mercoledì 7 febbraio 2018

Due mani di carta


Attraverso il ponte tutte le mattine, ma guardo sempre davanti a me, raramente di fianco. Il fiume scorre ai lati dei miei occhi, è uno specchio bruno su cui non mi soffermo mai. 
Stamattina, invece, l'increspatura dell'acqua mi attirava, perché era simile a quella che ha il mare quando soffia la tramontana. 
"Non c'è differenza di acqua - ho pensato - tra un fiume e un oceano, perché il primo è il preludio del secondo, e senza l'uno non potrebbe esistere l'altro. Ma noi guardiamo l'uno e l'altro - mi sono detto - dando a ciascuno un nome diverso, facendo delle distinzioni. E più ci addentriamo nei particolari, più ci allontaniamo dalla verità generale e più commettiamo errori: più siamo precisi e più sbagliamo ed è inevitabile che sia così, agli uomini non è dato di vivere l'essenza delle cose e di avere una visione globale della realtà, anche perché, se ciò accadesse, verrebbe meno tanto il panorama quanto l'osservatore, l'oggetto assieme al soggetto".
Tutte queste considerazione, questa filosofia spicciola, in un breve frangente, mentre porto con me il ritaglio di un disegno di mio figlio: due piccole mani di carta, il contorno delle sue, che, unite fra loro, formano una maschera da indossare.
"Per non vedere - mi sono detto, ancora una volta - e per non essere visti": per coprire lo sguardo con le mani e non capire che il fiume è la stessa cosa del mare. Un modo come altri per chiudere gli occhi su un presagio.
E far finta di nulla, come i tanti che non si accorgono che la vita è soltanto un passaggio simile allo scorrere dell'acqua. E invece si riempiono gli occhi di illusioni, se ne vanno per le strade pieni di certezze e agli altri, e perfino a se stessi, appaiono ciò che non sono: sicuri e pieni di sé, vincitori e infallibili.

