inciampato su una radice mentre giocavo a pallone su un prato, dopo due mesi e mezzo di ingessatura, dopo aver tolto il gesso un sabato di un dicembre che aveva riempito Roma di neve, domenica mattina decido di fare irrobustire il mio arto indebolito andando a sciare nel parco vicino casa mia. Scio per tutta la mattinata, su e giù per le valli innevate, e alla fine della giornata sgancio gli sci, mi tolgo gli scarponi e mi infilo i moon boot per tornare a casa. Senonché, assetato, a un certo punto mi metto a bere a una fontanella e, quando ho finito, scivolo sul ghiaccio che si è formato sul marciapiede. E...crac, mi rompo un'altra volta il braccio, e di nuovo in ospedale, di nuovo il gesso per altri due mesi e mezzo. Semplice, no? Un incidente come altri: fai una cosa e te ne capita un'altra. Punto.
Eppure, quando la gente ascolta questo racconto, di solito mi dice: "Sei stato un incosciente ad andare a sciare il giorno dopo esserti tolto il gesso", come se mi fossi fratturato mentre sciavo. Al che io rispondo: "E' vero, ma il braccio me lo sono rotto soltanto dopo aver sciato, e avrei potuto scivolare anche se fossi andato a fare una passeggiata". Ma quelli, niente, ribadiscono la propria opinione, dicendosi convinti della mia responsabilità e non c'è verso di far cambiare loro idea.
Penso che, quando parla, la maggior parte delle persone non segua il filo logico dei discorsi e, anziché giungere a delle sintesi, preferisca esprimere la propria opinione e affermare ciò che pensa, a tutti i costi, anche a quello di essere illogica. In questi individui egocentrici, a prevalere è un forte senso di autoaffermazione, anche a costo di fare la figura dei cretini.
Tutto questo discorso sulla mia rifrattura e sui giudizi nei quali secondo me non credono neanche coloro che li emettono, mentre al mio figlio più grande, facendo i compiti di storia, capita di leggere nomi sconosciuti come Ippocrate, Aristotele, Platone e Socrate. A proposito di quest'ultimo, stamattina a colazione gli ho raccontato brevemente che era un filosofo che, nell'ordine, diceva di non sapere, che prima di dialogare chiedeva al suo interlocutore cosa intendesse con le parole che usava, che preferiva i discorsi brevi a quelli lunghi, pomposi e convincenti dei sofisti, i maestri dell'arte oratoria, anche detta retorica.
Che fu condannato a morte con l'accusa di corrompere i giovani e di adorare nuove divinità ovvero di insegnare ai ragazzi a ragionare con la propria testa, ossia senza farsi convincere dagli altri acriticamente, e di dare ascolto a una insopprimibile voce interiore che semplicemente gli suggeriva di ricercare la verità.
Ora, e qui giungo alle conclusioni, dichiarasi ignoranti, chiedere "cosa vuoi dire?", non abbellire i discorsi con la retorica, pensare e mettere in discussione le idee canoniche e l'ortodossia, sono cose che non vedo da molto tempo e che mi paiono sempre più rarefatte, a dispetto dell'egocentrismo imperante, dell'onnipresenza dilagante di pensieri e persone per le quali è sufficiente fare una breve apparizione da qualche parte o dire una piccola frase, a volte anche una parola, che abbia il valore di una sentenza, per essere, per dare un senso alla propria vita.
Aprono la bocca, ergo sunt.

