venerdì 8 luglio 2016

Modi di dire (e di fare)


Lascio per un momento il figlio grande fuori dalla scuola assieme a Spot, per accompagnare il piccolo in classe, uno degli ultimi giorni della materna, l'anno prossimo andrà in prima elementare e anche per lui, finalmente, le lezioni finiranno prima, a metà giugno, come per il fratello.
Poco dopo torno indietro e trovo il grande che ride come un pazzo, a guardare Spot e un bassotto che abbaiano l'uno verso l'altro, a turno, in un dialogo incomprensibile ma divertente: botta e risposta, una parola tira l'altra, si domanda e si dice quel che si sa, il modo di parlare è del tutto ininfluente oppure è il solo che conta, quando le parole non si capiscono. La cosa bella è il rispetto dei tempi dell'interlocutore, soltanto quando questi ha finito di dire la propria, l'altro può intervenire. E' questo che fa ridere di più mio figlio: l'accettazione di regole non prestabilite, ma presenti, evidentemente, e la partecipazione, il pathos con il quale certi argomenti vengono affrontati.
Un cane per un bambino non è soltanto un libro aperto, ma è soprattutto un racconto che si scrive insieme, l'umano con l'animale, a due mani e quattro zampe, una storia nella quale si attribuiscono valori, non importa se veri o presunti, perché le qualità, anche quelle immaginarie, hanno un senso perfino quando corrispondono soltanto alle nostre aspirazioni e bisogni. Leggere il comportamento di un cane come altruistico, anche quando ciò non sia affatto vero, ci fa bene, ci fa credere che esistano relazioni disinteressate, e spinge anche noi nella direzione del dare senza chiedere nulla in cambio. 
Il cane, è questa la sua dote principale, ci educa senza volerlo e senza essere necessariamente un buon esempio. Siamo noi umani a caricarlo di significati attraverso le nostre interpretazioni, a renderlo un simbolo, anzitutto di bontà, e, così facendo, questa proiezione che facciamo noi stessi riesce a farci guardare il mondo in termini positivi, ci responsabilizza, in qualche maniera ci fa apprezzare la vita. Il cane è quel che troviamo di buono quando la bontà non l'abbiamo trovata altrove, anzitutto negli esseri umani, sia perché non siamo stati capaci di farlo, sia perché 'il buono', propendo per questa opzione, è qualcosa di raro, ai l'imiti con l'inesistente,
Al di là di certe considerazioni più o meno teoriche, un altro aspetto che ritengo importante è la vicinanza fra l'animale e la persona, non penso soltanto alla compagnia che il primo può fare alla seconda o viceversa, ma al far parte dello stesso gruppo, sia esso un nucleo familiare o un branco. Ne parlavo l'altro giorno con chi sollevava delle obiezioni riguardo al fatto che tenessi un cane in un appartamento, gli stessi argomenti di sempre, tipo "hanno bisogno di spazio", e le risposte consuete, "si chiamano animali domestici  o d'affezione, non da giardino", "necessitano di compagnia più che di prati fioriti". E di vicinanza, appunto, che significa ancora una volta comprensione reciproca, ed empatia, anche fra chi parla lingue completamente diverse fra loro, ma che è possibile se al posto delle orecchie riusciamo ad aprire il cuore verso l'altro. E' proprio questo quel che i bambini stanno facendo con Spot, ed è la loro sensibilità a guadagnarci, non mi sembra cosa da poco vedere correre, insieme in un bosco, questi tre cuccioloni scatenati e sporchi di terra, come è successo domenica scorsa, sei occhi, uno sguardo soltanto verso qualcosa di imprecisato oltre il fogliame.
Modi di dire, e di fare, interpretabili liberamente, per carità, ma, senza retorica, io in certi legami riesco ancora a scorgere l'amicizia..