mercoledì 24 gennaio 2018

Il diritto del signor Pincopallo


"Ma fa' pure come ti pare, tanto non frega a nessuno degli altri: ognuno pensa a se stesso e la maggior parte delle volte, quando fai qualcosa che può nuocere al prossimo, non se ne accorge nessuno e di rado qualcuno si oppone".
Parole egoistiche, qualunquiste, deprorevoli, di un mio collega che l'altro giorno, a modo suo, ha voluto darmi un consiglio.
Una frase di chi non nutre un senso civico, un'idea minima di società o di bene comune, ma che coglie comunque nel segno, perché descrive puntualmente i fatti, lo stato delle cose, la realtà nella quale viviamo. 
Gli esseri umani sono egoisti per natura e consumano le risorse per stare meglio, singolarmente, ai danni degli altri: il mio collega ha perfettamente ragione.
Banalmente, è egoista chi mi vieta di mettere la bicicletta in una stanza non utilizzata dell'ufficio perché, di punto in bianco, ritiene che quel posto non è un garage, e dunque "ordine, signori, chiamiamo le cose con il loro nome, e diamo pertanto un senso alle parole urlate. Facciamo giustizia. Ma non diciamo, anzi scordiamocelo, che chi vieta è la prima delle lavative, un pulpito, per così dire, quanto meno discutibile. Silenzio...su questo aspetto, che si ascolti soltanto la parte più interessante della questione, ovvero quella che interessa a me soltanto, che fa il mio interesse". 
E' egoista la signora con il cane che al parco l'altra mattina il mio, di cane, ha iniziato a inseguire. Sì, la signora che non si fermava, che non mi aspettava, che non pensava che il mio cane si sarebbe potuto perdere. "Che me ne importa, ha pensato, se ci ha pensato, peggio per lui, così impara a stare vicino al suo padrone e a non inseguire i cani degli altri". 
E lo sono coloro che tengono il motore della macchina acceso per stare al caldo l'inverno e al fresco l'estate, e "chissenefrega dei passanti che intossico e dell'ambiente che inquino".
E anche - ma poi basta, mi fermo, perché ne avrei altri cento di esempi e finirei per annoiare chi legge - la mamma che l'altro giorno, all'uscita da scuola, mi ha detto che non avrebbe aspettato i genitori in ritardo di un compagno del figlio: "Mica è mio figlio - ha detto, lasciandolo solo sul pianerettolo -. Che me ne importa!".
"Chissenefrega!": il diritto del signor Pincopallo prevarica quelli degli altri, il bene della collettività, per un vantaggio personale, soggettivo, spesso effimero quanto lo può essere una rivendicazione classista. Lui pensa, se lo pensa: "Io sono migliore degli altri, il mio diritto è un'affermazione assoluta, gli altri non contano perché non hanno gli stessi bisogni che ho io". 
E fra sé dice anche, se se lo dice, che "gli altri stanno meglio di me, non soffrono quanto posso soffrire io, è mio diritto stare meglio di tutti coloro che fino a oggi sono stati meglio di me". 
Il diritto del signor Pincopallo è quello dell'uomo qualunque che improvvisamente si sente migliore degli altri, un aristocratico, e, più vado avanti negli anni, più ne incontro di gente così oppure ne scopro le caratteristiche in persone che fino a un momento prima avevo ritenuto insospettabili, anzi, per bene, umili e modeste, democratiche.
Gente che fino a ieri stava dalla parte degli indiani e che invece adesso tifa per i cowboy, soltanto perché è vantaggioso farlo, perché i primi hanno le frecce e i secondi le pistole e i fucili.
Non ho grandi speranze per il genere umano e lo dico in un momento nel quale mi si domanda un'opinione su un nuovo movimento democratico che si affaccia sulla scena politica italiana con il grande tema, la stella polare del bene comune.
Ebbene, sono contento ovviamente che ci sia ancora chi crede nell'ideale sociale, ma sono ormai troppo disincantato per crederci ancora, io stesso. Sono felice quando vedo qualcuno che aspira alla parità dei diritti e alla libertà illuminista, ma devo fare i conti con la mia esperienza personale, che mi insegna come fra persone con gli stessi diritti e doveri, alla fine spunta sempre, inevitabilmente, qualcuno che, fra uomini uguali, è più uguale degli altri.
Qualcuno che all'improvviso esce fuori dal mucchio arrogandosi il diritto egoistico del signor Pincopallo.
E' proprio lui, alla fin fine, la vera novità (ricorrente) di qualsiasi soggetto politico nascente, per quanto inizialmente esso possa configurarsi come pluralista e disinteressato: il signor Pincopallo, che incontro tutti i giorni. E contro cui spesso ancora combatto, anche se sempre meno convintamente, perché l'egoismo è un fattore naturale e opporvisi è come voler contrastare la legge di gravità con un paio di ali di cera. 