martedì 5 dicembre 2017

Il polpo


L'altro giorno una mia amica mi ha chiesto perché mai io porti al collo un ciondolo con un polpo. Un po' stupito per la domanda, all'inizio ho voluto raccontarle di simbologie più o meno fantasiose, per poi confessarle che si tratta di un semplice regalo. 
Ciò che non le ho detto, anche perché non credo che infondo sia così interessante saperlo per una persona che ti fa una domanda sulla collanina che indossi, è cosa rappresenti per me questo animale. 
Ebbene, il primo incontro con i polpi risale a quando ero ancora un bambino. Li pescavano mio padre e mio cugino, abilissimi nell'individuarli nel fondale, dove se ne stavano mimetizzati sotto a una pietra, magari con un tentacolo che ne usciva, o, sulla sabbia, fra un gruppetto improvvisato di sassi bianchi con i quali il mollusco aveva costruito la propria tana. 
Quando mi immergevo in mare con loro, a volte li prendevo anche io, dopo che mio padre mi aveva indicato esattamente il punto in cui si trovavano. 
Il polpo è, quindi, anzitutto un ricordo delle lunghe estati passate al mare durante la mia breve infanzia.
Sempre da bambino, lessi qualcosa che riguardava la vita di questi animali e rimasi stupito nell'apprendere ciò che succedeva loro nel periodo della riproduzione. Le femmine che nella lunga attesa della schiusa delle uova, non potendo cacciare sono costrette a nutrirsi dei loro stessi tentacoli per poi morire di stenti una volta nati i piccoli. E i maschi, che pure loro muoiono appena dopo essersi accoppiati. E infine le piovre, che non sono altro che quegli esemplari che non sono mai riusciti a riprodursi e che per questo conducono una vita solitaria negli abissi.
Era un mondo affascinante agli occhi di un bambino, quello dei polpi, quasi mitologico direi, se si pensa al mito come al racconto che può fornire un insegnamento, un valore, un fondamento per la cultura di una persona. 
Sembrerà strano, forse assurdo, considerare un mollusco educativo o pensarlo come un esempio, ma ciascuno di noi si sceglie i maestri che vuole e, soprattutto, alla prima occasione inanella gli insegnamenti gli uni con gli altri fino a comporre la collana che più gli piace. E la mia è una collana di corda con un piccolo polpo che ciondola.
Per me, il polpo non è il simbolo dell'amore passionale o di quello possessivo, avvolgente o coinvolgente, tentacolare. No, semmai per me il polpo rappresenta l'amore altruistico, il sacrificio per il prossimo, e i suoi tentacoli non servono per afferrare e stringere a sé, ma a soffiare ossigeno verso chi si ama. 
Tutto questo fa il polpo e senza alcun clamore, nascosto nell'oscurità di una tana, a volte dietro la coltre di una nube di inchiostro.

giovedì 30 novembre 2017

Zebbra o non zebbra, ma i problemi della scuola sono altri


“Ma come diavolo si scrive?”: forse se lo sono chiesti in molti, dopo lo sfondone della maestra elementare che ha corretto l'alunno dicendogli che si scrive “zebbra”, con due 'b', e non “zebra”. O forse no, non se lo è chiesto nessuno: è talmente evidente che l'insegnate ha sbagliato. Ma un errore può capitare a tutti, anche ai maestri, non c'è bisogno di tutto questo clamore e, dal mio punto di vista, questa cosa non è nemmeno una notizia.
I problemi della scuola sono ben altri, non il personale che ci lavora, ma le strutture fatiscenti e la scarsità delle risorse.
L'altro giorno parlavo con i genitori di alcuni compagni di mio figlio di quale scuola media scegliere per il prossimo anno. E dicevo loro: “Mi piacerebbe che andassero nella stessa scuola, dato che ci conosciamo tutti e ci troviamo bene assieme, sia i piccoli fra di loro, che noi grandi, quando ci vediamo”. Si prospetta la scelta di una scuola un po' sgangherata, in continuità con quella che già frequentano oggi. Con ottimi insegnanti, per fortuna, ma all'interno di edifici con carenze vistose, che determinano a volte lunghi periodi di interruzione delle lezioni. Come quelle di quest'anno, con chiusure urgenti per derattizzazione e per bonifica da amianto.
L'altra scuola, sempre pubblica ma che in ogni caso non prenderemo in considerazione, è messa meglio dal punto di vista strutturale, tuttavia è frequentata da figli di alcuni genitori un po' troppo snob per i nostri gusti. Fuoriusciti della prima ora, dopo un anno passato insieme alle elementari: gente forse molto più lungimirante di me e che immagina e aspira a una società futura ancora più classista di quella di oggi e della quale probabilmente i loro figli saranno chiamati, beati loro, a prendere le redini.
Non fraintendetemi: io, personalmente, non credo molto in un'uguaglianza che appiattisce la personalità dei singoli, ma in una base comune sì, ci credo fervidamente. E la scuola, secondo me, dovrebbe essere concepita come un'opportunità per tutti, un punto di partenza dal quale i bambini possano sviluppare al meglio le proprie qualità e attitudini peculiari. La scuola come stimolo, dunque, e come valorizzazione degli studenti. Non è altro che questo il tipo di crescita, anche scolastico, che auguro ai miei figli: un percorso per scoprire chi sono e, allo stesso tempo, il tentativo, che probabilmente faranno per tutta la vita, di esserlo.
Lo ammetto volentieri: i maestri che i miei figli hanno incontrato sono stati, e sono, una fonte di ispirazione costante per loro e io sono pieno di riconoscenza verso questi professionisti. Così come lo sono i miei figli, che, quando svolgono i compiti a casa, e anche se a volte bisogna spronarli, lo fanno in piena autonomia e con grande senso di responsabilità.
Però, difronte a un quadro privato così edificante, mi rammarica molto prendere coscienza delle carenze con le quali la scuola è costretta a convivere: è una barca rattoppata alla bene e meglio, nella quale viaggia un equipaggio che dovrebbe ricevere una medaglia al giorno per come riesce a destreggiarsi di fronte alle difficoltà quotidiane e non essere affossato alla prima occasione.