sabato 11 giugno 2016

Il fiume


Mi capita spesso di pensarci: il fatto di aver perso mio padre da ragazzo ha fatto sì che venisse a mancarmi, soprattutto, qualcuno che avesse potuto darmi dei consigli per il futuro. Qualcuno che mi avesse potuto raccontare come sarebbero andate certe cose, che avesse potuto farmi delle previsioni, che mi avesse detto un po' di più di com'è il mondo, e com'è la gente che lo popola, che mi avesse messo su di una strada piuttosto che su di un'altra. 
Probabilmente sarei diventato una persona più prevenuta - talvolta desidererei esserlo un poco, è molto pratico e sbrigativo avere delle idee preconcette e dei pregiudizi sugli altri -, invece di pormi innanzi al prossimo come fa l'ascoltatore disincantato di fronte a un libro aperto. Senonché, di persone simili a libri aperti ne esistono ben poche, tutte hanno l'innato desiderio e l'istintiva ambizione di affermare prima o poi se stesse e chi ci rimette è l'obiettività, il descrivere le cose per quello che sono. In pochi sanno rinunciare a ciò che vogliono in cambio della verità. 
Poi, è chiaro, come fanno tutti i ragazzi, avrei dato poco o niente retta a mio padre, avrei pensato quel che penso anche adesso, e cioè che nessuno può prevedere il futuro e, soprattutto, che ogni storia che viviamo appartiene esclusivamente a noi, è soltanto nostra, unica e irripetibile, con quale diritto mi dici ciò che è giusto e ciò che è sbagliato? Con quale presunzione pensi di indovinare i miei prossimi passi? Il mondo è tondo e io non cammino, come un treno, su due binari. E tu non conosci tutte le stazioni, né, tanto meno, ogni singolo passeggero.
A volte, tuttavia, vorrei che qualcuno, che godesse della mia massima fiducia, mi sapesse dire che "questa cosa è già capitata anche a me" e che, molto probabilmente, "le conseguenze saranno queste". Ma so anche che, se mi succedesse di avere un simile angelo custode al mio fianco, a vivere questa mia vita non sarei più io, ma lui. Perché la vita è, in definitiva, tutto ciò che ci succede fra la nostra nascita (probabilmente anche prima) e la nostra morte (forse anche dopo), può sembrare banale dirlo, ma non c'è verità più semplice e, allo stesso tempo, più certa di questa: la vita è l'insieme delle cose che ci accadono in un determinato lasso temporale, non alcune di loro, ma tutte quante.
Sapere che la vita non è che la totalità che si compone di ogni singola esperienza, di ogni fatto bello e brutto, di tutte le soddisfazioni e di tutte le delusioni che possiamo avere, vuol dire essere saggi e avere uno sguardo consapevole sul mondo, com'è, tanto per usare uno stereotipo fra i tanti, quello del monaco buddista o, molto più vicino a casa nostra, come sono gli occhi della vecchietta vestita di nero che ormai trascorre il tempo che le rimane affacciata alla finestra. 
A guardare i passanti, che sono come l'acqua del fiume o come il vento che si incunea fra i vicoli e ci viene addosso, ci attraversa i vestiti e i capelli e passa oltre, facendosi gioco di noi, comuni mortali che teniamo tanto a tutte le cose terrene e non abbiamo ancora capito che la vita è soltanto un via-vai di gente che passa, e qualche volta ripassa pure, fintanto che ce la fa, si regge sulle gambe e riconosce la strada.
C'è chi crede, anche senza esserne del tutto cosciente, che la vita sia tutta una commedia, dove ciascuno di noi recita una parte, incarna quel personaggio o quell'altro, dipende dai casi, e deve quindi muoversi di volta in volta così, soltanto così sulla scena, il copione è questo e qui non si improvvisa nulla. Le cose vanno in questo modo, è vero, ma c'è un errore grossolano che certi personaggi compiono spesso sul palco, ed è il considerare anche gli altri, sempre e comunque, a loro volta degli attori sullo stesso palcoscenico sul qual stanno recitando. Senza sapere che il copione, a volte, gli altri non lo hanno nemmeno letto, e magari vanno a braccio, una battuta qui, un risentimento dall'altra parte, a volte un sorriso, che può essere dolce ma che spesso è amaro. Insomma, questi ultimi vengono considerati alla stregua di chi li giudica: degli imbroglioni, in definitiva, dei bugiardi anche loro, dei commedianti.
Dicevo, di sopra, dell'ostinazione con la quale vogliamo affermare noi stessi o, meglio, quella parte di noi che desideriamo gli altri conoscano. Ebbene, questa volontà si confonde con la recitazione che mettiamo in atto proprio sostenendo una parte, mantenendo fermi dei principi, dei capisaldi ai quali non possiamo rinunciare. Per affermarci, mentiamo spudoratamente a noi stessi, ci contraddiciamo, non siamo noi per essere noi, e ci aspettiamo che gli altri ci credano. Se riusciamo in questo, non abbiamo più motivo di dubitare in noi stessi.
Mi rendo conto di quanto tutto questo ragionamento possa apparire caotico e confusionario. In effetti lo è, ma la verità è proprio che siamo circondati da pazzi incoerenti, da persone alle quali, quando chiedi "come stai", magari ti rispondono che "sì, oggi ho mangiato soltanto un pomodoro", gente a cui, se gli scrivi una lettera, la traducono come gli pare, aggiungono parole mai pronunciate, inventano dediche mai pensate. Se sei sano di mente, davvero c'è da diventare matti con persone come queste, il rischio è di farsi prendere la mano e impazzire come loro.
Allora, forse è meglio mantenere le distanze e osservare il mondo con distacco, in modo comprensivo, sia nel senso stretto de termine, cercando cioè di prendere insieme e quindi di accettare tutto ciò che abbiamo davanti e che ci succede, che in senso lato,  sforzandoci di capire. Ma non è per niente facile: non siamo ancora tanto illuminati da poter camminare su di un marciapiede e pensare di starcene alla finestra nello stesso istante, a guardare le persone dall'alto e a vederle scorrere come un fiume sotto di noi.