giovedì 21 dicembre 2017

La matematica, i giudizi, infine il cane


Osserva il mondo che hai attorno – dice il matematico – e trai le tue conclusioni: la realtà non è che il risultato della combinazione di più fattori, ai quali è possibile risalire attraverso un viaggio, spesso breve, a ritroso nel tempo.
Trova – l'uomo reale, quello fatto di carne, ossa e sangue – corretta questa affermazione del matematico?
Pensa egli che la propria vita, e quella degli altri, sia riconducibile a un'equazione?
Veramente, nella realtà, un risultato, un numero a caso, poniamo il 3, è dato da 1+2 o da 4-1 o da 1x3 o da 9:3 o da tante altre operazioni (quante sono i numeri e le loro possibili combinazioni)?
I numeri sono infiniti, e finiti fin tanto che siamo capaci di contarli, e questi ultimi definiti, e gli altri, quelli che mancano all'appello, al massimo definibili.
Ma un uomo non è il risultato di un'operazione matematica, né la sua vita è il prodotto della combinazione di fattori definiti o definibili. Molte ragioni sono infatti indefinibili o non si trovano: se n'è persa la traccia nella notte dei tempi.
Per questo motivo è difficile, e oneroso, giudicare il prossimo. Però lo facciamo sempre, mentre quando ci giudicano gli altri non lo accettiamo o ci sentiamo incompresi, nel vero senso del termine: come può qualcun altro prenderci nella nostra interezza? Che ne sa egli veramente di noi?
E' una faccenda complicata, quella del giudizio, che risale a Parmenide: “l'Essere è”, affermava il filosofo di Elea, solo questo si può dire dell'Essere, concludendo che qualsiasi altra attribuzione è empirica, è dovuta all'esperienza, è data dall'opinione, dunque è fallace.
Improvvisamente, adesso penso al cane, soltanto perché è un animale che mi è vicino, probabilmente andrebbe bene un qualsiasi altro essere vivente, purché privo di intelletto.
E mi viene in mente quella poesia di Saramago che recita “Fatti cane del cane: tutto sai, del morsicare i deboli, se domini, del leccare le mani, se dipendi”. Anche se io non potrei mai fare né l'una e né l'altra cosa, perché non sono né servile, né opportunista, né tanto meno senza pietà e, per dirla tutta, sono invece poco elastico e poco adattabile. Anche se poi non pretendo che gli altri si adattino a me e come me la pensino: mi sento libero di essere me stesso e lascio gli altri a loro volta liberi di essere.
Appunto, non ho affatto una mentalità matematica e mai, come ho scritto all'inizio, saprei osservare il mondo che ho intorno e trarre delle conclusioni, anche perché io non mi sento un centro attorno a cui l'universo gira.
E' per questo motivo che esprimere dei giudizi non mi viene facile.
A proposito del cane, non è neanche vero che questi sia opportunista, servile e impietoso. Infatti, questi sono difetti (o qualità) tipicamente umani, perché hanno a che fare con il calcolo (a volte matematico) e con la morale ovvero la cultura di ciascuno di noi.

lunedì 18 dicembre 2017

Fratture, giudizi, autoaffermazione...e Socrate


Quello di come mi sono rotto il braccio per la seconda volta, a sedici anni, è un racconto ricorrente. Mi capita di parlarne quando c'è la neve o se incontro una persona che porta il gesso e desidera avere uno scambio di esperienze sull'argomento 'fratture', come mi è successo qualche giorno fa.
Lo racconto anche qui, perché è curiosa non tanto la dinamica del mio incidente, ma piuttosto l'opinione e il commento, spesso unanimi, che la mia esperienza suscita.
Ebbene, dopo la mia prima frattura all'avambraccio destro, dovuta a una caduta per essere inciampato su una radice mentre giocavo a pallone su un prato, dopo due mesi e mezzo di ingessatura, dopo aver tolto il gesso un sabato di un dicembre che aveva riempito Roma di neve, domenica mattina decido di fare irrobustire il mio arto indebolito andando a sciare nel parco vicino casa mia. Scio per tutta la mattinata, su e giù per le valli innevate, e alla fine della giornata sgancio gli sci, mi tolgo gli scarponi e mi infilo i moon boot per tornare a casa. Senonché, assetato, a un certo punto mi metto a bere a una fontanella e, quando ho finito, scivolo sul ghiaccio che si è formato sul marciapiede. E...crac, mi rompo un'altra volta il braccio, e di nuovo in ospedale, di nuovo il gesso per altri due mesi e mezzo. Semplice, no? Un incidente come altri: fai una cosa e te ne capita un'altra. Punto.
Eppure, quando la gente ascolta questo racconto, di solito mi dice: "Sei stato un incosciente ad andare a sciare il giorno dopo esserti tolto il gesso", come se mi fossi fratturato mentre sciavo. Al che io rispondo: "E' vero, ma il braccio me lo sono rotto soltanto dopo aver sciato, e avrei potuto scivolare anche se fossi andato a fare una passeggiata". Ma quelli, niente, ribadiscono la propria opinione, dicendosi convinti della mia responsabilità e non c'è verso di far cambiare loro idea.
Penso che, quando parla, la maggior parte delle persone non segua il filo logico dei discorsi e, anziché giungere a delle sintesi, preferisca esprimere la propria opinione e affermare ciò che pensa, a tutti i costi, anche a quello di essere illogica. In questi individui egocentrici, a prevalere è un forte senso di autoaffermazione, anche a costo di fare la figura dei cretini.
Tutto questo discorso sulla mia rifrattura e sui giudizi nei quali secondo me non credono neanche coloro che li emettono, mentre al mio figlio più grande, facendo i compiti di storia, capita di leggere nomi sconosciuti come Ippocrate, Aristotele, Platone e Socrate. A proposito di quest'ultimo, stamattina a colazione gli ho raccontato brevemente che era un filosofo che, nell'ordine, diceva di non sapere, che prima di dialogare chiedeva al suo interlocutore cosa intendesse con le parole che usava, che preferiva i discorsi brevi a quelli lunghi, pomposi e convincenti dei sofisti, i maestri dell'arte oratoria, anche detta retorica.
Che fu condannato a morte con l'accusa di corrompere i giovani e di adorare nuove divinità ovvero di insegnare ai ragazzi a ragionare con la propria testa, ossia senza farsi convincere dagli altri acriticamente, e di dare ascolto a una insopprimibile voce interiore che semplicemente gli suggeriva di ricercare la verità.
Ora, e qui giungo alle conclusioni, dichiarasi ignoranti, chiedere "cosa vuoi dire?", non abbellire i discorsi con la retorica, pensare e mettere in discussione le idee canoniche e l'ortodossia, sono cose che non vedo da molto tempo e che mi paiono sempre più rarefatte, a dispetto dell'egocentrismo imperante, dell'onnipresenza dilagante di pensieri e persone per le quali è sufficiente fare una breve apparizione da qualche parte o dire una piccola frase, a volte anche una parola, che abbia il valore di una sentenza, per essere, per dare un senso alla propria vita.
Aprono la bocca, ergo sunt.