mercoledì 29 marzo 2017

Compleanni 'in modalità privata'


Una delle novità dell'anno scolastico in corso è il fatto che le feste di compleanno si siano drasticamente diradate rispetto agli anni precedenti. Non esagero: in prima elementare ce n'era una ogni due, massimo tre settimane, In seconda e in terza, almeno una al mese. In quarta, da settembre fino a oggi, ce ne saranno state sì e no due. 
Cosa è successo? I bambini non festeggiano più il loro compleanno? Sono finiti quei soldi, e parecchi, che prima si spendevano fra sala da affittare, animazione e catering? O è finito l'entusiasmo, o la megalomania, fino all'indebitamento, da matrimonio indiano, nel festeggiare un avvenimento in maniera tale che lasci il segno, un ricordo indelebile nelle generazione che verranno...  
No, niente di tutto questo. La tendenza, adesso, è quella di festeggiare 'in modalità privata' i compleanni. Ovvero, restringendo l'invito a pochi fortunati, ai cosiddetti - immagino le proposte dei genitori ai figli attoniti - migliori amici, o a chi ti sta più simpatico, o a chi vorresti veramente che partecipasse.
Insomma, le feste di compleanno ci sono state, ma ci è capitato di sapere che ad alcune di esse non siano stati invitati i nostri figli. Così come siamo stati inclusi in liste in cui era richiesta la nostra partecipazione, ma nelle quali erano escluse altre famiglie. Ovviamente, non rimango male perché mio figlio non è invitato a una festa, ma per una inedita politica di esclusione ad opera dei genitori e soprattutto per ciò che, così facendo, insegnano ai propri bambini: ovvero, che fra i compagni di scuola c'è chi è più meritevole di altri della tua amicizia, quel bambino sì e quell'altro no, c'è chi è migliore e chi peggiore.
Tutt'altro, in definitiva, da ciò che la scuola principalmente insegna, ovvero l'educazione all'inclusione, che è l'unico sistema per accettare, anche in futuro, le differenze con gli altri. Le famiglie che conosciamo sono, in tal senso, diseducative, perché vanno, trascinando con sé i propri figli, nella direzione di un anacronistico rapporto aristocratico con il prossimo.
E quando la questione della festa di compleanno dei miei figli si è prospettata all'interno della mia, di famiglia, la risposta unanime, alla domanda superflua "chi invitare", è stata: "tutti, sia i belli che i brutti. O niente festa".
E faremo un'unica festa per due compleanni, all'aria aperta, dove magari il divertimento maggiore per i bambini sara quello di rincorrere, tutti insieme, un pallone che ruzzola su un prato.