venerdì 3 giugno 2016

Vi ricordo il cane


La diffidenza è durata per un giorno, poi ha dovuto necessariamente fidarsi, all'inizio non c'ero che io davanti a lui, nessun altro che conoscesse: quest'uomo che, fino al giorno prima, non aveva nemmeno mai visto e, poco dopo, questi due bambini, tanto diversi dai suoi fratelli. Col tempo, poi, a prevalere non sono state le differenze fisiche, quelle restano, ma le similitudini morali, certi comportamenti che possono benissimo assomigliarsi e che accomunano ogni animale, esseri umani compresi, come prendersi cura di un cucciolo, giocare, cercare di capire, se non tutti, almeno alcuni bisogni, perlomeno quelli che definiamo, non a caso, 'primari'.
Giungere a comprendere ciò che ci rende simili, certe volte non vuol dire altro che dar fiducia. E' quello che in questi giorni Spot sta facendo verso di noi, ed è ciò che anche noi stiamo facendo verso di lui. Non siamo ancora al dare all'altro l'anima e il corpo, anzi, forse questo noi umani non lo faremo mai, mentre probabilmente il cane sì, seppure l'espressione "dare l'anima", dal mio punto di vista, è discutibile (figuriamoci da quello di un animale! - anche se nell'etimo di quest'ultima parola è presente il riferimento al cosiddetto 'soffio vitale', ma è meglio se restiamo con i piedi per terra e pensiamo, quando diciamo 'animale', a 'essere animato', piuttosto che all'anima). 
Con tutti i limiti che il linguaggio senz'altro ha, a questo punto è meglio sostituire la parola 'anima', con 'cuore' o 'pensiero' o, meglio ancora, 'attenzione', dato che la prima, lo si è capito, è un'entità spirituale, il secondo è soltanto una metafora, il terzo è il frutto dell'intelletto, la quarta, invece, si rivolge a un oggetto di riferimento, e quest'ultima fa proprio al caso del cane, che trasforma il padrone, chiunque egli sia, anche il peggiore degli uomini, nella propria stella polare.
A un mese di distanza da quando abbiamo preso Spot, a trenta giorni dal primo momento nel quale i vostri occhi si sono incontrati, gli sguardi felici di cui ho già parlato e che si riconoscono quando ci accorgiamo, troppo tardi, che il sorriso si confonde con le lacrime, voglio raccontarvi - per regalarvene un ricordo indiretto per il futuro - una cosa che è successa l'altra sera, mentre voi eravate già a letto e dopo che, lo stesso giorno, vi ho parlato di come dormono i cani, il cui sonno non è profondo come il nostro, ma resta vigile, basta poco e si svegliano, una scarpa che scricchiola, un colpo di tosse, un soffio di vento dalla finestra socchiusa, la porta dell'ascensore che si apre o si chiude al piano terra. 
Ebbene, tutto ciò non riguarda i cani neonati. Mentre voi dormivate, infatti, anche Spot si era addormentato ai piedi del vostro letto, e forse sognava proprio i bei tempi recenti, passati assieme ai genitori e ai fratellini. Fatto sta che mi sono avvicinato a lui e neanche si è accorto della mia presenza. Mi sono abbassato e l'ho preso in braccio, e lui ha continuato a dormire anche quando l'ho portato in corridoio e l'ho posato delicatamente sul pavimento, in un un angolo vicino alla porta di casa.
Non credo Spot possa mai diventare un cane da guardia, se è vero che il buon giorno si vede dal mattino. Ma quel che è accaduto è proprio ciò che succedeva anche con voi, fino a qualche anno fa, quando vi addormentavate in un'altra stanza e poi vi prendevo in braccio per portarvi nel vostro letto. Eravate due piccoli cuccioli anche voi e forse già sognavate qualcosa di bello appena successa oppure semplicemente immaginavate cosa avreste fatto il mattino dopo, al vostro risveglio.