martedì 5 dicembre 2017

Il polpo


L'altro giorno una mia amica mi ha chiesto perché mai io porti al collo un ciondolo con un polpo. Un po' stupito per la domanda, all'inizio ho voluto raccontarle di simbologie più o meno fantasiose, per poi confessarle che si tratta di un semplice regalo. 
Ciò che non le ho detto, anche perché non credo che infondo sia così interessante saperlo per una persona che ti fa una domanda sulla collanina che indossi, è cosa rappresenti per me questo animale. 
Ebbene, il primo incontro con i polpi risale a quando ero ancora un bambino. Li pescavano mio padre e mio cugino, abilissimi nell'individuarli nel fondale, dove se ne stavano mimetizzati sotto a una pietra, magari con un tentacolo che ne usciva, o, sulla sabbia, fra un gruppetto improvvisato di sassi bianchi con i quali il mollusco aveva costruito la propria tana. 
Quando mi immergevo in mare con loro, a volte li prendevo anche io, dopo che mio padre mi aveva indicato esattamente il punto in cui si trovavano. 
Il polpo è, quindi, anzitutto un ricordo delle lunghe estati passate al mare durante la mia breve infanzia.
Sempre da bambino, lessi qualcosa che riguardava la vita di questi animali e rimasi stupito nell'apprendere ciò che succedeva loro nel periodo della riproduzione. Le femmine che nella lunga attesa della schiusa delle uova, non potendo cacciare sono costrette a nutrirsi dei loro stessi tentacoli per poi morire di stenti una volta nati i piccoli. E i maschi, che pure loro muoiono appena dopo essersi accoppiati. E infine le piovre, che non sono altro che quegli esemplari che non sono mai riusciti a riprodursi e che per questo conducono una vita solitaria negli abissi.
Era un mondo affascinante agli occhi di un bambino, quello dei polpi, quasi mitologico direi, se si pensa al mito come al racconto che può fornire un insegnamento, un valore, un fondamento per la cultura di una persona. 
Sembrerà strano, forse assurdo, considerare un mollusco educativo o pensarlo come un esempio, ma ciascuno di noi si sceglie i maestri che vuole e, soprattutto, alla prima occasione inanella gli insegnamenti gli uni con gli altri fino a comporre la collana che più gli piace. E la mia è una collana di corda con un piccolo polpo che ciondola.
Per me, il polpo non è il simbolo dell'amore passionale o di quello possessivo, avvolgente o coinvolgente, tentacolare. No, semmai per me il polpo rappresenta l'amore altruistico, il sacrificio per il prossimo, e i suoi tentacoli non servono per afferrare e stringere a sé, ma a soffiare ossigeno verso chi si ama. 
Tutto questo fa il polpo e senza alcun clamore, nascosto nell'oscurità di una tana, a volte dietro la coltre di una nube di inchiostro.