mercoledì 1 marzo 2017

Ritorno


Scrivo seduto sulla poltrona di un treno, guardando il mare tutte le volte che compare sullo schermo del mio finestrino, nel breve spazio fra una casa e un’altra o in quello più durevole, appena dopo una stazione in cui il convoglio ha appena fatto sosta, prima di ricominciare a correre. 
Sono stato lontano una settimana e, ora che sono in viaggio, realizzo quanto sia stupida questa parola: ritorno.
Sbaglia sia chi ritorna e sia chi aspetta qualcuno che stia arrivando, anche dopo pochi minuti da quando è andato via, a pensare di ritrovare esattamente ciò che ha lasciato, come se il momento dell’addio abbia potuto congelare il tempo: gli occhi, che si salutarono, ancora lì, fermi in quel frangente davanti alla porta di casa o, nelle orecchie, le brevi parole di commiato pronunciate, sospese nell'aria.
E’ un’illusione credere di ritrovare ciò che si è lasciato, così come è sempre un’idiozia pensare che il tempo si fermi. Stare insieme significa soprattutto percepire, senza alcuna presunzione di fermarlo, il tempo che passa, i cambiamenti che si succedono istante dopo istante, cogliere in uno sguardo ciò che non sarebbe possibile spiegare a parole. 
Ma, è vero, per farlo occorre un minimo di pathos, voglia di capire, amore verso l’altro. E tutta questa predisposizione, questa grande e ottimistica enfasi, è anch'essa illusoria: chi di noi, davvero, se ne sta così tanto concentrato sugli altri, pronto ad afferrare ‘l’attimo fuggente’ nello sguardo altrui o, addirittura, il proprio sentire? Siamo un tantino distratti, in realtà, ma non addentriamoci in discorsi retorici riconducibili, in definitiva, al tema consueto del tempo che passa...assieme alla vita. 
Volevo soltanto dirvi di non preoccuparvi, e che di me torna ciò che ricordate, anche se, come ho appena accennato, le cose non stanno esattamente così. La memoria è una strana bestia, mi ha detto una persona che ho conosciuto qualche giorno fa: ci fa ricordare quel che può esserci utile e scordare ciò che può farci male. Mi ha raccontato la storia dei suoi nipoti, che una decina di anni fa, all'età di sei e nove anni, hanno perso il padre in un incidente. Sono cose che capitano, gli incidenti, si chiamano apposta così, perché non avvisano, non bussano alla porta, né fanno una telefonata.
Capitano, e arrivano inaspettatamente, e possono succedere a tutti, anche me. 
E’ stato allora, dopo aver ascoltato questo racconto di un padre e dei suoi due figli che avevano la vostra stessa età, che ho pensato al mio ritorno: “E se anche a me capitasse qualcosa...se non dovessi più tornare?”, mi sono detto. “E se non facessi più ritorno, cosa ricordereste di me a distanza di qualche anno?”. 
Dimentichereste, per poter andare avanti o, nella vostra memoria, abbellireste il ricordo, come quando si dipinge una tela? 
E’ un quadro sbiadito dal sole dei giorni che passano quello che ormai hanno davanti agli occhi quei due bambini che adesso sono dei ragazzi. I nipoti del mio amico, infatti, non ricordano nulla del loro padre. Non lo rammentano in alcuna circostanza particolare, se non in quelle congelate in qualche fotografia, né ne riconoscono la voce registrata in un vecchio telefonino. Mi sembra talmente pazzesca questa storia dei ricordi e dei ritorni, se soltanto penso minimamente all'ipotesi che anche voi potreste dimenticare tutto di me e che, in definitiva, potrei farlo anch'io, per proteggermi da una eventuale perdita. 
Siete qualcosa di talmente irrinunciabile, che pensarvi rimossi, cancellati dalla memoria, mi appare un fatto totalmente assurdo, come un arto amputato, che dovrebbe essere lì, al suo posto, ma che non c’è. Far sparire per sempre qualcuno che si è amato significa perdere anche gli anni che abbiamo trascorso assieme a lui.
Vuol dire abbandonare perfino se stessi all'oblio.
Ma questo dimenticare, quando ce ne andiamo, e questo credere di ritrovare esattamente ciò che abbiamo lasciato, quando invece torniamo e siamo cambiati, fanno parte della nostra stessa natura, che è illusoria perfino nei confronti di noi stessi.