domenica 22 maggio 2016

Diciassettesima lettera: se la verità dovesse sempre prevalere


Se la verità dovesse sempre prevalere, non sentireste così spesso invenzioni d'ogni genere, false accuse, resoconti fantasiosi, storie più o meno immaginarie. 
Se la verità fosse ovunque, allora farei bene a dirla sempre: sarei, in una parola sola, credibile.
Ma la verità non è cosa di questo mondo, almeno quella sulla quale possano trovarsi d'accordo due persone. La verità che io so, infatti, molto spesso non è la stessa che anche gli altri conoscono. Perché discordiamo su tante questioni? Perché ciascuno di noi sostiene la propria verità. E incontrarsi significa a volte sacrificare un po' della nostra verità in favore di quella degli altri.
Però la verità è una, una sola, e non è fatta di mezzi termini e di mediazioni. Per quanto mi riguarda, non è da mettere in discussione, la verità, in favore di un incontro basato in definitiva sulla menzogna, sulla rinuncia a una porzione di verità, perché questa non è porzionabile, come fosse una torta, una fetta a me e una a te. Sono come al solito poco diplomatico e molto netto, probabilmente anche poco ospitale per il fatto di non voler offrire agli altri certi tipi di dolce. Ma a me non interessano le relazioni fondate sull'accordo fra le parti, dove a soccombere è sempre, per l'appunto, una parte di se stessi. Non può esserci completezza in un rapporto di questo genere, non c'è soddisfazione, né realizzazione di sé. A me piacciano le relazioni nelle quali venga riconosciuta la verità, anche quando questa non sia la propria. Per me verità fa rima con onestà, anzitutto intellettuale. Non sono d'accordo con la frase che dice che la verità non sta mai tutta da una parte. Non è vera: la verità è una e se ne sta lì per conto suo. Non appartiene né a me e né a te, ma tutti vogliamo appropriarcene, raccontandola agli altri a modo nostro. Non è la verità a dividersi in parti, ma è la nostra idea di verità a essere soggettiva e partigiana.
Io penso che, se fuori piove, non mi si può raccontare che non stia piovendo, a meno che non siano frutto di allucinazioni quelle righe che vedo scorrere sul vetro della finestra, il marciapiede che si bagna e che diventa scuro, quelle quattro persone che tirano fuori l'ombrello, le macchine che hanno azionato i tergicristalli. E sono come chi mi dice che c'è il sole, mentre invece il cielo è nero di nuvole, le accuse sull'assenza di cure appropriate verso i bambini o di comprarli grazie a doni o a legami affettivi dell'ultima ora e creati per giunta ad hoc (leggasi il regalo di un cane), fino ad arrivare a illazioni sul sottoscritto secondo le quali sarei un profittatore e un ladro di beni che appartengono ai miei figli (prima ero soltanto un semplice scroccone, evidentemente ora sono sul podio degli ignobili), lasciano il tempo che trovano, mi fanno sorridere, ma mi trasmettono anche un senso di amarezza, facendomi dimenticare per un momento, un istante soltanto per fortuna, le teorie sulla verità appena enunciate.
Aggiungo peraltro, senza ovviamente giustificare chi mi rivolge queste accuse, che io ho sempre creduto che chiunque di noi, quando parla, pensi di dire la verità. Perfino quando si raccontano delle bugie, spesso ci convinciamo di essere nel giusto. Creiamo mondi paralleli con una facilità estrema, inventiamo situazioni mai esistite che alla fine crediamo davvero di aver vissuto. A volte chi mente lo fa in assoluta buona fede, in tutta onestà. 
C'è chi è bugiardo per difesa, chi lo è per proteggersi e mette le mani avanti attraverso l'uso della fantasia, chi non ha avuto e millanta, racconta di cose e di esperienze fatte da altri come fossero le proprie. C'è chi ti accusa semplicemente perché tu assomigli a quel modello di persona dal quale soltanto così ci si può mettere al riparo, senza pensare che ogni persona, grazie a dio, è un mondo a sé stante, non ce n'è un'altra uguale da nessun'altra parte, neanche a cercarla col lanternino.