giovedì 30 novembre 2017

Zebbra o non zebbra, ma i problemi della scuola sono altri


“Ma come diavolo si scrive?”: forse se lo sono chiesti in molti, dopo lo sfondone della maestra elementare che ha corretto l'alunno dicendogli che si scrive “zebbra”, con due 'b', e non “zebra”. O forse no, non se lo è chiesto nessuno: è talmente evidente che l'insegnate ha sbagliato. Ma un errore può capitare a tutti, anche ai maestri, non c'è bisogno di tutto questo clamore e, dal mio punto di vista, questa cosa non è nemmeno una notizia.
I problemi della scuola sono ben altri, non il personale che ci lavora, ma le strutture fatiscenti e la scarsità delle risorse.
L'altro giorno parlavo con i genitori di alcuni compagni di mio figlio di quale scuola media scegliere per il prossimo anno. E dicevo loro: “Mi piacerebbe che andassero nella stessa scuola, dato che ci conosciamo tutti e ci troviamo bene assieme, sia i piccoli fra di loro, che noi grandi, quando ci vediamo”. Si prospetta la scelta di una scuola un po' sgangherata, in continuità con quella che già frequentano oggi. Con ottimi insegnanti, per fortuna, ma all'interno di edifici con carenze vistose, che determinano a volte lunghi periodi di interruzione delle lezioni. Come quelle di quest'anno, con chiusure urgenti per derattizzazione e per bonifica da amianto.
L'altra scuola, sempre pubblica ma che in ogni caso non prenderemo in considerazione, è messa meglio dal punto di vista strutturale, tuttavia è frequentata da figli di alcuni genitori un po' troppo snob per i nostri gusti. Fuoriusciti della prima ora, dopo un anno passato insieme alle elementari: gente forse molto più lungimirante di me e che immagina e aspira a una società futura ancora più classista di quella di oggi e della quale probabilmente i loro figli saranno chiamati, beati loro, a prendere le redini.
Non fraintendetemi: io, personalmente, non credo molto in un'uguaglianza che appiattisce la personalità dei singoli, ma in una base comune sì, ci credo fervidamente. E la scuola, secondo me, dovrebbe essere concepita come un'opportunità per tutti, un punto di partenza dal quale i bambini possano sviluppare al meglio le proprie qualità e attitudini peculiari. La scuola come stimolo, dunque, e come valorizzazione degli studenti. Non è altro che questo il tipo di crescita, anche scolastico, che auguro ai miei figli: un percorso per scoprire chi sono e, allo stesso tempo, il tentativo, che probabilmente faranno per tutta la vita, di esserlo.
Lo ammetto volentieri: i maestri che i miei figli hanno incontrato sono stati, e sono, una fonte di ispirazione costante per loro e io sono pieno di riconoscenza verso questi professionisti. Così come lo sono i miei figli, che, quando svolgono i compiti a casa, e anche se a volte bisogna spronarli, lo fanno in piena autonomia e con grande senso di responsabilità.
Però, difronte a un quadro privato così edificante, mi rammarica molto prendere coscienza delle carenze con le quali la scuola è costretta a convivere: è una barca rattoppata alla bene e meglio, nella quale viaggia un equipaggio che dovrebbe ricevere una medaglia al giorno per come riesce a destreggiarsi di fronte alle difficoltà quotidiane e non essere affossato alla prima occasione.

mercoledì 29 marzo 2017

Compleanni 'in modalità privata'