martedì 24 gennaio 2017

Caro diario...una giornata a scuola

Inauguro oggi, dopo una lunga latitanza, una 'sezione' del blog nella quale scriverà il mio figlio più grande. 
Quello che segue è il suo primo intervento.

Caro diario,

oggi sono entrato in classe, sono arrivato un po’ in ritardo, non ho trovato il mio posto libero, allora la maestra mi ha fatto sedere da un'altra parte. Dopo, ho aperto il libro di letture e abbiamo cominciato a leggere, tutta la classe ha fatto a turno e, quando è toccato a me, ho fatto l’esercizio nella pagina letta.
Ho scritto anche una pagina di diario sul quaderno. Dovevamo raccontare un’esperienza di una nostra paura. Io ho parlato della scorsa sera, quando sono andato nella mia camera e non sapevo che Spot, il mio cane, era già dentro, e mi sono spaventato appeno l'ho visto all'improvviso.
Una volta finito di scrivere, sono andato a correggere dalla maestra e lei mi ha detto che si era molto divertita. Poi mi ha chiesto di fare un disegno della scena e io ho disegnato abbastanza bene. 
Dopo, abbiamo fatto merenda e ricreazione. Io, Lorenzo, Leonardo e Alessandro abbiamo giocato a Parolopoli e io ho vinto. Al termine della ricreazione i collaboratori Leonardo e Flavia hanno distribuito il quaderni e i libri di inglese ai compagni. Dopo aver finito, la maestra ha detto a Lorenzo di spostarsi e di sedersi vicino a me.
Dopo abbiamo aperto il libro, la maestra ha acceso lo stereo e abbiamo cominciato a fare un esercizio che consisteva nel cerchiare le risposte esatte alle domande fatte attraverso una registrazione.

Ci vediamo domani

venerdì 8 luglio 2016

Modi di dire (e di fare)