Mentire è una forma evoluta di difesa, che io non so applicare ma che conosco più di quelli che la mettono in pratica, dato che il più della volte lo fanno in maniera inconsapevole. Come al solito, è la debolezza dei vili e il non avere altri mezzi per ottenere la ragione che pensano di meritare, a farli agire in questo modo.
Soltanto un confronto onesto può far emergere la verità. Ma purtroppo questo è poco auspicabile quando si mente per difesa, a causa di un complesso di inferiorità risalente alla notte dei tempi e che rende naturali e, addirittura, a loro modo oneste certe bugie.
Mi sembra sia praticamente impossibile condividere la verità, ciascuno di noi finisce per chiudersi nella propria sfera di convinzioni. Agli occhi di qualcuno posso apparire come la peggior persona esistente sulla faccia della terra. Secondo altri, molti di meno, immagino, potrei essere addirittura un santo. Sono opinioni, discutibili all'infinito. A contare sono ancora una volta i fatti, le azioni concrete e, per quanto mi riguarda, perfino le intenzioni.
Tutto il resto è parte del variegato folclore dell'umanità, che è fatta di uomini e donne incompleti, che hanno dei limiti naturali che, anche quando li conoscono, a volte sembrano dimenticarli. Persone che, com'è normale, appagano le proprie esistenze con piccole soddisfazioni quotidiane, fra le quali alcune altrettanto minime convinzioni che sono parte imprescindibile delle sicurezze di cui abbiamo bisogno per vivere.

domenica 8 maggio 2016

Il bambino e il cane


Chi ha detto che gli occhi servono soltanto per vedere o per guardare, per accorgersi di chi ci sta di fronte o per immaginare o sognare (a occhi chiusi, ma anche a occhi aperti - come diciamo spesso - e comunque sempre qualcosa di già visto o che, al massimo, desideriamo vedere)?
A volte gli occhi servono a prendere in braccio altri occhi. Per incontrarsi, per capirsi, per dirsi di sì. Per questo, può bastare uno sguardo o sono necessari momenti appena più lunghi. Ma sempre di istanti parliamo quando a parlarsi sono gli occhi.
Gli occhi non conoscono né tempi troppi lunghi, né morti.
Gli occhi del bambino hanno incontrato quelli del cane.
Gli occhi del cane hanno incontrato quelli del bambino.
Anche se l'umano guarda il mondo a colori e l'animale in bianco e nero, e un po' sfocato per giunta, credo che nasca così quello che chiamiamo, retoricamente, quando parliamo di innamoramento o soltanto di qualcosa che crediamo tale, "amore a prima vista".
Ma quello fra bambino e cane, quello fra questi due cuccioli o questi due bambini, a seconda della prospettiva da cui guardiamo la cosa, non è niente che abbia a che fare con la parola 'amore'.
Si tratta invece del semplice (sempre che questo sia l'aggettivo più appropriato per definire una relazione che, come qualsiasi altra non può mai essere semplice) incontro fra simili, persone o animali che non si sono mai visti, ma che si conoscono da sempre o almeno dal giorno in cui cane e uomo si conobbero nelle caverne o in una prateria.
E, infine, dopo l'incontro, c'è questo sguardo verso di me, verso i miei, di occhi. Uno sguardo partito, a questo punto e per le cose dette finora, non importa più dagli occhi di chi.
Lo sguardo che mi domanda: "Hai capito, vero?".
Uno sguardo fra il massimo della commozione e il massimo della felicità, questi due sentimenti che iniziano l'uno dove finisce l'altro, quando il primo fa posto al secondo, come fa il giorno quando gioca con la notte o il sorriso, quando si confonde con le lacrime. 