Una delle novità dell'anno scolastico in corso è il fatto che le feste di compleanno si siano drasticamente diradate rispetto agli anni precedenti. Non esagero: in prima elementare ce n'era una ogni due, massimo tre settimane, In seconda e in terza, almeno una al mese. In quarta, da settembre fino a oggi, ce ne saranno state sì e no due. 
Cosa è successo? I bambini non festeggiano più il loro compleanno? Sono finiti quei soldi, e parecchi, che prima si spendevano fra sala da affittare, animazione e catering? O è finito l'entusiasmo, o la megalomania, fino all'indebitamento, da matrimonio indiano, nel festeggiare un avvenimento in maniera tale che lasci il segno, un ricordo indelebile nelle generazione che verranno...  
No, niente di tutto questo. La tendenza, adesso, è quella di festeggiare 'in modalità privata' i compleanni. Ovvero, restringendo l'invito a pochi fortunati, ai cosiddetti - immagino le proposte dei genitori ai figli attoniti - migliori amici, o a chi ti sta più simpatico, o a chi vorresti veramente che partecipasse.
Insomma, le feste di compleanno ci sono state, ma ci è capitato di sapere che ad alcune di esse non siano stati invitati i nostri figli. Così come siamo stati inclusi in liste in cui era richiesta la nostra partecipazione, ma nelle quali erano escluse altre famiglie. Ovviamente, non rimango male perché mio figlio non è invitato a una festa, ma per una inedita politica di esclusione ad opera dei genitori e soprattutto per ciò che, così facendo, insegnano ai propri bambini: ovvero, che fra i compagni di scuola c'è chi è più meritevole di altri della tua amicizia, quel bambino sì e quell'altro no, c'è chi è migliore e chi peggiore.
Tutt'altro, in definitiva, da ciò che la scuola principalmente insegna, ovvero l'educazione all'inclusione, che è l'unico sistema per accettare, anche in futuro, le differenze con gli altri. Le famiglie che conosciamo sono, in tal senso, diseducative, perché vanno, trascinando con sé i propri figli, nella direzione di un anacronistico rapporto aristocratico con il prossimo.
E quando la questione della festa di compleanno dei miei figli si è prospettata all'interno della mia, di famiglia, la risposta unanime, alla domanda superflua "chi invitare", è stata: "tutti, sia i belli che i brutti. O niente festa".
E faremo un'unica festa per due compleanni, all'aria aperta, dove magari il divertimento maggiore per i bambini sara quello di rincorrere, tutti insieme, un pallone che ruzzola su un prato.