Lascio per un momento il figlio grande fuori dalla scuola assieme a Spot, per accompagnare il piccolo in classe, uno degli ultimi giorni della materna, l'anno prossimo andrà in prima elementare e anche per lui, finalmente, le lezioni finiranno prima, a metà giugno, come per il fratello.
Poco dopo torno indietro e trovo il grande che ride come un pazzo, a guardare Spot e un bassotto che abbaiano l'uno verso l'altro, a turno, in un dialogo incomprensibile ma divertente: botta e risposta, una parola tira l'altra, si domanda e si dice quel che si sa, il modo di parlare è del tutto ininfluente oppure è il solo che conta, quando le parole non si capiscono. La cosa bella è il rispetto dei tempi dell'interlocutore, soltanto quando questi ha finito di dire la propria, l'altro può intervenire. E' questo che fa ridere di più mio figlio: l'accettazione di regole non prestabilite, ma presenti, evidentemente, e la partecipazione, il pathos con il quale certi argomenti vengono affrontati.
Un cane per un bambino non è soltanto un libro aperto, ma è soprattutto un racconto che si scrive insieme, l'umano con l'animale, a due mani e quattro zampe, una storia nella quale si attribuiscono valori, non importa se veri o presunti, perché le qualità, anche quelle immaginarie, hanno un senso perfino quando corrispondono soltanto alle nostre aspirazioni e bisogni. Leggere il comportamento di un cane come altruistico, anche quando ciò non sia affatto vero, ci fa bene, ci fa credere che esistano relazioni disinteressate, e spinge anche noi nella direzione del dare senza chiedere nulla in cambio. 
Il cane, è questa la sua dote principale, ci educa senza volerlo e senza essere necessariamente un buon esempio. Siamo noi umani a caricarlo di significati attraverso le nostre interpretazioni, a renderlo un simbolo, anzitutto di bontà, e, così facendo, questa proiezione che facciamo noi stessi riesce a farci guardare il mondo in termini positivi, ci responsabilizza, in qualche maniera ci fa apprezzare la vita. Il cane è quel che troviamo di buono quando la bontà non l'abbiamo trovata altrove, anzitutto negli esseri umani, sia perché non siamo stati capaci di farlo, sia perché 'il buono', propendo per questa opzione, è qualcosa di raro, ai l'imiti con l'inesistente,
Al di là di certe considerazioni più o meno teoriche, un altro aspetto che ritengo importante è la vicinanza fra l'animale e la persona, non penso soltanto alla compagnia che il primo può fare alla seconda o viceversa, ma al far parte dello stesso gruppo, sia esso un nucleo familiare o un branco. Ne parlavo l'altro giorno con chi sollevava delle obiezioni riguardo al fatto che tenessi un cane in un appartamento, gli stessi argomenti di sempre, tipo "hanno bisogno di spazio", e le risposte consuete, "si chiamano animali domestici  o d'affezione, non da giardino", "necessitano di compagnia più che di prati fioriti". E di vicinanza, appunto, che significa ancora una volta comprensione reciproca, ed empatia, anche fra chi parla lingue completamente diverse fra loro, ma che è possibile se al posto delle orecchie riusciamo ad aprire il cuore verso l'altro. E' proprio questo quel che i bambini stanno facendo con Spot, ed è la loro sensibilità a guadagnarci, non mi sembra cosa da poco vedere correre, insieme in un bosco, questi tre cuccioloni scatenati e sporchi di terra, come è successo domenica scorsa, sei occhi, uno sguardo soltanto verso qualcosa di imprecisato oltre il fogliame.
Modi di dire, e di fare, interpretabili liberamente, per carità, ma, senza retorica, io in certi legami riesco ancora a scorgere l'amicizia..