giovedì 24 marzo 2016

Sedicesima lettera: la felicità è un dovere verso se stessi


Qualcuno pensa che tornare a casa sarebbe la cosa migliore che potrei fare, almeno per voi, per il vostro bene.
Ma io non sono d'accordo, per due motivi, che adesso vi spiego anche se il rischio di essere retorici è dietro l'angolo: il primo è che non è giusto che vi abituiate all'idea che una relazione litigiosa, come quella che c'è stata finora fra vostra madre e vostro padre, sia una cosa accettabile e addirittura normale. Per il semplice fatto che il solo esempio che avete davanti agli occhi è quello che vi offriamo quotidianamente noi genitori, non sapete ancora che esistono famiglie nelle quali i genitori si rispettano e, se discutono, lo fanno senza alzare la voce, perlomeno in presenza dei figli. Salvaguardarvi dai toni violenti e da ogni sorta di sentimento negativo, dell'uno nei confronti dell'altra, e che trapelava ormai in ogni frase, io e mamma non siamo stati mai capaci di farlo. I nostri battibecchi, gli insulti, le parole sprezzanti, l'astio e la rabbia hanno finito per investire anche voi, che davvero non c'entravate nulla con i nostri problemi.
La relazione fra uomo e donna non dev'essere concepita nella maniera in cui l'avete conosciuta voi per nostra colpa. Le cose possono andare anche diversamente e una coppia può vivere in modo più armonico, nel rispetto delle differenze che pur sempre esistono, anzitutto quelle delle rispettive idee.
Tornare per continuare a vivere un rapporto conflittuale sarebbe anzitutto diseducativo nei vostri confronti, perché da noi genitori non avreste altro insegnamento se non quello di perpetrare il nostro  assurdo modello con le compagne che anche voi un giorno avrete. E non mi piace pensare che un domani possiate vivere ogni minuto che passerete con chi amate discutendo e litigando come forsennati, così come abbiamo fatto finora io e vostra madre.
Il secondo motivo, per cui non penso di tornare, è che credo si debba avere rispetto per se stessi, ci si debba un pochino amare e si abbia il dovere di essere felici. Non è, il mio, un pensiero egoistico, seguendo il quale ci si dimentichi di chi ci sta intorno, perfino dei figli. Lo sapete bene: la vostra felicità, per me, viene prima d'ogni altra cosa al mondo e, anzi, sapervi felici non può che rendere immensamente felice anche me stesso.
In questo momento, non sono affatto contento, allontanarmi non mi rende ancora una persona felice. Ma restare con vostra madre non mi farebbe stare bene, non voglio più vivere così come ho fatto soprattutto negli ultimi anni e, ancora di più, nei mesi più recenti. Io provo ancora del bene nei confronti di vostra madre e la considero una donna con delle qualità rare e difficilmente riscontrabili in altre persone. Ma insieme non ci prendiamo, ecco tutto, insieme diamo il peggio di noi stessi.
Non è vita quella che ultimamente abbiamo condotto stando vicini e la vita, che è una, non possiamo permetterci di sprecarla stupidamente, giorno dopo giorno. Penso che ci sia qualcosa di meglio, altrove, sia per vostra madre che per me: dev'esserci una felicità nascosta da qualche parte e che ancora non ci appartiene, ma che abbiamo in ogni caso il dovere di cercare.
Vi dedico questa poesia, che dice di amare ogni momento della vita proprio perché è destinato a finire. Fatelo anche voi, non perdete tempo a essere infelici, ma cercate sempre la vostra felicità, per il bene che dovete anzitutto a voi stessi.