mercoledì 1 marzo 2017

Ritorno


Scrivo seduto sulla poltrona di un treno, guardando il mare tutte le volte che compare sullo schermo del mio finestrino, nel breve spazio fra una casa e un’altra o in quello più durevole, appena dopo una stazione in cui il convoglio ha appena fatto sosta, prima di ricominciare a correre. 
Sono stato lontano una settimana e, ora che sono in viaggio, realizzo quanto sia stupida questa parola: ritorno.
Sbaglia sia chi ritorna e sia chi aspetta qualcuno che stia arrivando, anche dopo pochi minuti da quando è andato via, a pensare di ritrovare esattamente ciò che ha lasciato, come se il momento dell’addio abbia potuto congelare il tempo: gli occhi, che si salutarono, ancora lì, fermi in quel frangente davanti alla porta di casa o, nelle orecchie, le brevi parole di commiato pronunciate, sospese nell'aria.
E’ un’illusione credere di ritrovare ciò che si è lasciato, così come è sempre un’idiozia pensare che il tempo si fermi. Stare insieme significa soprattutto percepire, senza alcuna presunzione di fermarlo, il tempo che passa, i cambiamenti che si succedono istante dopo istante, cogliere in uno sguardo ciò che non sarebbe possibile spiegare a parole. 
Ma, è vero, per farlo occorre un minimo di pathos, voglia di capire, amore verso l’altro. E tutta questa predisposizione, questa grande e ottimistica enfasi, è anch'essa illusoria: chi di noi, davvero, se ne sta così tanto concentrato sugli altri, pronto ad afferrare ‘l’attimo fuggente’ nello sguardo altrui o, addirittura, il proprio sentire? Siamo un tantino distratti, in realtà, ma non addentriamoci in discorsi retorici riconducibili, in definitiva, al tema consueto del tempo che passa...assieme alla vita. 
Volevo soltanto dirvi di non preoccuparvi, e che di me torna ciò che ricordate, anche se, come ho appena accennato, le cose non stanno esattamente così. La memoria è una strana bestia, mi ha detto una persona che ho conosciuto qualche giorno fa: ci fa ricordare quel che può esserci utile e scordare ciò che può farci male. Mi ha raccontato la storia dei suoi nipoti, che una decina di anni fa, all'età di sei e nove anni, hanno perso il padre in un incidente. Sono cose che capitano, gli incidenti, si chiamano apposta così, perché non avvisano, non bussano alla porta, né fanno una telefonata.
Capitano, e arrivano inaspettatamente, e possono succedere a tutti, anche me. 
E’ stato allora, dopo aver ascoltato questo racconto di un padre e dei suoi due figli che avevano la vostra stessa età, che ho pensato al mio ritorno: “E se anche a me capitasse qualcosa...se non dovessi più tornare?”, mi sono detto. “E se non facessi più ritorno, cosa ricordereste di me a distanza di qualche anno?”. 
Dimentichereste, per poter andare avanti o, nella vostra memoria, abbellireste il ricordo, come quando si dipinge una tela? 
E’ un quadro sbiadito dal sole dei giorni che passano quello che ormai hanno davanti agli occhi quei due bambini che adesso sono dei ragazzi. I nipoti del mio amico, infatti, non ricordano nulla del loro padre. Non lo rammentano in alcuna circostanza particolare, se non in quelle congelate in qualche fotografia, né ne riconoscono la voce registrata in un vecchio telefonino. Mi sembra talmente pazzesca questa storia dei ricordi e dei ritorni, se soltanto penso minimamente all'ipotesi che anche voi potreste dimenticare tutto di me e che, in definitiva, potrei farlo anch'io, per proteggermi da una eventuale perdita. 
Siete qualcosa di talmente irrinunciabile, che pensarvi rimossi, cancellati dalla memoria, mi appare un fatto totalmente assurdo, come un arto amputato, che dovrebbe essere lì, al suo posto, ma che non c’è. Far sparire per sempre qualcuno che si è amato significa perdere anche gli anni che abbiamo trascorso assieme a lui.
Vuol dire abbandonare perfino se stessi all'oblio.
Ma questo dimenticare, quando ce ne andiamo, e questo credere di ritrovare esattamente ciò che abbiamo lasciato, quando invece torniamo e siamo cambiati, fanno parte della nostra stessa natura, che è illusoria perfino nei confronti di noi stessi.

martedì 24 gennaio 2017

Caro diario...una giornata a scuola

Inauguro oggi, dopo una lunga latitanza, una 'sezione' del blog nella quale scriverà il mio figlio più grande. 
Quello che segue è il suo primo intervento.

Caro diario,

oggi sono entrato in classe, sono arrivato un po’ in ritardo, non ho trovato il mio posto libero, allora la maestra mi ha fatto sedere da un'altra parte. Dopo, ho aperto il libro di letture e abbiamo cominciato a leggere, tutta la classe ha fatto a turno e, quando è toccato a me, ho fatto l’esercizio nella pagina letta.
Ho scritto anche una pagina di diario sul quaderno. Dovevamo raccontare un’esperienza di una nostra paura. Io ho parlato della scorsa sera, quando sono andato nella mia camera e non sapevo che Spot, il mio cane, era già dentro, e mi sono spaventato appeno l'ho visto all'improvviso.
Una volta finito di scrivere, sono andato a correggere dalla maestra e lei mi ha detto che si era molto divertita. Poi mi ha chiesto di fare un disegno della scena e io ho disegnato abbastanza bene. 
Dopo, abbiamo fatto merenda e ricreazione. Io, Lorenzo, Leonardo e Alessandro abbiamo giocato a Parolopoli e io ho vinto. Al termine della ricreazione i collaboratori Leonardo e Flavia hanno distribuito il quaderni e i libri di inglese ai compagni. Dopo aver finito, la maestra ha detto a Lorenzo di spostarsi e di sedersi vicino a me.
Dopo abbiamo aperto il libro, la maestra ha acceso lo stereo e abbiamo cominciato a fare un esercizio che consisteva nel cerchiare le risposte esatte alle domande fatte attraverso una registrazione.