sabato 11 giugno 2016

Il fiume


Mi capita spesso di pensarci: il fatto di aver perso mio padre da ragazzo ha fatto sì che venisse a mancarmi, soprattutto, qualcuno che avesse potuto darmi dei consigli per il futuro. Qualcuno che mi avesse potuto raccontare come sarebbero andate certe cose, che avesse potuto farmi delle previsioni, che mi avesse detto un po' di più di com'è il mondo, e com'è la gente che lo popola, che mi avesse messo su di una strada piuttosto che su di un'altra. 
Probabilmente sarei diventato una persona più prevenuta - talvolta desidererei esserlo un poco, è molto pratico e sbrigativo avere delle idee preconcette e dei pregiudizi sugli altri -, invece di pormi innanzi al prossimo come fa l'ascoltatore disincantato di fronte a un libro aperto. Senonché, di persone simili a libri aperti ne esistono ben poche, tutte hanno l'innato desiderio e l'istintiva ambizione di affermare prima o poi se stesse e chi ci rimette è l'obiettività, il descrivere le cose per quello che sono. In pochi sanno rinunciare a ciò che vogliono in cambio della verità. 
Poi, è chiaro, come fanno tutti i ragazzi, avrei dato poco o niente retta a mio padre, avrei pensato quel che penso anche adesso, e cioè che nessuno può prevedere il futuro e, soprattutto, che ogni storia che viviamo appartiene esclusivamente a noi, è soltanto nostra, unica e irripetibile, con quale diritto mi dici ciò che è giusto e ciò che è sbagliato? Con quale presunzione pensi di indovinare i miei prossimi passi? Il mondo è tondo e io non cammino, come un treno, su due binari. E tu non conosci tutte le stazioni, né, tanto meno, ogni singolo passeggero.
A volte, tuttavia, vorrei che qualcuno, che godesse della mia massima fiducia, mi sapesse dire che "questa cosa è già capitata anche a me" e che, molto probabilmente, "le conseguenze saranno queste". Ma so anche che, se mi succedesse di avere un simile angelo custode al mio fianco, a vivere questa mia vita non sarei più io, ma lui. Perché la vita è, in definitiva, tutto ciò che ci succede fra la nostra nascita (probabilmente anche prima) e la nostra morte (forse anche dopo), può sembrare banale dirlo, ma non c'è verità più semplice e, allo stesso tempo, più certa di questa: la vita è l'insieme delle cose che ci accadono in un determinato lasso temporale, non alcune di loro, ma tutte quante.
Sapere che la vita non è che la totalità che si compone di ogni singola esperienza, di ogni fatto bello e brutto, di tutte le soddisfazioni e di tutte le delusioni che possiamo avere, vuol dire essere saggi e avere uno sguardo consapevole sul mondo, com'è, tanto per usare uno stereotipo fra i tanti, quello del monaco buddista o, molto più vicino a casa nostra, come sono gli occhi della vecchietta vestita di nero che ormai trascorre il tempo che le rimane affacciata alla finestra. 
A guardare i passanti, che sono come l'acqua del fiume o come il vento che si incunea fra i vicoli e ci viene addosso, ci attraversa i vestiti e i capelli e passa oltre, facendosi gioco di noi, comuni mortali che teniamo tanto a tutte le cose terrene e non abbiamo ancora capito che la vita è soltanto un via-vai di gente che passa, e qualche volta ripassa pure, fintanto che ce la fa, si regge sulle gambe e riconosce la strada.
C'è chi crede, anche senza esserne del tutto cosciente, che la vita sia tutta una commedia, dove ciascuno di noi recita una parte, incarna quel personaggio o quell'altro, dipende dai casi, e deve quindi muoversi di volta in volta così, soltanto così sulla scena, il copione è questo e qui non si improvvisa nulla. Le cose vanno in questo modo, è vero, ma c'è un errore grossolano che certi personaggi compiono spesso sul palco, ed è il considerare anche gli altri, sempre e comunque, a loro volta degli attori sullo stesso palcoscenico sul qual stanno recitando. Senza sapere che il copione, a volte, gli altri non lo hanno nemmeno letto, e magari vanno a braccio, una battuta qui, un risentimento dall'altra parte, a volte un sorriso, che può essere dolce ma che spesso è amaro. Insomma, questi ultimi vengono considerati alla stregua di chi li giudica: degli imbroglioni, in definitiva, dei bugiardi anche loro, dei commedianti.
Dicevo, di sopra, dell'ostinazione con la quale vogliamo affermare noi stessi o, meglio, quella parte di noi che desideriamo gli altri conoscano. Ebbene, questa volontà si confonde con la recitazione che mettiamo in atto proprio sostenendo una parte, mantenendo fermi dei principi, dei capisaldi ai quali non possiamo rinunciare. Per affermarci, mentiamo spudoratamente a noi stessi, ci contraddiciamo, non siamo noi per essere noi, e ci aspettiamo che gli altri ci credano. Se riusciamo in questo, non abbiamo più motivo di dubitare in noi stessi.
Mi rendo conto di quanto tutto questo ragionamento possa apparire caotico e confusionario. In effetti lo è, ma la verità è proprio che siamo circondati da pazzi incoerenti, da persone alle quali, quando chiedi "come stai", magari ti rispondono che "sì, oggi ho mangiato soltanto un pomodoro", gente a cui, se gli scrivi una lettera, la traducono come gli pare, aggiungono parole mai pronunciate, inventano dediche mai pensate. Se sei sano di mente, davvero c'è da diventare matti con persone come queste, il rischio è di farsi prendere la mano e impazzire come loro.
Allora, forse è meglio mantenere le distanze e osservare il mondo con distacco, in modo comprensivo, sia nel senso stretto de termine, cercando cioè di prendere insieme e quindi di accettare tutto ciò che abbiamo davanti e che ci succede, che in senso lato,  sforzandoci di capire. Ma non è per niente facile: non siamo ancora tanto illuminati da poter camminare su di un marciapiede e pensare di starcene alla finestra nello stesso istante, a guardare le persone dall'alto e a vederle scorrere come un fiume sotto di noi.