In me tu vedi quel periodo dell’anno
Quando nessuna o poche foglie gialle ancor resistono
su quei rami che fremon contro il freddo,
nudi archi in rovina ove briosi cantarono gli uccelli.
In me tu vedi il crepuscolo di un giorno
che dopo il tramonto svanisce all’occidente
e a poco a poco viene inghiottito dalla notte buia,
ombra di quella vita che tutto confina in pace.
In me tu vedi lo svigorire di quel fuoco
che si estingue fra le ceneri della sua gioventù
come in un letto di morte su cui dovrà spirare,
consunto da ciò che fu il suo nutrimento.
Questo in me tu vedi, perciò il tuo amore si accresce
per farti meglio amare chi dovrai lasciare fra breve.

(Shakespeare, sonetto n. 73)

mercoledì 16 marzo 2016

Non serve a niente parlare


Non serve raccontare ciò che è accaduto, non serve chiedere spiegazioni, non serve parlare e per dire cosa?  
Non occorre spiegare. Non occorre domandare.
Le parole dicono molto meno dei fatti. E le domande sono fatte di retorica in questi giorni, molto più che in quelli lontani. La retorica del presente è ancora più vivida di qualsiasi futile ritorno al passato.
Voi mi guardate andare e tornare e adesso lo state perfino accettando. Non so con che spirito, con che stato d'animo: questo non ce lo diciamo ma posso immaginarlo.
L'infelicità posso soltanto immaginarla dietro al far finta di niente, dietro a un sorriso di circostanza, dopo che ci siamo detti "arrivederci". 
Posso intravedere l'infelicità dietro a quella porta chiusa, nel ritorno alle cose che vi aspettano e subito dopo, quando chiudete gli occhi, appena prima di prendere sonno.

mercoledì 2 marzo 2016

La luce di Lisbona


Sono tornato da Lisbona da pochi giorni e non parlerò, adesso, della città lusitana, delle sue piazze e delle vie che evocano la libertà conquistata, né del tram 28 o del castello o di Belem. Queste cose, infatti, sono descritte in tutte le guide turistiche. Racconterò soltanto che è la seconda volta che vado in questo posto che amo con tutto il cuore, forse più d'ogni altro, dove c'è un fiume che sembra il mare: la città e l'acqua sono i luoghi nei quali è più facile perdersi ed eventualmente, se davvero lo si desidera, ritrovarsi. 
A distanza di dieci anni dalla prima volta, sono stato a Lisbona soltanto con i miei figli, con i quali ho fatto l'esperienza di un viaggio intimo meraviglioso. Due compagni infaticabili, due bambini per molti versi già uomini e certamente viaggiatori meno noiosi di tanti adulti che conosco. Curiosi e interessati a tutto, non hanno mai perso l'attenzione verso ogni piccolo particolare e novità che abbiamo incontrato. 
Riuscireste a immaginare la totale apertura dei sensi e dell'anima nei confronti di un mondo illuminato da una luce unica? Il chiarore di Lisbona non risplende soltanto nel cielo e nelle case colorate o nelle vie lastricate e nelle chiese. La luce, qui, rischiara i volti degli abitanti e ne mette in comunicazione i sentimenti. La stessa cosa è accaduta a me assieme ai miei figli.
Esistono corrispondenze grazie alle quali trova conforto perfino il malumore dei giorni precedenti. Il fado, che in questo viaggio non abbiamo avuto occasione di ascoltare, è la musica interna e inspiegabile che ci ha tenuti per mano lungo tutte le vie su cui ci siamo incamminati, un sentimento che stava lì, ad aspettarci  e ad accoglierci con il sorriso, dietro l'angolo di ogni strada.