Ci vediamo domani

venerdì 8 luglio 2016

Modi di dire (e di fare)


Lascio per un momento il figlio grande fuori dalla scuola assieme a Spot, per accompagnare il piccolo in classe, uno degli ultimi giorni della materna, l'anno prossimo andrà in prima elementare e anche per lui, finalmente, le lezioni finiranno prima, a metà giugno, come per il fratello.
Poco dopo torno indietro e trovo il grande che ride come un pazzo, a guardare Spot e un bassotto che abbaiano l'uno verso l'altro, a turno, in un dialogo incomprensibile ma divertente: botta e risposta, una parola tira l'altra, si domanda e si dice quel che si sa, il modo di parlare è del tutto ininfluente oppure è il solo che conta, quando le parole non si capiscono. La cosa bella è il rispetto dei tempi dell'interlocutore, soltanto quando questi ha finito di dire la propria, l'altro può intervenire. E' questo che fa ridere di più mio figlio: l'accettazione di regole non prestabilite, ma presenti, evidentemente, e la partecipazione, il pathos con il quale certi argomenti vengono affrontati.
Un cane per un bambino non è soltanto un libro aperto, ma è soprattutto un racconto che si scrive insieme, l'umano con l'animale, a due mani e quattro zampe, una storia nella quale si attribuiscono valori, non importa se veri o presunti, perché le qualità, anche quelle immaginarie, hanno un senso perfino quando corrispondono soltanto alle nostre aspirazioni e bisogni. Leggere il comportamento di un cane come altruistico, anche quando ciò non sia affatto vero, ci fa bene, ci fa credere che esistano relazioni disinteressate, e spinge anche noi nella direzione del dare senza chiedere nulla in cambio. 
Il cane, è questa la sua dote principale, ci educa senza volerlo e senza essere necessariamente un buon esempio. Siamo noi umani a caricarlo di significati attraverso le nostre interpretazioni, a renderlo un simbolo, anzitutto di bontà, e, così facendo, questa proiezione che facciamo noi stessi riesce a farci guardare il mondo in termini positivi, ci responsabilizza, in qualche maniera ci fa apprezzare la vita. Il cane è quel che troviamo di buono quando la bontà non l'abbiamo trovata altrove, anzitutto negli esseri umani, sia perché non siamo stati capaci di farlo, sia perché 'il buono', propendo per questa opzione, è qualcosa di raro, ai l'imiti con l'inesistente,
Al di là di certe considerazioni più o meno teoriche, un altro aspetto che ritengo importante è la vicinanza fra l'animale e la persona, non penso soltanto alla compagnia che il primo può fare alla seconda o viceversa, ma al far parte dello stesso gruppo, sia esso un nucleo familiare o un branco. Ne parlavo l'altro giorno con chi sollevava delle obiezioni riguardo al fatto che tenessi un cane in un appartamento, gli stessi argomenti di sempre, tipo "hanno bisogno di spazio", e le risposte consuete, "si chiamano animali domestici  o d'affezione, non da giardino", "necessitano di compagnia più che di prati fioriti". E di vicinanza, appunto, che significa ancora una volta comprensione reciproca, ed empatia, anche fra chi parla lingue completamente diverse fra loro, ma che è possibile se al posto delle orecchie riusciamo ad aprire il cuore verso l'altro. E' proprio questo quel che i bambini stanno facendo con Spot, ed è la loro sensibilità a guadagnarci, non mi sembra cosa da poco vedere correre, insieme in un bosco, questi tre cuccioloni scatenati e sporchi di terra, come è successo domenica scorsa, sei occhi, uno sguardo soltanto verso qualcosa di imprecisato oltre il fogliame.
Modi di dire, e di fare, interpretabili liberamente, per carità, ma, senza retorica, io in certi legami riesco ancora a scorgere l'amicizia..