venerdì 3 giugno 2016

Vi ricordo il cane


La diffidenza è durata per un giorno, poi ha dovuto necessariamente fidarsi, all'inizio non c'ero che io davanti a lui, nessun altro che conoscesse: quest'uomo che, fino al giorno prima, non aveva nemmeno mai visto e, poco dopo, questi due bambini, tanto diversi dai suoi fratelli. Col tempo, poi, a prevalere non sono state le differenze fisiche, quelle restano, ma le similitudini morali, certi comportamenti che possono benissimo assomigliarsi e che accomunano ogni animale, esseri umani compresi, come prendersi cura di un cucciolo, giocare, cercare di capire, se non tutti, almeno alcuni bisogni, perlomeno quelli che definiamo, non a caso, 'primari'.
Giungere a comprendere ciò che ci rende simili, certe volte non vuol dire altro che dar fiducia. E' quello che in questi giorni Spot sta facendo verso di noi, ed è ciò che anche noi stiamo facendo verso di lui. Non siamo ancora al dare all'altro l'anima e il corpo, anzi, forse questo noi umani non lo faremo mai, mentre probabilmente il cane sì, seppure l'espressione "dare l'anima", dal mio punto di vista, è discutibile (figuriamoci da quello di un animale! - anche se nell'etimo di quest'ultima parola è presente il riferimento al cosiddetto 'soffio vitale', ma è meglio se restiamo con i piedi per terra e pensiamo, quando diciamo 'animale', a 'essere animato', piuttosto che all'anima). 
Con tutti i limiti che il linguaggio senz'altro ha, a questo punto è meglio sostituire la parola 'anima', con 'cuore' o 'pensiero' o, meglio ancora, 'attenzione', dato che la prima, lo si è capito, è un'entità spirituale, il secondo è soltanto una metafora, il terzo è il frutto dell'intelletto, la quarta, invece, si rivolge a un oggetto di riferimento, e quest'ultima fa proprio al caso del cane, che trasforma il padrone, chiunque egli sia, anche il peggiore degli uomini, nella propria stella polare.
A un mese di distanza da quando abbiamo preso Spot, a trenta giorni dal primo momento nel quale i vostri occhi si sono incontrati, gli sguardi felici di cui ho già parlato e che si riconoscono quando ci accorgiamo, troppo tardi, che il sorriso si confonde con le lacrime, voglio raccontarvi - per regalarvene un ricordo indiretto per il futuro - una cosa che è successa l'altra sera, mentre voi eravate già a letto e dopo che, lo stesso giorno, vi ho parlato di come dormono i cani, il cui sonno non è profondo come il nostro, ma resta vigile, basta poco e si svegliano, una scarpa che scricchiola, un colpo di tosse, un soffio di vento dalla finestra socchiusa, la porta dell'ascensore che si apre o si chiude al piano terra. 
Ebbene, tutto ciò non riguarda i cani neonati. Mentre voi dormivate, infatti, anche Spot si era addormentato ai piedi del vostro letto, e forse sognava proprio i bei tempi recenti, passati assieme ai genitori e ai fratellini. Fatto sta che mi sono avvicinato a lui e neanche si è accorto della mia presenza. Mi sono abbassato e l'ho preso in braccio, e lui ha continuato a dormire anche quando l'ho portato in corridoio e l'ho posato delicatamente sul pavimento, in un un angolo vicino alla porta di casa.
Non credo Spot possa mai diventare un cane da guardia, se è vero che il buon giorno si vede dal mattino. Ma quel che è accaduto è proprio ciò che succedeva anche con voi, fino a qualche anno fa, quando vi addormentavate in un'altra stanza e poi vi prendevo in braccio per portarvi nel vostro letto. Eravate due piccoli cuccioli anche voi e forse già sognavate qualcosa di bello appena successa oppure semplicemente immaginavate cosa avreste fatto il mattino dopo, al vostro risveglio.