giovedì 4 febbraio 2016

Quindicesima lettera: sarete la cosa bella che siete adesso


Non succederà, non andrà così. Avrete ben presto altri punti di riferimento, altri modelli a cui vi appassionerete. Non prendete (per fortuna non lo farete!) noi genitori come gli unici esempi della vostra vita o rischiate di diventare degli idioti, nel senso stretto del termine, di chiudere la vostra esistenza in un cerchio troppo stretto, in uno spazio limitato. 
Per crescere avete bisogno di conoscere il mondo, più di quanto lo abbia conosciuto io stesso. Per diventare grandi, non dovete mettere radici troppo presto, come ho fatto io, che, quando ero soltanto un ragazzo, mi sono trovato a essere una pianta nella tormenta e, ora che sono cresciuto,  nel posto in cui mi trovo, non posso far altro che resistere al vento e ai suoi capricci.
Da parte vostra, se a volte non sarete felici, fate di voi stessi una vela e prendete il vento per andare dove vi spingono i vostri desideri e le vostre passioni.
In questo momento, i miei sogni non sono più fatti di aria fresca, ma di terra scura e pesante. Quando la mattina mi sveglio, non penso più a dove vorrei essere, perché so benissimo dove mi trovo.
Non c'è niente di peggio di non avere altro desiderio se non quello di rileggere un libro già letto, niente di peggio di non saper più guardare il mondo con occhi nuovi, niente di peggio di considerare un'alba come qualcosa di già avvizzito.
Voi per ora vivete alla giornata, siete costantemente sull'onda delle emozioni soltanto perché ancora non siete capaci di controllarvi.
Ma quando un giorno sarete in grado di farlo, in qualunque parte del mondo vi troverete, vorrei non scordaste ciò che foste un tempo, la cosa bella che siete adesso.

giovedì 26 novembre 2015

Il distacco e l'idea della morte


L'altro giorno ascoltavo in televisione uno psicologo che parlava di bambini piccoli, penso si riferisse a quelli fino a 4 anni. Pur non avendo ancora alcuna idea strutturata della morte, diceva, la loro paura maggiore è quella del distacco dai genitori. Ne usciva un quadro legittimamente egoistico dell'infanzia, e vorrei vedere: se improvvisamente non c'è più chi fino a oggi si è preso cura di noi, ci dice l'istinto, come potremmo sopravvivere domani. 
Non sappiamo ancora cos'è la morte, ma se chi ci ama se n'è andato, il futuro più imminente è il salto nel buio che ci spaventa maggiormente.
Sono fuori Roma per lavoro, al confine con la Francia, a otto ore di treno da casa. Un viaggio annunciato ai bambini già da qualche settimana e ben accettato da loro. Due giorni fa però, prima di andare a dormire, il figlio grande mi ha detto che non voleva che partissi. Lo ha fatto senza piangere, ma con la voce appena strozzata: riusciva a trattenere l'emozione, ha l'età per farlo, ha imparato la compostezza nell'esprimere i sentimenti, e questo è un bene ma anche un male. 
In quanto animali sociali, dobbiamo reprimere ciò che proviamo, non possiamo sbracarci alla minima occasione. Ma lo dico ancora perché non riesco a rassegnarmi a tale idea: questo è un bene ma anche un male.
I bambini piccoli non hanno un'idea sviluppata della morte, ma provano il sentimento del distacco e dell'abbandono. E appena sanno cos'è la morte, devono controllarsi e non cedere alle emozioni. Riconosco che questa impostazione, che privilegia la vita sulla morte e che incita ad andare comunque avanti, abbia un senso positivo, ma come è aberrante schiacciare l'istinto, quanto è innaturale non esprimere la sofferenza.
Io non so bene cos'è la morte, anche se l'ho sperimentata. Ovvero, ne ho una mia idea, del tutto personale. E penso che ciascuno di noi ne conservi una propria e individuale, quanto la relazione che aveva con chi se n'è andato. 
La mia idea della morte non è lontana da quella del distacco e dell'abbandono che possono avere i bambini. Forse la differenza fra me e loro è che io giustifico la morte, me ne faccio inevitabilmente una ragione.
Ho perso la speranza, che i bambini invece conservano, di veder tornare, prima o poi, chi se n'è andato.